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LA FALSA FANTASCIENZA DELLA LESSING

Risultati immagini per shikasta doris lessingPenso non sia giusto valutare un autore leggendone un solo libro. Per essere del tutto giusti si dovrebbe leggere tutto ciò che ha pubblicato, ma il tempo è limitato e i libri da leggere sono una quantità sterminata. Al ritmo di 50 l’anno (circa uno la settimana), in 50 anni se ne possono leggere 2500. Pochissimi! Come si può allora dare una seconda possibilità a un autore o un’autrice che di cui abbiamo letto qualcosa che non c’è piaciuto? A volte lo faccio. È persino più facile che legga due volte un autore che non mi è piaciuto di uno che ho apprezzato, perché cerco di capire se mi sono sbagliato nel mio giudizio, se, magari, ho scelto il libro sbagliato. Non riesco a credere che un libro non mi sia piaciuto!

Tornare a leggere tre volte un autore che proprio non funziona è uno sforzo notevole, ma quando mi scontro con grandi firme, autori di classici immortali, di bestseller dal successo planetario, premiati con i massimi riconoscimenti internazionali che al primo colpo non mi sono piaciuti e neppure al secondo, può essere che provi una terza volta. Con Hemingway è andata così. Leggendo “Il vecchio e il mare” ne ho finalmente colto la grandezza. Con Dostojevsky non c’è ancora stato verso di digerirlo.

Di Doris Lessing, premio nobel nel 2007 e scomparsa nel 2013, avevo letto prima “Martha Quest” e poi, da poco, ho letto “Memorie di una sopravvissuta”. Ho già scritto perché questi libri non mi hanno convinto. “Memorie di una sopravvissuta”, però, era solo il primo tentativo di fantascienza di quest’autrice, così ho voluto provare una sua opera più matura e importante. Ho affrontato così “Shikasta”, un testo del 1979, primo volume del ciclo “Canopus in Argos: Archivi”.

Martha Quest” partiva bene ed era persino ben scritto. “Memorie di una sopravvissuta” aveva un’idea che mi piaceva ma era, invece, scritto davvero male. Entrambi, inoltre, mi sono parsi superficiali, soprattutto considerando il riconoscimento ottenuto dalla Lessing.

Anche “Shikasta” parte con un buon respiro. Credo che i “creatori di mondi” siano tra gli autori quelli più fantasiosi e geniali e quello che stavo cominciando a leggere era la storia di un mondo inventato: ottimo!

Solo che presto la Lessing si perde in una totale astrattezza. Recupera quando, con una sorta di mini antologia di racconti, presenta alcuni Risultati immagini per shikasta doris lessingpersonaggi, denominato semplicemente Individuo 1, Individuo 2 e così via. Ci troviamo finalmente con storie che parlano di esseri viventi e non di grandi masse indistinte di popolazione (nulla contro questo genere di descrizione, se fatto bene, ma la qualità qui è ben scarsa). Se questi Individui avessero avuto un nome e una vera collocazione spazio-temporale, forse avremmo potuto cogliere qualche barlume della loro anima, ma questa evidentemente non era l’intenzione della Lessing. Il testo è scritto come una sorta di rapporto di un osservatore alieno al suo governo e quindi la scarsa “individualità” di questi Individui ha persino un senso! Quanto meno, qui non ci sono le ripetizioni di aggettivi che tanto mi hanno infastidito nella precedente lettura.

Ho trovato, però, spiazzante trovarmi proiettato all’improvviso dentro queste storie così terrestri. Che fine avevano fatto i Giganti e gli alieni di cui la voce narrante aveva dissertato fino a poco prima. Come mai eravamo stati scagliati sulla Terra, a seguire le vicende di un ragazzo rivoluzionario di sinistra, di una simpatizzante del terrorismo e simili vicende? No. Non siamo sulla Terra, ma sul pianeta Shikasta. Ah sì? E le astronavi dove sono finite? D’un tratto si ha la sensazione di essere in Europa o in America nel 1970. Poi la storia riprende parlando di conflitti tra nord e sud, bianchi e neri, di storie di colonizzazione e di missionari, di persecuzioni di ebrei e si parla persino di Mediterraneo e di Germania, oltre che di Lande del Nord Ovest e altre simili denominazioni di fantasia. Ebrei e Germania?

