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LE MOTIVAZIONI STORICHE DELLA FRETTA

Il Tempo mi ha sempre affascinato e forse un po’ angosciato. Come autore di ucronie, mi incuriosiva leggere qualcosa su come sia nato il concetto di tempo lineare. Nelle ucronie, immaginiamo, infatti, un tempo diverso, un tempo che diverge dal corso originale, un tempo che si biforca. Ogni storia segue una biforcazione, ma le divergenze temporali, per l’ucronia, possono essere infinite. Ogni evento ha in sé eventi alternativi, spesso infiniti, gli eventi della linea temporale in cui viviamo sono infinti, con infinite divergenze. Le linee temporali sono dunque infinite, ognuna con infinite divergenze.

Questa visione è implicita nelle narrazioni ucroniche ma non l’ho mai vista esplicitata o teorizzata in alcun testo. Ero dunque curioso di leggere un saggio che descrivesse il variare del concetto di tempo nella storia della filosofia per vedere se apparisse una simile idea. Sono allora andato nel Gruppo Filosofia su Anobii e ho chiesto consiglio su cosa leggere. Tra le varie proposte mi è stato suggeritoEssere senza tempo” (2010) di Diego Fusaro, un giovanissimo filosofo e saggista italiano (nato a Torino il 15 giugno 1983) con al suo attivo, nonostante l’età, già numerose pubblicazioni.

In effetti, la lettura merita senz’altro e, come mi era stato detto, è ricca di riferimenti e citazioni di pensatori di tutte le epoche. Affronta però il concetto di tempo in maniera diversa da quella che mi interessava esplorare. Si concentra, infatti, sull’accelerazione della Storia e sul suo effetto sulla vita quotidiana, che è la fretta. Tra l’altro Fusaro parla anche di ucronia, ma non lo fa come in letteratura, riferendosi alla narrazione di tempi alternativi, di allostorie, di storie controfattuali che nascono dall’esplorazione dei “se” della Storia. “Ucronico”, mi parrebbe, che per lui (che peraltro cita anche Renouvier, da cui deriva il su citato concetto di ucronia) voglia dire soprattutto “senza tempo” nel senso di mancante del tempo, e non di fuori dal tempo. Definizione semanticamente accettabile, dato che il termine deriva dal greco “ou-cronos”, ovvero “non-tempo” e. forse sarebbe più giusto usarlo nel senso di “privo di tempo” piuttosto che di “tempo alternativo”. Il termine, seppur ancora poco diffuso, mi pare però sia più comunemente usato in quest’ultima accezione.

Diego Fusaro

Essere senza tempo” (potremmo tradurre “Vivere ucronicamente”?) è dunque un saggio sullo scorrere del tempo e non sulla sua forma, come avrei sperato, ma non per questo è meno ricco di spunti come l’idea (utile anche per una chiacchiera al bar) che il caffè sia un acceleratore della Storia e del Tempo, in quanto, allungando la veglia e accorciando la notte, ha reso l’uomo più produttivo e più adatto alla Rivoluzione Industriale. Proprio perché riduce il sonno e allontana le tenebre, il caffè diviene bevanda della borghesia emergente e simbolo dell’illuminismo (pensate ai caffè letterari), mentre la nobiltà dilatava i suoi tempi sorseggiando placidamente la cioccolata (non anche il the?) e gli operai abbrutiti dal lavoro fordiano in catena, si ubriacavano di acquavite.

L’opera si presenta organica e strutturata, mi si perdoni quindi se, per darne un’idea cito parti un po’ a caso, ma un altro concetto interessante su cui ho riflettuto è il Secolo breve che Fusaro vedrebbe (ma credo che lo spunto venga da più lontano) racchiuso tra il 1914 e il 1989 e la grande importanza in termini di accelerazione rivestita dalla Rivoluzione Francese. Mi verrebbe allora da pensare che forse dovremmo considerare la modernità (magari chiamandola “epoca rivoluzionaria”) come quel periodo della Storia caratterizzato per la forte presenza di movimenti rivoluzionari e che comincia, appunto, con la Rivoluzione Francese (1789) e si conclude con la caduta del Muro di Berlino (1989), che segna la fine emblematica del sogno della Rivoluzione Russa e che vede al suo interno anche la Rivoluzione Industriale, la Rivoluzione Cinese e quella Informatica e le basi per quella Internet, ma in cui possono anche essere inseriti i fenomeni del Nazismo e del Fascismo, che sebbene non “rivoluzionari” in senso stretto, miravano però a rivoluzionare e trasformare radicalmente la società e il mondo e, persino, le esperienze di Franco in Spagna e di Tito in Jugoslavia, per non parlare del Quarantotto e del Sessantotto. Due secoli precisi di “modernismo” rivoluzionario (non solo sul piano sociale, ma anche tecnologico e organizzativo), caratterizzati da una fortissima accelerazione dalla Storia, seguiti ora da questa fase post-industriale di recessione e regressione e di fine della civiltà occidentale, in via di superamento da parte delle economie asiatiche cinese e indiana, ma anche dalle forze emergenti dell’America Latina.

Inutile dire che le considerazioni, ben documentate, attorno al motto moderno “Mi affretto, dunque sono” si presentano come un momento importante di riflessione sul senso della vita moderna, in cui la fretta, figlia del periodo rivoluzionario e della civiltà industriale, è divenuta condizione di vita costante e insuperabile dell’uomo contemporaneo, continuamente pressato da scadenze e obblighi temporali, che ne scandiscono non solo la vita o l’anno, ma i mesi, i giorni e persino le singole ore. Come non interrogarsi allora sul senso di tutto ciò, considerando anche l’origine storica e sociologica del fenomeno: la necessità di produrre di più e in modo più efficiente, per riversare sui lavoratori-consumatori masse di prodotti che si fanno desiderare ma che per essere acquisiti richiedono sempre maggiori sforzi lavorativi-produttivi e quindi l’immissione di ancora più prodotti e servizi da offrire, in una catene viziosa in cui il risultato è un’accelerazione spasmodica dei ritmi di vita e della fretta che li caratterizza, con la perdita di profondità di cui ha scritto Baricco nel suo saggio “I Barbari”.

Eppure questo non è fenomeno nuovo, come si vede dalle citazioni di Fusaro, quale la seguente, che mostra come alcuni spiriti acuti già coglievano le contraddizioni che sarebbero divenute presto ben più evidenti:

“Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla” (J. W. Goethe, lettera del novembre 1825) 

Il concetto prende forma, del resto, come evidenzia Fusaro già in Kant, Hegel, Marx e caratterizza le politiche di Lenin e Hitler. Oggi, con internet, l’accelerazione della locomotiva del tempo, raggiunge ritmi da deragliamento, con uno scambio informativo istantaneo e globalizzato.

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I VIAGGI PSICO-CRONICI DELLA NIFFENEGGER

Audrey Niffenegger - La Moglie dell'Uomo che viaggiava nel Tempo

Audrey Niffenegger – La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo

Viaggiare ti apre la mente, ti fa entrare in contatto con luoghi nuovi e gente diversa. Viaggiare nel tempo ti porta a visitare epoche diverse: è un modo ancora più affascinante per viaggiare, anche se non per tutti! La fisica purtroppo rende questi viaggi solo frutto della fantasia. Forse per questo ho sempre amato le storie che parlano di viaggi nel tempo. Nei confronti del tempo poi ho da anni una particolare attenzione, che forse si potrebbe quasi definire “ossessione”. Questo flusso inarrestabile che procede sempre nello stesso verso, con lo stesso ritmo è qualcosa che non mi è mai andato giù. Forse per questo mi sono trovato a diventare un autore di ucronie. Riscrivere la Storia è un po’ ingannare il Tempo, quasi come viaggiarci attraverso.

I romanzi che parlano di questo tipo di viaggi, da Wells in poi sono stati tanti. Persino l’ultimo romanzo che ho pubblicato, “Jacopo Flammer e il Popolo delle amigdale”, ne parla. Chi ne scrive comunemente si preoccupa dei paradossi che ne derivano. Il tema di molti viaggi nel tempo è: se torno indietro e faccio qualcosa che fa sì che io non nasca più, come posso essere tornato indietro? Spesso i viaggiatori nel tempo, come il protagonista di “Ritorno al futuro”, cercano continuamente di rimettere le cose al loro posto, come se con il loro passaggio nel passato non le avessero corrotte per sempre.

Nel mio romanzo ho risolto il problema immaginando un tempo che somigli a un frattale e che non sia quindi lineare. Se torno nel passato, creo un nuovo presente e un nuovo futuro, ma il presente da cui vengo non cambia.

Audrey Niffenegger in “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” ha un approccio doppiamente innovativo rispetto a questa materia.

Il primo approccio consiste nel dire: quel che è stato è stato. I viaggi nel tempo non alterano proprio nulla, semplicemente sono qualcosa che c’è sempre stato, che fa parte del passato.

Se il suo Henry incontra Claire bambina, non ha alterato la sua relazione con quella che diverrà sua moglie. Semplicemente la loro storia d’amore è fatta così, si nutre di questi incontri tra il viaggiatore Henry e questa bambina-ragazza-donna che lui incontra in varie età della propria e della di lei vita. La loro vicenda è così: un continuo mescolarsi di passato, presente e futuro. Ogni capitolo comincia con una data e l’età di Henry e Claire. Una volta lui ha 40 anni e lei 6, un’altra lui 28 e lei 20 e così via. Solo quando si incontreranno nel presente potranno sposarsi, ma Henry continuerà a sparire per recarsi in epoche diverse e Claire continuerà ad aspettarlo, come faceva quando Henry era solo un uomo che veniva dal futuro.

La Moglie dell'Uomo che viaggiava nel Tempo - Il Film

La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo – Il Film

Il secondo approccio è ancora più innovativo. Di solito si viaggia tramite macchine, buchi neri, deformazioni spazio-temporali, porte temporali. Henry no. Henry viaggia per malattia. La sua è una malattia genetica con manifestazioni psico-somatiche. Quando è nervoso o se guarda la TV (cosa che evita), tutto d’un tratto scompare e di lui rimangono solo i vestiti. Arriva così nell’altro mondo completamente nudo. Non può portarsi dietro nulla, neanche le capsule dei denti, cui deve rinunciare.

Anche la logica con cui si muove è nuova. Non si sposta di tanti anni quanti ha programmato o secondo regole fisico-matematiche. Si sposta in tempi e luoghi del cuore. Come in un sogno. Torna sempre nel luogo e nel momento dell’incidente in cui sua madre perse la vita e lui, smaterializzandosi, sopravvisse. Torna sempre nelle case in cui è vissuto o in cui vivrà e soprattutto torna sempre da Claire. Li definirei dei viaggi “psico-cronici”. Certo a volte finisce nei posti più impensati ed è lì che si trova nei guai maggiori. Perché viaggiare nel tempo è davvero pericoloso, soprattutto se lo si fa completamente nudi. I pericoli maggiori sono le persone che lo aggrediscono, prendendolo per un maniaco, e il gelo. Oltre tutto, dopo un viaggio ha sempre una gran fame. Se il viaggio dura a lungo, deve procurarsi cibo e vestiti e spesso soldi. Questo lo rende, suo malgrado, ladro e violento, procurandogli guai.

Gustav Klimt - Le Tre Età della Donna

Gustav Klimt – Le Tre Età della Donna

L’originalità di questo modo di viaggiare mi pare motivo più che sufficiente per leggere questo romanzo. Eppure contiene anche altro. È soprattutto una storia d’amore, resa originale, proprio da questo strano meccanismo.

Com’è incontrare un uomo, sapendo già che diverrà nostro marito? Com’è incontrare una bambina, sapendo che sarà nostra moglie? Com’è vivere, sapendo che non rivedremo l’uomo che amiamo per mesi o anni? Com’è vivere, sapendo l’uno dell’altra cose delle rispettive vite e persino del proprio rapporto che l’altro non sa perché per l’uno sono il passato e per l’altra il futuro e viceversa?

Si tratta dunque di un modo interessante di rappresentare le dinamiche di coppia.

Il titolo rende bene l’idea delle due componenti di questo romanzo: storia d’amore e di viaggi nel tempo. Ben mescolati.

Devo dire che l’aspetto dei viaggi è quello che mi interessava di più, percui arrivato a metà romanzo i meccanismi con cui Henry si muove mi erano tutti ben chiari e quindi mi sono detto: “e adesso?” Mi pareva infatti che mezzo romanzo fosse più che sufficiente per esplorare e descrivere le originali dinamiche “psico-croniche”. Sono però andato avanti e la storia di questa strana coppia, le loro difficoltà, tipiche di una coppia normale, ma rese speciali dalla peculiarità di Henry (come avere un figlio, i rapporti con altri uomini e donne o con i genitori, il lavoro) hanno cominciato ad appassionarmi (nonostante alcune divagazioni a volte forse superflue).

Audrey Niffenegger

Audrey Niffenegger

Insomma, un romanzo da non perdere, una pietra miliare nella storia della letteratura che parla di viaggi nel tempo e, forse, nel genere rosa (ma non me ne intendo affatto). Certo i toni non sono proprio da fantascienza e gli amanti del genere potrebbero restare perplessi. La scrittura è buona, però, e la lettura riesce spesso a essere emozionante.

Sicuramente un ottimo romanzo, uno dei migliori di questi anni. Forse un centinaio di pagine in meno l’avrebbero reso un capolavoro o quasi.

 

Firenze, 2/6/2011

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