Posts Tagged ‘letteratura italiana’

STORIA IMMAGINIFICA DI EPISCOPI, GIUDICI, DONNE E FALCHI DI SARDEGNA

user posted imageScrivere la storia di una grande isola sotto forma di romanzo pare impresa non priva di presunzione. Scrivere la storia di un popolo in prima persona plurale può poi apparire ancor più presuntuoso. Per fortuna, dopo alcune pagine il romanzo sulla Sardegna di Sergio Atzeni, “Passavamo sulla terra leggeri” (1996), abbandona questo poetico e plurale punto di vista per passare a una miriade di terze persone, episcopi, giudici e loro donne e altri personaggi che si succedono in una cascata di eventi priva di reali riferimenti cronologici (qualche personaggio pare campare anche 200 anni! Molti si somigliano tra loro, quasi confondendosi l’uno nell’altro). Personaggi che sono tutti parti di quel “noi” iniziale, che, sinceramente all’inizio mi aveva un po’ irritato, anche se vi ritovavo la pluralità soggettiva del bel romanzo “Venivamo tutte per mare” (2011) di Julie Otsuka, che narra l’epopea dell’emigrazione giapponese in America nella prima metà del XX secolo. Ben altra, però è la magia ricreata dall’autrice nippo-americana, avvantaggiata forse dall’aver scelto un arco temporale minore. Se un autore però può aver imitato l’altro, dovrebbe essere casomai alla rovescia, dato che la recente opera di Otsuka è successiva alla pubblicazione postuma del libro di Atzeni. Appare però improbabile che l’autrice d’oltremare conoscesse l’opera del sardo.

Sergio Atzeni (Capoterra, 14 ottobre 1952 – Carloforte, 6 settembre 1995)

Peraltro, poi, come si diceva, la prima persona plurale viene abbandonata presto, anche se ne rimane traccia nella narrazione immaginifica e a volte quasi astratta del romanzo, che sembra dimenticarsi del reale scorrere del tempo.

Se di romanzo storico possiamo parlare, dobbiamo immaginarne uno assai particolare in cui si capisce l’epoca degli eventi narrati solo indirettamente per alcuni accenni vaghi alla storia nazionale meglio nota. L’approccio è più poetico che razionale e i vari episcopi e giudici che si succedono da una pagina all’altra sembrano figure mitiche, esseri fantastici partoriti dall’amplesso di una tradizione isolana con la fantasia immaginifica di Atzeni. Il risultato è una leggerezza che ricorda quella del titolo, nel senso soprattutto di mancanza di concretezza, di sostanza narrativa che trasformi la favola poetica in narrazione fluida e coerente, in testimonianza storica credibile. Libro, insomma, da accettarsi come il frutto un po’ bastardo di romanzo storico e poesia, da amare, forse, o da abbandonare frettolosamente con un moto di stizza o di noia. Romanzo che lascia di sé più che un ricordo, una sensazione.

UCRONICO, MA NON SOLO – Intervista su FIORIENTINOISIAM

Chiara Sardelli mi ha intervistato per FIORENTINOISIAM.

Ecco il testo che sarà presto pubblicato:

 

Prima di tutto ti ringrazio per avere accettato di essere ospitato su questo Blog. 

 

Carlo Menzinger di Preussenthal

Carlo Menzinger di Preussenthal

Grazie a te e a chi leggerà queste righe. È passato qualche mese dall’ultima volta che ho rilasciato un’intervista e mi fa piacere poter ricapitolare alcune cose con voi.


1 ) Vuoi presentarti agli amici di “Ospiti, Gente che viene, Gente che torna“? 

 

Chi sono? Il modo in cui ci si presenta dipende sempre molto dal contesto in cui questo ci viene richiesto.

È difficile definirsi con un’etichetta. Dovrei forse solo dire: sono un uomo. Intendendo con questo che sono un padre, un marito, un figlio, uno che lavora, sogna e spera. Non è questa però la risposta che ci si attende.

Quando qualcuno mi chiede cosa faccio nella vita e immagino si aspetti una risposta sintetica mi limito a dire che sono un bancario, però lo faccio sempre con un lieve disagio, perché mi riconosco poco in questa definizione. Anche dal punto di vista lavorativo, la mia attività ricorda ben poco quella del tipico bancario. Lavoro, infatti, nella finanza strutturata e, attualmente, mi occupo di project financing. Purtroppo, molti non sanno che cosa questo voglia dire. Se mi viene chiesto, rispondo che ci occupiamo della gestione di contratti molto complessi per il finanziamento di infrastrutture come autostrade, ospedali, metropolitane o impianti per la produzione di energia.

