Posts Tagged ‘ingredienti narrativa’

LA GRANDEZZA DEI CLASSICI

Non sempre la lettura di un classico ottocentesco mi lascia soddisfatto. Tutto evolve, anche la letteratura e la scrittura. Ci sono modi di esprimersi del XIX secolo che nel XXI non risultano più gradevoli. Eppure ci sono opere che hanno fatto storia e che sono tuttora da non perdere.

Complice la pausa estiva e un lungo viaggio in treno, sono riuscito a completare la lettura, fino a poco fa solo avviata, del capolavoro francese di Victor Hugo I miserabili”.

Non ci sono dubbi che quest’opera monumentale (940 pagine, di quelle belle fitte, nell’edizione Newton Compton che ho letto) abbia alcuni punti morti, ma nel complesso rimane un lavoro estremamente coinvolgente con dei notevoli personaggi, una bella trama ricca di colpi di scena, un’ambientazione interessante e una scrittura matura.

Partiamo dai, pochi, difetti. Per scrivere mille pagine non bastano una trama articolata e un buon numero di personaggi descritti in dettaglio, dunque Hugo spesso fa delle digressioni. Alcune sono interessanti. Lo sono state per me, per esempio, quella sulla vita conventuale delle suore e quelle su Napoleone Bonaparte. Altre, invece, lo sono meno, come la descrizione del sistema fognario parigino e, forse, persino l’indagine sul dialetto “argot”.

Anche togliendo le digressioni, comunque, il tomo rimarrebbe voluminoso, segno questo che il loro peso complessivo è ridotto.

In ogni caso, è anche grazie a esse che l’opera si trasforma in romanzo storico, non limitandosi a descrivere le vicende di alcune persone a Parigi negli anni della caduta di Napoleone, ma fornendo un affresco storico e ambientale che ci insegna su quegli anni quanto un saggio.

Non pretendo qui di inquadrare il romanzo nella storia della letteratura o fare paragoni con altre opere del periodo, ma non posso non notare quanto lo spirito cristiano, che permea tutte le pagine, sia qualcosa di diverso dalla Provvidenza manzoniana.

Il vero protagonista, tra tanti personaggi, è Jean Valjean, un uomo la cui giovinezza fu segnata da una miseria che lo portò in galera, ma anche da un incontro illuminante con il buon vescovo Charles-François – Bienvenu Myriel, la cui generosità nei suoi confronti lo cambierà, facendone un uomo nuovo, quasi che la bontà si possa trasmettere da uomo a uomo, per il solo suo esprimersi. Lo stesso Jean Valjean dimostrerà la medesima capacità di perdono, mutando chi ne sarà beneficiato. La colpa giovanile, però, continuerà a pesare sulla sua coscienza e Jean Valjean, pur continuando a compiere opere di bene, si sentirà sempre un galeotto.

Dio qui non è presente come deus-ex-machina, come risolutore delle vicende umane o come destino, ma come coscienza. Dio parla attraverso la coscienza degli uomini, quella del citato vescovo di Digne e quella del ex-forzato Jean Valjean. Dio esiste attraverso gli uomini.

Anche l’antagonista, l’ispettore Javert ha una sua coscienza. Non quella che mira al Bene, ma quella che mira al Giusto, al rispetto delle norme e della Legge. La Legge è il suo Dio.

I soli che sembrano non aver coscienza sono gli altri antagonisti, i Thénardier, eppure anche loro sono capaci di gesti buoni, almeno ogni tanto, come il salvataggio del colonnello o l’aiuto dato a Marius da una delle due figlie.

Dio è presente ma lo è nell’uomo. La religiosità è nell’animo umano. È la morale la vera forza. La Morale diventa il nuovo Dio illuminista. La cosa che forse stupisce di più un lettore italiano del terzo millennio è proprio questa morale, questa coscienza, che sembriamo aver smarrito. Il senso della colpa e della sua espiazione è qualcosa che non appartiene più alla nostra società, dove gente macchiata delle peggiori colpe ricopre cariche pubbliche o continua a far parte impunemente della vita sociale, dove i delinquenti, invece ci marcire in qualche prigione a pentirsi della propria sciaguratezza, si trasformano in star televisive, dove uomini che con la propria vigliaccheria hanno causato danni enormi e la morte delle persone loro affidate, hanno il coraggio di rilasciare interviste e persino di tenere lezione su quello che non hanno saputo fare!

È questa morale, per noi perduta, che dà peso e spessore al romanzo, ma anche la ricchezza emotiva e di vita dei personaggi.

 

Tempo fa avevo esaminato gli elementi presenti in un moderno bestseller fantasy (il ciclo di Harry Potter). Quando leggo un romanzo avvincente, mi chiedo se queste componenti ci siano.

Gli “ingredienti” individuati nella saga della Rowlings erano:

  • trama;
  • strutturazione;
  • ambientazione costante;
  • ripetitività e ritualità;
  • magia come estraneamento dalla realtà;
  • mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;
  • amicizia;
  • lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto;
  • compenetrazione tra il Bene e il Male;
  • tanti nemici, grandi e piccoli;
  • un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;
  • spettacolarità;
  • competizione;
  • mistero;
  • suspance;
  • paura;
  • avventura;
  • iniziazione e crescita verso l’età adulta.
  • morte

 

Victor Hugo

Considerato che alcuni elementi della precedente lista sono tipici del genere esaminato (magia, paura) o di una saga (costanza dell’ambientazione, ripetitività), occorre però dire che ne “I miserabili” ritroviamo:

  • una trama complessa, con più vicende intrecciate, con alcuni personaggi le cui vite si incrociano più spesso di quanto il calcolo delle probabilità farebbe ritenere plausibile, con le molteplici trasformazioni di Jean Valjean (che cambia spesso anche nome), ma anche di Cosette e del signor Thénardier;
  • dunque non manca una struttura articolata;
  • l’ambientazione è quella parigina nella prima metà del XIX secolo, senza voli temporali in altre epoche, ma con lo scorrere degli anni dal 1815 al 1848;
  • ci sono amicizie, ma ognuno sembra solo con se stesso e con la propria coscienza;
  • la lotta tra Bene e Male è lo scontro tra uomini la cui malvagità è spesso involontaria e uomini la cui bontà nasce dal male che hanno fatto e subito, ma anche dal bene ricevuto;
  • Bene e Male sono in effetti, anche qui, compenetrati;
  • gli avversari, a differenza dal fantasy, sono tutti umani, ma il grande avversario è la Coscienza, non possiamo però certo considerarla un nemico;
  • se Harry Potter si scopre potente grazie alla magia, Jean Valjean si scopre buono grazie al perdono e alla generosità, Marius e Cosette, da poveri e sventurati che erano, si scoprono ricchi e felici; tutti e tre si scoprono migliori;
  • la spettacolarità è data dal grande affresco di Parigi, della Francia e delle guerre napoleoniche e della Restaurazione;
  • le avventure di Jean Valjean per sfuggire alla giustizia, di Marius e degli altri “miserabili” per sopravvivere creano suspance;
  • l’identità mutevole del protagonista crea mistero;
  • la crescita riguarda la piccola Cosette, ma soprattutto l’adulto Jean Valjean e il giovane Marius.

Victor Hugo

 

Dunque anche in un classico, quando è opera di successo e quando risulta ancora godibile al giorno d’oggi, ritroviamo molti degli elementi costitutivi di un bestseller moderno, a conferma che sono questi a contribuire all’empatia con il lettore.

 

Hugo però riesce a essere moderno anche in altri modi, non voglio qui indagare alcuni aspetti certo meglio trattati da altri come la capacità di approfondimento dei personaggi, ma limitarmi a segnalare alcune intuizioni come la riflessione ecologista:

Si spediscono con ingenti spese delle flottiglie al polo australe per raccogliere gli escrementi delle procellarie e dei pinguini e si butta in mare l’incalcolabile elemento di ricchezza che abbiamo sottomano. Tutto il concime umano e animale che il mondo perde, se fosse reso alla terra invece di essere gettato nell’acqua basterebbe a nutrire il mondo.” (pag. 815)

 

Cinquale 11/08/2014

SALVARE I SALVATORI DELLA VERGINE DELLA PAGODA

I misteri della jungla nera” di Emilio Sàlgari fu il primo romanzo da me letto. Me ne fu regalata una copia da due gemelli che erano sti miei compagni d’asilo il giorno del mio settimo compleanno. Fino ad allora avevo letto solo libretti che non potevano essere definiti romanzi. Credo che la mia fascinazione per la lettura e per Sàlgari (a quei tempi non si usava l’accentazione Salgàri poi assunta in anni successivi) sia iniziata lì.

Ricordo che mia madre mi lesse le prime pagine e poi mi disse “ora continua tu” e io ho continuato… e tutt’ora continuo a leggere.

