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L’AMORE AI TEMPI DEI SIMPOSI

A volte facciamo fatica a renderci davvero conto di quanto diversamente siano percepite alcune cose da altre civiltà o in altri tempi. Il razzismo deriva anche da questo (o forse ne è solo una scusa): non capiamo gli altri e li consideriamo barbari. In realtà, è solo per ignoranza e pigrizia intellettuale che consideriamo una morale superiore ad altre o addirittura come l’unica possibile.

Diciamo che la nostra cultura deriva da quella greco-romana e da quella ebraica, eppure di queste abbiamo preso solo alcuni aspetti e alcune idee e dimenticato molti altri. Se quelle erano le nostre radici, ce ne siamo a volte allontanati molto.

Persino un concetto generale come quello dell’Amore oggi è concepito in modo totalmente diverso che nella Grecia antica.

Se oggi un adulto “adesca” un ragazzino per motivi sessuali, ci scandalizziamo, mentre per i Greci era uno dei modi per far crescere ed educare i ragazzi.

Platone

Solo negli ultimi decenni la nostra cultura sta imparando ad accettare l’omosessualità, che per i greci era invece la forma più normale e pura dell’amore.

Per renderci conto di come fosse diversa la società greca dalla nostra, ben si presta la lettura del piccolo classico che va sotto il nome di “Simposio”, attribuito a Platone (forse è il più celebre dei suoi Dialoghi), in cui ci mostra un convivio di menti greche (tra cui persino Socrate, di cui, deviando dal tema principale, uno dei commensali, Alcibiade, tesse l’elogio) disquisire su cosa sia l’amore, sia facendo riferimento alle teorie religiose, sia aspetti sociali, sia a temi più strettamente filosofici.

Per Fedro, Eros è il più antico di tutti gli Dei. Per il padrone di casa Agatone, Amore è il Dio più bello e nobile.

Diotima di Mantinea sostiene invece che Eros sia un demone, figlio di Poros – ricchezza – e Penia – povertà. Aristofane racconta di come gli uomini un tempo fossero sfere con quattro braccia e quattro gambe e di come furono divisi in due e da allora l’una parte ricerca l’altra, anche se non necessariamente un uomo cerca una donna e viceversa ma sono possibili anche altre combinazioni.

Per Pausania c’è un amore celeste e un amore terreno, il primo ama le anime e il secondo i corpi.

Il medico Erissimaco lo vede come un fenomeno naturale.

La discussione non è scomposta, ma ogni tema viene analizzato e affrontato nella sua interezza dai partecipanti al simposio, alcune delle menti più vivaci dell’Atene del tempo, ma come si addice a un simposio, aspetti e visioni assai diversi dell’Amore si alternano in modo non sistematico e talora la conversazioni devia anche su altri argomenti.

RISCRIVERE L’ILIADE

Non è passato molto tempo dall’ultima volta che ho riletto l’Iliade in una traduzione classica, ma l’idea di leggerne una riscrittura sintetica (“Omero, Iliade”) realizzata da uno dei nostri migliori autori viventi mi ha incuriosito.

Alessandro Baricco ha, infatti, pubblicato un volumetto di 163 pagine nel quale riscrive e racconta uno dei libri più celebri e letti della storia dell’umanità.

L’intento è quello di trasformare il testo in qualcosa che possa essere letto davanti a un pubblico in sala in un tempo ragionevole. In tal senso, forse, il volume, pur sintetico per i contenuti trattati, mi parrebbe anche troppo esteso.

Nell’introduzione Baricco spiega di non aver tagliato quasi nessuna scena, tranne le apparizioni degli Dei. Scelta questa che rende il volume più snello e moderno, ma certo anche più lontano dal suo spirito originario.

Il maggior pregio di questo lavoro mi pare sia quello di fornire un testo gradevole e di veloce lettura che meglio di qualunque traduzione ci aiuta a calarci nella trama dell’Iliade. Pur avendo letto in vari modi questo libro, le sue tante digressioni mi hanno sempre reso difficile focalizzare la trama nelle sue linee essenziali. Questa versione è di grande aiuto in tal senso. Gli eventi, finalmente, si succedono con moderna regolarità e ogni cosa sembra estremamente chiara e semplice. Persino le battaglie si snodano con lineare precisione.

Insomma, un ottimo testo soprattutto per gli studenti più pigri che vogliono entrare facilmente tra queste pagine immortali o per chi, come me, si illude di conoscere questa storia ma voglia provare a vederla con una diversa angolazione o per chi voglia tornare a rivivere la più celebre delle battaglie ma non abbia il tempo per affrontare il testo integrale. Forse anche un’occasione per sentirsi spinti a leggerlo o rileggerlo in una traduzione più completa.

 

LE VIRTÙ CHE NON ABBIAMO

Gli “Apoftegmi spartani, in greco “Αποφθεγματα Λακονικα (Apophtegmata Laconica), tradotto in italiano (da Adelphi) come “Le virtù di Sparta, sono un’opera letteraria di Plutarco, correntemente catalogata all’interno dei Moralia.

Leggendo questo volumetto possiamo gettare un occhio sulla vita di questa città tanto spesso vituperata in una visione scolastica della storia greca che vede Atene, con la sua cultura, opporsi alla “violenta” Sparta.

Non uno sguardo moderno ma neppure uno contemporaneo agli aneddoti citati, poiché a descriverli è Plutarco, un beota, nato a Cheronea, tra Atene e Delfi (non uno spartano dunque) nel 47 d.c. e vissuto a lungo a Roma, in un tempo cioè in cui la gloria di Sparta era già storia passata.

Il volume di 166 pagine (più le note), si divide in tre capitoli: “Detti degli Spartani”, “Gli antichi costumi degli Spartani” e “Detti delle Spartane”.

La prima parte è la più corposa ed è costituita da una serie di citazioni di frasi attribuite a vari spartani, alcune a dir il vero, sono attribuite, più o meno uguali, a persone diverse.

Questo non credo sia dovuto tanto a un’inadeguatezza delle fonti di Plutarco, quanto piuttosto al fatto che certi detti erano veramente parte della cultura di quella città e quindi venivano spesso ripetuti.

Analogo discorso riguarda la terza parte, dedicate alle loro donne. La parte centrale sono aneddoti non dissimili da quelli dele altre due parti, ma privi della parte di dialogo.

Quello che emerge assai bene da queste pagine è lo spirito e la cultura di questo popolo o, meglio, le sue virtù.

Quali erano? Direi che al primo posto ogni spartano avrebbe posto il coraggio e con esso lo sprezzo per il dolore e la morte, venivano poi l’amore per la libertà, il disprezzo per il lusso e le mollezze della vita agiata, l’orgoglio di essere spartani e l’amore per Sparta, il valore guerriero, la dignità, l’onesta, il disprezzo per le chiacchiere, le fatiche inutili e i lavori comuni (che non fossero quelli del soldato).

Nel risvolto della quarta di copertina ne possiamo leggere un tipico esempio, attribuito a Leonida, l’eroe dei Trecento delle Termopili:

<<Uno disse: “Non riusciamo neanche a vedere il sole, tanto sono fitte le frecce dei Barbari”. Egli replicò “Meglio così: potremo combattere all’ombra”>>.

 Altri esempi sono:

<<Di conseguenza, quando uno gli chiese quale vantaggio avessero dato a Sparta le leggi di Licurgo, (Agesilao) rispose: “quello di disprezzare i piaceri”>>.

 

<<Una volta in Asia (Agesilao – ma l’episodio è attribuito anche ad altri, ad esempio Leotichida I) vide una casa con un soffitto fatto di travi squadrate, e domandò al proprietario se dalle sue parti i tronchi crescevano così. Quello rispose che crescevano rotondi; Agesilao gli chiese: “Allora, se crescessero quadrati voi li arrotondereste?”>>

 

<<Un’altra volta gli venne chiesto perché gli Spartani avevano più successo di tutti gli altri popoli; (Agesilao) rispose: “Perché più di tutti gli altri si esercitano a dare ordini e a riceverne”.>>

 

<<Gli abitnti dell’Asia erano abituati a chiamare il re dei Persinai Gran Re, ma Agesilao faceva notare: “In che cosa è più grande di me, se non è più giusto e più saggio?”>>

 

<<Quando uno gli chiese perché gli Spartani affidavano i campi agli Iloti e non se ne occupavano personalmente, (Anassandrida) rispose: “Vedi, abbiamo conquistato tante terre proprio perché coltiviamo noi stessi, non i campi”>>.

 

<<Quando Dionisio, il tiranno di Siracusa, mandò alle figlie di Archidamo vesti assai preziose, egli rifiutò dicendo: “Ho paura che le mie ragazze, con quella roba addosso, mi sembrino brutte”>>.

 

<<Quando gli efori lo condannaro a morte, Tettamene si allontanò con un sorriso sulle labbra. Allora uno dei presenti chiese se era un segno di disprezzo per le leggi di Sparta, ma egli rispose: “No, anzi! È un segno di gioia, perché posso scontare questa pena senza fare debiti e senza chiedere niente a nessuno”>>

Plutarco

Plutarco

<<”Solo voi spartane comandate ai vostri uomini”. Gorgo replicò: “Sì, perché solo noi mettiamo al mondo uomini”>>.

 

<<Quando un tale una volta gli chiese perché aveva disposto che le ragazze si sposassero senza dote, (Licurgo) rispose: “Non deve succedere che una sia trascurata perché è povera o un’altra sia ambita perché è ricca. Gli uomini devono guardare il carattere di una ragazza e fare la scelta in base alla virtù”>>.

 

<<Sentendosi chiedere da un tale perché gli spartani si lasciavano crescere barba e capelli, (Nicandro) rispose: “Perché per un uomo l’ornamento più bello e a buon mercato è quello naturale”>>.

 

<<Un ateniese gli fece osservare: “Voi Spartani siete rigidissimi nel rifiutare ogni occupazione fissa, Nicandro”. Egli ribattè: “ È vero; ma il fatto è che non vogliamo sprecare il nostro tempo in qualsiasi sciocchezza, come voi”>>.

 

<<Quando uno gli chiese perché a Sparta non era consentito modificare nessuna delle antiche leggi, Pausania, figlio di Plistoanatte, rispose: “Sono le leggi che devono governare gli uomini, non gli uomini le leggi”>>.

 

<<Quando uno gli domandò per quale motivo gli Spartani volevano che le donne sposate si presentassero in pubblico col velo e le ragazze senza, (Carillo) rispose: “Perché le ragazze devono trovare marito, le donne devono tenersi quello che hanno”>>.

 

<<Quando gli chiesero che cosa sapesse fare, uno spartano rispose: “Esssere libero”>>

 

<<Uno straniero in visita a Sparta, vedendo gli onori tributati agli anziani da parte dei giovani, commentò: “Sparta è la sola città dove conviene essere vecchi”>>

 

<<Una volta una donna della Ionia si vantava di una tela di gran valore che aveva tessuto: sentendola, una spartana le indicò i suoi figli, quattro splendidi ragazzi, e le disse: “Queste devono essere le occupazioni di una donna virtuosa: è di questo che dobbiamo andare fiere e vantarci”>>.


Vi sembrano così male questi spartani? La propaganda filo-ateniesi ce li ha dipinti come assassini di bambini storpi, ignoranti e con il solo pensiero della guerra, ma non si può negare che avessero delle “virtù”, molto lontane dalla nostra cultura moderna e consumistica, ma non prive di valore.

Forse non sarebbe male se anche da noi alcuni di questi detti tornassero di moda: magari così i nostri politici (quelli meno sciocchi e meno corrottti, gli altri sono senza speranza) – e non solo loro – potranno cominciare a provare un po’ di vergogna.

 

Firenze, 19/02/2010

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