Potrei entrare in maggiori dettagli, ma su questo blog si parla di libri e quindi la mia risposta dovrebbe essere “sono uno scrittore” o, forse, con maggior precisione “sono un romanziere”, dato che, sebbene io abbia scritto e pubblicato anche poesie e racconti, mi riconosco soprattutto nelle opere di maggior respiro. Sono davvero uno scrittore? Forse no, dato che per vivere faccio il bancario e scrivere per me è solo un hobby, quindi è una risposta che di solito non do.

Come romanziere, vengo spesso identificato come un autore ucronico, genere ora forse un po’ più noto che in passato, ma tuttora abbastanza sconosciuto al grande pubblico. Per ucronia, in letteratura, si intende la narrazione di eventi diversi da quelli realmente avvenuti, la Storia scritta con i “se” e, magari anche con i “ma”. Per fare degli esempi concreti, voglio citare alcuni dei miei romanzi. “Il Colombo divergente” ci parla del viaggio del navigatore genovese oltre l’oceano, ma, diversamente, da quanto ci insegna la Storia, lo vediamo incapace di riferire le proprie scoperte in Europa, con conseguenze enormi per la Storia mondiale. “Giovanna e l’angelo” ci mostra Giovanna D’Arco che sul rogo sogna di sopravvivere a se stessa e di riconquistare la Francia. “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale” è una miscela di ucronia e fantascienza, con il protagonista che viaggia nel tempo fino alla preistoria, dove incontrerà una razza evolutasi dai velociraptor fino alla civiltà. In tutti questi casi, la Storia (o addirittura l’evoluzione) diverge dal suo percorso reale e ne esploriamo le conseguenze.

Non ho scritto però solo ucronie, ma anche thriller come “La Bambina dei sogni” o “Ansia assassina”. Molti sono comunque i generi letterari che vorrei esplorare e affrontare.


2) Su Anobii hai attivato diversi gruppi (per esempio “Web-editing”, “Mitologia cristiana” e “Ucronie”). Sei anche presente mettendo a disposizione i tuoi libri in catena di lettura nel Gruppo “Due chiacchiere con gli autori”. Che cosa hai ricavato da queste esperienze? 

 

Nel bene e nel male, credo di essere un autore “internet”. Il mio primo romanzo fu selezionato dall’editore a seguito della votazione dei lettori in rete. Alcuni lavori li ho realizzati con altri autori incontrandoci nel web, altri, grazie a esperienze come quella del “Web-editing”, che ho portato avanti in anobii nel Gruppo che citavi (ma anche su wordpress, facebook e altrove), li ho sottoposti a lettura e revisione preventiva da parte dei lettori in rete prima di arrivare alla pubblicazione e anche dopo, predisponendo le edizioni successive.

Preso atto, purtroppo, che i piccoli editori non sono in grado di fare del buon editing ai testi dei propri autori, ho voluto cercare delle soluzioni. Ho così tentato un processo che mi piace chiamare “web-editing”, mettendo i miei romanzi a disposizione per la lettura gratuita in rete e pregando chi mi legge di segnalare tutto ciò che non ama o che trova sbagliato nel testo. Per il romanzo “La bambina dei sogni” ho così ottenuto molte decine di lettori che si sono espressi, a volte con precisione che arrivava al dettaglio di correggere ogni singolo paragrafo. Sono rimasto arbitro dei loro suggerimenti e ultimo responsabile del romanzo così prodotto, ma ho potuto ridurre moltissimo la presenza di piccoli errori e refusi e anche avere alcuni suggerimenti interessanti a livello di costruzione della storia.

Finito questo lavoro, ho realizzato un e-book che tuttora si può leggere gratuitamente scaricandolo dal mio sito www.menzinger.too.it . La cosa non è finita lì, perché, tenendo conto dei numerosi commenti ricevuti in rete, molti su anobii, ho curato le edizioni successive.

Ho poi ripetuto l’esperienza con il romanzo “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”.

Non penso di poter guadagnare con i miei libri, quindi oltre a distribuire gratuitamente gli e-book, su anobii è possibile prenderli in prestito in edizione cartacea. Seguo questo metodo da anni, con grande soddisfazione, perché mi permette di entrare in contatto diretto con i lettori, di confrontarmi con loro, di capire le emozioni che sono stato in grado o meno di suscitare.

Non credo nello scrittore chiuso in se stesso. Credo che la scrittura sia un atto collettivo. Già con la semplice lettura compiamo un atto creativo. Ogni lettore, con la propria fantasia, leggendo, interpreta a modo suo il romanzo. Anche se l’autore scrive da solo, i libri li scrive sempre con il lettore. È importante la fantasia di entrambi. Lo scrittore è il demiurgo che la suscita nel lettore. Questo avviene sempre. Se in aggiunta a ciò può esserci anche un dialogo tra i due, l’opera non può che giovarsene.
3) Recentemente alcuni istituti superiori sul territorio fiorentino ti hanno invitato a presentare agli studenti un genere letterario, l’ucronia, che è centrale nella tua produzione. I giovani come hanno accolto quest’iniziativa? A quali temi o strategie narrative ti sono sembrati più interessati? 

