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LE MERAVIGLIE DELLE BIOTECNOLOGIE

Se dovessero indicare quale sia la tecnologia dominante e caratterizzante della nostra epoca, immagino che molti di noi indicherebbero l’informatica o, più ampiamente, l’elettronica oppure, in modo più ristretto, internet. Eppure in questi anni c’è un’altra tecnica che sta facendo grandi progressi: la biotecnologia o, se preferite, l’ingegneria genetica.

Il saggio di Jeremy RifkinIl secolo biotech”(sottotitolo “Il commercio genetico e l’inizio di una nuova era”) affronta l’argomento con ricchezza di dettagli, esaminandolo da più punti di vista, sia di applicazioni realizzate e di prospettive di sviluppo, sia di problematiche ambientali o sociali.

Per chi non si occupi abitualmente di queste cose, il libro sebbene non recentissimo (essendo stato pubblicato in Italia nel 1998 da Baldini & Castoldi), offre una carrellata di esempi di applicazioni pratiche che riescono a stupire e sembrano quasi fantascienza, sebbene già concretamente realizzati.

Come non stupirsi di fronte a microrganismi in grado di nutrirsi di metano, tecniche in grado di ricostruire interi organi partendo da una singola cellula, metodologie di screaning per la ricerca di malattie genetiche, sistemi per evitare tali malattie, trasformazione di specie animali o vegetali, mescolanza di geni tra specie tra loro diversissime?

Se, da una parte, Rifkin ci mostra le grandi potenzialità delle biotecnologie per curare malattie, nutrire un pianeta sempre più sovraffollato, creare cibi e medicine migliori e persino risolvere i problemi dell’inquinamento atmosferico, dall’altra ci mette in guardia sui problemi etici della manipolazione genetica, sui rischi ambientali derivanti dall’introduzione in natura di specie modificate, sulle implicazioni sociali di diversi sistemi riproduttivi, dalla clonazione, alla creazione di in vitro di individui.

Un solo argomento per me rilevante, mi pare, non venga trattato da Rifkin: l’utilizzo dell’ingegneria genetica per la terraformazione. Credo, infatti, ci sia un senso nel fatto che l’evoluzione sia arrivata a creare una specie come l’uomo, che sta depauperando delle proprie risorse il pianeta, sterminando le specie, riducendo la biodiversità a ritmi impressionanti. Il nostro pianeta si stia indebolendo dal punto di vista della biodiversità e questo lo rende fragile. Se la Terra può essere vista, nel suo insieme, come un grande organismo vivente, se ogni organismo mira a sopravvivere e a riprodursi e se la Terra sta morendo, forse lo fa perché questo processo ha anche permesso di creare una civiltà tecnologica che è oggi finalmente in grado di replicare la vita terrestre su un altro pianeta, o meglio di creare nuova vita su altri mondi, non necessariamente uguale a quella che conosciamo. Non mancano infatti in natura esempi di creature che privilegiano la riproduzione alla sopravvivenza individuale.

Se siamo in grado di creare organismi che si nutrono di metano, questi o altri simili non potrebbero vivere del metano presente nell’atmosfera di Marte contribuire a creare un’atmosfera più vivibile, liberando ozono che possa schermare le radiazioni ultraviolette? Non potremmo creare (o ci siamo già riusciti?) microrganismi che si nutrano di biossido di carbonio e sopravvivano ad alte temperature, per popolare l’atmosfera di Venere e magari, nel corso dei millenni, produrre ossigeno, trasformando quindi l’aria del pianeta, rendendolo abitabile anche per altre forme di vita?

Certo sono processi che richiederebbero tempi che vanno al di là delle durate cui siamo abituati a pensare, ma sarebbe il nostro contributo, come specie, alla diffusione nell’universo di questo prodigio che è la vita. Andrebbe considerato come un processo non necessariamente volto a creare un ambiente per la vita umana, ma solo per consentire l’avvio di nuove forme di vita, ma dato che senza un interesse diretto raramente l’uomo si muove, si potrebbe considerare che, sempre grazie all’ingegneria genetica, potrebbero essere creati nuovi esseri umani modificati, in grado di vivere in ambienti solo parzialmente terraformati.

Sono questi temi, purtroppo, ancora troppo lontani dalla sensibilità comune. Lo stesso Rifkin, del resto, teme che l’intera biotecnologia possa apparire alla gente come un argomento troppo lontano dalla propria esperienza comune e cerca di rimarcare come, invece, l’ingegneria genetica sia ormai divenuta un tema di rilievo nel dibattito socio-politico sulla direzione che dovrà seguire la storia dell’umanità, qualcosa che già oggi ha molte implicazioni pratiche.

