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IL SESSO INTERMEDIO

Middlesex è il nome di un ex-contea della Gran Bretagna, ma è anche il nome di almeno un paio di  località negli Stati Uniti d’America (in Massachussets, New Jersey) e Canada (in Ontario). Il termine, letteralmente vuol dire anche “Sesso intermedio”.

Middlesex” è il titolo di un romanzo dell’autore greco-irlandese-statunitense (difficile mettere etichette, vero?) Jeffrey Eugenides. Protagonista e voce narrante ne è un ermafrodito di nome Calliope, nato femmina e divenuto, con l’adolescenza, maschio.

Raccontare i tormenti di un adolescente che cambia sesso poteva essere argomento più che sufficiente per scrivere un romanzo, ma Eugenides non si è voluto fermar lì e ha voluto raccontarci le ragioni genetiche che hanno portato alla nascita di una simile creatura, che fa risalire alla stretta consanguineità dei suoi ascendenti.

Comincia quindi con il raccontarci le avventure dei due fratelli greci Desdemona e Lefty che, oppressi dai turchi, lasciano l’Asia Minore per fuggire in America e lungo il viaggio in nave trasformano la propria vita e identità, fingendosi sconosciuti, innamorati e infine sposandosi tra loro. Questo sarà solo il primo incesto, perché uno dei loro figli, Milton, sposerà una figlia di una loro cugina. Dal loro matrimonio nasceranno il ragazzo Chapter Eleven e la bambina Calliope, detta Callie, che, più avanti, scoprirà la propria vera natura.

Middlesex è il nome della località in cui vivono questi immigrati greci, ma è anche l’intersessualità che Callie, divenuta Cal andrà scoprendo, in un mondo in cui accanto a ermafroditi e transessuali non mancano varie sfumature di omosessualità.

Il romanzo è l’occasione oltre che per narrare le difficoltà per il protagonista e la sua famiglia di accettare la difficile situazione della ragazza/ragazzo (e dei nonni, con il loro incesto segreto), ma anche per descrivere un intero mondo, quello dell’immigrazione greca in America.

Il libro è quanto mai corposo, ma rimane sempre interessante nonostante il succedersi dei capitoli, delle generazioni e degli anni descritti.

Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides

La mia attenzione, in particolare, è stata ravvivata dalla curiosità di vedere come un tema da me già trattato nel romanzo “Giovanna e l’angelo” potesse essere affrontato: il cambiamento di sesso.

Quando scrissi il romanzo su Giovanna D’Arco, non conoscevo quest’opera di Eugenides (pubblicato nel 2002, dunque quando già stavo scrivendo il mio testo) e mi ero semmai ispirato all’”Orlando” di Virginia Wolf, affascinato dall’idea di un mutamento di sesso così repentino e quasi “senza effetto”, totalmente naturale. L’approccio qui è ben diverso. Il mutamento porta palesi effetti e reazioni nel mondo circostante, ma il suo realizzarsi è quasi altrettanto fluido: chi un giorno era femmina, un altro giorno si ritrova a esser maschio. In tutte e tre le opere, mi pare, si mantiene il concetto che la dicotomia è un fondamentale errore, che la vita è fatta di sfumature, che non ci sono solo bianchi e neri, ma tutta una gamma di colori intermedi. Eugenides ce lo scrive mostrandoci un mondo in cui Callie/Cal non è solo, non è il mostro che all’inizio crede di essere. La Wolf ci mostra l’assenza di stacchi tra gli estremi grazie alla lievità del mutamento.

 

Firenze, 25/07/2013

P.S. In questi giorni, in cui si parla tanto di omofobia, forse può meritare la lettura.

IL MITO DELLE SORELLE LISBON

Jeffrey Eugenides - Le vergini suicideEssere genitori di figli adolescenti non è mai stato un mestiere facile. Alcuni, poi, ci sono meno portati di altri. Se le figlie sono cinque e tutte femmine, probabilmente deve essere davvero difficile. Se poi queste si ammazzano tutte e cinque, mi chiedo quale genitore non ne uscirebbe distrutto dai sensi di colpa.

Lo sguardo che Jeffrey Eugenides rivolge verso “Le Vergini Suicide” non è però quello dei genitori, ma di un gruppo di coetanei delle ragazze, che osservano, quasi sempre a distanza, la vita da recluse di queste ragazzine dai 13 ai 17 anni, che i genitori lasciano uscire di casa solo in rare occasioni (messa e scuola a parte) e  che ne limitano i contatti con il mondo esterno.

Da genitori ci si chiede quale sia il limite della libertà che si può e si deve concedere ai figli, se la sua negazione può portare a risultati tanto irreparabili.

Le ragazze forse non sono neppure particolarmente belle, ma il mistero che le avvolge le rende affascinanti, quasi mitiche per i giovani che le scrutano e cercano di contattarle.

Il romanzo è scritto in un’insolita prima persona plurale e mostra il punto di vista collettivo di questa quasi indistinta comunità maschile di ragazzi tutti innamorati di tutte loro, quasi indistintamente. Ogni tanto le distanze si riducono e allora emerge qualche differenza tra una sorella Lisbon e l’altra, lo sguardo si focalizza e si nota che non sono fatte con lo stampino. Non basterà però l’attenzione e l’interesse di questi giovani a iniettare nelle Lisbon la voglia di vivere. Se ne andrà prima la più piccola, al secondo tentativo, e poi le altre, ingannando i loro amici che le credevano finalmente pronte a una fuga d’amore, mentre cercavano solo la morte.

Ambientato nella provincia americana del 1974, il romanzo parla di un mondo un po’ bigotto che ha paura dei venti di rinnovamento che già da un po’ spirano nel resto dell’America e del mondo. Anche i ragazzi, nel loro vivere passivamente la passione giovanile verso il mito delle vergini suicide, dimostrano una ridotta emancipazione, tipica di quegli anni (che erano anche quelli della mia infanzia).

Parlando di ritratti collettivi di provincia, non può non venire in mente il recente romanzo della Rowling (“Il Seggio Vacante”): due province diverse, ma a loro modo entrambe malate.

La sfortuna che si annida in casa Lisbon mi fa invece pensare alla camera d’albergo maledetta del racconto “1408” di Stephen King (nella raccolta “Tutto è Fatidico”) e, forse, a “La Casa Stregata” di H.P. Lovecraft che ho iniziato a leggere mentre completavo questa lettura, anche se in questi due esempi l’intento è di spaventare, mentre qui la decadenza della casa, il suo diventare sempre più una prigione malsana, è qualcosa che deriva dai suoi stessi abitanti, lo specchio delle loro anime sempre più malate.

Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides

Libro coinvolgente, in definitiva, anche se, forse, l’impersonalità dei personaggi e la difficoltà di capire le motivazioni e i pensieri più profondi delle ragazze rendono la lettura meno appassionante di come magari avrebbe potuto essere con un maggior approfondimento.

Firenze, 06/05/2012

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