 

Ho scoperto solo dopo aver pubblicato il mio romanzo ucronico “Il Colombo divergente” che questo poteva far parte del genere letterario definito “ucronia”. Da allora ho capito sempre più che l’ucronia ha un enorme potenziale narrativo.

La fantascienza classica sembra aver esaurito la sua linfa con la fine del grande sogno della conquista dello spazio. I viaggi interstellari non sembrano alla nostra portata e quelli interplanetari serviranno a portarci solo su mondi sterili.

Il fantasy appare limitato dalle sue stesse ambientazioni e personaggi.

In letteratura abbiamo bisogno di nuovi spazi per liberare la fantasia.

Riscrivere la storia, secondo me, può essere lo spazio in cui muoversi. Immaginare evoluzioni alternative può essere la vera alternativa alle storie di alieni e al fantasy.

L’ucronia può insegnarci che ogni minimo gesto può portare a sviluppi diversi della storia. Questo ci fa capire l’importanza di ciascuno di noi. Se ciascuno di noi può mutare il futuro di tutti, ciascuno di noi è importante. C’è, insomma, nell’ucronia anche una morale importante.

L’ucronia può farci sognare che le cose avrebbero potuto andare diversamente. L’ucronia è la storia sognata. Non necessariamente utopia, non necessariamente distopia. I mondi alternativi, quelli che chiamo “universi divergenti” possono essere per certi aspetti migliori del nostro, ma per altri peggiori.

L’ucronia è più equilibrata e razionale dell’utopia e della distopia, ma non per questo meno fantasiosa.

Ho dunque deciso di fare il possibile, nel mio piccolo, per far conoscere questo genere. Ho organizzato quelle che chiamavo “serate ucroniche” per parlarne, realizzato, assieme ad altri diciassette autori l’antologia “Ucronie per il terzo millennio” e, come dicevi, incontrato alcuni studenti nelle scuole.

Credo, infatti, che siano i giovani i più sensibili alle potenzialità della fantasia, al sogno di creare nuovi mondi. Sono i giovani quelli che ancora si interrogano sui perché.

L’ucronia ci aiuta a dare una risposta ai perché. Se immagino un mondo diverso, devo capire perché è cambiato, perché non è come quello in cui viviamo. Specularmente capisco meglio perché il nostro e così e non è diverso.

C’è un fortissimo interesse educativo in questo. Per ogni fascia di età.

La serie su “Jacopo Flammer”, pensata per i bambini, è stata letta con soddisfazione nelle scuole elementari, creando grande curiosità negli scolari, come le storie più mature dell’antologia o dei romanzi che citavo creano curiosità negli adolescenti e negli adulti.

Nei miei romanzi, del resto, non c’è solo speculazione storica, ma ci sono vita e avventura. Sono storie di personaggi con un loro spessore, che si potrebbero incontrare anche in romanzi non ucronici.


4) Per come ti conosco, sei un convinto assertore che la fantasia e l’immaginazione siano fondamentali per l’ispirazione a scrivere. Quali autori hanno influito di più sul tuo immaginario? Quali autori più di recente ti hanno interessato e stimolato ad approfondire temi a te cari? 

 

Oscar Wilde e Carlo Menzinger a Londra

Hai perfettamente ragione! Quando leggo un romanzo, la prima cosa che mi affascina è la creatività, la fantasia, la capacità di raccontare qualcosa che non sia il quotidiano. Non mi interessano i diari delle casalinghe o degli impiegati. È letteratura anche quella, per carità, ma per i miei gusti, manca di qualcosa di fondamentale. Creare nuovi mondi, far sognare: è questo l’importante. Si può farlo anche parlando del passato o di paesi lontani.

Prima parlavo dei limiti del fantasy. Autori come Tolkien e Lewis hanno avuto la capacità di creare mondi immaginari, ma oggi ci si limita spesso a imitarli. La Rowlings, con Harry Potter, ha saputo andare oltre, mescolando il mondo reale della sua Inghilterra con quello fantasioso di maghi ed elfi. I suoi romanzi non sono semplici storie per ragazzi. Hanno avuto meritatamente il loro colossale successo perché sono storie che contengono molti degli elementi necessari a dare consistenza a un romanzo: trama, struttura, ambientazione, magia, mondi paralleli, linguaggio nuovo, amicizia, crescita, lotta tra bene e male ma anche con piccoli nemici, spettacolarità, competizione, suspance, paura, morte, avventura. In quanti romanzi ritroviamo tutto ciò? Esaminate le vostre letture e vedrete che sono ben pochi!