Dunque la mia avventura nel mondo dei libri è cominciata con questo affascinante incipit:

Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.

La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che  rastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.

Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall’est all’ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.

È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v’accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all’olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.

Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.

Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.

Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell’aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quellejungle, è andare incontro alla morte.

Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle,che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug indiano, aspettando ansiosamente l’arrivo d’un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!

Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855, un fuoco gigantesco ardeva nelle Sunderbunds meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangal, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala.

Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambù, ai piedi della quale dormiva, avvolto in un gran dootèe di chites stampato un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane.

La narrazione salgariana procede poi con uno stile più asciutto, in cui le parti descrittive non mancano certo, ma che le esigenze di una trama fitta e densa di colpi di scena costringono a essere più concreto e diretto di queste righe.

In questi giorni ho ripreso in mano (questa volta sotto forma di e-book) il romanzo e l’ho riletto, con in mente anche un interrogativo “tecnico”, da autore di romanzi d’avventura.

L’opera di Salgari viene comunemente considerata come letteratura per l’infanzia e il fatto che io a sette anni e per il resto del periodo delle elementari abbia divorato avidamente oltre ottanta dei suoi romanzi (comprese anche alcune opere fasulle o attribuite alla scrittura dei suoi figli), passando in modo casuale da uno all’altro dei suoi cicli, mi farebbe pensare che sia giusto considerarlo tale.

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Al giorno d’oggi, però se vi dicessi che “I misteri della jungla nera” tratta di una storia d’amore d’ambientazione storico-esotica, in cui l’innamorato compie infinite gesta per salvare l’amata, rischiando continuamente la morte, mentre i suoi compagni e nemici muoiono attorno a lui con il ritmo di un film sugli zombie, lo dareste in mano a vostro figlio?

La moderna sensibilità che ci induce a proteggere i bambini da visioni di morti, accoltellamenti e strangolamenti, penso che potrebbe indurre qualcuno, che ignori l’autore e la fama dell’opera, a non voler offrire il libro a un minore.

Il dubbio è: sarebbe nel giusto?

Fui io scioccato da tante morti violente? Mi turbò la passione amorosa del possente Tremal-Naik per la splendida virginea Ada? Tutt’altro. Anzi. Però di tutto ciò servavo un ricordo solo vago. Pensando a “I misteri della jungla nera”, pensavo a un romanzo d’avventura, alla splendida tigre Darma, fedele compagna e salvatrice di Tremal-Naik, al buffo rapporto di amicizia-servitù tra l’eroe e i suoi servitori, in particolare il fedele Kammamuri. Pensavo alla giungla, colma di mille animali, ai fantastici templi sotterranei dei thug, ai loro riti, ai loro lacci da strangolatori, alle misteriose divinità indiane.

I misteri della jungla nera - Emilio Salgari - L'edizione che lessi da ragazzo

I misteri della jungla nera – Emilio Salgari – L’edizione che lessi da ragazzo

Credo che un bambino sia affascinato da tutto ciò che per lui è nuovo (non dovrebbe esserlo anche un adulto?). Queste ambientazioni permettono di far lavorare la fantasia. I nomi strani e insoliti scatenano una magia, come ben hanno scoperto anche i grandi narratori fantasy come Tolkien o la Rowlings. Non solo i nomi dei luoghi, di cui ho dato un esempio nell’incipit citato, ma anche di tutto ciò che Tremal-Naik incontra: banian, dootèe, ramsinga, latania, maharatto, gonga, saranguy, dubgah… e mille altri, dato che quasi in ogni pagina ve n’è almeno uno!

Il linguaggio strano, che non sempre il bambino comprende, non solo lo arricchisce, nel momento in cui ne afferra il significato, ma crea per lui una sorta di lingua parallela, misteriosa e diversa, che gli permette di superare i propri genitori, la cui parlata non comprende ancora appieno. Impadronendosi di una terminologia propria, ma comune agli altri giovani lettori, assume, io credo, una superiorità psicologica sul genitore, affermando la propria crescita e il proprio ruolo.

Dunque, nel romanzo per ragazzi l’elemento linguistico, la creazione di mondi alternativi (siano essi solo esotici o di fantasia) sono elementi fondamentali nella crescita non solo culturale dei bambini.

E la paura? Perché i grandi romanzi di successo per ragazzi contengono sempre la morte, esseri pericolosi, spesso orrendi e diversi? Che cosa direste di un tale che passando per strada spaventasse il vostro bambino? Si tende oggi a pensare che il libro sia simile a questo estraneo, ma non è così. Il bambino impara presto a distinguere il reale dal fantastico (o dal virtuale), ma l’esperienza della paura in un film o in un libro è fondamentale per svilupparne il superamento.

Ricordo che mia figlia, in età prescolare, si ostinava a rivedere varie volte proprio i cartoni animati che più l’avevano spaventata. Io credo che con la lettura, il cinema o la TV, il bambino riesca ad affrontare e superare le proprie paure e si fortifichi.

Questo già pensavo quando scrissi i primi due romanzi del ciclo con Jacopo Flammer. Anche lì ho cercato di inserire termini “nuovi” per il bambino, prediligendo però, un po’ come Salgari (ma in misura minore) parole provenienti dai vocabolari esistenti a quelle di pura fantasia. L’idea è che se invece di termini come “babbani” o “passaporta” il bambino si appropria di un lessico reale, alla crescita emotiva, si accompagna anche quella culturale. Lo stesso non ho mancato di inserirvi la paura nelle sue diverse sfumature e un ambiente “esotico”.

Questa mia rilettura de ”I misteri della jungla nera” mi ha fortificato in tale convinzione.

Ai tempi del liceo ricordo che feci notare alla professoressa di lettere quanto mi paresse assurdo che nell’antologia di letteratura italiana non ci fosse neppure un paragrafo dedicato a Salgari, un autore letto allora da almeno tre generazioni d’italiani. Forse Salgari non era all’altezza come autore, ma l’importanza “culturale” della sua opera non andava sottovalutata, dissi. A quei tempi mi ripromisi di rileggere Salgari alla luce delle mie nuove letture e conoscenze e cercare di capire se tale esclusione fosse stata corretta. Non lo feci mai. Solo di recente mi è capitato di leggere in un’antologia (“Vampiriana”) un suo racconto (“Il vampiro della foresta”) e di affrontare una sua opera minore che mi era sfuggita “Le meraviglie del duemila”, due lavori poco conosciuti e senz’altro poco significativi della sua produzione.

La rilettura de “I misteri della jungla nera” è dunque il mio primo approccio a questo quesito, che per trovare risposta necessiterà di ben altri approfondimenti.

Per il momento, dalla lettura ne emerge che si tratta senza dubbio di un romanzo catalogabile come “d’avventura”. È pur vero che ci sono elementi del “romance”, dato che la trama essenziale è quella di un amore difficile in ambientazione storico-esotica, ma poi l’approccio è del tutto diverso.

La descrizione dell’ambiente è frutto di accurate ricerche e ci offre un mondo di cui cogliamo gli aspetti superficiali ed esteriori, non andando veramente a fondo nella cultura dei popoli presentati. Di maharatti, indiani, bengalesi, birmani, thug alla fine sappiamo ben poco da Salgari a parte la foggia dei loro abiti, la forma delle loro abitazioni, le armi e i veleni usati. Qualche elemento compare per delineare le loro fedi, ma la filosofia e la cultura sottostanti non sono cose che interessino Salgari.

La psicologia dei personaggi è scolpita a tratti netti. Ne emergono figure dalle caratteristiche determinate, spesso positive (coraggio, cocciutaggine, lealtà, determinazione), che esprimono sentimenti forti (passione amorosa, odio, desiderio di vendetta, amicizia), ma non se ne affrontano le sfaccettature più sottili.

La trama è ricca di colpi di scena e non lascia certo addormentare il lettore, ma si nota il ripetersi di un cliché, di un meccanismo per la soluzione dei problemi: il salvataggio.

La trama centrale consiste nel salvataggio di Ada Corishant da parte di Tremal-Naik e, poi, di suo padre il Capitano Corishant, ma di salvataggi ce n’è moltissimi altri, tentati o realizzati.

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato "Sandokan"

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato “Sandokan”

Tremal-Naik, sebbene abbia le fattezze di un Rambo (un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane) non è invincibile, ma necessita sempre di aiuto per portare a termine le sue imprese. È anche un po’ avventato e occorre il buon Kammamuri per portarlo alla ragione e non rischiare invano la vita. A proposito mi viene in mente la delusione nel vederlo interpretato nel “Sandokan” televisivo da un ragazzetto magrolino! Tremal-Naik era un pezzo d’uomo, altroché!