Gli ecosistemi sono instabili e vanno valutati i rischi di interventi umani che potrebbero avere ripercussioni impensabili e inattese. Se solo potessimo fare le nostre sperimentazioni genetiche nello spazio, l’umanità potrebbe fare grandi progressi senza compromettere gli equilibri naturali del pianeta.

Con questo saggio Rifkin si dimostra ancora una volta sia uno studioso attento a tutti gli sviluppi economici e sociali dell’umanità, capace di spaziare dai tempi più diversi come la fine della proprietà e il passaggio a un sistema economico basato sull’affitto (L’era dell’accesso), lo sviluppo delle energie alternative (Economia all’idrogeno), la nascita di un mondo basato sulla produzione diffusa di energia (La terza rivoluzione industriale), sia un abile divulgatore, capace di scrivere con semplicità e chiarezza e una certa obiettività di argomenti complessi e delicati.

 

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IL MONDO AI TEMPI DELLA WORLD WIDE ENERGY (WWE)

Anni fa avevo già avuto modo di apprezzare la capacità di visione di uno dei più acuti economisti dei nostri tempi, Jeremy Rifkin (“Economia all’idrogeno”, “L’era dell’accesso”). Ho ora letto una delle sue opere più recenti (2011) “La terza rivoluzione industriale”, che mi ha forse colpito meno delle precedenti letture, perché alcune delle intuizioni presenti le avevo già trovate nelle opere precedenti. Il volume mi è parso però un’interessante summa del pensiero di Rifkin sulle sorti del mondo, sebbene particolarmente concentrato su una delle sue idee portanti: l’energia diffusa.

L’economista sostiene che il corrispondente e il supporto dell’informazione diffusa, consentita dall’avvento di internet, dovrebbe essere l’energia diffusa.

Come nel web, le informazioni si muovono liberamente da innumerevoli (virtualmente infinite) fonti verso altrettanti fruitori finali, in uno scambio spesso diretto, così dovrebbe avvenire per l’energia.

Jeremy Rifkin

Per Rifkin l’età del petrolio è finita (come non essere d’accordo?) ed è iniziato (anzi dobbiamo fare in modo che inizi) l’era dell’energia da fonti rinnovabili. Già ora abbiamo grandi centrali eoliche e fotovoltaiche oltre alle già più tradizionali centrali idroelettriche, ma non è questa la modernità del modello proposto dallo studioso americano. L’energia alternativa dovrà essere prodotta localmente e in maniera diffusa. Ogni abitazione dovrà essere dotata di pannelli fotovoltaici, di piccole pale eoliche, di sistemi per sfruttare l’energia geotermica e potrà sia sfruttare direttamente l’energia prodotta, sia immetterla in rete.

Sarà in questo modo che potremo salvarci dalla scarsità di petrolio (e dalle guerre connesse), dall’inquinamento, dal riscaldamento globale e fornire energia a un mondo in cui non solo cresce la popolazione, ma in cui, anche e soprattutto, cresce il tenore di vita e con esso le esigenze di energia. Il processo di trasformazione potrà anche essere un volano per riattivare lo sviluppo e la crescita economica.

Il mondo immaginato sarà basato sull’empatia, sullo scambio, sulla sostituzione dell’affitto alla proprietà, sulla mobilità, temi peraltro più diffusamente affrontati in altri libri.

Qui Rifkin ci mostra come si potrebbe uscire dalla crisi attuale e avviare un terzo periodo di crescita industriale basato su un nuovo sviluppo del settore immobiliare, che dovrebbe riconvertirsi all’energia diffusa e su un ritorno alla produzione artigianale e alla piccola impresa, grazie anche allo sviluppo di nuove tecnologie come la stampa tridimensionale.

Il volume presenta anche, come esempi, alcuni “masterplan” approntati dal gruppo di studio di Rifkin per la trasformazione di alcune città secondo i criteri della terza rivoluzione industriale. Da (ex-)romano ho trovato un po’ utopistica l’immagine di una Roma tagliata da fasce “verdi” e riconvertita al fotovoltaico. Abbiamo impiegato decenni per costruire due linee di metropolitana, dubito che si riesca a trasformare in meno tempo una città plurimillenaria, in cui non si riesce a smuovere un sasso senza chiamare in causa le Belle Arti e in cui le abitudini sono ancor più difficili da cambiare. Le altre città le conosco meno e spero che l’analisi non sia stata altrettanto ottimistica.

In ogni caso, la parte più interessante del libro non è la descrizione dei progetti, ma l’idea di fondo.

Condivido con l’autore la preoccupazione che se non troveremo presto un’alternativa all’economia da petrolio, la nostra civiltà rischi l’estinzione, dunque non posso che consigliare questa lettura, se non altro per una riflessione sul nostro futuro.

 

Cinquale, 12/08/2014

Jeremy Rifkin

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