 

Parrà strano, visto quanto sono diversi da me, ma se devo citare autori che hanno ispirato i miei precedenti romanzi, potrei dire “Il nome della rosa” di Umberto Eco per “Il Colombo divergente”, “Orlando” di Virginia Wolf per “Giovanna e l’angelo”, il “Libro degli Ylané” per “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale”, ma dietro ciascuno di questi c’è tutta una lunga bibliografia di romanzi e saggi.

Le mie letture sono molto varie e spaziano dai classici di ogni epoca, ai romanzi stranieri, alla letteratura di genere, ai best-seller, agli autori sconosciuti italiani. Ultimamente sto cercando di scoprire alcuni premi Nobel che non avevo ancora letto, ma spesso con risultati poco entusiasmanti.

Non sempre i romanzi che mi piacciono di più sono per me fonte di ispirazione. Spesso, anzi, sono molto più ispirato da quelli che non mi sono piaciuti affatto. Se leggo qualcosa che mi piace, vuol dire che è già stata scritta e difficilmente potrò fare di meglio. Se leggo qualcosa che non funziona, mi chiedo perché e come l’avrei scritta io. “Ansia assassina”, per esempio, è nato così. Avevo letto un raccontino che non mi diceva nulla, su una coppia a letto che aspettava il rientro del figlio. L’ho riscritto a modo mio ed è nato il primo capitolo del romanzo.

Tra i romanzi letti nel 2013 che mi sono piaciuti di più ci sono “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson (un modo rivoluzionario di scrivere in modo allegro un romanzo storico), “Il giardino segreto” di F.H Burnett (una bella avventura di crescita e scoperta), “Il vecchio e il mare” di Hemigway (che mi ha riconciliato con un autore che non amavo), “Il signore delle mosche” di Golding (una storia di sopravvivenza che mostra l’istinto ferino di ciascuno di noi) e “Caino” di Saramago (un altro capolavoro ucronico del premio Nobel portoghese).

In questi mesi sto poi rileggendo tutti i cicli di Isaac Asimov, che durante la mia adolescenza fu il mio autore preferito. Oggi lo amo meno, ma era un grande creatore di mondi. Da bambino, invece leggevo soprattutto Salgari, la cui fantasia è figlia della geografia.

Stephen King

Un autore che ho scoperto di recente e che considero dotato di una capacità narrativa straordinaria è Stephen King, di cui sto leggendo ora i romanzi del ciclo “La Torre Nera” (una citazione la trovate persino ne “La bambina dei sogni”).

Un altro autore che ho scoperto da poco è Joe R. Lansdale, quasi un “vice King” per la sua capacità di creare tensione e suspance, se non fosse che mi pare un po’ troppo ripetitivo nei suoi temi. C’è poi un autore di cui non riesco ancora a capire quanto sia geniale: Haruki Murakami. Tra gli autori orientali, presto attenzione anche al recente premio Nobel Mo Yan. Tra gli italiani, ultimamente sto apprezzando la tecnica, forse un po’ scolastica, di Valerio Massimo Manfredi. Tra gli ucronici dovrei forse approfondire la lettura di Philip Roth.

Se dovessi fare lo stesso elenco tra un mese lo farei di sicuro diversamente, come l’avrei fatto diverso un mese fa. I miei gusti letterari cambiano sempre, cerco sempre un autore che sappia stupirmi. Ogni tanto qualcuno ci riesce, ma poi devo trovarne un altro.
5) Ci spieghi come nasce il progetto di un tuo romanzo e come passi dall’idea alla realizzazione? 

 

Sono un autore che scrive per stratificazioni successive. Innanzitutto lotto contro le nuove idee. Questa è stata la prima cosa che ho imparato a fare. Sono sommerso da La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthalidee per nuovi romanzi. Cerco di tenerle da parte e di concentrarmi su quella principale e su quella costruisco la mia storia. Non devo permettere a nuove idee di interferire. La tentazione è di scrivere in contemporanea cento storie, ma già faccio fatica a portarne avanti una. Devo concentrarmi su quella. Di solito ho in mente una bozza di trama, ma nulla di troppo definito. Storia e personaggi prendono forma poco per volta, per aggiunte successive. La scrittura dei miei romanzi dura anni, anche perché posso dedicar loro poco tempo. Nel frattempo leggo molto. Ogni lettura mi fa crescere e cambiare. Ogni volta che rimetto mano alla storia sono diverso e questo si riflette nella scrittura, rendendola, credo, più ricca.

Credo che la scrittura a più mani, di cui ho fatto esperienza, per esempio con “Parole nel Web” o “Il Settimo Plenilunio”, sia utile a sviluppare aspetti diversi di una trama o di un personaggio. Se l’autore è uno solo, un effetto simile si ottiene con il tempo: rileggendo e riscrivendo la stessa storia a distanza di mesi è quasi come se a farlo sia una persona diversa.