Ok, allora forse Shikasta è solo la Terra come la vedono gli alieni. Va bene. Ci può stare. Ma perché venirci a raccontare di un mondo identico in tutto e per tutto al nostro, solo cambiandogli il nome e mantenendosi sul vago. Infatti, poi, i dettagli aumentano e scopriamo che Shikasta è proprio lei, la nostra cara vecchia Terra, il terzultimo pianeta prima del Sole! Incontriamo ancora brevi storie di altri Individui (qui definiti in un altro modo).

I personaggi sono, però, ancora meteore inconsistenti che ci sfrecciano alte sopra la testa e che non riusciamo ad afferrare (si salvano solo la brevissima scena della ragazza ricca che vive in una sorta di comune e dorme davanti alla porta del suo ex, che ora dorme con un’altra, e più avanti il racconto del “gatto padre” che alleva i cuccioli di una micia ritardata, anche se non è chiaro cosa c’entri una storia così di dettaglio e delicata in questo affresco interplanetario), l’assenza di veri riferimenti geografici e storici in tutta la prima parte dell’opera, nonostante il parlare di continenti noti e di Prima e Seconda Guerra Mondiale e di colonialismo e di sfruttamento dei poveri e delle donne, rende tutto evanescente e avvolto in una nebbia troppo densa.

Risultati immagini per shikasta doris lessingMentre sono a metà della lettura, mi chiedo ripetutamente che senso abbia questo trucco meschino di mascherare da fantascienza una storia del mondo che non è neppure narrativa ma solo un tentativo di raccontare a ruota libera cose ben note, senza aggiunger loro un bel nulla, ma anzi togliendogli proprio la parte più importante, la personalizzazione e l’anima. I nomi sono importanti. Senza nomi siamo solo Individui. Forse è questo il messaggio. Forse il senso di questa storia, penso leggendo, è dirci: guardatevi, non siete nessuno, il vostro mondo è uguale a migliaia di altri, uno dei tanti studiato da una razza aliena che vi vede come formiche da laboratorio o forse meno.

Concetto apprezzabile, risultato modesto. Prima di capire che Shikasta è proprio la Terra, mi sono più volte chiesto se per fare questo fosse necessaria la finzione di Shikasta? Non bastava lo sguardo esteriore di qualche osservatore esterno, alieno o meno? Doveva creare un pianeta gemello del nostro? Poi, scopro che è questo che la Lessing sta facendo (o provando maldestramente a fare): quello che leggiamo è il rapporto di un alieno, Johor, che parla di noi, ma nel frattempo la lettura mi irrita e penso: Se crei mondi, porco cane, crea! Se vuoi fare metafore, falle. Che senso ha farmi vedere “Individui” identici a noi? Che senso ha parlare di conflitti razziali tra una razza dalla pelle bianca e una dalla pelle nera, se quello che fanno è ciò che sta scritto nei libri di storia. Qual è il contributo di questo libro al nostro divertimento? Qual è il suo contributo a una miglior conoscenza del nostro mondo? In cosa ci offre una visione diversa delle cose? Vuoi far osservare la terra e gli uomini da uno sguardo alieno? Splendido, ma questo sguardo deve essere diverso dal nostro, altrimenti l’esercizio è inutile e gli spettatori si annoiano.

Sto ancora pensando così quando le pagine del libro si aprono su tre nuovi personaggi, totalmente umani e reali, tre ragazzini, una sorella e due fratelli gemelli eterozigoti. Hanno persino dei nomi! George, Benjamin e Rachel. Vivono in nord Africa. La Lessing ci parla della loro infanzia e giovinezza mostrando la difficoltà dei loro rapporti reciproci. È una storia vera e piena. Un buon numero di pagine che da sole sarebbero state un bel racconto degno di apprezzamento. Posso immaginare anche una certa dose di autobiografia in questa famiglia inglese che vive in Africa, come è stato per l’autrice. Poi i tre ragazzini crescono, cominciano a fare delle attività nel sociale e la storia diventa più noiosa. M’illudo però che la direzione del romanzo ormai sia questa e pur non avendo della buona fantascienza si possa almeno leggere della buona letteratura, ma riecco i mondi alieni e una serie di chiacchiere vaghe.

La scena poi si sposta su una sorta di convegno-processo internazionale ambientato in un vecchio teatro greco. Un luogo in cui popoli diversi della Terra-Shikasta si confrontano e accusano e autoaccusano per tutte le nefandezze che l’uomo ha compiuto nella storia contro altri uomini. Il punto di vista si mantiene ancora troppo alto e distante dalla scena. Scorgiamo solo formiche.

Poi si torna a parlare dei mondi alieni di Sirio, dell’Impero galattico di Canopus, del malefico pianeta Shammat dell’Impero di Puttiora.

Scopriamo così, in poche righe che avrebbero meritato ben altro approfondimento, che Shammat e Puttiora si nutrono degli effluvi della violenza umana, un po’ come gli antichi Dei si nutrivano dei fumi dei sacrifici. I due Imperi si fronteggiano sopra le nostre teste e noi non ce ne accorgiamo! È questo il motivo della violenza su Shikasta? Forse bisognerebbe leggere gli altri volumi della serie per capirlo meglio.

Fino a qui di fantascienza vera però ce n’è ben poca, anche perché questi influssi del buon impero di Canopus e del malvagio impero di Puttiora non hanno effetti diretti e immediati sulla Terra… pardon, Shikasta.

Poi ecco la Terza Guerra Mondiale. Beh, questo è certo un evento immaginario, ma un conflitto di tale portata scivola via che neanche ce ne accorgiamo e siamo già in un mondo post-apocalittico. Comunità umane cercano di ricostruire la civiltà. Parrebbe vera fantascienza, ma aver scelto come stile il rapporto, anziché il romanzo rende vaga anche questa parte. Ritroviamo George. Il fratello e la sorella sono morti e lui è proprio lui? Sembra piuttosto che sia una sorta di reincarnazione dell’inviato di Canopus, Johor.

E siamo finalmente alla fine, tirando un sospiro di sollievo, perché è stata davvero una lettura faticosa e travagliata e di rado piacevole.

Continuare con i prossimi volumi? Penso che, almeno per ora, non lo farò, anche se mi è capitato di non amare troppo il primo volume di un ciclo e poi apprezzare molto l’intera serie. Parlo per esempio de “L’ultimo cavaliere”, primo volume della “Torre Nera”. Prima di passare al secondo volume ho impiegato qualche anno, ma per fortuna l’ho fatto. In quel caso però l’autore era il grande Stephen King, uno dei migliori autori di sempre e forse il miglior autore vivente. Altri suoi libri mi erano piaciuti e dargli credito mi è stato più facile. La Lessing l’ho letta tre volte e ha perso tutte e tre le volte.

Se uno perde tre a zero, dubito che in una nuova partita possa fare molto di meglio!Risultati immagini per terza guerra mondiale

 

Riassumendo:

  • Nonostante alcuni aspetti fantascientifici, non oserei definirla fantascienza. La Lessing ha definito questo ciclo Space Opera, ma anche questo genere è altra cosa. Chiedetelo a Dan Simmons.
  • Ci sono alcune parti pregevoli, ma sono sommerse tra altre piuttosto noiose.
  • È un’opera confusionaria e discontinua che alterna parti tra loro troppo diverse per riuscire a stare assieme;
  • La scelta della forma del “rapporto” non è rispettata per molte pagine, ma, quando lo è, dà alla narrazione una freddezza e astrattezza che potranno anche essere volute, ma non avvicinano il libro al lettore.
  • Si tratta del primo volume di una serie. Per inquadrarlo correttamente andrebbe letta per intero, cosa che questo primo libro non mi induce a fare.

ADOLESCENZA E AMORI DI UNA SUDAFRICANA

Doris Lessing

Doris Lessing

Il 17 novembre 2013 è morta la scrittrice britannica Doris Lessing. Poiché mi riprometto di approfondire la conoscenza degli autori che hanno vinto il Premio Nobel, essendo appena uscito, abbastanza deluso, dalla lettura de “Il percorso dell’amore” della neo-premiata Alice Munro, ho voluto procedere in questo intento leggendo qualcosa della vincitrice del Nobel nel 2007 appena scomparsa.

Tra i volumi disponibili avevo “Martha Quest” e l’ho quindi letto. Il volume della Munro appena finito era una raccolta di racconti, forma narrativa che non amo molto. La mia prima reazione al testo della Lessing è stato dunque un sospiro di sollievo: sentivo un diverso respiro narrativo, a me più congeniale.

Purtroppo la sensazione positiva si è molto smorzata proseguendo la lettura.

Ovviamente si tratta di un romanzo scritto assai bene, con bei personaggi, compresa la protagonista Martha Quest, eppure la lettura non mi ha soddisfatto.

