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LA DIGNITÀ SOTTO ASSEDIO

Risultati immagini per rockland ToninelliAlla fine di Settembre ho incontrato e conosciuto Marco Toninelli, presente con i suoi libri in uno degli stand di Firenze Libro Aperto.

Ho preso uno dei suoi romanzi “Rockland” e ora l’ho letto con il piacere che sempre provo quando scopro un buon autore tra quelli poco noti al pubblico.

Difficile catalogare “Rockland” anche se l’idea di fondo non può che dirsi fantascientifica: il pese di Rockland, un mattino si risveglia completamente isolato dal resto del mondo.

Come non pensare al film “La fuga di Logan”, ma li si narrava un futuro lontano, con un mondo esterno devastato. Qui dell’esterno non sappiamo nulla. Penso anche alla serie TV “Wayward Pines” con Matt Dillon, ma lì la scelta di isolamento è voluta da alcune persone all’interno del paese e ci sono altri sviluppi legati allo scorrere del tempo.

Toninelli ci narra altro. Quello di cui ci parla Toninelli è la vita nuova che nasce in quello spazio ristretto.

Nessuno sa e capisce che cosa abbia provocato quell’isolamento. Ci sono alte torri tutto attorno, cui non è possibile avvicinarsi. Ci riesce solo lo “scemo del villaggio” Blue. Nulla manca alla cittadina, però, perché i “nemici” o chiunque sia ad averli isolati, fornisce loro cibo e tutto ciò di cui necessitano. Sebbene gli abitanti sappiano che questo nemico “non ci minaccia, non ci aggredisce, sembra non voler invadere la nostra terra, anzi ci manda ogni ben di dio e ci guarda da lontano”, c’è chi progetta rivolte e cerca di osteggiarlo.

Pian piano si formano nuove alleanze. Prende il potere un gruppetto armato fino ai denti che fa capo allo sceriffo e che si definisce “I Veri Americani”. Altri provano a resistergli, ma la sproporzione delle forze è notevole.

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Marco Toninelli

La violenza prende il sopravvento e appaiono toni distopici. Si pensa alle comunità di “The walking dead”. Rischia di rimetterci le penne proprio il povero Blue, utilizzato come kamikaze involontario, poi ci sono abusi sessuali che finiscono peggio.

Alla fine, sarà Blue (o forse no) a resettare tutto, perché occorre “cercare di mantenere un giusto equilibrio tra bene e male” e così decide (misterioso come ne abbia il potere) di “cancellare i segni e le storie che abbiamo raccolto perché non sono degni di diventare memorie nella storia delle storie. In tal modo sarà concessa una seconda opportunità” ed ecco che l’orologio si resetta alle ore 06:18:29 del 20 maggio 2016, la stessa ora in cui tutto era cominciato e ogni cosa pare dimenticata e cancellata e il mistero del magico isolamento resta tale, perché, credo, a Toninelli, non interessa risolverlo ma parlarci di come siamo, come esseri umani, simili agli abitanti di Rockland che hanno “messo sotto assedio la loro dignità con l’inadeguatezza delle azioni e dei pensieri”.

Nel finale, insomma, “Rockland” si rivela qualcosa come una magica fiaba moderna, con la sua morale di condanna di un mondo che emargina “i più svantaggiati, i diversi, perché li avvertiamo come una minaccia al nostro benessere” (la citazione si chiude, in realtà, con un punto interrogativo, che ometto).

 

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I BAMBINI ASSASSINI

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Il Signore delle Mosche” (pubblicato nel 1954) del premio nobel William Golding potrebbe sembrare una semplice avventura per ragazzi, ma è un romanzo che ci parla di come siamo veramente, una piccola distopia isolana che rinnega il ridicolo concetto dell’innocenza infantile.

Golding si avvale dell’idea del naufragio su un’isola deserta che parte dall’ampia tradizione letteraria dell’”Odissea” omerica, del “Robinson Crusoe” di Defoe (con tutte le sue varianti, quali i “Robinson italiani” di Salgari o la “Swiss Family Robinson” di Johann David Wyss), della “Tempesta” di Shakespeare, dei “Viaggi di Gulliver” di Swift, , de “L’Isola di cemento” di Ballard, per non parlare di Coleridge, Camoe, Hopkins e altri.

William Golding

William Golding

I naufraghi sono tutti bambini, di varie età e provengono da civilissime famiglie inglesi. In un primo momento cercano di darsi un’organizzazione e delle William Goldingregole, ma poi l’istinto selvaggio prevale. I conflitti interni e la paura irrazionale li spingono a rinunciare all’obiettivo che all’inizio sembrava primario: tornare a casa e alla civiltà. Conflitti di potere e desiderio d’avventura li spingono a dedicare sempre più risorse alla caccia e, poco per volta, si trasformano in selvaggi, con riti propiziatori e danze tribali. La violenza si scatena e la loro fragile organizzazione prende un’allucinante deriva distopica.