Quando la storia sembra finita, nel senso che ci sono la prima e l’ultima pagina, l’incipit e il finale e tutto quello che sta nel mezzo, il mio romanzo non è affatto pronto. A quel punto sono forse a un terzo del lavoro. Iniziano le varie revisioni, riletture, riscritture. Fino al giorno in cui decido che, sebbene sarebbe possibile andare ancora avanti all’infinito, è tempo di confrontarmi con i lettori.

Saranno loro a dirmi se c’è ancora modo di migliorare. Lo facevano in passato con i loro commenti e le loro recensioni. Lo fanno ora anche con il “web-editing”.


6) Qual’è stato il primo lavoro che hai pubblicato? Ci vuoi parlare del rapporto con i tuoi editori? 

 

Carlo Menzinger presenta a Milano presso la FNAC la prima edizione de Il Colombo divergente

La mia prima pubblicazione fu “Viaggio intorno allo specchio”, una raccolta di poesie giovanili, edita nel 1989 da un editore romano. Fu un’esperienza che mi tenne alla larga dagli editori per un bel po’!

L’opera fu pubblicata monca, senza che potessi mai vedere le bozze di stampa. La promessa distribuzione e promozione non avvenne mai e, l’ammetto, fu anche la prima e unica volta che pubblicai con la formula del “contributo dell’autore”.

Fu solo nel 2001 che incontrai un nuovo editore, “Liberodiscrivere” dell’Architetto Antonello Cassan, che mi permise di pubblicare il romanzo “Il Colombo divergente” con un contratto semplice e pulito e che, nel suo piccolo, mi supportò nell’uscita.

Il rapporto è poi felicemente proseguito con varie opere successive, sia scritte che curate da me.

Ultimamente, però, pur non avendo problemi con loro, volendomi sentire più libero di perseguire il mio progetto di “web-editing” ho fatto ricorso alla piattaforma “Lulu”, grazie alla quale sono rimasto pienamente titolare dei miei diritti e posso fare nuove edizioni dei miei romanzi in qualunque istante voglia, senza attendere il momento opportuno del piano editoriale. I miei ultimi romanzi sono, infatti, usciti sia in e-book totalmente gratuiti scaricabili da www.menzinger.too.it, sia in cartacei prodotti da “Lulu” o “IlMioLibro” de La Repubblica, di cui ho ritirato di volta in volta le versioni superate da revisioni successive e ripubblicato la versione più aggiornata. Una libertà che neppure un editore flessibile, pur attrezzato con tecnologia “on-demand”, mi consentirebbe.
7) Hai un sogno nel cassetto, a cui ancora devi porre mano?

 

+Ahimé, ne ho infiniti! Innanzitutto, limitandomi a parlare di libri, vorrei poter pubblicare con un grande editore che voglia davvero investire in modo importante su un mio libro.

Ho poi tantissime idee che vorrei trasformare in romanzi. Sto ora lavorando soprattutto su una grande ucronia su Sparta. Finora ho scritto soprattutto allostorie che mostrano il momento in cui la Storia muta. Vorrei ora fare vedere come sarebbe il mondo molti secoli dopo una “divergenza”.

Sogno poi di scrivere un romanzo ispirato all’apocalisse, ma non pensate alle solite storie catastrofiche. È qualcosa che si ricollega piuttosto alla mia idea di poter sfruttare dal punto di vista letterario la “mitologia cristiana”. Ho anche abbozzato qualcosa sul nostro tempo, su questo mondo pieno di persone egoiste che pensano soprattutto al proprio comodo, senza badare alle conseguenze su

gli altri delle proprie azioni.

E poi… inutile pensare ad altro: solo per completare questi tre libri mi ci vorranno anni!

 

Prima di lasciarci vuoi dedicarci un pensiero, un aforisma, un verso… ?

Jorge Luis Borges

 

Questa è la domanda più difficile!

Forse potrei riportare la citazione che ho messo all’inizio del romanzo che sto scrivendo ora e che ci parla dell’ucronia ma anche del futuro e delle nostre potenzialità:

Credeva in infinite serie di tempo, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli.

Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli comprende tutte le possibilità.

(Jorge Luis Borges – Finzioni – Il giardino dei sentieri che si biforcano)

 

LE MENZOGNE DI UN AMORE IN AFFITTO

Dopo aver letto le prime pagine del romanzo di Dino BuzzatiUn amore”, avevo pensato di intitolare questa recensione “Elogio della prostituzione cattolica”. La storia comincia, infatti, con una descrizione del mondo delle case chiuse a Milano nel 1960.

