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L'Aleph di Borges

L'aleph - Jorge Luis BorgesQuello che mi affascina maggiormente in Jorge Luis Borges e, in particolare, nella raccolta di racconti “L’Aleph” è la costruzione apparentemente Jorge Luis Borges“scientifica” di mondi, personaggi e letterature immaginarie. Processo che sento particolarmente vicino al mio modo di percepire la scrittura, soprattutto in rapporto all’ucronia, che reinventando la Storia, segue un processo similare.

Incanta in Borges la ricchezza di riferimenti culturali, che sono però un abile miscela di realtà e fantasia. Elenchi di citazioni che alternano nomi veri e talora immortali a nomi semi sconosciuti e spesso inesistenti, confondendo e disorientando volutamente il lettore che stenta a riconoscere la verità e persino il pensiero dell’autore.

Non stupisce che nel libro più volte compaia il tema del labirinto, perché se puòAleph esserci una metafora di questo tipo di scrittura questa è proprio il labirinto, uno spazio in cui è bello, spaventoso e spesso divertente perdersi, per provare il gusto, poi, di ritrovarsi. La ricostruzione del mito del Minotauro, vista dalla parte del mostro, mi pare, in effetti, uno dei racconti più felici della raccolta.

Alcune intuizioni sono geniali e folgoranti, come, ad esempio: “nulla è meno materiale del denaro, giacché qualsiasi moneta (una moneta da venti centesimi, ad esempio) è, a rigore, un repertorio di futuri possibili. Il denaro è un ente astratto, ripetei, è tempo futuro”. Il denaro è tempo futuro! Quale definizione del denaro è più precisa e nel contempo profonda di questa?

Vi sono poi riflessioni che racchiudono complesse filosofie, bruciate con poche parole come “Secondo la dottrina idealista, i verbi vivere e sognare sono rigorosamente sinonimi”.

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$ Origini e significato dell’Aleph

BORGES E LE FINZIONI UCRONICHE

BorgesParlare di un capolavoro della letteratura mondiale di cui molti altri hanno scritto assai più autorevolmente del sottoscritto non è certo impresa facile e non avrò la presunzione di provarci. Mi voglio qui limitare solo ad alcune riflessioni personali sulla raccolta di racconti “Finzioni”di Jorge Luis Borges, che ho letto nella traduzione di Franco Lucentini per Einaudi.
Si tratta di un libro affascinante per la moltitudine di stimoli intellettuali che offre descrivendo numerosi libri “inesistenti”.
Quale autore nel leggere queste pagine non si sente tentato dal desiderio di scrivere almeno uno di questi libri ancora non scritti? Chi non vorrebbe, come si legge nel racconto “Le rovine circolari”, “sognare un uomo (…) sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà”?
Di questo romanzo così particolare, nel quale l’autore si cimenta con la descrizione di libri immaginari, mi ha interessato, tra le altre cose, l’aspetto “ucronico” di alcuni racconti. Sebbene il libro non possa certo definirsi allostorico, vi ho colto alcuni riferimenti in tal senso. Innanzitutto l’aver immaginato dei libri di fantasia e i loro relativi autori inesistenti, collocandoli in uno spazio temporale reale, con precisi riferimenti storici e geografici, fa somigliare il processo creativo dell’autore a quello seguito dagli ucronici, Borgescon la differenza fondamentale che nessun interesse mostra Borges per la “trasformazione” della Storia, per la descrizione di presenti o passati divergenti.
Che Borges si avvicini (fino ad un certo punto) alla concezione ucronica del tempo si intuisce anche da quanto dice di uno dei suoi personaggi nel racconto “Il giardino dei sentieri che si biforcano”: “Credeva in infinite serie di tempo, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli. Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli comprende tutte le possibilità. Nella maggior parte dei tempi noi non esistiamo; in alcuni esiste lei e io no; in altri io e non lei; in altri entrambi.” Non è questa una concezione ucronica del tempo?
Non per nulla il romanzo che, in questo stesso racconto ha scritto il personaggio Ts’ui Pên, è un “labirinto” di storie che si biforcano, di infinite possibili alternative. A qualcosa del genere avevo pensato anch’io scrivendo “Il Colombo divergente”: farne un romanzo in cui Cristoforo Colombo una volta scoprisse l’America ma non facesse ritorno, un’altra guidasse gli aztechi verso l’Africa, un’altra arrivasse in Giappone e così via per varie possibili storie, poi mi limitai a scrivere un romanzo in cui, Finzioni - Jorge Luis Borgesimprigionato dagli aztechi, è costretto da questi a guidarli verso la Spagna. Un romanzo, “Il Colombo divergente”, che scoprii poi essere un’ucronia (ma che non avevo immaginato come tale scrivendolo).
Un altro processo in qualche modo “ucronico” che mi pare di scoprire in queste pagine è nel racconto “Pierre Menard, autore del Chisciotte” in cui il protagonista si propone di “produrre alcune pagine che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel Cervantes”. Il protagonista voleva cioè arrivare a riscrivere un libro partendo da un diverso contesto storico, da un diverso autore e da tutte le possibili differenze che possono esistere trDon Chisciotte a un Pierre Menard e un Miguel Cervantes ma producendo la medesima opera. E cosa fa, invece, un autore ucronico? Riscrive il libro della Storia per produrre una nuova vicenda, un nuovo passato ed un nuovo presente. I due processi possono sembrare diversi ma è pur sempre “riscrittura” di qualcosa di esistente. Potremmo immaginare, ad esempio, un racconto ucronico che produca, nonostante tutte le possibili divergenze, un presente uguale a quello attuale. Quando l’ucronia segue un simile procedimento siamo nei pressi di un altro genere letterario, la fantascienza, con i suoi paradossali viaggi nel tempo, in cui una variazione del passato ci restituisce il medesimo presente da cui il protagonista è partito.
Cosa dire, poi, della “Enciclopedie immaginarie” cui più di una volta accenna Borges in questi racconti? Come potremmo pensare una simile Enciclopedia in cui la Storia non sia trattata almeno una volta come Ucronia? Come una simile Enciclopedia potrebbe non contenere almeno una vita alternativa di Cristoforo Colombo in cui il navigatore riporti indietro gli aztechi o in cui Giovanna D’Arco non muoia sul rogo (come ho immaginato nel mio “Giovanna e l’angelo”)?
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