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PRESENTAZIONE DE “IL SOGNO DEL RAGNO” AL WESTIN EXCELSIOR

Si è tenuta ieri, 28/09/2017, la presentazione inaugurale del romanzo ucronico IL SOGNO DEL RAGNO nella suggestiva cornice della Sala degli Affreschi del Westin Excelsior, sullo splendido lungarno fiorentino, in Piazza Ognissanti. La grande sala era gremita di pubblico, che si è attardato dalle 19,30, sebbene si dovesse iniziare alle 20,30, sino a tarda sera per ascoltare la presentazione delle novità editoriali di Porto Seguro, tra cui il primo volume della saga di VIA DA SPARTA, che narra le avventure di due giovani ragazze in un mondo attuale, ma ucronico e forse distopico, in cui Sparta esiste ancora ed è un impero che controlla gran parte del mondo, imponendo regole e costumi assai diversi da quelli a cui siamo abituati, dove uomini e donne vivono separati, sesso e amore sono diversi da come li conosciamo, i malati e i vecchi vengono uccisi, il denaro e il lusso non esistono, la guerra non ha mai fine, l’arte è quasi inesistente, la meccanica è ai suoi inizi e al servizio del solo esercito, l’elettronica non è neanche immaginabile, ma la genetica ha fatto grandi passi avanti. Persino gli abiti sono considerati un lusso deprecabile e la gente non li usa.

Oggi, in questo tempo alternativo, Aracne è una schiava in fuga verso un sogno, attraverso le terre di Sparta, di cui scoprirà facce inattese. Affronterà prigionia, fughe, naufragi, conoscerà gente diversa e sarà più volte tentata di arrendersi.

IL SOGNO DEL RAGNO” è l’inizio di un’avventura e un percorso che ci insegna che nulla è scontato, che le nostre comodità, i nostri diritti, le nostre libertà sono conquiste di anni di storia e sarebbe bastato poco a far sì che oggi non le avessimo.

Ad accompagnare l’autore c’erano l’editore Paolo Cammilli, Lucrezia Neri che ha curato l’editing del romanzo e Anna Meola che ha curato gli aspetti contrattuali. Mancava, purtroppo, il grafico Angelo Condello, che ha realizzato la copertina de IL SOGNO DEL RAGNO, come già in passato quella de LA BAMBINA DEI SOGNI, oltre ad aver vivacemente contribuito all’illustrazione della gallery novel IL SETTIMO PLENILUNIO.

Ecco il video con la presentazione de IL SOGNO DEL RAGNO.

Molti gli autori presenti con i loro libri:

21.04.2015 di Federico Pipitone

BASSA FINANZA di Claudio Volpi

BIOGRAFIA DI UN CANE di Maurizio Mandarano

I GIORNI PRIMA di Davide Savorelli

VIA DA SPARTAIL SOGNO DEL RAGNO di Carlo Menzinger di Preussenthal

LA SETTA di Fiorenzo Catanzaro

MANCU LI CANI di Tommaso Randazzo

MENTRE SIENA DORME di Andrea Giacomo Siveri

NOBLESSE di Iacopo Riani

NONOSTANTE TE di Lorella Carli

POESIE ESPRESSE PER CUORI DISTRATTI di Paolo Baratti Noimann

SOLD OUT di Daniele Locchi

RADICI di Massimo Acciai Baggiani, Pino Baggiani e Italo Magnelli

Ho acquistato LA SETTA e I GIORNI PRIMA, ma spero di poter leggere anche gli altri.

Una gran bella serata. Grazie a tutto il pubblico presente, agli altri autori, all’editore e al suo staff.

 

 

The Westin Excelsior

 

 

La Sala degli Affreschi del Westin Excelsior

 

Carlo Menzinger e Lucrezia Neri

 

The Westin Excelsior

 

The Westin Excelsior

 

Carlo Menzinger nella Sala degli Affreschi in attesa di parlare de IL SOGNO DEL RAGNO

VEDI QUI ALTRE FOTO DELLA SERATA.

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L’IMPORTANZA STORICA DEI SISTEMI ELETTORALI

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Luciano Canfora (Bari, 5 giugno 1942) è un filologo classico, storico e saggista italiano.

Volendo fare una riflessione sul recente referendum costituzionale, ho letto il saggio storico di Luciano CanforaLa democrazia”, sottotitolo “Storia di un’ideologia”.

Storico è anche l’approccio al tema, con un’analisi che ci mostra come questo concetto, nato prima dei greci, ma affermatosi con loro (soprattutto con moltissimi limiti, primo fra tutti la sua applicazione solo a parti ristrette della popolazione), si sia poi perso per lunghi secoli, per riaffiorare con la rivoluzione francese. Da lì l’analisi prosegue attraverso Ottocento e Novecento fino ai giorni nostri.

La prima importante distinzione è quella tra democrazia, libertà e uguaglianza, tre concetti del tutto diversi e non sempre compatibili. Spesso si chiede maggior democrazia, volendo, però, intendere maggior libertà o uguaglianza o viceversa, senza rendersi conto di quanto queste siano differenti tra loro e spesso incompatibili. La conclusione dell’autore è che ai nostri tempi prevalga l’ideale di libertà su quello di democrazia e che questa sia stata solo assai raramente in auge.

Gran parte dell’analisi di questo volume riguarda, però, l’importanza dei diversi sistemi elettorali e Canfora dimostra come la democrazia sia stata fortemente limitata ogni qualvolta ci si sia allontanati dal suffragio universale, verso varie forme di rappresentanza ridotta, quali quelle dettate dal sistema maggioritario, secondo il quale una parte dei voti si rivela “inutile”, in quanto non trova alcuna rappresentanza nei governanti.

Rileva anche come un sistema a bassa rappresentanza (il più ristretto sarebbe la monarchia, che sempre rischia di sfociare in tirannide) – spesso Risultati immagini per luciano canfora democrazia storia di un'ideologiainvocato dalla storia per la sua efficienza e velocità di esecuzione – corrisponda allo sfruttamento della popolazione non rappresentata. Interessante la riflessione su come per amministrare uno stato si pensi spesso a sistemi maggioritari, mentre in altre forme associative (rapporti tra soci di aziende, decisioni collegiali) nessuno lo proporrebbe mai.

Altra cosa ancora sono democrazia e rappresentanza parlamentare. Basti pensare alla “dittatura del proletariato” che è certo governo del popolo e quindi democrazia, ma non certo forma di rappresentanza parlamentare perfetta, né tantomeno esempio di libertà.

Il volume fa parte di un interessante progetto editoriale internazionale denominato “Fare l’Europa”, nato nel 1993 e sfociato in una collana diretta da Jacques Le Goff, pubblicata contemporaneamente da cinque editori:

  • H. Beck Verlag, di Monaco (Germania)
  • Basil Blackwell di Oxford (Regno Unito)
  • Editorial Crítica di Barcellona (Spagna)
  • Laterza di Roma-Bari (Italia)
  • Éditions du Seuil di Parigi (Francia).

L’intento dell’iniziativa è stato, fin dall’inizio, quello di ricostruire i temi comuni del vecchio continente prossimo a diventare Unione europea (l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht quasi coincide con il lancio della collana). Tra l’altro, anche altri editori portoghesi, olandesi, cechi, slovacchi, polacchi, ungheresi, bulgari, ma anche lituani, turchi, coreani e giapponesi traducono parte dei suoi libri. Nella “prefazione”, presente in ogni volume e firmata da Le Goff, si dice che l’avvenire deve fondarsi sull’eredità dal passato, gettando luce sulla “costruzione dell’Europa” e sui “suoi punti di forza non dimenticabili”, pur senza nascondere i conflitti e le contraddizioni che il continente ha vissuto nella sua tensione verso l’unità.

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L’ATROCE OMICIDIO ORDINATO DAL VESCOVO DI ALESSANDRIA

Era da quando vidi “Agorà” (il bel film del 2009 di Alejandro Amenábar con Rachel Weisz) che desideravo leggere il saggio “Ipazia” di Silvia Ronchey o, comunque, approfondire le mie conoscenze su questa filosofa e matematica alessandrina, barbaramente trucidata nel 415 d.c. dai cristiani (monaci parabolani) guidati dal vescovo Cirillo.

Si tratta, infatti, di una figura e di un momento storico di grande interesse.

Silvia Ronchey affronta un’analisi rigorosa (l’autrice è una bizantinista esperta), distinguendo ciò che realmente sappiamo della sua vita, del suo pensiero e del suo crudele assassinio, da ciò che poi è stato costruito e inventato su questa figura, trasformandola di volta in volta in martire della scienza, protofemminista, iniziatrice di una scuola di pensiero e persino, in netto contrasto con quanto noto, una simpatizzante del cristianesimo. Parrebbe anzi addirittura che la storia di Santa Caterina d’Alessandria (quella di cui Giovanna D’Arco sentiva la Voce e di cui parlo anche nel mio “Giovanna e l’angelo”) altro non sia che una trasposizione cristianizzata del suo martirio, perpetrato da cristiani su una filosofa pagana e non viceversa da pagani su una dotta cristiana. Considerata la dubbia veridicità della vicenda di Caterina, persino la Chiesa, per alcuni anni, la cancellò dall’elenco dei santi (martirologio).

Silvia Ronchey

Il volume della Ronchey, dunque risolve in poche pagine le notizie certe su Ipazia, in sostanza la sua appartenenza alla scuola platonica di Plotino, l’esser figlia di quel Teotecno (detto anche Teone) che insegnava filosofia e matematica nel Museo di Alessandria (come forse anche la figlia), l’essersi occupata di matematica e geometria, più che di filosofia, l’aver dato contributi di rilievo minore alla geometria (soprattutto la realizzazione di strumenti per l’insegnamento, mentre meno probabili sembrano quelli all’astronomia, come l’ipotesi che la vede come un antesignana del sistema copernicano), l’esser stata assassinata brutalmente mediante scorticazione e asportazione da viva di occhi e forse altri organi, tutto ciò indubbiamente a opera di cristiani, in prevalenza sacerdoti e per volontà del vescovo Cirillo (quindicesimo papa della Chiesa Copta), venerato come santo dalle Chiese Cattolica e Copta. Cirillo perseguitò i novaziani, gli ebrei e i pagani, fino a quasi eliminarli da Alessandria d’Egitto.

Insomma, in quei tempi la Chiesa (seppur Copta) si macchiava di delitti che non sfigurano in alcun modo di fronte alle atrocità commesse dallo Stato Islamico (ancora impropriamente chiamato ISIS) e ancora oggi non ha screditato chi di tali colpe si è macchiato, permettendo che sia persino considerato santo. Purtroppo, non è una religione o un’altra a essere più o meno intollerante e violenta, ma lo sono tutti gli estremismi e la fede, proprio per la sua irrazionalità, basandosi sulla credenza invece che sulla ragione e la logica, non riesce ad accettare ciò che va oltre i propri dogmi e genera così reazioni eccessive e pericolose.

In questo la storia di Ipazia è ancora oggi esemplare e deve ricordare a tutti i cristiani che non sono migliori dei fedeli di altre religioni, che è troppo facile criticare ciò che le altre fanno, senza ricordare quel che dal cristianesimo fu fatto in quei tempi ma anche in altre epoche.

Un’interessante affermazione della Ronchey è che l’assassinio di Ipazia non segni la fine della cultura greco-romana, ma sia l’inizio del millennio bizantino, periodo in cui Bisanzio conservò, preservò e sviluppò tale cultura, preparando e favorendo poi il suo ritorno modernizzato nell’Umanesimo e nel Rinascimento. Se dunque per lei è sbagliato vedere in Ipazia una protofemminista o un simbolo del martirio della scienza, sembrerebbe invece che vi riconosca una sorta di proto-umanista!

LA GUERRA DI ODISSEO

Sono passati appena sei mesi da quando ho letto per l’ultima volta una riscrittura moderna (e italiana) della “Iliade” di Omero. Mi riferisco a “Iliade, Omero” di Alessandro Baricco. In questi giorni ho, invece letto, “Il mio nome è nessuno – Il giuramento”, il primo dei due volumi con cui Valerio Massimo Manfredi ripercorre la vita di Ulisse, prima e dopo i fatti della guerra di Troia. Sebbene i fatti narrati siano i medesimi, l’intento dei due autori è diverso e diverso è il risultato, sebbene in entrambi i casi apprezzabile. Baricco aveva l’intento di fare una sintesi dell’Iliade, per leggerla in pubblico. Manfredi ci mostra i fatti di Ilio con lo sguardo del più moderno dei suoi protagonisti: Odisseo. Manfredi, poi, in realtà, anche solo in questo primo volume (il secondo dovrebbe essere incentrato sulla “Odissea”) non ci parla esclusivamente dell’Iliade, ma la prima parte del volume ci racconta della gioventù di Ulisse e dei miti che lo hanno influenzato, primo fra tutti, il viaggio degli argonauti alla ricerca del Vello d’Oro, ma anche le imprese di Ercole. Miti che Manfredi non presenta come tali, ma come imprese eccezionali seppur non soprannaturali di uomini contemporanei o quasi di Odisseo. Solo raramente indulge al fantastico, ma solo per riferire di credenze, come quando racconta del nonno di Ulisse, creduto da chi lo conosceva un licantropo, spiegandoci razionalmente come questa credenza sia nata.

Dunque i romanzi di Manfredi e di Baricco hanno in comune l’aver spogliato l’epos omerico delle sue divinità e della sua antica magia, ma Manfredi è capace di rendergliene una rinnovata, più moderna, quella della narrazione di tempi e fatti a tutti ben noti ma così lontani nel tempo e nel sentire quotidiano da rivestirsi di un’aura esotica e arcaica.

Valerio Massimo Manfredi

Come già ho avuto modo di notare leggendo la trilogia su “Alexandros” o “Lo scudo di Talos”, Manfredi è un autore che ben conosce i fatti narrati, che scrive con leggerezza e precisione e non manca di saper dare quel tocco in più che trasforma la Storia in una buona storia da essere narrata (dove la scomparsa della maiuscola non vuol essere in senso negativo, ma solo differenziare l’oggetto dello studio degli storici dall’esercizio narrativo). Doti che non sempre si riscontrano in autori stranieri più famosi, che a volte indulgono nelle descrizioni “folcloristiche” o si limitano a descrivere i personaggi storici senza aggiunger loro alcuno spessore.

L’Odisseo di Manfredi, è invece personaggio che spicca tra gli eroi di Troia più di quanto si notasse nei versi omerici e viene quasi da pensare che il vero protagonista di quella guerra in fondo fu lui, più di Achille, Elena, Paride, Agamennone, Menelao, Aiace o altri. Solo che nella “Iliade” non era messo bene in luce. Quasi che attendessimo l’opera di Manfredi per illuminarlo correttamente, sebbene fosse tutto già lì, nei versi di Omero.

 

L’AMORE AI TEMPI DEI SIMPOSI

A volte facciamo fatica a renderci davvero conto di quanto diversamente siano percepite alcune cose da altre civiltà o in altri tempi. Il razzismo deriva anche da questo (o forse ne è solo una scusa): non capiamo gli altri e li consideriamo barbari. In realtà, è solo per ignoranza e pigrizia intellettuale che consideriamo una morale superiore ad altre o addirittura come l’unica possibile.

Diciamo che la nostra cultura deriva da quella greco-romana e da quella ebraica, eppure di queste abbiamo preso solo alcuni aspetti e alcune idee e dimenticato molti altri. Se quelle erano le nostre radici, ce ne siamo a volte allontanati molto.

Persino un concetto generale come quello dell’Amore oggi è concepito in modo totalmente diverso che nella Grecia antica.

Se oggi un adulto “adesca” un ragazzino per motivi sessuali, ci scandalizziamo, mentre per i Greci era uno dei modi per far crescere ed educare i ragazzi.

Platone

Solo negli ultimi decenni la nostra cultura sta imparando ad accettare l’omosessualità, che per i greci era invece la forma più normale e pura dell’amore.

Per renderci conto di come fosse diversa la società greca dalla nostra, ben si presta la lettura del piccolo classico che va sotto il nome di “Simposio”, attribuito a Platone (forse è il più celebre dei suoi Dialoghi), in cui ci mostra un convivio di menti greche (tra cui persino Socrate, di cui, deviando dal tema principale, uno dei commensali, Alcibiade, tesse l’elogio) disquisire su cosa sia l’amore, sia facendo riferimento alle teorie religiose, sia aspetti sociali, sia a temi più strettamente filosofici.

Per Fedro, Eros è il più antico di tutti gli Dei. Per il padrone di casa Agatone, Amore è il Dio più bello e nobile.

Diotima di Mantinea sostiene invece che Eros sia un demone, figlio di Poros – ricchezza – e Penia – povertà. Aristofane racconta di come gli uomini un tempo fossero sfere con quattro braccia e quattro gambe e di come furono divisi in due e da allora l’una parte ricerca l’altra, anche se non necessariamente un uomo cerca una donna e viceversa ma sono possibili anche altre combinazioni.

Per Pausania c’è un amore celeste e un amore terreno, il primo ama le anime e il secondo i corpi.

Il medico Erissimaco lo vede come un fenomeno naturale.