Nell’incipit ci sono molti degli elementi della storia:

Un mattino del febbraio 1960, a Milano, l’architetto Antonio Dorigo, di 49 anni, telefonò alla signora Ermelina.”

In poco più di una riga, Buzzati, ci presenta il protagonista, una dei personaggi principali e ci fornisce utili elementi della scena. Nelle pagine immediatamente successive, sembra mostrarci il mondo della prostituzione come una sorta di tranquillo nido in cui rifugiarsi, un piccolo mondo nascosto nel più ampio spazio del perbenismo cattolico, ma non è di questo che parla il romanzo e non è questo il messaggio. Questa è solo l’ambientazione.

Buzzati ci parla invece proprio di Antonio Dorigo, questo borghese quasi cinquantenne la cui esistenza viene sconvolta dall’incontro con una puttana (non la prima per lui) di cui si innamorerà. Laide è una ragazzina non particolarmente bella, ma che conquista subito il cuore dell’architetto. Per legarsi a lei, Antonio non le chiede di sposarla, ma le offre una sorta di contratto di prostituzione a ore, una specie di lavoro part-time, un tempo da dedicare regolarmente a lui, non necessariamente per fare sesso, ma per stare assieme in una malata imitazione di rapporto amoroso se non di matrimonio. Lui si lascia coinvolgere da questa simulazione, illudendosi che la ragazza possa provare qualcosa per lui. Lei prende la cosa per quella che è e si prende gioco dell’amante (dato che è lui stesso ad averla messa in condizione di farlo), gli mente spudoratamente e continua la propria vita, nonostante la gelosia del non giovane protettore. Lui si sforza di crederle fin quasi alla fine.

per lui nulla esisteva fuori che lei, Laide, quella spaventosa precipitazione, e nel vortice egli non poteva neppure vedere il mondo intorno, tutta la restante vita anzi aveva cessato di esistere, non esisteva più, non era mai esistita, il pensiero di Antonio era interamente succhiato da lei, da quella vertigine, ed era un patimento era una cosa terribile, mai lui aveva girato con simile impeto, mai era stato così vivo.

Dino Buzzati

Il finale stranamente sembra citare il ciclo di romanzi di Stephen King che sto leggendo ora (“La Torre Nera”):

Nella notte si guarda intorno. Dio Dio che cos’č quella torre grande e nera che sovrasta? La vecchia torre che gli era sempre rimasta sprofondata nell’animo da quando era ragazzo. Della terribile torre però poco fa, nel turbine, si era completamente dimenticato, la velocità il precipizio gli avevano fatto dimenticare l’esistenza della grande torre inesorabile nera. Come aveva potuto dimenticare una cosa così importante, la più importante di tutte le cose? Adesso era là di nuovo si ergeva terribile e misteriosa come sempre, anzi sembrava alquanto più grande e più vicina.

Un amore” è stato ideato nel 1959 e pubblicato nel 1963. Gli otto romanzi del Ciclo della “Torre Nera” furono pubblicati dal 1982 al 1912. King dichiara di essersi ispirato al racconto “Childe Roland alla torre nera giunse” di Robert Browning. Anche Buzzati scrivendo quel paragrafo pensava allo stesso testo? Forse no, ma la coincidenza mi ha colpito.

Nel suo descrivere l’illusione d’amore di un uomo maturo verso una ragazza giovane, il romanzo fa pensare a “Lolita” di Nabokov (1955) o a “L’Angelo Azzurro” di Josef von Sternberg (1930).

È, insomma, più che opera di costume, sull’Italia del boom economico, piuttosto opera sulla debolezza umana, sulla potenza dell’amore, in grado di domare uomini maturi come ragazzini, di superare le convenzioni della morale vigente, di rendere l’uomo incapace di ragionare e di dominare i propri sensi.

La lettura parte bene e la storia regge anche nell’insieme, ma devo confessare di aver provato una leggera stanchezza nel finale, forse per un certo eccesso di dubbi e di riflessioni del protagonista (ma non dicono che è questo anche il difetto del mio “La bambina dei sogni”?). Certo non mi è parso pari a quel capolavoro, scritto da Buzzati, che è “Il Deserto dei Tartari” e, forse, gli ho preferito persino “Sessanta Racconti” e “Il Segreto del Bosco Vecchio”, ma rimane comunque una buona lettura, piacevole anche a distanza di oltre sessant’anni.

QUANDO È IL MOMENTO

Che cosa vi aspettate da un romanzo intitolato “Il Peso della Farfalla”? Prima di iniziare a leggere questo libro di Erri
De Luca
non avevo pensato molto a quel che stavo per leggere, però, in linea di massima mi aspettavo qualcosa che potesse avere a che fare con quella teoria storiografica secondo la quale il battito d’ali di una farfalla può provocare un terremoto al lato opposto del mondo o, comunque, mi aspettavo una storia che parlasse di uomini, con qualche metafora sulle farfalle.