Trionfa l’homo homini lupus immaginato da Hobbes. La civiltà si sfalda. Golding, come ogni altro autore di distopie, sembra volerci mettere in guardia sulla vulnerabilità delle nostre forme organizzative, ricordandoci che ogni fanciullo porta in sé non l’innocenza ma un profondo e radicatissimo istinto ferino, che solo un forte condizionamento sociale può domare.

Firenze, 17/08/13

ASIMOV, IL CREATORE DI MONDI

Nella mia opera di rilettura in ordine cronologico dei romanzi asimoviani, sono arrivato a “Il Sole Nudo”, il secondo dei volumi che hanno per protagonisti l’investigatore Elijah Baley e il robot umanoide R. Danieel Olivaw.

Il primo volume, “Abissi d’acciaio” è ambientato sulla Terra, “Il Sole Nudo” è ambientato su Solaria, il terzo volume, “I Robot dell’Alba” su Aurora.

La lettura dei tre romanzi ci offre un quadro piuttosto completo della situazione dell’umanità a circa mille anni dall’inizio dell’espansione verso mondi esterni.

La Terra si è isolata dalle sue cinquanta colonie, che sono diventate del tutto autonome e indipendenti, rinunciando a ogni forma di esplorazione spaziale, di cui si occupano invece gli “spaziali”, ovvero gli abitanti dei mondi esterni.

I terrestri vivono ammassati in otto miliardi, rinchiusi in “abissi d’acciaio” senza osare uscire all’aria aperta o vedere il “sole nudo”, cioè senza filtri di sorta. Vivono insomma una sorta di agorafobia collettiva (e penso ai Morlock, gli esseri che vivono sottoterra, ne “La Macchina del Tempo” di Wells). Hanno pochissimi robot.

Al contrario, i solariani sono solo ventimila, ma hanno migliaia di robot per ciascuno. Vivono sulla superficie del pianeta, sotto il “sole nudo”, ma non si incontrano mai tra di loro, avendo una vera e propria fobia del contatto.

Terra e Solaria sono i due estremi sociologici dell’umanità asimoviana di questo periodo. Nel mezzo, con diverse sfumature, ci sono gli altri mondi. Aurora è uno di questi.

Leggendo “Abissi d’acciaio” mi ero stupito di come Isaac Asimov non avesse immaginato alcuno sviluppo della telefonia e delle telecomuunicazioni.

eclisse solare

eclisse solare

Su Solaria le persone non si vedono mai di persona. Si “visionano”, ovvero si incontrano con sistemi di telecomunicazione tridimensionali. Persino i loro robot sono in costante contatto l’uno con l’altro mediante una rete di comunicazione.

Per un errore ho anticipato la rilettura de  “I Robot dell’Alba” rispetto a quella de “Il Sole Nudo” e, forse proprio perché tratta di un mondo assai meno estremizzato degli altri due, la lettura mi aveva annoiato abbastanza, al punto da temere che anche “Il Sole Nudo” potesse essere una delusione. Temevo, infatti, che la mancanza di novità del terzo volume fosse la vera causa del mio ridotto interesse e che quindi leggere, per terzo, il secondo volume avrebbe accentuato questa sensazione. Per fortuna non è stato così.

Il Sole Nudo” è un bell’esempio della capacità di Asimov di creare nuovi mondi e di immaginare il futuro. La sua analisi non si ferma mai alla tecnologia, ma arriva ai rapporti degli uomini con questa e tra di loro.

Le sue preoccupazioni per un mondo, per lui decadente, in cui la “visione” (il virtuale) prevale sull’incontro personale (sui veri rapporti umani) anticipano (siamo nel 1956) le attuali preoccupazioni degli educatori per un mondo dominato dalla telefonia mobile, dalle community virtuali e dalle chat.

In questo volume, poi, Isaac Asimov, si dimostra il valente giallista che ben conosciamo, con la sua speciale capacità di mescolare investigazione, fantascienza e indagine sociale.

Non manca poi il suo grande messaggio morale: il futuro dell’uomo è nelle stelle. Dobbiamo fare il possibile per raggiungerle, per liberare l’umanità da questo piccolo angolo di universo ed espanderci nella galassia.

Non avremo i suoi robot positronici e le navi in grado di superare la velocità della luce, ma il suo  rimane un messaggio di drammatica importanza: se l’evoluzione ha portato alla nascita di una razza tecnologica, questo non può che avere il fine di consentirle di portare la vita su altri mondi.

Forse ci vorranno ancora secoli per deciderci a costruire navi in grado di affrontare voli della durata di centinaia di generazioni e raggiungere altre stelle, ma la colonizzazione e antropomorfizzazione di Marte e della Luna sono già in ritardo e non dovremmo indugiare oltre se vogliamo dare un futuro all’umanità e alla vita come la conosciamo su questo piccolo pianeta.

 

Firenze, 30/06/13

 

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