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LA SFIDA DI MARATONA

Andrea Frediani è uno storico che scrive romanzi e questo si sente, perché la sua attenzione alla descrizione e ambientazione storica prevale facilmente sullo spirito narrativo, anche se con “Marathon” (2011) ha creato un’opera con una componente fantastica piuttosto rilevante, quasi ucronica. Immagina, infatti, che a fare la famosa corsa da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria e per evitare che la città aprisse le porte al nemico credendolo vincitore, siano stati non un uomo solo ma ben tre, Filippide, Tersippo ed Eucle, tre nomi con cui, di volta in volta, gli storici antichi hanno indicato il famoso messaggero.

Frediani immagina che siano tre persone diverse, amici tra loro, tutti innamorati o interessati alla stessa donna e che si sfidino prima durante la battaglia, poi nella corsa, con l’obiettivo di scegliere il migliore di loro che avrebbe sposato la donna. Ecco quindi che la loro diventa una sorta di competizione sportiva all’ultimo sangue.

I due momenti, la guerra e la corsa, vengono narrati in parallelo, quasi fossero eventi contemporanei, in un succedersi di flash-back e flash-forward che disorientano un po’ il lettore, ma che contribuiscono a vivacizzare la narrazione.

Andrea Frediani

Lo spirito agonistico mi ha ricordato un po’ troppo quello dei moderni sportivi professionali e non manca il ripetersi di alcuni concetti, come il fatto che Eucle si senta ingiustamente surclassato dagli altri due amici, di maggior successo, ma per chi ami conoscere nei dettagli le sensazioni dei combattenti o degli emerodromi (quelli che oggi chiameremmo maratoneti) il libro potrà dare qualche soddisfazione. Chi invece poco ama i romanzi di guerra, vi troverà forse un po’ troppi dettagli.

Frediani (Roma, 1963) ha scritto, fin dal 1997, numerosi saggi, ma il suo primo romanzo è del 2007 “300 guerrieri, la battaglia delle Termopili” di cui ho già parlato qui e qui, mentre “Marathon” è il quinto pubblicato.

LA BATTAGLIA CHE CAMBIÒ LA STORIA

Le porte di fuoco” (1998) è il terzo romanzo che ho letto ultimamente sulla battaglia delle Termopili, la grande impresa di Leonida e dei trecento guerrieri spartiati che, con poche altre migliaia di greci, rallentarono per tre giorni l’avanzata dell’immenso esercito persiano di Serse, impedendone la vittoria finale e contribuendo a determinare le sorti del mondo, che, senza di loro, oggi sarebbe di sicuro diverso.

Le porte di fuoco” è un romanzo scritto da Steven  Pressfield, autore nato a Port of Spain, nell’isola di Trinidad, che vive negli USA, in California, specializzato in romanzi d’ambientazione greca. Credo sia anche importante sottolineare che sia stato un marine, dato che la sua capacità di descrivere le battaglie probabilmente gli deriva anche da tale esperienza diretta. Non per nulla, “Le porte di fuoco” pare sia molto amato dai marines americani.

Gli altri due romanzi che ho letto sulla battaglia sono “300 guerrieri”(2007) di Andrea Frediani e “Lo scudo di Talos” (1990) di Valerio Massimo Manfredi”. Sulla battaglia e su Sparta ho anche letto, negli ultimi mesi, alcuni saggi o classici quali “Apofgtemi spartani – Le virtù di Sparta” di Plutarco, l’antologia “L’uomo greco” curata da Jeanne-Pierre Vernant, “Una guerra diversa da tutte le altre” di Victor Davis Hanson. Penso dunque di poter affermare che la ricostruzione storica della battaglia e dei costumi spartani sia piuttosto curata e abbastanza corretta (anche se alcune cose non mi hanno convinto del tutto, come la descrizione della cripteia o il numero dei persiani, certo enorme, ma meno di quanto descritto).

In tutti e tre i romanzi il protagonista è un sopravvissuto alla battaglia delle Termopili (che potremmo tradurre come “porte di fuoco”, nome che deriva alla gola dalla presenza di fonti termali). Nel romanzo di Pressfield si tratta di un oplita, uno schiavo straniero, che assiste uno dei guerrieri spartiati. Per Frediani è uno spartiate. Per Manfredi è un oplita che sfugge alla morte assieme al suo padrone spartiate.

Il romanzo di Frediani è forse il più preciso e dettagliato dei tre, ma gli altri due sono più coinvolgenti dal punto di vista narrativo. L’esperienza militare di Pressfield riesce a farci percepire in modo più diretto lo spirito dei combattenti e la loro caratterizzazione psicologica appare realistica e adeguata al contesto. Se in tutti e tre i romanzi gli spartani escono fuori con un profilo eroico sostanzialmente positivo (nonostante tutto il disprezzo che la cultura ateniese ci ha insegnato ad avere verso questo popolo che non amava le loro arti e la loro filosofia e il cui solo interesse parrebbe essere la guerra), forse in quello di Pressfield gli spartani assumono una forza morale che nelle altre opere è meno evidente e questo spiega l’amore dei militari americani per questo romanzo, in cui ritrovano sentimenti di cameratismo, solidarietà tra combattenti, disciplina, onore, coraggio, descritti con entusiasmo, in modo rendere la lettura esaltante.

Steven Pressfield

La nostra cultura tende a essere pacifista, percui può non essere facile descriverne un’altra basata sulla guerra, scrivere cose come “È la guerra, e non la pace, che dà luogo alla virtù. La guerra, non la pace che elimina il vizio. La guerra, e la sua preparazione, che stimola tutto quello che di nobile e onorevole c’è in un uomo.” può sembrare cosa da esaltati guerrafondai, ma lo spirito di Sparta era questo e Pressfield riesce a farcelo capire senza forzature.

Sparta era un mondo diverso dal nostro, in cui c’erano schiavi (gli iloti) ma in cui, nella classe dominante degli spartiati, c’era un’uguaglianza forse superiore a quelle ricercate dal cristianesimo e dal comunismo, non per nulla gli spartiati, si facevano chiamare gli “Uguali”, non per nulla Pressfield scrive “Un re non chiede servigi a coloro che guida, ma è lui a fornirli. Non sono i suoi sudditi che lo servono, ma lui che serve loro”, perché l’uguaglianza arrivava fino ai due re, che combattevano, mangiavano e dormivano come gli altri guerrieri, in mezzo a loro e non assistevano, come il re persiano, alle battaglie seduti su un trono. Concetto che anche nel nostro mondo sembra pura fantascienza!

 

Mi chiedo, infine, quanto queste opere si siano influenzate l’un l’altra. Non credo che Pressfield possa aver letto il romanzo di Manfredi, pubblicato in Italia otto anni prima, ma non potrei escluderlo. Più probabile è che Frediani abbia conosciuto entrambi, avendo pubblicato nel 2007. La sensazione è, però, che le somiglianze che si possono riscontrare derivino soprattutto dall’aver utilizzato le medesime fonti.

Quando si affronta un romanzo che tratta per la terza volta lo stesso tema, la paura è di annoiarsi e di non trovare nulla di nuovo e interessante, ma così non è stato con “Le porte di fuoco” che si è rivelato un’ottima lettura e, probabilmente, se l’avessi letto per primo ne sarei stato ancor più entusiasta.

 

Leggi anche:

– “300 guerrieri”(2007) di Andrea Frediani;“

– “Lo scudo di Talos” (1990) di Valerio Massimo Manfredi”

– “Apofgtemi spartani – Le virtù di Sparta” di Plutarco;

– “L’uomo greco” curata da Jeanne-Pierre Vernant;

– “Una guerra diversa da tutte le altre” di Victor Davis Hanson

– “300” di Zack Snyder

 

 

300

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