Mi sono trovato, invece, subito proiettato in un mondo di animali. Orsi, stambecchi, farfalle e, soprattutto, camosci. I protagonisti sono proprio loro, i camosci e la farfalla sembra solo una fugace comparsa. Poi, entra in scena l’uomo, il cacciatore. Un vecchio cacciatore stanco, che punta il Re dei Camosci, un camoscio grande e vecchio come pochi, uno che è sopravvissuto a molti inverni e molte caccie.

Il camoscio è padrone dei monti e prende il cacciatore di sorpresa. Potrebbe schiacciarlo o farlo precipitare, ma lo risparmia e lo fissa immobile. L’istinto dell’uomo è feroce. Imbraccia il fucile e spara. Capisce subito di aver superato un limite. Quella sua insensibilità sarà l’ultima. Decide che non caccerà più. Si carica il pesante camoscio in spalla, ma è già un uomo diverso, svuotato. Basta allora una farfalla, che si posa sul suo fardello, per farlo crollare. Il peso della farfalla è il peso della coscienza o forse no, ma è comunque il peso sotto cui muore. Perché quello era il momento. Lo sapeva il camoscio. Lo sapeva il cacciatore. Se il Destino è scritto, basta una farfalla per realizzarlo. Saranno sepolti assieme, perché il camoscio ormai è parte di lui.

Questo racconto lungo è una piccola favola, densa di natura, che si lascia assaporare come un paesaggio di montagna. Qui la scrittura di De Luca, sebbene si lasci un po’ andare nel confondere la narrativa con la poesia, riesce a mantenersi più saldamente nei canoni della prosa che non in “Tre Cavalli”, dove l’uso delle frasi a effetto mi era parso davvero eccessivo.

Erri De Luca

Erri De Luca

Completa il volumetto un altro racconto, ancora più breve, sull’incontro tra un uomo e un albero, al momento dell’arrivo del fulmine.

Due racconti, dunque, dove l’uomo, solitario, affronta una natura che sa essergli maestra, in cui ogni cosa segue il suo corso e l’uomo poco può fare per mutarlo. Una prova di scrittura più felice di “Tre Cavalli” per De Luca, anche se la difficoltà di riempire delle pagine con trame così esili, un po’ si sente.

 

Firenze, 22/02/2013

 

 

 

DELLA NASCITA E DELLA MORTE

Accabadora- Michela Murgia

Accabadora- Michela Murgia

Accabadora” di Michela Murgia è un bel romanzo che parla di cose essenziali: la Vita e, soprattutto, la Morte. Forse è bello proprio per questo. L’occhio con cui guarda è particolare. Ci mostra il rapporto particolare dei sardi (ma solo di alcuni di loro) con la Nascita, la Vita e la Morte. Nel farlo parla a tutti noi, alle nostre anime.

L’accabadora, in sardo, è colei che “termina” (mi viene in mente il Terminatore de “Il Colombo divergente”, il mio romanzo che maggiormente parla di Nascita, Vita e Morte). L’accabadora è l’ultima madre, colei che toglie la vita, come la prima madre l’ha data. Il suo è un gesto buono, di misericordia, di eutanasia.

Maria è una figlia dell’anima, una bambina “ceduta” dalla propria famiglia a una donna più ricca, l’accabadora, ma senza figli.

Michela Murgia

Michela Murgia

Dunque questa donna che mai è stata veramente madre, si trova a esserlo due volte, come madre dell’anima e come madre dell’ultimo gesto. Maria avrà in questa vecchia la sua nuova famiglia. Imparerà ad amarla. Ne scoprirà con raccapriccio l’occupazione estrema e, dopo averla aspramente criticata, si troverà quasi a imitarla, ma la Morte sarà più veloce di lei, evitandole questo peso. Perché l’eutanasia non è qualcosa che si somministra a cuor leggero, neppure in quelle terre aspre. Il peso di simili gesti continua a gravare sull’anima e non trova l’approvazione di tutti, ma in alcuni diventa risentimento.

Firenze, 28/12/2011

I LIMITI DELLA CATALOGAZIONE

IF - Insolito & Fantastico n. 11 - Mainstream

IF – Insolito & Fantastico n. 11 – Mainstream

Attribuire delle etichette ai libri è una tentazione forte per chi se ne occupa. Può essere utile a far capire, con una parola o poco più, con che tipo di romanzo il lettore avrà a che fare. Il problema è che, spesso, i romanzi non sono catalogabili o, quasi sempre, una loro etichettatura comporta gravi perdite informative.

Come autore, sono spesso tormentato da questa dicotomia.