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Doris Lessing, autrice più anziana a ricevere il Nobel (a 88 anni), ha scritto oltre cinquanta libri, dalla fantascienza alla politica

La prima delusione è stata il classico “tradimento del lettore”, che ha assunto un duplice aspetto, uno imputabile a me come lettore e l’altro forse maggiormente all’autrice.

Il lettore viene tradito quando si aspetta qualcosa e trova altro tra le pagine. Il primo tradimento riguarda la mia illusione di trovare, leggendo un nobel, un bestseller o un classico, un romanzo di qualità nettamente superiore alla media. È una mia colpa. Non ci si dovrebbe illudere in tal senso, eppure quando leggo un autore sconosciuto è per me più facile rimanere positivamente colpito, perché da lui non mi aspetto nulla e tutto quel che trovo in più dello zero sono punti a suo favore. Verso gli autori famosi sono molto meno tollerante: mi aspetto tutto e ogni cosa che non trovo è per me un macigno che affonda la mia valutazione del testo.

Il secondo tradimento sta nel titolo, nel sottotitolo e nell’ambientazione. Quando ho cominciato a leggere non sapevo nulla dell’opera. Nulla tranne quanto scritto in copertina. “Martha Quest” è il nome di un’adolescente sudafricana. “Quest”, però, in inglese vuol dire anche “ricerca”. Dalle prime pagine, con le inquietudini della giovane Martha, mi aspettavo che questo titolo celasse in sé un doppio significato e che questa inquietudine giovanile si riversasse verso una “ricerca” del senso della vita. In parte ciò avviene, ma più che cercare il senso delle cose, Martha cerca l’uomo giusto con cui vivere! Questo sposta il romanzo nel campo sentimentale, genere che amo poco.

Fin dalle prime pagine si capisce che stiamo parlando di una ragazza bianca che vive, nel periodo tra le due guerre mondiali, in Sudafrica. Mi aspettavo quindi, soprattutto in quanto opera scritta da un’autrice tanto importante, che la storia evolvesse mostrandoci gli orrori del razzismo (sudafricano se non anche nazista). Del resto il sottotitolo (inventato degli editori o dell’autrice?) inganna in tal senso, essendo “Children of violence”. Non che desiderassi vedere violenza, ma mi aspettavo una storia maggiormente impegnata. Sono invece pochissima cosa, in termini di denuncia del razzismo, i rapporti della ragazza con i fratelli ebrei Coen. Per un bel po’ di pagine sembra peraltro che il solo, blando, problema razziale del Sudafrica siano i rapporti tra cristiani ed ebrei!

Poi si arriva all’”apice” del razzismo di questo romanzo con una scenetta da telefilm: i ragazzi bianchi che in un circolo, attorniati dagli impassibili servitori indigeni, ballano una parodia di danza africana e, alla fine, invitano, neanche troppo sgarbatamente, uno dei servitori neri, a ballare anche lui. Questo rifiuta e loro se la prendono, ma non passano alla violenza: tutto lì!

Possibile che sul razzismo ci sia da dir così poco? Evidentemente l’autrice non mirava a questo, ma allora perché ambientare la storia in Sudafrica? Forse semplicemente perché quello era quasi il suo mondo, dato che Doris Lessing (nata il 22/10/1919 a Kermanshah in Iran, da famiglia inglese) dal 1925, visse in Rhodesia con la propria famiglia. Insomma, sento più un intento autobiografico che di altra natura. Del resto i molti amori della giovanetta mi fanno pensare al doppio divorzio della Lessing (non so, peraltro, che genere di vita sentimentale abbia avuto).

Anche l’impegno sociale di Martha è quanto mai superficiale, basato soprattutto sulla scelta di un certo tipo di letture. Insomma, ancora poca cosa per un’autrice che nel 2001 fu premiata con il Premio Príncipe de Asturias nella categoria Letteratura per le sue opere in difesa della libertà e del Terzo Mondo.

Pare che Doris Lessing, pur candidata anche in precedenza al Premio Nobel, non l’abbia ottenuto prima del 2007 per lo scarso apprezzamento della letteratura mainstream verso la sua produzione fantascientifica, mentre, dicono, che quando le chiedevano quali fossero le sue opere migliori, lei citava la serie fantascientifica “Canopus in Argos”. Essendo io ormai quasi convinto della superiorità della letteratura fantastica rispetto al mainstream, penso che il prossimo romanzo della Lessing che potrei leggere sarà “Shikasta”.

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