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QUALCOSA SI MUOVE A FIRENZE

libroQualcosa si muove a Firenze, in questa città che strenuamente resiste all’avanzata dei barbari dal nord, in quest’oasi che si oppone alla diffondersi del virus dell’ignoranza e dell’incomprensione.

Nel capoluogo toscano, alcuni anni fa, è nato un movimento di gente che ama i libri, la letteratura, la cultura e l’arte. È nata un’associazione che orgogliosamente e semplicemente si definisce GSF – Gruppo Scrittori Fiorentini, cui anch’io ho aderito, seppur con colpevole ritardo. Il Gruppo è attivissimo con un’agenda così piena che spesso più eventi si sovrappongono nella stessa giornata.

Nel GSF non ci sono solo scrittori o aspiranti tali, ma anche artisti di altro genere.

Nasce così l’idea di Chiara Novelli e Anna Pagani di mettere assieme arti visive e scrittura e realizzare così un “libro d’arte” che unisse le opere di cinque artisti (la stessa Chiara Novelli, con Nicoletta Manetti, Gianni L’Abate, Roberto Mosi e Raffaele Masiero) con degli scritti ispirati ai loro dipinti o fotografie, brevi racconti, pensieri in libertà e poesie. Gli autori abbinati a ciascun artista sono 5 e assieme costituiscono una sezione del volume (Nascita, Natura, Amore, Tempo e Viaggio), per un totale di 25 scrittori (Corinna Nigiani degl’Innocenti, Paola Vergari, Cristina Gatti, Giulietta Casadei, Massimo Maniezzi, Renato Campinoti, Claudio Raspollini, Benedetta Manetti, Daniele Locchi, Mirko Tondi, Michele Protopapas, Claudia Muscolino, Gabriella Campini, Maurizio Castellani, Eleonora Falchi, Fabrizio De Sanctis, Anna Crisci, Maila Meini, Margherita Pink, Nicola Ronchi, Antonella Cipriani, Francesca Pacchierini, Paolo Orsini, Vincenzo Maria Sacco).

La prefazione è di Giandomenico Semeraro, l’introduzione di Anna Pagani, la postfazione del presidente di ALA Marco Rodi, i ringraziamenti finali del presidente del GSF Vincenzo Maria Sacco.

Il progetto è stato realizzato dalla casa editrice consociativa livornese A.L.A. – Associazione Liberi Autori, in un album a colori di dimensioni A4, che raccoglie dunque 25 immagini e 25 scritti, in cui la compenetrazione reciproca è tale sia visivamente, sia con sfondi dei testi che riprendono le immagini descritte, sia con il ricorso, talora, a forme di scrittura visuale, sia per la natura quasi pittorica di molti testi. Ci troviamo, infatti, spesso di fronte a elaborati, in prosa come in poesia, che somigliano a quadri descrittivi, più che a narrazione di eventi.

Il volume, intitolato “La gioia di vivere” (quale sempre esprime questo vivace gruppo), rimane così davvero come un album di ricordi da conservare in libreria. La collana in cui compare e che è da questo volume inaugurata, si chiama appunto “Gli album”.

La lettura scorre veloce e facile sugli ampi caratteri scelti per rendere al meglio l’impatto visivo desiderato. Questa commistione di immagini e testi non può che ricordarmi la realizzazione delle due “gallery novel” (“Il Settimo Plenilunio” e “Jacopo Flammer nella terra dei suricati“) da me curate, facendo, però, realizzare le immagini in funzione dei testi e non viceversa come ne “La gioia di vivere”.

In bocca al lupo a tutti gli amici del GSF, con l’augurio di poter presto affrontare nuove avventure culturali.

POETA NONOSTANTE TUTTO

Guido De Marchi dichiara nel titolo della sua recente silloge di versi “Non voglio essere poeta” e prosegue nel sottotitolo “ma voce/ voce dell’individuo / che vive in me / nella scomposta scorza / della mia pelle”, eppure c’è poesia in queste pagine. Poesia che non vuole “usare parole / adorne di sete orientali / e scintillanti broccati / ornati di perle / e pietre preziose” ma che uso un linguaggio quotidiano e diretto, nel descrivere una realtà non meno quotidiana e umana, in cui persino la “banalità / di un pomeriggio / al mare” può essere occasione per osservare e scrutare un mondo fatto di persone vive che si perde nelle proprie attività e pare ignorare “lo stormire / di fronde senza nome, / il gorgogliare delle fonti / e il canto … il canto allegro / degli ignoti / abitanti dell’aria / e i mille colori / della loro livrea”. Tutto ciò non sfugge, invece, ai sensi del poeta, che sembra amare più la compagnia della natura o nel paesaggio, che sia la sua amata Liguria, Lisbona, la Bretagna o una misteriosa “city”, al vano chiacchiericcio della gente “tra distratte / strette di mano / e stampati sorrisi / da orecchio a orecchio / (chiusi all’ascolto) /”.