Ho trovato comodo definire alcune mie opere ucronie, altre thriller, altre surreali o fantascientifiche, ma sono categorie a cui sento che nessuno dei miei scritti appartiene in toto, sia perché difficilmente ne rispetta i canoni, sia perché sempre dense di altri contenuti, che poco hanno a che fare con il genere.

Leggendo il numero 11 della forse ancora troppo poco nota rivista monografica “IF – Insolito & Fantastico”, edita da Tabula Fati e curata da Carlo Bordoni, che porta, nell’ottobre 2012, il titolo “Mainstream” e il sottotitolo “Quando la letteratura italiana incontra la fantascienza”, questo problema mi si è riaffacciato dolorosamente alla mente.

Forse il sottotitolo sarebbe dovuto essere più correttamente “Quando la letteratura italiana incontra il fantastico”, dato che di quest’ultimo vengono trattati oltre alla science-fiction, anche l’horror, il noir, la fantapolitica, la distopia, l’utopia, l’ucronia e… insomma, come vedete, anche qui le etichette si moltiplicano, proprio perché, soprattutto quando si parla di letteratura ufficiale, di mainstream, i confini sono assai difficilmente tracciabili.

Questo è un numero che trascina per le continue affascinanti scoperte che ogni articolo porta con sé, soprattutto chi, come il sottoscritto, fa della scrittura solo un hobby e quindi ha una conoscenza dilettantistica della letteratura.

Credo comunque che persino non pochi professori di letteratura di liceo (spero non gli accademici, ma non lo escluderei) magari possono sapere che Primo Levi, che era anche un chimico, è stato autore fantascientifico, che Italo Calvino con “Le Cosmicomiche” e “Ti con Zero” si muoveva nei pressi della fantascienza, che Anna Maria Ortese era autrice fantastica, che Paolo Volponi era autore apocalittico e certo non catalogherebbero Guido Morselli altro che come autore fantascientifico (sarebbe invece più corretto dirlo ucronico) e saprebbero della scrittura fantastica di Giorgio Manganelli. Magari però ignorano l’importanza di Curzio Malaparte come autore ucronico e fantapolitico o l’attività fantascientifica di Riccardo Bacchelli, non pensano a Giorgio Bassani come autore noir, a Mario Soldati o, addirittura, a Corrado Alvaro, come a scrittori utopico-fantascientifici o – udite udite – a Beppe Fenoglio come maestro dell’horror, che si ispira a Edgar Allan Poe.

Italo Calvino

Italo Calvino

Del resto, come è ben raccontato nell’articolo di Arielle Saiber “I Dischi volanti non sbarcano a Lucca” (a pag. 100), trovare il nome anche di un solo autore italiano importante che sia definito fantascientifico è quanto mai difficile.

Sul tema, mi viene, in mente la recente antologia “Vampiriana” curata da Antonio Daniele (anche lui ha scritto su IF), che cita tra gli autori di romanzi gotici persino l’avventuroso Emilio Salgari (di cui non va dimenticato il romanzo fantascientifico “Le Meraviglie del 2000”).

Se la commistione tra letteratura “ufficiale” e fantastico è senz’altro vera per la letteratura italiana del secolo scorso (di cui si occupa la rivista), quanto è più vero per la letteratura contemporanea internazionale, dato che oggi i confini tra i generi sembrano essersi persi. Mi basta pensare ad alcune mie letture recenti come “Il Supplizio del Legno di Sandalo” del Premio Nobel per la Letteratura nel 2012 Mo Yan, dove non mancano gli elementi soprannaturali e fantastici inseriti in un affresco storico, ai forti elementi fantastici delle opere di Haruki Murakami (che non credo sia di norma considerato autore fantasy o fantascientifico), anch’esso prossimo a prendere il Nobel l’anno scorso,  alla magia della narrazione di José Saramago (altro Nobel), alla rilevanza della scrittura di un autore apocalittico come il geniale Cormac McCarthy, agli angeli di Anatole France, ai mondi onirici o futuristici di Ian McEwan, al recente successo planetario di autrici fantastiche come J.K. Rowling o fantascientifiche come  Suzanne Collins (quanti dei loro lettori pensano a queste etichette?), alle distopie di Kazuo Ishiguro, al paranormale in Jorge Amado, ai viaggi psico-cronici della Niffenegger.

Beppe Fenoglio

Beppe Fenoglio

Insomma, una lettura che porta con sé riflessioni interessanti. Tra l’altro, da questo numero la rivista ha abolito la parte narrativa, che conteneva alcuni racconti, diventando solo una raccolta di brevi saggi e articoli, quasi tutti incentrati sul tema principale. Dunque, sempre più i volumetti di questa rivista (in formato libro tascabile) sono una sorta di piccola enciclopedia del fantastico, da conservare in libreria per future consultazioni.

 

Firenze, 19/12/2013

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: