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QUEI PEDERASTI DI ALDO, GIOVANNI E GIACOMO

La pederastia nell’antica Grecia era uno strumento per l’educazione dei giovani, la cosiddetta “agoghé” e non certo la pratica aborrita dalla civiltà contemporanea. Il romanzo di Renato CampinotiNon mollare Caterina” si svolge su due piani. Nel primo troviamo la bella investigatrice Caterina che indaga su un giro di pedofili, nell’altro sentiamo dalla viva voce di uno di questi il loro punto di vista.

Dice, appunto, “E poi, dio io, che male c’è a provare soddisfazione con dei giovinetti? Quelli che si scandalizzano tanto l’hanno studiata un po’ di storia? I Greci prima e poi i Romani, gli Imperatori, per intenderci, avevano il loro giovinetto imberbe con cui sollazzarsi per qualche ora” e c’avrebbe pure ragione, storicamente parlando, anche se costringere un ragazzino a fare sesso o a anche solo convincerlo a farlo con degli adulti è, in realtà una forma di violenza, psicologica e fisica, che forse neppure gli antichi spartani o ateniesi avrebbero accettato.

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Renato Campinoti (Certaldo, 1948)

Campinoti non si limita denunciare la diffusione di un fenomeno che trova nel web un nuovo strumento per diffondersi, ma anche un certo modo di approcciare la vita sociale, fatto di corruzione e prevaricazione, dove chi ha i soldi e il potere si può permettere di tutto, non per nulla, il nostro pedofilo conclude sempre i suoi monologhi con frasi tipo “Ma, ripeto, ce lo potevamo permettere”. Spendono, infatti, per accedere a questo giro di bambini e bambine, pagano per insabbiare le indagini, pagano per corrompere la giudice, pagano per togliere di mezzo chi si mette tra i piedi, pagano per tirar fuori di galera quello dei tre che rimane incastrato, ma il loro mantra è sempre lo stesso, abbiamo pagato, ma che importa, “ce lo possiamo permettere”, quasi che il solo fatto di poter fare qualcosa autorizzi a farlo, come se la morale passi in secondo piano rispetto ai soldi e ai mezzi per realizzare ciò che si vuole o, anzi, non esista proprio.

Si possono permettere tutto, ma non di farsi scoprire, loro che sono importanti figure del mondo professionale, e quindi tra di loro usano nomi falsi. Si fanno chiamare Aldo, Giovanni e Giacomo, come il famoso trio comico, anche se non c’è molto di comico nelle loro azioni.

Riescono a mettere più volte in difficoltà la bella Caterina, ma la poliziotta è perspicace e, soprattutto, “non molla” e riesce a entrare in empatia con le vittime.

Nel corso delle indagini, è dirottata su un altro caso, l’omicidio di una madre e della figlia, ma poi torna sulle tracce di Aldo, Giovanni e Giacomo, che si mettono a giocare sempre più pesante.

Il volume, edito da Porto Seguro, è il primo romanzo di questo autore, membro del GSF Gruppo Scrittori Firenze, che già aveva pubblicato con lo stesso editore fiorentino due raccolte di racconti e che ha dimostrato qui di sapersi muovere bene anche in opere di più ampio respiro.

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Il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo

SCRIVERE I LUOGHI: PAOLO CIAMPI E LA NARRATIVA DI VIAGGIO

Caterina Perrone e Paolo Ciampi

Durante l’incontro letterario del GSF presso la Laurenziana del 19 Settembre 2019 abbiamo parlato di “Creare mondi immaginari”, spiegando l’importanza, nella narrativa fantastica, di una buona ambientazione originale.

Come ideale prosecuzione di quell’incontro, oggi (10 Dicembre 2019), sempre in via Magellano 13 rosso (Firenze Nova), abbiamo ospitato il grande narratore di luoghi Paolo Ciampi (che ho già più volte letto, recensito e apprezzato per la grande poeticità descrittiva) che c’ha raccontato come l’ambientazione sia al centro anche della narrativa di viaggio. I luoghi sono importanti non solo come percorsi ma possono essere descritti in quanto tali. Il tema della serata era, infatti “Scrivere i luoghi: la narrativa di viaggio”.

Ciampi ha evidenziato l’importanza di lanciare suggestioni piuttosto che fornire complesse descrizioni. A tal proposito ha citato il piccolo saggio da lui scritto con Alessandro Agostinelli e Tito Barbini “Parole in viaggio – Piccola guida di scrittura per viaggiatori veri e immaginari”, in cui è citato a sua volta (possiamo parlare di meta-citazione?) Ernie Pyle, che ha saputo descrivere lo sbarco in Normandia attraverso piccoli dettagli come gli strani oggetti che i soldati si erano portati dietro o anche ha raccontato come la grande domanda da porci sia “state raccontando un viaggio o guardandovi l’ombelico?” e come la narrazione sia a metà tra questi due approcci (il secondo simboleggia il parlarsi addosso ma può essere anche una certa autoreferenzialità: “parlo eternamente di me” scriveva Chateaubriand).

Come descrivere, dunque, i luoghi? Possiamo farlo in modo asciutto e distaccato o possiamo trasmettere le emozioni che questi ci danno (da quel che ho letto di Ciampi, mi pare questo il suo approccio).

Alcuni libri di Paolo Ciampi

E che cosa si porta dietro un autore durante i suoi viaggi? Si documenta prima o si lascia trasportare dalla scoperta?

Oggi con internet si è perso molto del gusto dell’esplorazione che era l’anima anche dei piccoli viaggi, tutto è già conosciuto e rischiamo di perdere il gusto della sorpresa.

Anche il narratore che voglia descrivere dei luoghi rischia di non saper più come dire qualcosa di nuovo, ma deve sempre ricordarsi di descrivere il mondo attraverso i propri occhi, che sono il valore aggiunto per ogni storia, attraverso la propria fantasia, che sempre aggiunge qualcosa di nuovo e originale anche ai luoghi più consueti ed ecco che la narrativa “realistica” o mainstream non sembra più tanto distante da quella fantastica, perché entrambe reinterpretano il mondo, chi meno, chi più. Per narrare i luoghi allora le suggestioni possono venirci da testi che parlano di cose magari del tutto diverse o possiamo portarci dietro le suggestioni di letture giovanili (come penso possa aver fatto Ciampi scrivendo la biografia dell’esploratore Beccari ne “Gli occhi di Salgari”) oi possiamo seguire i passi di un altro autore (come mi pare possa aver fatto in “Beatrice” o in “L’aria ride”).

Raffaele Masiero Salvatori, dell’Istituto Geografico Militare ha dato il suo contributo portando alcune riviste, antiche e recenti, prodotte da tale istituto.

Gli autori Caterina Perrone, Renato Campinoti, Paolo Orsini, Carlo Giannone e Antonella Cipriani

Spero che si possa presto organizzare qualcosa assieme a questo con anche Paolo Ciampi, autore anche di un piccolo libro di riflessioni sulla cartografia “Il sogno delle mappe”, la cui presentazione penso che ben si abbinerebbe con una visita ai loro archivi.

Ciampi ha anche accennato alla rivista di viaggi “Erodoto108” che meriterebbe di essere meglio scoperta, magari in un prossimo incontro.

Il prossimo martedì (17/12/2019) saremo sempre alla Laurenziana, questa volta con Gianni Marucelli, Presidente di Pro Natura Firenze e direttore della rivista L’Italia l’Uomo l’Ambiente e affronteremo un tema non poi così distante: “Scrivere per l’ambiente”. Valuteremo anche possibilità per gli autori di collaborare alla rivista, che affronta non solo tematiche ambientali ma anche, appunto, “racconta i luoghi”.

 

 

 

Paolo Ciampi, Carlo Menzinger, la presidente del GSF Cristina Gatti e Massimo Acciai

 

LE RIVISTE LETTERARIE, TRAMPOLINO DI LANCIO VERSO LA GRANDE EDITORIA

Stasera, 28 Novembre 2019, alle 18,00 abbiamo avuto un nuovo incontro letterario del GSF – Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana di Firenze.

L’incontro è stato il terzo di una serie su come pubblicare al meglio. Il primo si era tenuto il 5 Settembre scorso ed era intervenuto Vanni Santoni, illustrando la composizione del mondo editoriale, i principali gruppi, le principali riviste e il percorso ideale, che va dalla pubblicazione su alcune riviste letterarie, passando per case editrici di qualità, per arrivare alla grande editoria. Santoni aveva anche evidenziato l’inutilità di inviare “manoscritti” alle case editrici più importanti, sperando di essere presi in considerazione o, addirittura pubblicati, se prima non si è fatto un simile percorso.

Questo aveva stupito molti dei presenti e creato alcune polemiche.

Si era, dunque, reso necessario un incontro su cui riflettere in merito, tenutosi il 1 ottobre.

Con l’incontro di oggi abbiamo voluto riprendere il percorso verso la grande editoria, partendo dal suo principio, il mondo delle riviste letterarie. Abbiamo, dunque, ospitato Alessandro Raveggi, che dirige e ha fondato nel 2016 la prima rivista letteraria bilingue italiana The FLR – The Florentine Literary Review.

Raveggi è nato nel 1980 a Firenze. Dopo aver pubblicato testi in molte riviste e varie antologie, ed aver lavorato come dramaturg nel teatro di ricerca, nel 2012 è uscito il suo primo romanzo, “Nella vasca dei terribili piranha” per Effigie edizioni. Il suo prossimo romanzo, “Grande karma”, uscirà per la casa editrice Bompiani nel 2020.

The FLR è una rivista bilingue monotematica, in cui i testi sono pubblicati sempre con testo a fronte italiano-inglese.

I temi degli ultimi numeri sono stati “Fake”, “Landscape”, “Sacro”, “Desiderio”, “Invasioni”.

La rivista è cartacea ed esce con cadenza semestrale.

Immagine del profilo di Alessandro Raveggi, L'immagine può contenere: Alessandro Raveggi, barba

Alessandro Raveggi

Il gruppo editoriale è piuttosto nutrito e conta al suo interno redattori, traduttori e illustratori. Ogni numero conta una decina di brani, la cui selezione è frutto di un attento lavoro. Gli autori sono selezionati ed invitati di volta in volta dal direttore, dal consiglio editoriale e dai curatori. Sebbene la rivista sia fiorentina, gli autori vengono da tutta Italia, così come la rivista è distribuita in librerie in tutto il Paese e anche in alcune località estere.

Trai metodi usati per selezionare i testi, ci sono incontri di scouting con gli autori, come quello tenutosi di recente al festival del libro di Pistoia, o dei concorsi in cui vengono selezionati dei progetti di scrittura, da realizzare poi durante un periodo di soggiorno di tre giorni. L’ultimo è stato in una delle torri antiche di San Gimignano.

Durante l’incontro, abbiamo proposto una collaborazione del GSF al processo di selezione dei brani.

I partecipanti hanno mostrato interesse per la possibilità, mai considerata da alcuni autori, di rivolgersi a una rivista piuttosto che a una casa editrice per pubblicare racconti.

Raveggi ha invitato gli autori del GSF a seguire la pagina facebook della rivista per essere aggiornati sui concorsi di selezione e altri eventi.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Gli incontri della Laurenziana proseguiranno Martedì 10 Dicembre con il giornalista e scrittore Paolo Ciampi sul tema “Scrivere i luoghi: la narrativa di viaggio” e martedì 17 Dicembre con Gianni Marucelli, presidente di Pro Natura Firenze (la più antica associazione ambientalista italiana) e direttore della rivista “L’Italia l’Uomo l’Ambiente”, con cui potremo avviare una collaborazione.

COME SCRIVERE GIALLI E NOIR

Anche il Quinto Incontro (29/10/2019) del GSF – Gruppo Scrittori Firenze all’ASD Laurenziana è stato quanto mai interessante.

Il giallista e saggista Sergio Calamandrei ha relazionato i presenti sul tema “La struttura nascosta sotto la superficie del giallo e del noir” ovvero “come scrivere, dal punto di vista tecnico, un giallo o un noir che catturi il lettore”.

Il tema è già stato trattato in più occasioni da Calamandrei e se ne può leggere sia nel numero 4 del 2010 della rivista IF – Insolito & Fantastico diretta da Carlo Bordoni (Tabula Fati Edizioni), sia sul sito www.calamandrei.it alla pagina http://www.calamandrei.it/la-struttura-profonda-del-giallo-e-del-noir/ .

Avevo già sentito questa relazione, trovandola molto utile, persino per chi come me non scrive gialli.

Per esempio, l’individuazione dei personaggi Archetipi dell’Eroe (Il Re / Demiurgo;           Il Guerriero; Il Mago / Ricercatore; L’Amante / Marito), le Stazioni della narrazione (sette obbligatorie e quattro facoltative), i Quattro Strumenti di Costruzione Espliciti (Buildings Tools), i Cinque Strumenti di Costruzione Nascosti (Hidden Tools), la Mousetrap e, soprattutto l’Ottagono Magico (il Risolutore, il Dissolutore, il Mentore, il Traditore / la Spia, il Razionale, l’Emotivo, lo Scettico, l’Entusiasta) possono essere applicati a qualunque genere di scrittura. Mi riprometto di tenerli presenti anche per il romanzo che sto scrivendo.

Abbiamo avuto il piacere di avere tra i nostri ospiti in sala anche Leonardo Gori, uno dei maggiori giallisti fiorentini (celebre la sua serie di romanzi con protagonista il Capitano Bruno Arcieri, citati dallo stesso Calamandrei), che ha contribuito con interessanti osservazioni e manifestando il proprio apprezzamento per l’intervento di Sergio Calamandrei e la condivisione di quanto descritto.

Gli incontri del GSF proseguiranno Martedì 12 Novembre, sempre alle ore 18,00 all’ASD Laurenziana di via Magellano 13 R, con Vanni Santoni (autore Mondadori, Feltrinelli, La Terza, ecc.), che già aveva partecipato sul tema “Come pubblicare con un grande editore” e che interverrà su “Dagli Interessi in comune ai Fratelli Michelangelo, Vanni Santoni racconta il suo ultimo libro e il percorso fatto per arrivarci dall’esordio”.

Qui è possibile vedere il video integrale dell’incontro.

Sergio Calamandrei all'ASD Laurenzina il 29/10/2019.

Sergio Calamandrei all’ASD Laurenzina il 29/10/2019.

AMORI SPEZZATI SOTTO LA TORRE ANTICA

Intorno al mistero di un orologio su una torre fermo da troppo tempo, Alfredo Betocchi snoda alcune storie in epoche diverse, dal 1288, al 1796, al 1957 (e anni poco precedenti o successivi) in cui alcune coppie di giovani amanti s’incontrano, conoscono, amano e perdono. Dal desiderio di Risultati immagini per l'orologio della torre antica Betocchivendetta e dall’odio vediamo nascere delle streghe (una che vuole vendicare l’amato assassinato e l’altra che cerca la vendetta per una violenza subita) e scaturire una serie di malefici. Dallo scontro tra queste forze magiche, tra la saggia Maga Tara e la strega Elodia, si arriva al finale e si scopre quindi il segreto de “L’orologio della torre antica”. Tale è il titolo di questo primo romanzo di una saga fantasy in tre volumi realizzata di questo simpatico e cordiale autore fiorentino, conosciuto con il GSF alle Serate Letterarie della Laurenziana. Il sottotitolo, assai esplicativo, è “Storia di streghe, di morte e d’amore”, Edizioni Il Campano.

La vita, a volte, pone l’incredulo di fronte a strane esperienze nelle quali le sue certezze si fanno più sfumate e nulla pare più essere quello che sembra” è l’incipit che ci prepara a questo romanzo in cui l’ambientazione storica fa da sfondo a vicende sovrannaturali.

Vi troviamo descrizioni di figure come questa:

Correva l’anno 1795 ed il ricchissimo Tegrimo II dei Conti Guidi, omonimo del capostipite della dinastia ma ormai non più Signore del territorio, era il proprietario dello storico immobile. Questi era un compassato signore di cinquant’anni, di statura medio alta con i capelli folti brizzolati, un viso aperto e volitivo sul quale gli occhi mostravano uno sguardo severo, ma giusto”.

O scene di cruenti scontri campali come questa:

Ad un tratto, un gigantesco guerriero arabo si parò innanzi al giovane.

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Alfredo Betocchi

Impugnava un’affilata scimitarra rossa di sangue mentre, con l’altra mano, trascinava per i capelli una giovane donna, terrorizzata: la sua preda di guerra.”

Sarà lo stesso orologio a condurre a morte una delle streghe:

Senza una parola gli spettri spinsero con forza il pendolo che si trovava proprio dinanzi a loro e quello iniziò ad oscillare. Le ruote si mossero all’istante, stritolando tra i loro giganteschi denti Elodia, che emise dalla sua gola un urlo disumano”.

La ricetta per il fantasy del Betocchi ha, insomma, come ingredienti ambientazioni di varie epoche, amori giovanili, magia, mistero e vendetta.

Che cosa ci riserveranno le prossime avventure “La maga Tara” e “Selina, l’ultima strega”?

LA VITA, LA SCRITTURA, LA BELLEZZA E I RAPPPORTI IRRISOLTI CON IL PADRE

Risultati immagini per nelle case della gente tondiAvevo già incontrato nelle mie letture varie volte Mirko Tondi, presente con suoi racconti nelle antologie “La gioia di vivere”, “Nero urlante” e “Nelle fauci del mostro”, prima di leggere un intero suo romanzo, questo “Nelle case della gente”, che ci parla, tra le altre cose, dei difficili rapporti di un trentaseienne con il proprio padre sessantenne, in una Firenze che ben si riconosce.

Analogamente ci siamo incrociati alcune volte, senza mai conoscerci davvero, poi, durante l’inaugurazione della nuova libreria a Firenze (via Pisana 100R) del nostro comune editore Porto Seguro, mi sono fermato per un po’ a parlare con lui e alla fine ho acquistato “Nelle case della gente”.

Incuriosito da questo autore, che mi avevano indicato come uno dei migliori del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, cui entrambi apparteniamo, ho così letto presto il suo romanzo, nonostante abbia ampie pile di libri ancora da aprire, scompaginando come sempre l’ordine di lettura che mi ero prefisso.

Mirko Tondi è uno che la scrittura la conosce, tanto è vero che la insegna in appositi corsi, alcuni anche organizzati dallo stesso GSF. Questo lo sapevo dai racconti e ne ho avuto conferma dal romanzo.

Forse prende modelli un po’ troppo elevati e seri. “Nelle case della gente” cita Proust, Joyce, Kafka, Conrad, Nothomb, Turgenev, Calvino, Poe, Balzac, Malloch, Jackson, Fitzgerald, Dostojevskij, Mann, Roth, McCarthy e non so quanti altri.

In questo libro si interroga sul rapporto con il padre e lo racconta dal punto di vista di un figlio (non saprei dire quanto autobiograficamente), ma anche sul mestiere di scrivere.

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Mirko Tondi

Nei “Ringraziamenti” finali esordisce con un “Non è il libro che ho sempre voluto scrivere. È sta un’opera faticosa dettata dalla necessità di voler raccontare” e si sente che c’è del vissuto che pesa nelle parole che compongono il romanzo.

Rispetto allo scrivere, il suo personaggio ha dei momenti di scoramento: “non ci pensare nemmeno a fare lo scrittore”, si dice. Qua e là emergono suggerimenti da docente di scrittura creativa, alcuni da segnarsi come “ribadisce quanto sia importante scrivere ogni giorno per trovare continuità”.

Quando scrive “Per lungo tempo ha creduto che per lui scrivere volesse dire non essere qui, andarsene in qualche modo e da qualche parte, andarsene per ritornare sempre ma intanto allontanarsi da se stesso. Adesso, invece, sa che per lui scrivere è l’esatto opposto, una maniera per rimanere, per andare verso il suo vero Io, e se ci pensa bene, scrivere altro non è che questo appunto, la ricerca della verità” (pag. 72), non riesco, invece, a immedesimarmi nel personaggio, perché per me scrivere è altro, è gioco, è invenzione, è creazione di mondi nuovi e nulla ha a che fare con cercare o fuggire se stesso e men che mai con la ricerca della verità, che non è materia per la narrativa, che dovrebbe occuparsi proprio del suo opposto, perché non può che essere finzione e simulazione e mai sarà copia della realtà, che non potrà che uscire mediata dalle mani dello scrittore.

Il protagonista pensa che “scrivendo, mai si finisce di cercare il miglioramento, ed è questo uno dei motivi che spinge a continuare pure senza gloria alcuna”, ma io credo che si scriva e si scriva ancora perché le storie si accavallano nella nostra mente e scalpitano per uscire fuori, bene o male, brutte o belle che siano, e poco importa la gloria, mentre il desiderio di miglioramento può esserci ma non è quello a spingere l’autore.

 

Quanto al padre, vero co-protagonista di questo volume, è “un padre non tagliato per il ruolo di padre”, che “non parla altro che di lavoro” (pag. 138), che “non era il tipo che non ti portava mai al cinema per risparmiare”. Il protagonista “non vuole credere che suo padre possa mai essere considerato il migliore dei padri” (pag. 140).

In questo continuo raffrontarsi con un padre quasi assente c’è una sorta di sindrome di Peter Pan e “pur invecchiando rimaniamo i bimbi che sempre siamo stati” (pag. 141).

Per parlare di questo padre usa uno strano inizio di paragrafo “La storia finisce” che prosegue in vari modi come “nel bagno di un cinema”, “con una televisione accesa”, “con un viaggio nei ricordi”, “con un incontro casuale” e così via, quasi a rimarcare questo desiderio di troncare un rapporto psicologicamente doloroso.

 

Nelle case della gente” non parla solo di scrittura e rapporti filiali, ma della vita in genere, della bellezza, delle cose che ci circondano:

Crede che nella vita ci siano vuoti di varia dimensione che vadano riempiti” (pag. 9),

a lui le feste non piacciono affatto”,

Servillo ha detto una cosa che l’ha colpito a proposito della bellezza ovvero che è anonima, non ce ne accorgiamo, anzi svanisce nel momento in cui la cogliamo” (pag. 53),

la bellezza (la sua personale forma di epifania?) è questa quotidiana rivelazione a contatto con la sua casa” (pag. 45),

gli piace osservare le cose mentre si rovinano sotto i suoi occhi” (pag. 51),

più a lungo guardate un oggetto e più mondo ci vedete dentro” (pag. 45) eRisultati immagini per padre e figlio

C’è un’unica cosa che può guarirci dalla malattia di essere ciò che siamo: seguire il sogno, seguire il sogno, e così, eternamente” (pag. 44).

Emerge poi vigoroso il personaggio di Giada che “vuole affermare a tutti i costi la propria identità di donna, vuole essere riconosciuta come tale e non un trans” (pag. 80).

Romanzo, dunque, con poca trama e ancor meno dialoghi, costruito sui pensieri del protagonista e sulla sua visione di ciò che gli sta a cuore. Opera, in fondo, introspettiva, che fa ragionare e riflettere su come siamo e cosa facciamo.

L’ATTESA DEL DESTINO

Risultati immagini per porta rossa CarraresiLa vita è fatta di svolte, alcune importanti, altre meno. Ogni istante il corso può mutare. Questo, riportato su scala globale, è il senso dell’ucronia.

C’è tanti modi per affrontare le svolte. Spesso arrivano inattese e improvvise. A volte le attendiamo a lungo.

Qualche volta questi bivi sono tra la vita e la morte. Di questo ci parla “La porta rossa” di Barbara Carraresi: “La sua vita era sempre stata un’attesa davanti a una porta oltre la quale non sapeva mai cosa aspettarsi” (pag. 77). “Quella porta rossa è uno spartiacque, capisci?” (pag. 65).

Ci sono allora tanti modi per aspettare la morte che prima o poi arriva per tutti. A volte pensiamo che l’appuntamento possa essere vicino, ci pare di conoscere la data. È un po’ l’angoscia dei personaggi del mio mondo ucronico di “Via da Sparta”, in cui tutti devono morire a 55 anni. Si può morire prima ma non dopo. Come ci si sente quando la scadenza si avvicina o quando si scopre che una malattia ci sta logorando e presto sarà tutto finito?

Io dico che il destino non esiste e che tutto può essere cambiato. Non così sembra pensarlo Marta, la protagonista de “La porta rossa”: “la mattina ti puoi alzare prestissimo, anche prima dell’alba, ma il tuo destino si alzerà sempre molto prima di te”.

Meno pessimista appare la sua controparte Camilla che le dice: “Esiste sempre una via di fuga per tutto, credimi” (pag. 42), sebbene delle due quella davvero malata, davvero condannata dal cancro, sia proprio Camilla. Per Camilla “la vita stessa è un miracolo” (pag. 37).

Tutto il romanzo si svolge in due ore di attesa davanti a una simbolica porta rossa d’ospedale, un rosso sangue che difficilmente troverete in uno reale, ma che qui simboleggia il luogo del giudizio, in cui chi entra riceve il suo verdetto, scoprirà se il male che lo tormenta è più o meno grave. Certo non è la spettrale porta rossa di “The Haunting of Hill House” (la serie TV tratta da “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson), che nasconde ben altri misteri, ma quando dietro una porta si cela il destino questa può apparire ancor più rossa.

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Barbara Carraresi

In realtà, la sola a vivere quel luogo così, sembra sia Marta, che ancora non sa se è davvero malata. Molti altri, compresa Camilla, vengono lì spesso e quella porta ormai è per loro solo una triste routine.

Marta, invece, si sente come i burattini del film musicale “The Wall”, che anziché cadere inevitabilmente nel tritacarne, camminano in fila indiana su una stretta cresta montuosa, alcuni cadono da un lato verso la rovina, altri cadono dall’altro, verso un prato morbido, pieno di margherite. Lei si sente ancora sulla cresta, incerta della propria sorte.

Vivere nell’attesa di qualcosa non può che far pensare al capolavoro assoluto di Dino Buzzati “Il deserto dei tartari”. Lì un’intera vita spesa ad attendere un attacco e una gloria in battaglia che mai arriverà, qui due ore in attesa di un referto medico. Lì un’attesa colma di speranza, qui una colma di ansia, ma anche con la speranza di poter ricominciare.

Tra le due donne nasce un’empatia, perché “fra le persone che sono nella stessa barca si crea uno strano clima di complicità e condivisione” (pag. 69).

Camilla capisce che quest’attesa fa bene a Marta. L’aiuta a confrontarsi con se stessa. Un po’ la conforta, ma un po’ la lascia nel “suo brodo”, a maturare (“doveva arrivare da sola a certe conclusioni” – pag. 50). Il dolore è sempre un momento di crescita. Il confronto con la morte lo è anche più.

Non si parla solo di tumore, le donne parlano delle loro vite, Marta della sua storia con Stefano, da poco fallita, ma forse recuperabile, anche se Stefano è uno che comunica con i silenzi (“il silenzio era il suo modo di reagire a tutto” – pag. 66) ma che è anche capace di dirle “vivi con più leggerezza e impara ad apprezzare la parte buona del mondo” (pag. 56).

Di Barbara Carraresi, membra del GSF Gruppo Scrittori Firenze e organizzatrice, con me, delle serate letterarie di quest’associazione alla Laurenziana, ho letto un altro confronto tra donne, una ragazza e la nonna in “Del mare soltanto l’eco”.

Permane in entrambe le opere il sensibile raffronto generazionale tra diversi gradi di esperienza.

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