Guido De Marchi oltre che poeta e persona sensibile è pittore e lo sguardo attento al dettaglio si nota anche in questi versi. Sguardo attento che però non traduce l’immagine in pedante descrizione, ma la coglie con veloci linee, rapidi tratteggi, come nella sua pittura, che predilige l’astratto.

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Guido De Marchi

Il volume è illustrato da numerosi disegni di non meno numerosi artisti, quasi una trentina, direi. Se fosse un romanzo, direi che potrebbe quasi essere una “gallery novel” sulla scorta delle due da me curate cui Guido De Marchi partecipò. Chissà se gli ha dato una definizione. “Poetic gallery”? Strano che con tante immagini all’interno, la copertina non ne abbia alcuna.

Conosco, infatti, De Marchi ormai da quasi vent’anni, da quando frequentavo Liberodiscrivere, e ci si leggeva reciprocamente in rete. Ricordo in particolare la sua partecipazione all’opera collettiva “Tr@mare” nata nel Laboratorio di Liberodiscrivere assieme ad altri 11 autori. Nel 2007 fu tra gli illustratori de “Il Settimo Plenilunio” e nel 2013 tra quelli della gallery novel “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”.

Nel 2008 lessi la sua antologia di foto e poesie “L’ombra del verso”, scritta con Francesco Brunetti. Sempre ricevo con piacere le copie della sua rivista “Banchina”. L’introduzione del suo volumetto “Haiku per un mese” la scrissi io e la prima versione di “Cybernetic love”, che scrissi con Simonetta Bumbi e che poi Liberodiscrivere pubblicò nella raccolta “Parole nel web”, ce la stampò in casa lo stesso De Marchi, che anche questo volumetto lo ha prodotto in proprio. Un poeta, un artista, una persona gentile e un amico, seppure virtuale (rarissime le occasioni in cui ci siamo incontrati di persona).

 

Carlo Menzinger con il volume di De Marchi

LA SUGGESTIONE DEI LUOGHI MITICI

Umberto Eco è certo più letto come autore di romanzi che come studioso, ma la sua attività universitaria è ben nota e la sua produzione saggistica supera almeno in quantità quella narrativa. In passato ho molto amato la lettura innanzitutto de “Il nome della rosa”, ma anche de “Il pendolo di Foucalt”, “L’isola del giorno prima”,  “Baudolino”. In queste opere si ritrovano spesso accenni, più o meno ampi a miti e leggende, dunque non stupisce affatto che il semiologo alessandrino abbia recentemente (2013) pubblicato un saggio intitolato “Storia delle terre e dei luoghi leggendari”.

Se, anzi, lo considero uno degli autori più vicini al mio modo di scrivere è proprio per quel suo gusto di inserire elementi mitici nelle sue ambientazioni storiche, che non molto dissimile da quanto posso aver fatto nel mio “Il Colombo divergente” e in “Giovanna e l’angelo”, ma anche, in misura minore ne “La bambina dei sogni”.

Il professore, però, come questo suo ruolo richiede, tiene più distinti i due piani, che io amo invece mescolare maggiormente.

Leggere “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” non mi ha certo aperto un mondo nuovo, dato che molti dei luoghi immaginari citati li conoscevo già e alcuni possono essere trovati citati nelle mie opere che dicevo, ma qualcosa di nuovo e interessante questo libro lo offre anche a me, se non altro, il gusto di rinfrescare la memoria su temi come gli antipodi, le terre australi, la terra cava, Taprobana, Atlantide, le terre omeriche e bibliche, l’Eden, l’Ultima Thule, i luoghi del Graal, Iperborea, le isole dell’utopia, Lemuria e il regno del Prete Gianni.

Il volume alterna, all’interno dei capitoli, una parte descrittiva a un’antologica a supporto di quanto descritto.

Il testo non si presenta né innovativo, né porta avanti tesi particolari, ma sembra piuttosto una piccola enciclopedia antologica delle terre e dei luoghi leggendari. Insomma, più un testo da consultazione che da lettura. Testo comunque utile e che meritava essere scritto.

 

 

Umberto Eco

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