Il messaggio mi pare importante per un ragazzo (e non solo): ogni eroe è tale solo grazie agli altri, la collaborazione è importante.

Il cambio di ambientazione e di “posizione” di Tremal-Naik tra la Prima e la Seconda Parte del romanzo mi ha un po’ spiazzato. Nella Prima Parte, che si svolge solo nella giungla, Tremal-Naik combatte contro i thug. Nella Seconda, in cui l’ambiente si allarga e aumentano i personaggi, dato che i thug tengono in ostaggio Ada, l’eroe si allea con loro. Lascia un po’ stupiti la condiscendenza con cui lo fa, giustificata solo dalla sua paura che qualcosa accada all’amata. Credo che per un bambino un simile cambio di posizione sia un po’ disorientante.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per soddisfare un giovane lettore, ma non tutti i lettori più maturi e posso immaginare il critico letterario cui qualcuno proponesse di inserire un simile libro nell’antologia di letteratura che sta curando.

Del resto, anche lo stile è semplice, nonostante le articolate e quasi poetiche descrizioni, e non mancano distrazioni, ripetizioni e persino errori grammaticali (non sempre dovuti alla differenza della lingua ottocentesca).

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Un’altra osservazione che mi viene da fare è sull’uso dei nomi dei personaggi. Non ho idea se Tremal-Naik sia davvero un nome indiano, certo però vi ho sempre sentito (e oggi ci leggo) l’assonanza con “Trema-No”. Quante volte i personaggi del libro si chiedono l’un l’altro “hai paura?” Quante volte viene detto che “tremano di paura”? Tremal-Naik no. Non trema. E Ada Corishant? Salgari non ha voluto dare all’amata vergine della pagoda un nome che facesse pensare a “Cuore santo”?

Insomma, mi pare un libro che si legge piacevolmente, che rimarrà trai miei preferiti, per il ricordo infantile che ne servo, che avrei voluto far leggere a mia figlia quando ne aveva l’età (ma non riuscii a convincerla), che si presenta comunque ancora attuale e leggibile per un bambino moderno.

Meriterebbe anzi che ne sia ricavato un bel film d’azione all’americana. Con un buon regista e un attore adeguato il successo sarebbe assicurato anche tra gli adolescenti.

Firenze, 15/09/2013

L’ANTOLOGIA DI PAGFORD RIVER

Il Seggio Vacante - J.K. Rowling

Il Seggio Vacante – J.K. Rowling

Ho affrontato la lettura de “Il Seggio Vacante” di J.K. Rowlings con grande curiosità, essendo scritto dall’autrice di maggior successo di questi anni. Ho avuto modo di leggere in precedenza tutti e sette i romanzi del ciclo di Harry Potter e di averne apprezzato la grande qualità. Di fatto, però, finora la Rowling aveva scritto un unico, lungo romanzo, diviso in sette capitoli, con qualche appendice tipo “Le Fiabe di Beda il Bardo”. Aspettavo dunque di vederla all’opera con qualcosa di diverso.

Harry Potter, come noto è un ciclo di romanzi fantasy per ragazzi, sebbene dai toni progressivamente più cupi.

Il Seggio Vacante” è invece presentato come un romanzo per adulti.

I quesiti che mi ponevo iniziando la lettura erano essenzialmente:

1)      In cosa differisce veramente la celebre saga dalla nuova opera e quali elementi ci sono in comune?

2)      La Rowling è davvero una scrittrice di qualità e sa quindi scrivere romanzi di genere e sostanza tra loro diversi?

Iniziando la lettura, mi hanno colpito subito due somiglianze, non con l’opera precedente della scrittrice inglese, ma, innanzitutto, con il mio piccolo romanzo “Ansia Assassina” e con la raccolta di poesie “L’Antologia di Spoon River” dell’americano Edgard Lee Masters.

Prima di rispondere alle domande, vorrei ora chiarire queste sensazioni.

Nello scrivere “Ansia Assassina”, la mia idea principale era scrivere una storia sull’assenza del protagonista. Vi si narra della scomparsa di un ragazzo, la cui scomparsa crea una serie di altri incidenti e problemi.

Ebbene, la Rowling ha fatto lo stesso. Nel suo romanzo tutto ruota attorno alla morte del Consigliere Locale Barry Fairbrother. All’inizio questo non comporta nessun dramma particolare, a parte il generale stupore e dolore per la scomparsa di un uomo di poco più di quarant’anni, ma poi, in un crescendo che mi ha ricordato l’incupirsi della trama di Harry Potter, si consumano alcuni drammi. “Ansia assassina” è un romanzo breve, mentre “Il Seggio Vacante” è un romanzo lungo, quindi il respiro di tutto è assai diverso e la Rowling ha lo spazio per farci conoscere con precisione i suoi forse un po’ troppo numerosi personaggi.

J.K Rowling

J.K Rowling

Come molti sapranno “L’Antologia di Spoon River” è una raccolta di 245 ritratti – racconti, che, intersecandosi l’uno con l’altro, descrivono la vita di un’immaginaria cittadina di provincia americana, Spoon River. L’umanità che viene messa a nudo da Lee Masters è il più delle volte tristemente fragile. Ogni uomo o donna compaiono con i loro difetti, in una sorta di confessione pubblica, in cui rivelano le proprie debolezze, le debolezze della vita della provincia americana. Una provincia che si nasconde dietro una falsa morale, celando al contempo la propria umanità di piccoli peccatori.

Ebbene, “Il Seggio Vacante” non è una raccolta di poesie, ma un romanzo, eppure quello che fa è qualcosa di molto simile: descrive, attraverso i ritratti dei suoi abitanti, le piccolezze, debolezze e peccati degli abitanti dell’altrettanto immaginaria cittadina inglese di Pagford.

Veniamo dunque alle due domande iniziali. Quali sono le somiglianze e le differenze tra le due opere della Rowling?

A parte l’evidente assenza della magia, la principale differenza è che mentre le avventure di Harry Potter, riguardano soprattutto un personaggio, il piccolo maghetto, sebbene circondato da una miriade di amici e nemici, “Il Seggio Vacante”, invece, scegliendo un protagonista morto, finisce per essere, come la raccolta di Lee Masters, un’opera corale, dove protagonista è, accanto al morto assente, l’intera città. Certo, tra tutti i personaggi, ne spunta una, cui è andata gran parte della mia attenzione e simpatia, la sfortunata pupilla del defunto Fairbrother, Krystal Weedon, figlia un po’ disadattata di una tossica. Emerge, ma non è certo protagonista. Guarda caso, come l’Harry Potter degli ultimi episodi, anche lei è un’adolescente (16 anni) e adolescenti sono una parte dei personaggi, dal suo compagno di scopate Ciccio, all’amico di questo Andrew, alla bistrattata asiatica Sukhvinder. Assieme a loro, però, ci sono, in primo piano, assai più che in Harry Potter, i loro genitori e altri adulti.

Un’altra differenza è la totale assenza di magia, sebbene a un certo punto comparirà “Il Fantasma di Fairbrother”, ma sarà solo il nickname, dietro cui, uno dopo l’altro, si nasconderanno i ragazzi per denunciare anonimamente, in rete, le bassezze dei propri genitori. La centralità del morto riprenderà, tramite i suoi emuli virtuali, nuova vita. Saranno queste denunce anonime, nate nel cuore delle famiglie, dove i genitori sconvolti non pensano di cercarne la fonte, immaginando invece intrighi e bassezze politiche connesse alla lotta per occupare il seggio lasciato vacante dall’improvvisa morte di Fairbrother. Con questo stratagemma, la Rowling mostra la potenza della chiacchiera nell’era del web, quando il pettegolezzo malvagio si trasforma in post e assume una strana ufficialità, un mondo in cui finiamo per credere a qualcosa solo per averlo letto in rete, dove chiunque può scrivere, senza nessuna certezza di verità. Mostra un mondo in cui i ragazzi usano, un po’ inconsciamente, la rete come un’arma letale contro i propri genitori, che, come l’amministratrice del sito su cui si scatena “Il Fantasma di Fairbrother”, non riescono a fermare o arginare e, soprattutto, a capire.

Si potrebbe poi dire che qui non troviamo la netta dicotomia tra Bene e Male che caratterizzava il ciclo fantasy. Eppure anche in Harry Potter, alcuni buoni si rivelavano malvagi e dei malvagi si mostravano buoni.

A Pagford, tutti sembrano all’apparenza brave persone, ma ognuno ha in sé qualcosa se non di malvagio, di un po’ marcio.

Pagford

Pagford

Se Harry Potter era il riscatto di un ragazzo sfortunato e maltrattato in famiglia, “Il Seggio Vacante” ci mostra il riscatto della “scimmiesca” Sukhvinder, la rivalutazione della disprezzata ragazza proveniente dal brutto quartiere dei Fields, Krystal Weedon. Questo riscatto, però, non ha la stessa centralità.