La discussione non è scomposta, ma ogni tema viene analizzato e affrontato nella sua interezza dai partecipanti al simposio, alcune delle menti più vivaci dell’Atene del tempo, ma come si addice a un simposio, aspetti e visioni assai diversi dell’Amore si alternano in modo non sistematico e talora la conversazioni devia anche su altri argomenti.

RISCRIVERE L’ILIADE

Non è passato molto tempo dall’ultima volta che ho riletto l’Iliade in una traduzione classica, ma l’idea di leggerne una riscrittura sintetica (“Omero, Iliade”) realizzata da uno dei nostri migliori autori viventi mi ha incuriosito.

Alessandro Baricco ha, infatti, pubblicato un volumetto di 163 pagine nel quale riscrive e racconta uno dei libri più celebri e letti della storia dell’umanità.

L’intento è quello di trasformare il testo in qualcosa che possa essere letto davanti a un pubblico in sala in un tempo ragionevole. In tal senso, forse, il volume, pur sintetico per i contenuti trattati, mi parrebbe anche troppo esteso.

Nell’introduzione Baricco spiega di non aver tagliato quasi nessuna scena, tranne le apparizioni degli Dei. Scelta questa che rende il volume più snello e moderno, ma certo anche più lontano dal suo spirito originario.

Il maggior pregio di questo lavoro mi pare sia quello di fornire un testo gradevole e di veloce lettura che meglio di qualunque traduzione ci aiuta a calarci nella trama dell’Iliade. Pur avendo letto in vari modi questo libro, le sue tante digressioni mi hanno sempre reso difficile focalizzare la trama nelle sue linee essenziali. Questa versione è di grande aiuto in tal senso. Gli eventi, finalmente, si succedono con moderna regolarità e ogni cosa sembra estremamente chiara e semplice. Persino le battaglie si snodano con lineare precisione.

Insomma, un ottimo testo soprattutto per gli studenti più pigri che vogliono entrare facilmente tra queste pagine immortali o per chi, come me, si illude di conoscere questa storia ma voglia provare a vederla con una diversa angolazione o per chi voglia tornare a rivivere la più celebre delle battaglie ma non abbia il tempo per affrontare il testo integrale. Forse anche un’occasione per sentirsi spinti a leggerlo o rileggerlo in una traduzione più completa.

 

LA SFIDA DI MARATONA

Andrea Frediani è uno storico che scrive romanzi e questo si sente, perché la sua attenzione alla descrizione e ambientazione storica prevale facilmente sullo spirito narrativo, anche se con “Marathon” (2011) ha creato un’opera con una componente fantastica piuttosto rilevante, quasi ucronica. Immagina, infatti, che a fare la famosa corsa da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria e per evitare che la città aprisse le porte al nemico credendolo vincitore, siano stati non un uomo solo ma ben tre, Filippide, Tersippo ed Eucle, tre nomi con cui, di volta in volta, gli storici antichi hanno indicato il famoso messaggero.

Frediani immagina che siano tre persone diverse, amici tra loro, tutti innamorati o interessati alla stessa donna e che si sfidino prima durante la battaglia, poi nella corsa, con l’obiettivo di scegliere il migliore di loro che avrebbe sposato la donna. Ecco quindi che la loro diventa una sorta di competizione sportiva all’ultimo sangue.

I due momenti, la guerra e la corsa, vengono narrati in parallelo, quasi fossero eventi contemporanei, in un succedersi di flash-back e flash-forward che disorientano un po’ il lettore, ma che contribuiscono a vivacizzare la narrazione.

Andrea Frediani

Lo spirito agonistico mi ha ricordato un po’ troppo quello dei moderni sportivi professionali e non manca il ripetersi di alcuni concetti, come il fatto che Eucle si senta ingiustamente surclassato dagli altri due amici, di maggior successo, ma per chi ami conoscere nei dettagli le sensazioni dei combattenti o degli emerodromi (quelli che oggi chiameremmo maratoneti) il libro potrà dare qualche soddisfazione. Chi invece poco ama i romanzi di guerra, vi troverà forse un po’ troppi dettagli.

Frediani (Roma, 1963) ha scritto, fin dal 1997, numerosi saggi, ma il suo primo romanzo è del 2007 “300 guerrieri, la battaglia delle Termopili” di cui ho già parlato qui e qui, mentre “Marathon” è il quinto pubblicato.

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