Entrando un po’ più in dettaglio vorrei esaminare quelli che avevo chiamato “i magici ingredienti della Rowling”, alcuni elementi narrativi, che, secondo me, caratterizzano e danno forza alla saga di Harry Potter:

Trama: articolata e finemente intrecciata, consente di seguire le vicende di numerose famiglie di Pagford, tra loro legate, ognuna con la sua storia, che si sviluppa in modo strettamente correlato con quelle degli altri.

Ambientazione: se con Hogwarts e Diagon Alley abbiamo un mondo immaginario, ma costruito sulla falsariga dell’Inghilterra, Pagford potrebbe essere qualunque cittadina inglese e, come Hogwarts, appare all’inizio un luogo accogliente, ma rivela insidie.

Riti: non abbiamo le ritualità di Hogwarts, ma quelle tipiche della provincia inglese, con le elezioni e le messe, come momenti di incontro e confronto.

Magia: come detto, è, volutamente, assente, immagino soprattutto per l’esigenza di differenziarsi dal ciclo sul maghetto, proprio nel suo elemento più caratteristico.

Mondi paralleli: anche senza magia ci sono? In un certo senso sì. C’è il mondo delle apparenze sociali e quello delle realtà familiari. L’approccio, però, è ben diverso.

Linguaggio: le storie sulla scuola di magia usavano termini appositamente inventati, qui il linguaggio è quello comune, perché si vuole descrivere un mondo comune. Pagford è una qualunque cittadina dell’Inghilterra e del Mondo, ma, mi dicono, nella versione inglese c’è anche un interessante uso dello slang.

Amicizia: quella tra Harry, Ron e Hermione era un’amicizia forte e sincera, sebbene con i suoi dissapori. A Pagford ci sono molti amici, ma poche amicizie vere e quella tra Ciccio e Andrew si rompe irrimediabilmente, come quella tra le gemelle Fairbrother (anche qui una coppia di gemelli come i Wesley!) e Sukhvinder.

Isolamento: se il contrario dell’amicizia era l’isolamento patito da Harry nella casa degli zii, a Pagford, pur in seno alle famiglie e alla comunità, molti personaggi sono in realtà soli con se stessi.

Nemici: se il maghetto affronta nemici grandi piccoli, a Pagford ognuno ha il suo nemico personale e l’occasione politica della corsa al seggio vacante acuisce le inimicizie, facendole sfogare in sordida acrimonia.

Lotta tra Bene e Male: qui forse il contrasto tra Maghi buoni e cattivi potrebbe essere rappresentato dal contrasto politico tra coloro che vorrebbero liberarsi del quartiere popolare dei Fields e del centro di recupero dei tossicodipendenti e chi li difende. A voi scegliere dove sia una parte e dove l’altra.  Per il resto, però, la dicotomia si sfuma, come si diceva, e ognuno si mostra portatore di un poco di entrambi.

Scoperta di doti nascoste: se Harry, da sfigato, scopre di essere un grande mago, qui abbiamo la rivalsa di Sukhvinder e la rivalutazione dei Weedon, ma non sono così drastiche e complete e, soprattutto, non hanno la stessa centralità narrativa.

Spettacolarità: qui non abbiamo partite di Qiddich, draghi, grifoni e altri mostri, ma con gli intrighi e le vicende della gente del villaggio inglese si potrà di certo fare un bel film corale, ricco di numerosi attori.

Sport: anche qui non manca, con il canottaggio di cui era allenatore lo scomparso consigliere e che praticano Krystal e le sue amiche, però non assistiamo, tranne che in alcune memorie a nessuna scena sportiva.

Competizione: la lotta per la corsa al seggio scatena una corsa forse con non poi così tanti colpi bassi ma con molti cattivi pensieri. Certo per noi italiani, abituati a politici che si fregiano dei più pittoreschi delitti, i furti di computer, gli amorazzi segreti e i sogni pedofili fanno solo sorridere e non c’è facile capire come possano mutare il corso di un’elezione.

Mistero e suspance: non mi pare ce ne siamo un gran che per il lettore. Per i protagonisti c’è il mistero de “Il Fantasma di Fairbrother” e di come faccia a sapere cose tanto intime delle sue vittime. Scoprire chi vincerà le elezioni non mi pare sia, invece, motivo di particolare suspance e neppure l’evento più drammatico, la scomparsa del fratellino di Kriystal, è occasione per crearne.

Horror e paura: non direi che siano elementi di questo libro.

Avventure: sono quelle del quotidiano, assai meno spettacolari di quelle con maghi e draghi, ma non mancano i drammi.

Crescita: se mancano i tempi (i sette anni del ciclo) per vedere una vera maturazione dei personaggi, però assistiamo al cambiamento e alla maturazione di vari di loro, indotti dalle accuse del Fantasma e dal precipitare degli eventi che li costringe a confrontarsi con se stessi.

Morte: questo ingrediente fondamentale della celebre saga apre e chiude il nuovo romanzo e lo pervade dall’inizio alla fine, con la presenza ossessiva del defunto consigliere.

Veniamo quindi alla seconda domanda che mi ponevo all’inizio: quanto vale questo romanzo?

Credo che non potrà avere il successo planetario del ciclo fantasy, per la mancanza o la ridotta presenza di alcuni degli “ingredienti” che sottolineavo sopra, ma la robustezza della trama, la costruzione dell’ambiente, la descrizione, seppur non nuova, di un mondo borghese con le sue piccolezze, il dramma di alcuni personaggi (per quanto sesso e droga non siano certo elementi innovativi in un romanzo), l’affresco corale e l’innegabile capacità narrativa della Rowling fanno de “Il Seggio Vacante” un romanzo maturo, denso e intenso che, se troverà certo detrattori nell’indicarne alcune debolezze (non eccessiva originalità, un certo uso commerciale di alcuni cliché, per esempio), anche sull’onda del precedente successo, non potrà che portare questo libro in cima alle classifiche e a essere letto ancora per vari anni.

Vi lascio, infine, con due citazioni (non è trovate in effetti molte altre degne di esser ricordate):

Ma chi può tollerare di sapere quali stelle sono già morte? pensò, guardando il cielo notturno; c’è qualcuno al mondo che possa sopportare di sapere che lo sono tutte?

 

che tortura, quei piccoli fantasmi lasciati dai figli man mano che diventavano grandi”.

 

In conclusione, mi è piaciuto? Direi di sì. Penso che si potrà facilmente collocare tra i migliori libri letti nell’anno (ma siamo solo all’inizio), non direi però di riuscire a considerarlo un capolavoro, soprattutto perché non è riuscito a stupirmi. Mi ha fatto però riflettere e ragionare molto e questo è senz’altro un punto importante a suo favore. Inoltre, credo che sarà un romanzo di cui non mi dimenticherò troppo presto.

 

Firenze, 26/01/2013

L’ISOLA DEGLI INDUSTRIALI FAMOSI

Stieg Larsson - Uomini che odiano le Donne

Stieg Larsson – Uomini che odiano le Donne

Uomini che odiano le donne” è il primo volume della trilogia “Millennium” (dal nome della rivista per cui lavora il protagonista) opera dello svedese Stieg Larsson, scomparso sessantenne nel 2004.

Questi ponderosi volumi (676 pagine per il primo romanzo) che pare abbiano venduto oltre 30 milioni di copie (forse di più, dato che l’informazione l’ho presa dalla quarta di copertina dell’edizione Marsilio del 2010) sono stati uno dei maggiori successi letterari degli ultimi anni.

Nonostante la mole, il primo romanzo scorre veloce e le vicende della potente e un po’ strampalata famiglia Vanger incuriosiscono. I suoi membri e lo sfortunato giornalista improvvisato investigatore (Mikael Blomkvist) sono ben delineati e a volte simpatici.

Credo anzi sia proprio l’umana atipicità dei personaggi a rendere questo thriller particolarmente intrigante. Spicca, per esempio, la personalità malata dell’anoressica Lisbeth Salander, quasi autistica nei rapporti umani, abilissima con il computer e spietata quando occorre. Anomali (ma forse in Svezia le cose vanno così) anche i rapporti tra Mikael e la sua socia, che divide liberamente le sue notti tra lui e il marito e che non si preoccupa più di tanto se Mikael va a letto con quasi tutti i personaggi femminili che gli passano sotto il naso.

Il mistero da scoprire, dietro la scomparsa della nipote quattordicenne dell’industriale Henrik Vanger si rivela torbido per intrighi di sesso, potere e violenza.

Insomma, mi verrebbe quasi la tentazione di rispolverare l’elenco degli ingredienti fondamentali per un best-seller, che avevo tirato fuori anni fa leggendo Harry Potter.

Uomini che Odiano le Donne - Lisbeth Salander nel film

Uomini che Odiano le Donne – Lisbeth Salander nel film

Anche qui molti sono presenti in modo evidente: una buona trama, personaggi ben delineati, lotta tra Bene e Male, amore, violenza, paura, pluralità di nemici, un protagonista che si sente debole (Mikael è appena stato condannato in tribunale, Lisbeth è un’emarginata) ma si scopre forte, suspance, morte.

Per capire se ci siano anche l’unitarietà d’ambiente e una struttura unitaria dovrei leggere anche gli altri due volumi.

Ci sono poi altri elementi che ritenevo importanti nella saga della Rowling, sebbene meno evidenti: la ritualità emergerà nei comportamenti del serial killer, l’isola dove vive la famiglia Vanger funziona come una sorta di mondo parallelo. L’amicizia è quella tra Mikael ed Erika, ma anche quella tra Lisbeth e il suo primo tutore. L’iniziazione e la crescita verso l’età adulta riguarda Lisbeth.

Rispetto alle avventure del maghetto inglese mancano chiaramente la magia e l’avventura, ma in compenso c’è un pizzico di sesso in più.

Insomma, se odiate i bestseller per partito preso, lasciate stare, ma se come me pensate che forse non siano il massimo della letteratura, ma possono essere comunque una lettura piacevole e che dietro un grande successo deve pur esserci qualcosa, questo romanzo merita di esser letto, dato che il “dosaggio degli ingredienti magici” che fanno di un libro un successo commerciale ci sono quasi tutti.

Firenze, 23/08/2011

UN’ESORDIENTE DA UN MILIONE DI COPIE

Amabili resti - Alice Sebold

Amabili resti – Alice Sebold

Amabili resti” è il primo romanzo scritto da Alice Sebold e il secondo libro da lei pubblicato dopo “Lucky” il resoconto dello stupro che l’autrice subì nel 1981. L’autrice è nata nel Wisconsin nel 1963. Aveva allora circa diciotto anni. “Lucky” viene pubblicato nel 1999. Nel 2002 esce “Amabili resti” e fa un milione di copie nel primo mese di edizione.

Com’è possibile? Da autore “minore” e conoscendo vari esordienti, so bene che non è assolutamente possibile azionare, in autonomia, un passaparola che porti a simili risultati in un mese (salvo nelle leggende metropolitane). Non con le normali risorse di un autore e di un piccola casa editrice italiana. Certo il mercato americano è diverso, ma il meccanismo del passaparola sui libri presuppone che uno lo legga, gli piaccia, lo suggerisca a qualcun altro e questo legga e passi parola. Immaginando una settimana media per la lettura di un simile libro, due settimane tra la fine del primo ciclo di letture e il secondo ciclo attivato dal primo passaparola, quando il secondo gruppo di lettori avrà finito la lettura, sarà finito il mese (a essere ottimisti). Si può pensare che la storia personale dell’autrice, che viene ripresa nel romanzo, possa aver stimolato un primo gruppo di lettori, ma quanti possono essere quelli, che senza l’esperienza di lettori precedenti possono aver provato il libro per primi? In Italia forse mille (e credo di essere ancora una volta ottimista). Facciamo finta che ognuno di questi abbia convinto, mediamente, tre lettori a testa (a qualcuno non sarà magari piaciuto e l’avrà anche sconsigliato). Alla fine del mese saremmo a quattromila copie.

Alice Sebold

Alice Sebold

Evidentemente qui c’è stato molto di più che uno spontaneo passaparola, pur considerando che il mercato americano è molto più grande del nostro. Mi incuriosisce dunque sapere quale sia stato l’investimento iniziale dell’editore per questo romanzo e come abbia fatto a ottenere un simile risultato in così poco tempo.

Quanto a capire perché “Amabili resti” sia stato scelto per essere pubblicato, non mi è difficile: la storia di una violenza, dei mutamenti che questa apporta nella vita di una famiglia è già di per sé argomento che può attirare un certo numero di lettori. Se per giunta c’è un elemento autobiografico, alcuni lettori penseranno che questo aggiunge credibilità. Bisogna poi aggiungere che il Punto di Vista è quanto mai particolare, in teoria un po’ macabro, ma trattato con leggerezza: si narra di una violenza sessuale su una quattordicenne, culminata in un omicidio, il tutto narrato dalla vittima, Susie Salmon, ormai morta che osserva la vita dei propri familiari e amici, nonché del suo assassino, da un Cielo speciale, che non ha nulla dell’Aldilà cristiano o di altre fedi.

Trama dunque stimolante.

Come scrivevo, poi, il tocco narrativo non è quello dell’horror, come potrebbe essere, ma ha la leggerezza e l’allegria che può avere una vicenda descritta da una ragazzina, con ancora tanta voglia di vivere e amare, sebbene sia ormai morta. Sembra che io stia parlando della protagonista di una storia di vampiri. Non è così, ma forse si toccano corde simili: l’amore impossibile di una morta per i vivi.

Difficile, poi, leggendo, non lasciarsi emozionare dal dolore di questa famiglia cui è stato strappato via brutalmente un pezzo, dal triste stupore di questa morta, cui non basta la pace del suo bel Cielo.

Quello che mi è parso un po’ mancare è lo sviluppo della vicenda dell’assassino. Quel George Harvey, che sappiamo bene essere un maniaco e un pluriomicida e che continuiamo a veder sfuggire alla giustizia, ci fa un po’ rabbia. Verrebbe voglia di vedere un finalone in cui venga punito platealmente, non la sua morte casuale e naturale. Abbiamo qui invece una sorta di punizione divina, ma così blanda, che se fosse tale, allora dovremmo pensare che Dio punisce quasi tutti noi con la morte. Alice Sebold, del resto, di Dio non parla neppure nel Cielo di Susie Salmon, non sembra interessarle. La Giustizia umana fallisce e la Giustizia divina è assente.

Amabili resti - il film

Amabili resti – il film

Dato che si tratta di un bestseller vorrei fare anche qui la mia solita analisi degli ingredienti tipici dei libri di successo.

La trama: come già detto è avvincente, anche se poco adatta a svilupparsi tanto. Nella seconda parte diventa fiacca, perché alla fine ciò che conta (il delitto, le indagini e le reazioni dei parenti) lo abbiamo già visto all’inizio e andare tanto avanti negli anni, poco aggiunge alla lettura.

I personaggi: sono ben delineati, molti sono giovani e ispirano simpatia.

La paura: è neutralizzata dal fatto che sappiamo già quasi tutto e il narratore sta “in alto”, nel Cielo, lontano dai pericoli della terra.

Il mistero: idem come sopra. Il solo mistero è: “ritroveranno il corpo?” e “scopriranno l’assassino?” Ma all’autrice non interessa darci la soluzione.

Horror: la storia sarebbe anche un po’ macabra ma l’horror è annullato dal Punto di Vista.

La morte: qui ha un ruolo centrale, è la causa scatenante della narrazione e genera la voce narrante.

Il sentimento: non manca. C’è l’amore dei genitori verso la figlia, il loro amore reciproco in crisi, l’amore delle figlie per i ragazzini. Soprattutto c’è l’emozione per i sentimenti spezzati.

Conflitti minori trai personaggi con la presenza di “cattivi secondari”: pressoché assenti.

La magia: si parla di fantasmi e comunicazione tra vivi e morti.

Un mondo parallelo: è il Cielo in cui Susie “vive” la propria morte ovattata.

Un bambino isolato dal mondo: Susie è una ragazzina di quattordici anni che viveva in armonia con il mondo, ma che da questo è stata strappata via.

La lotta tra il Bene e il Male: c’è l’assassino e c’è il desiderio dell’amore, ma non c’è un vero conflitto trai due opposti. Sappiamo che Harvey è cattivo, ci sta antipatico o l’odiamo, ma nessuno lo combatte veramente e nessuno lo sconfigge. Né vince lui.

La spettacolarità: non molta, a parte forse la scena delle anime che di notte si sollevano dall’ospedale.

Rapporti parentali irrisolti: la morte di Susie mette in crisi il matrimonio dei genitori e porta la sorella a chiudersi.

La crescita: Susie vorrebbe crescere, ma il suo essere è congelato nel Cielo. Cresce allora attraverso la sorella, di cui segue la vita o attraverso Ruth, cui ruba persino il corpo.

La struttura: poco articolata.

L’ambientazione particolare: lo è il Cielo, ma il mondo terreno è comune e lì si svolge la maggior parte della scena

Un linguaggio speciale: assente.

L’amicizia: è importante.

Insomma ci sono alcuni degli “ingredienti magici” di un bestseller che avevo individuato qui parlando dei romanzi della Rowling. Siamo però piuttosto lontani dalla sua completezza.

Una cosa poi che mi lascia perplesso è che questo è un romanzo autobiografico, sebbene fortemente romanzato e reso fantastico da un tocco di sovrannaturale. Tendo infatti a dubitare un po’ degli autori che scrivono partendo da vicende personali. La paura è che esauriscano presto la vena creativa. La propria biografia (a meno che non si abbia una vita davvero straordinaria) è difficile che possa contenere troppe storie.

Aspetto dunque quest’autrice alla prova con qualcosa di completamente diverso.

Firenze, 13/10/2010

La guerra vinta da Licia Troisi

La setta degli assassini - TroisiIncuriosito dal successo di questa autrice, donna e, per giunta, italiana, ho acquistato “La Setta degli Assassini”, il primo volume del ciclo “Le guerre del Mondo Emerso” di Licia Troisi. Solo dopo aver finito di leggerlo sono andato a cercarmi una sua biografia e dal suo sito ho scoperto che è nata il 25 novembre 1980, dunque ha solo ventotto anni ed è maledettamente giovane (ero convinto fossimo coetanei!)
Devo dire subito che, nell’acquistare il libro, ho commesso un errore. Avrei voluto, infatti, iniziare la lettura dal primo volume e tale pensavo questo fosse ma ho scoperto solo aprendolo che è il primo volume, sì, ma del secondo ciclo.
A chi non avesse mai letto nulla di Licia Troisi consiglierei dunque ora di partire dal ciclo “Cronache del Mondo Emerso” e dal primo volume di questo “Nihal della Terra del Vento”, qualcuno, tra l’altro, dice che il primo ciclo è migliore del secondo.
In quarta di copertina si possono leggere le lodi che di quest’autrice fa la stampa. In particolare, Panorama la definisce “La Regina del Fantasy”.
Con la lettura di questo romanzo ho quindi cercato di proseguire il mio cammino alla ricerca degli “ingredienti magici” di un libro di successo di cui al mio precedente post (Gli ingredienti magici della gran cuoca Rowling).
Vorrei, però, prima soffermarmi sulla definizione di fantasy, cui, si dice, che questo ciclo appartiene. Leggo che il termine inglese è stato spesso utilizzato per indicare tutta la letteratura fantastica, e altre volte in riferimento al genere isolato. Registrato dai dizionari come genere letterario che tratta di universi immaginari di stampo medievale in cui operano il sovrannaturale e la magia, in realtà il termine è applicabile a opere in prosa che abbiano le seguenti caratteristiche:
a.       siano ambientate in mondi secondari, cioè immaginari, con regole interne ben precise e sempre rispettate;
b.      presentino forze magiche e sovrannaturali che operano al loro interno;
c.       possiedano uno stile elevato e un linguaggio alto, a volte arcaicizzante;
d.      affrontino il tema della ricerca (la quest) di un oggetto;
e.       presentino la lotta tra il Bene e il Male.
Sono andato a ricercarmi una definizione di fantasy, perché la sensazione che ho avuto alla fine della lettura era che questa storia lo fosse assai poco.
La mia idea del genere (che “frequento” poco) è, infatti, molto legata a quella di un mondo di magia, pieno di esseri fantastici come elfi, gnomi, draghi e troll. Ebbene questi compaiono nel romanzo, ma la loro natura magica mi è parsa del tutto secondaria rispetto allo svolgimento della storia. Ovvero, se anche alcuni personaggi, come Lonerin, sono maghi, si servono assai poco dei loro poteri e gli gnomi potrebbero essere una qualunque feccia umana, dato che la loro appartenenza ad una specifica razza non mi pare abbia grande importanza per la trama.
L’impressione che ne ho avuto è stata quella di una bella storia inserita in un contesto fantasy più per comodità di inserirla in un ciclo e in un genere di facile individuazione che per un’esigenza intrinseca del narrato. Badate che questo, al meno per me, non è un difetto. I generi letterari sono comodi per catalogare i libri, ma i “buoni” libri difficilmente si lasciano etichettare!
Bisogna, però, dire che il punto “a” è rispettato e ho trovato molto suggestiva l’idea della suddivisione geografica dei mondi emersi in Terra del Vento, Terra delle Rocce, Terra dei Giorni, Terra del Sole, Terra del Mare e Terra della Notte.
Il romanzo è ambientato soprattutto in quest’ultima che è tale di fatto, dato che non vi sorge mai il sole. Idea che mi pare, come dicevo, ricca di suggestione.
Che il punto “b” sia un po’ carente l’ho già scritto. Il punto “c”, poi, non mi pare sia la massima preoccupazione dell’autrice.
Per quanto riguarda “d”, è vero che Dubhe, la protagonista, va alla ricerca della pozione che potrà salvarla dalla Maledizione che la tortura, ma questa mi pare una ricerca troppo personale e “egoistica” per essere definita una “quest”, ma immagino che la cosa potrà svilupparsi negli altri romanzi del ciclo.
Infine, direi che il punto “e” è abbastanza rispettato dato che la Setta degli Assassini rappresenta senz’altro il Male. Però, il bene è piuttosto poco rappresentato, dato che anche Dubhe e il suo Maestro in fondo sono degli assassini e Dubhe di mestiere fa la ladra, dunque non proprio degli stinchi di santo.
Licia TroisiMa veniamo all’analisi degli elementi del successo. Vorrei partire dalla lista che avevo individuato nel post su Harry Potter:
1.        trama: indubbiamente c’è una storia anche se la trama è piuttosto essenziale e potrebbe essere agevolmente riassunta in poche righe senza perdere elementi significativi;
2.        strutturazione: per valutare questo aspetto correttamente dovrei leggere tutti i libri, cosa che non ho fatto. Questo è ben strutturato al suo interno con l’alternarsi di capitoli ambientati nel presente e capitoli ambientati nel passato. I personaggi emergono e si delineano bene;
3.        ambientazione costante: anche qui andrebbero visti tutti i libri del ciclo ma posso presumere che ci sia;
4.        ripetitività e ritualità: pur avendo letto solo questo volume, mi pare (da quel che ho letto in merito) che i romanzi siano caratterizzati da una progressività della storia, piuttosto che da una loro ciclicità, ma attendo conferma da chi li ha letti tutti;
5.        magia come estraneamento dalla realtà: direi che anche qui il senso dell’ambientazione fantasy è questo, pur con i limiti già detti;
6.        mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia: qui il mondo è alternativo al reale ma non c’è la schizofrenia del passaggio dal mondo vero a quello magico che può esserci, ad esempio in Harry Potter, si svolge tutto in un unico mondo, non si torna nel mondo “reale”;
7.        amicizia: non mi pare che ci sia molta “vera amicizia”. Il rapporto di Dubhe con il Maestro è quello di un’orfana alla ricerca di una figura paterna e quello con Jenna somiglia di più ad un amore mancato, quella con Lonerin è piuttosto acerba;
8.        lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto: questo è vero anche per questo romanzo;
9.        compenetrazione tra il Bene e il Male: è meno evidente che in Harry Potter;
10.     tanti nemici, grandi e piccoli: se questo era vero per il ciclo della Rowling, qui, invece, il nemico è uno solo, la Setta, con chi c’è dietro, come Aster, e con chi la compone, manca quindi la piccola lotta quotidiana;
11.     un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale: Dubhe non si sente mai del tutto debole, sebbene sia spesso sperduta e spaventata, ma è sempre piuttosto forte e, comunque, non scopre mai di avere poteri particolari, il suo è il normale percorso di crescita da bambina ad adulta;
12.     spettacolarità: è assai ridotta;
13.     competizione: non c’è competizione tra uguali. Il solo con cui Dubhe potrebbe competere è Jenna ma hanno un rapporto assai diverso;
14.     mistero: sebbene vi siano cose da scoprire (passaggi segreti, vie di fuga, complotti…) non vi è un vero mistero da svelare;
15.     suspance: la storia si lascia leggere volentieri e induce a proseguire nella lettura ma la suspance e l’attesa per nuovi sviluppi è relativa;
16.     paura: la protagonista può anche provare paura qualche volta ma non certo il lettore;
17.     avventura: ce ne è in giusta dose;
18.     iniziazione e crescita verso l’età adulta: questa è la parte che più mi è piaciuta di questo libro. I capitoli in cui Dubhe bambina è cacciata dal suo paese ed erra alla ricerca di un modo per sopravvivere e si lega così al Maestro, sono assai gradevoli. C’è da dire che, però, Dubhe non cresce mai del tutto (non in questo romanzo, ma ce ne sono altri), che stenta a capire chi sia e cosa debba fare di sé, ma, indubbiamente questo può essere definito un libro di iniziazione;
19.     morte: visto che si parla di assassini, ovviamente la morte è presente e, forse, anche il senso della morte, ma non c’è alcuno interrogarsi su di essa o il tentativo di superarla. Semmai solo un anelito naturale di sopravvivenza.
Cosa intendo dimostrare con questo confronto tra gli elementi dei romanzi della Rowling e quelli presenti nei cicli della Troisi? L’impressione che potrebbe risultarne, temo possa essere quella che “La Setta degli Assassini” non sia un buon libro. Il che non è quello che penso.
Credo che la Troisi si stia meritando il successo che ha ed il suo romanzo complessivamente mi è piaciuto.
Mettere però così a confronto due romanzi di successo (seppure non pari) mi aiuta (e spero aiuti anche chi legge) a capire l’eccezionalità abilità della Rowling ad inserire così tanti elementi nei suoi libri. Ad onore di Licia Troisi, devo però dire che mentre per Harry Potter ho esaminato tutti e sette i volumi, averne qui visto solo uno mi ha certo fatto perdere qualche elemento.
Vorrei però concludere con la sensazione, suscettibile di cambiare man mano che andrò avanti con quest’analisi, che la presenza ben equilibrata di tutti o molti degli “ingredienti magici” è uno degli aspetti importanti per il successo di un libro e azzarderei quasi a dire che il successo possa essere proporzionale alla maggior presenza di questi.
Nel libro della Troisi, infatti, sono presenti molti “ingredienti magici”, in quelli della Rowlings, tantissimi, in romanzi di scarso successo a volte se ne trovano si è no uno o due.
Ripeto, però, ancora, a scanso di equivoci, quanto precisato nel precedente post: in ogni ricetta ci devono essere ingredienti principali ed ingredienti di cui occorre solo un pizzico (eccedere con uno di essi può fare più danno che non metterlo!). La maestria nel cuoco non sta solo negli ingredienti ma anche nelle loro dosi, nei tempi di cottura e nella presentazione del piatto.

LA GRAN CUOCA ROWLING E I MAGICI INGREDIENTI DI HARRY POTTER

Il mese scorso ho letto anche il settimo libro della serie di Harry Potter (Harry Potter e i doni della morte) e non posso non interrogarmi su quale sia la formula magica che ha portato J.K. Rowling a diventare la scrittrice di maggior successo di questi nostri tempi (e non solo) nel giro di pochissimi anni. Ne sono passati, infatti, solo undici da quel 1997 in cui partorì il primo libro, che la portò subito alla ribalta, partendo dal nulla.
Io credo che la storia di questa geniale autrice non possa che essere presa ad esempio da qualunque scrittore sconosciuto che ambisca ad emergere dalla folla degli autori da dieci copie.
Dire che il successo di J. K. Rowling sia stato determinato solo dal marketing, dalla pubblicità, dai bei film girati sui suoi libri, sarebbe ingeneroso nei suoi confronti. Non si fanno cinque film di gran successo su dei libri scadenti, non si vendono milioni di copie con delle storie che non funzionano.
Altrettanto ingeneroso sarebbe considerare un’autrice che vende più copie della Bibbia (bestseller mondiale e secolare) come un’autrice di seconda categoria.
Ovviamente il successo “economico” di un libro non è tutto e non si valuta un libro sulla base delle copie vendute (altrimenti i miei sarebbero da considerare delle schifezze!), ma, certamente, se un autore riesce a trovare il consenso di milioni di lettori che le comprano non un libro ma sette, che la seguono in un’avventura lunga ormai undici anni (come l’età del suo personaggio nel primo libro), che leggono avidamente migliaia di pagine, quest’autore non può non essere considerato un genio, perché la genialità, a volte, sta anche nel saper capire la gente, nel saperne riconoscere i gusti, nel dare alle persone ciò che vogliono. Per questo dunque io qui proclamo che Joanne Kathleen Rowling è un genio.

 

Cosa ha capito, allora mi chiedo, questa donna che noi bricoleur della letteratura non abbiamo compreso? Cosa la rende differente da noi

Rowling

sconosciuti della tastiera? Io non leggo tanto quanto vorrei, ma posso dire di aver letto libri di autori molto differenti tra loro, compresi alcuni di autori che i più definiscono “emergenti”. Quello che, talora, ho riscontrato nei libri che non emergono è, innanzitutto, la mancanza di una storia, di una trama. Parrà banale, ma, cari colleghi bricoleur, alcuni di noi a volte scrivono dei libri in cui non si parla di nulla. Ebbene, nei libri della somma Rowling, la trama c’è sempre ed è ricca, articolata, ben sviluppata, colma di richiami al passato (il settimo volume in particolare) e di annunci per il futuro. Ogni volume ha una sua trama che lo rende unico e leggibilissimo in sé stesso, ma tutti sono connessi da una trama comune che li lega bene tra loro.La mia impressione è che questa trama si sia delineata nella mente dell’autrice progressivamente, man mano che scriveva, direi soprattutto dal quarto libro in poi, dopo che il successo l’aveva ormai resa un’icona vivente e che aveva la certezza di poter scrivere con tranquillità tutte le centinaia di pagine che voleva. I primi due volumi e forse anche il terzo, sono, infatti, un po’ più chiusi in sé, più unitari. Il sesto è decisamente proiettato in avanti. Non è concepibile senza il settimo, che, a sua volta, chiude magistralmente il tutto. Quello che credo dovrebbe lasciare un po’ perplessi i fan di questo ciclo è l’improvviso salto temporale dell’ultimo capitolo, che sembra volerci dire: ok, è veramente finita, almeno per qualche anno non succederà più nulla. Probabilmente sarà così. Una trama vuol dire anche struttura. Certo la Rowling non è Dante e non divide i suoi libri pesandone le parti e bilanciandole in modo ossessivo, ma ogni suo libro ha una struttura di massima che si ripete. Questo dà tranquillità al lettore, gli fa sentire i libri come qualcosa di familiare. Per struttura mi riferisco qui al fatto che iniziano tutti a casa degli zii, c’è poi l’anno scolastico che segue il suo corso, secondo una tempistica ben nota ad ogni scolaro (quali sono la maggior parte dei lettori) e si chiude con una vittoria parziale del nostro eroe. Solo il settimo libro, rompe gli schemi. Sembra quasi un modo per aiutarci al congedo. Fin dall’inizio si capisce che tutto è cambiato. Anche l’ambientazione, altro aspetto tranquillizzante e che porta il lettore ad identificarsi con i libri, nel settimo improvvisamente muta, non è più nella scuola, la scuola c’è sempre, compare, ma è diventata uno spazio secondario. Tutto ciò sembra volerci preparare al cambiamento (che potrebbe essere la fine effettiva della serie o un suo nuovo inizio su altre basi).Questi tre aspetti (trama, strutturazione e ambientazione) già spiegano buona parte dell’affezione dei lettori verso il ciclo, lettori, in genere, giovanili, che quindi ricercano la sicurezza della ripetitività, del rito. Il rito. Ecco un altro aspetto. I libri sono rituali non solo per i tempi che si ripetono, ma anche per la componente magica, che ne costituisce la “religiosità”, quella che dà un senso al rito.

La magia viene spesso indicata semplicisticamente come la componente che fa di questi libri dei libri di successo. In effetti, ha la sua importanza, anche se, come stiamo vedendo, non è l’unica. Perché piace la magia? Innanzitutto perché ci rende capaci di fare cose che nel mondo reale non sappiamo fare, perché, quindi, ci fa sognare un mondo diverso dal nostro. I libri di HP sono colmi di magia. Il suo universo è pervaso di magia. Molte delle cose che nel nostro mondo fa la tecnologia, lì vengono realizzate con la magia. È un mondo alternativo, quasi ucronico. In un certo senso potrebbe essere davvero ucronico se immaginassimo la domanda “se la magia esistesse e i maghi vivessero nascosti in mezzo a noi, come sarebbe il mondo?” Non è un mondo ucronico, però, perché l’esistenza della magia non porta effetti sul mondo reale, non modifica la storia come la conosciamo, si limita a creare un universo parallelo (non uno divergente). Il successo dei libri di magia (considerate anche il Signore degli Anelli o le Cronache di Narnia, solo per citare i più famosi) nasce, a mio avviso, dal medesimo desiderio di mondi alternativi che è alla base dei romanzi ucronici (che quindi potrebbero meritare un successo almeno confrontabile, se solo l’editoria se ne rendesse conto!). La magia sostituisce, in questo scorcio di terzo millennio, la tecnologia nell’immaginario letterario. Solo pochi decenni fa era la fantascienza a svolgere questa funzione. Ormai, però, la tecnologia è andata troppo avanti, nulla più di essa ci stupisce, ci pare che abbia raggiunto i suoi limiti, i viaggi nello spazio non ci paiono realizzabili. La tecnologia non ci basta per sognare. Vogliamo la magia. La fantascienza ci faceva sperare in futuri migliori e diversi. L’ucronia ci fa sognare un diverso passato (e di conseguenza un diverso presente). La magia ci fa sognare solo un presente diverso. L’orizzonte temporale del sogno si restringe. Non osiamo sognare più in là. Non osiamo sognare sogni che potrebbero diventare reali. Il virtuale prevale. Il sogno domina il nostro tempo. Viviamo schizofrenicamente, come HP, in universi paralleli, nascosti dietro impossibili avatar e nickname. HP quando è a casa degli zii non può esercitare la magia. Sono due mondi paralleli. In ognuno siamo diversi, abbiamo poteri diversi. Per questo HP e il mondo di Hogwarth sono lo specchio del nostro tempo. Per questo ci riconosciamo in loro. Sono il virtuale.

Ed ogni mondo parallelo che si rispetti, come ci insegnano il fantasy e la fantascienza, ha il suo linguaggio. Parlare di Babbani, Dissennatori, Horcrux e altre simili parole inventate aggiunge sicuramente fascino alla narrazione e stimola il desisderio di conoscere e di arricchire il proprio linguaggio che è, io credo, innato in ciascuno di noi e particolarmente sviluppato nei ragazzi.
Cos’altro c’è in questi libri?
C’è l’amicizia. L’amicizia tre ragazzi, un’amicizia solida, indistruttibile, nonostante i vacillamenti, i litigi, un’amicizia che si estende al gruppo, ai Grifondoro, all’Esercito di Silente, all’Ordine della Fenice, un’amicizia concentrica, dilatabile, in cui c’è un centro ma in cui c’è posto per chiunque abbia un cuore da offrire. Un’amicizia che resiste per sette anni e oltre (come ci fa capire l’ultimo capitolo).
C’è, però, anche il suo opposto. Un bambino isolato, che vive con una famiglia che lo odia. Un ragazzo che a volte viene sospettato e accusato, che deve difendersi dall’invidia e dalla maldicenza. Ci sono nemici. Piccoli nemici, come quelli che ogni bambino e ragazzo e uomo hanno, ma anche grandi nemici, nemici personali, nemici giurati, nemici spietati. Ci sono falsi amici e falsi nemici. Nemici che si rivelano grandi amici e amici che nascondono dentro di sé il Male, quel Voldermort che si insinua dentro di loro, che muta aspetto, che ha un’anima spezzata per propria stessa folle volontà.
Voldermort è il male assoluto ma la Rowling ha la grande capacità di descrivercelo non come uno stereotipo del male. Ci fa vedere come e perché è diventato tale. Persino lui ha la sua umanità.
Questi sono libri in cui il Bene ed il Male si fronteggiano continuamente, ma non sono libri manichiesti. Bene e Male non sono sempre tutti dalla stessa parte, sono compenetrati. Lo stesso HP è un po’ Voldermort, ha un po’ di Tom Riddle in sé.
Streghe e lupi mannari non sono più simboli del male, come eravamo abituati a considerarli. Anche loro si dividono in buoni e cattivi.
C’è poi il personaggio. HP è un ragazzo, come dicevamo, che vive in un mondo di gente normale (Babbani) conducendo una vita sventurata con una famiglia che non lo ama e lo disprezza. Improvvisamente scopre di essere speciale. Un mago. Non solo: un mago speciale.
Non è mai convinto della sua eccezionalità, che però, libro dopo libro, anno dopo anno, appare sempre più evidente. È un personaggio in cui è facile per ogni adolescente (e non solo) identificarsi.
Tutti sognano di essere migliori di quelli che sono, speciali. È questo il sogno che ci regala HP.Cos’altro c’è? Ovviamente quello che più si apprezza al cinema, ciò che rende questi libri così adatti per trasformarsi in film da alto budget e dagli effetti speciali mirabolanti: la spettacolarità.
Fantasmi, giganti, draghi, magie, elfi, basilischi, ippogrifi, fenici e ogni altra sorta di mostri, un castello animato da scale mobili e ritratti parlanti. Come se non bastasse, la Rowling si è persino inventata il Quiddich e il Torneo Tre Maghi: anche gli amanti dello sport sono accontentati.
La competizione è, infatti, un ennesimo elemento, le quattro Case competono tra loro all’interno della scuola, le scuole competono nel Torneo Tre Maghi, i ragazzi delle Case si affrontano in strane partite a palla volando sulle scope.
In HP troviamo, poi, il mistero, molto mistero. Ci sono sempre molte cose poco chiare e che vanno scoperte. Non manca la suspance. C’è attesa per gli sviluppi successivi.
C’è paura. Non certo terrore, ma sufficiente a fare un film in cui il pubblico più giovane chiude gli occhi o sobbalza sulla sedia.
C’è anche un po’ di horror, dato che Voldermort non si può certo dire una bellezza, i Dissennatori sono inquietanti e i mostri non mancano.
C’è avventura. Tanta avventura, con lotte tra buoni e cattivi, peripezie, ostacoli da superare, percorsi di iniziazione. È, infatti, anche un ciclo di libri sulla crescita, sul passaggio dall’infanzia all’età adulta e contiene quindi anche piccole riflessioni sulla vita.

E c’è, infine, la morte, che nell’ultimo volume fa da padrona.
Abbiamo, dunque, incontrato i principali elementi di molti libri. Certo si possono fare buone torte e buone minestre usando ingredienti molto diversi, quindi, sarebbe naturale che anche qui qualche elemento, che è la forza di altri libri, manchi. Mancano, in effetti, l’amore e il romanticismo, anche se negli ultimi libri la Rowling cerca di darne una spolverata. Manca quasi del tutto la satira, anche se quel mondo alternativo con i suoi ministeri, le sue scuole e le su banche potrebbe esser considerato una sorta di satira del mondo reale. L’umorismo è presente in dosi moderate e non manca una blanda ironia. La metafora della vita e della politica mi pare secondaria o inesistente. L’introspezione e la psicologia ci sono ma in giusta dose. E così via. Non si sente la mancanza di quello che non c’è. Non si desidera che questa storia sia diversa. Certo anche questi libri hanno i loro difetti, ma sono peccati veniali (mi viene in mente,ad esempio, l’estrema lunghezza della parte sul campionato mondiale di Quidditch).
Del resto, in alcune migliaia di pagine c’è posto un po’ per tutto e, comunque, in ogni ricetta ci devono essere ingredienti principali ed ingredienti di cui occorre solo un pizzico. La maestria nel cuoco non sta solo negli ingredienti ma anche nelle loro dosi, nei tempi di cottura e nella presentazione del piatto. Quest’ultima l’hanno fornita il marketing e, in primis, i film realizzati.Lasciamo alla Rowling il segreto delle dosi e dei tempi di cottura, ma cerchiamo qui di riepilogare gli ingredienti:
– trama;
– strutturazione;
– ambientazione costante;
– ripetitività e ritualità;
– magia come estraneamento dalla realtà;
– mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;
– linguaggio inventato;

– amicizia;
– lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto;
– compenetrazione tra il Bene e il Male;
– tanti nemici, grandi e piccoli;
– un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;
– spettacolarità;
– competizione;
– mistero;
– suspense;
– paura;
– avventura;
– iniziazione e crescita verso l’età adulta;

– morte.Ho dimenticato qualcosa? Certamente, ma esaminate i libri che avete letto e ditemi in quanti trovate tutti questi elementi. Magari ne hanno altri. Elencateli. Sono pochi? Un buon piatto può anche avere uno solo, ma deve essere molto buono, però la mancanza di ingredienti può essere un indizio del perché i clienti lasciano il ristorante. Se vi chiedete perché non hanno il successo di HP, forse la riposta è tutta lì: gli autori sono stati un po’ tirchi con qualche ingrediente. Oppure non li hanno saputi dosare.
Joanne Rowling, invece, è una gran cuoca. Una curiosità

Visto che si parla di HP, vorrei fare una domanda a chi conosce meglio di me tutti i retroscena di questo libro? Come mai se solleviamo la sovracoperta del settimo libro in edizione italiana, sulla costa non si legge il titolo del libro ma una misteriosa parola: LANDUS? È, forse, mi chiedo, un segnale per dirci che questo libro è l’ultimo di questa serie ma il primo di un’altra, uno in cui su ogni libro scopriremo una piccola parola, per arrivare a ricostruire una frase misteriosa? Ho letto, però, che l’editore ha cambiato la nuova edizione di tutti i libri e, pertanto, ora, su ciascun volume si legge una parola simile, unendo tutti i libri della nuova edizione dovrebbe venire fuori il motto di hogwarts “draco dormiens nunquam titillandus”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: