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QUEL CHE RESTA DELLA REGINA D’INGHILTERRA

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Massimo Acciai Baggiani

Dopo aver letto la fantascienza de “La compagnia dei viaggiatori del tempo” e il racconto di viaggio e riscoperta di mondi antichi di “Radici”, leggo ora un racconto ucronico di Massimo Acciai Baggiani. Si tratta de “L’ultima regina d’Inghilterra” (Edito da PASSPARnous), una storia ambientata in un prossimo furo di fine secolo, in cui si immagina però che Napoleone Bonaparte sia morto giovane e, sembrerebbe, da questo possono essere scaturiti gli eventi ucronici successivi che hanno portato Elisabetta III d’Inghilterra ad abdicare da bambina, dopo appena una settimana di regno, e a vivere come bibliotecaria in un mondo unificato e governato da un comunismo senza storture dittatoriali e sostanzialmente felice. Questo potrebbe essere stato l’effetto del protrarsi della Rivoluzione Francese, senza la deviazione subita dal nascere dell’Impero napoleonico. Appare allora strano che si parli di dittature comuniste del passato, ma evidentemente, la ricostruzione di Massimo Acciai immagina andamenti altalenanti della storia. Si incontra persino una via Carlo Marx, cosa che fa pensare che il comunismo descr

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Elisabetta II d’Inghilterra

itto possa esserne stato influenzato, anche se, io, al posto dell’autore, avrei pensato che il pieno successo della rivoluzione del 1789 avrebbe reso superfluo Marx. In ogni caso, pare, invece molto coerente immaginare un ritardo della rivoluzione industriale, resa più difficile da una società più equa ed egualitaria.

Tutto questo, comunque sono solo premesse: la vicenda è quella personale di questa ragazza che ebbe la ventura di regnare per una settimana, e che ora affronta una vita comune, con un salario uguale a quello di tutti gli altri, alla ricerca di un amore.

Ho ora iniziato a leggere il fantasy “Sempre a est” di Massimo Acciai (ancora un genere diverso esplorato da questo autore!). Con queste quattro opere, Acciai, si dimostra autore poliedrico e vario, tutto da scoprire. Ho già in libreria alcuni suoi saggi linguistici e letterari, con cui allargare la mia visione dei suoi scritti.

LA MAGIA MISTICA DI MERLINO

Andrea Foschini ha scritto un (breve) romanzo sulla mitica figura di Merlino (ovvero Myrdin, figlio di Adramelech), il mago che aiutò Re Artù, quello di Excalibur che tutti conosciamo. Il suo “Merlino – L’ultimo dei Danaan è però un libro particolare, che ci restituisce un’immagine di questa figura resa ancor più magica da un linguaggio che non saprei come definire se non mistico.

Forse la cosa migliore per render l’idea di questo approccio è riportare le parole dell’incipit:

La mia vita è una favola rovesciata.

Camminai sulle orme del drago, le orme del drago erano pietre taglienti. Conficcai le unghie aguzze nella quercia corrusca e imponente, e il mio nome fu l’oro dei re”.

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Andrea Foschini

Ma non è solo un giocare con le parole: incontriamo figure mitiche e magiche, centauri, uomini tigre e uomini leone, dei, streghe e maghi, che si mescolano ai personaggi del mito e della storia, ad Artù, Percifal, Lancilotto, Galvano, Ginevra, Mordered.

Si parla del mito di Excalibur e di quello del Graal.

Ci muoviamo tra queste pagine con un certo sconcerto e disorientamento anche perché l’autore, forse per rendere meglio questa strana aura, fa un uso del tutto personale della punteggiatura, accosta e spezza le frasi a modo suo, con salti improvvisi che spiazzano il lettore. Ho notato persino un doppio sostantivo usato alla maniera dei futuristi (ma forse ce ne sono altri), in sostituzione degli aggettivi.

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Il Mago Merlino visto da Walt Disney

Troviamo, per esempio, già nella prima pagina frasi sconcertanti come “il letto caldo che marcisce cadaveri in bocca esplosi nere zanne della sapienza segni: erano la polvere di ciò che il mondo irrotto dalla terra in querceti, castelli, piramidi in supremità di splendore, una cascata che si fonda sulla morte vedeva verificarsi il crollo e lo scroscio della cascata del mondo, della vita luna piena di zoccoli ardenti che si spezza appuntita nel petto” che pare quasi una frase oracolare.

Poco più avanti, per fare un altro esempio, siamo colti dalla straniante immagine “ “Miti morti di bambole amare. Una vergine mozzata senz’ali. Occhi di balena sfiorano gli uccelli della morte”, quasi un testo poetico ermetico in un contesto in prosa.

In questo romanzo si parla della contrapposizione tra gli antichi dei celtici e la nuova divinità cristiana che stava invadendo la Britannia (il “Nulla Crisitco come una voragine che tutto inghiotte”).

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Immagine cinematografica di Merlino

Non mancano animali parlanti, come la tigre, che fanno pensare a creature metaforiche di dantesca memoria.

Potente si sente il respiro del fato: “maestosi e tragici erano i passi del destino”.

Leggo dalla biografia di Andrea Foschini, che ha scritto anche di Giovanna d’Arco (“La passione di Giovanna D’Arco”) e mi incuriosisce sapere come potrà aver trattato l’eroina del mio “Giovanna e l’angelo”!

Del resto, anche questo suo “Merlino – L’ultimo dei Danaan” si può considerare un esempio di “mitologia cristiana, toccando il tema del Graal.

 

LA POTENZA DI UN’AMICIZIA

Il ragazzo ombraDopo aver letto due dei bei romanzi scritti da Laura Costantini assieme a Loredana Falcone (“Eibhlin non lo sa” e “New York 1920”) ero impaziente di leggere questa nuova prova di Laura Costantini, per una volta da sola, “Il ragazzo ombra”. Si tratta del primo volume della serie “Diario vittoriano”, ma, per quanto con un finale aperto a nuovi sviluppi, mi pare opera autoconclusiva e che ben si può leggere anche se continuare con i volumi successivi. Un romanzo molto diverso dagli altri due e questo mi pare un segno della qualità di queste autrici, perché solo gli autori migliori sono in grado di scrivere opere ogni volta diverse.

Leggo dai ringraziamenti a fine volume che prima di essere pubblicato, il romanzo ha avuto una sua vita in rete con il progetto “feuilleton 2.0” dove ha già trovato vari lettori che lo hanno seguito a puntate.

Sebbene avessi già aspettative positive, conoscendo l’autrice, “Il ragazzo ombra” è riuscito a stupirmi per la sua carica di emozioni, sensazioni e immagini.

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Laura Costantini, scrittrice e giornalista

L’ambientazione iniziale è nell’India britannica, per poi spostarsi nella Gran Bretagna vittoriana. Sarà forse per questo, ma sembra quasi di essere in un romanzo di Dickens (citato anche tra queste pagine) o ancora più di Kipling, con questo ragazzo indiano che si muove nella notte come un’ombra, con questa vicenda che si sviluppa in un’amicizia interraziale di grande intensità (con una profondità che sfiora l’amore omosessuale), per poi portarci a scoprire nuovi sviluppi, nel momento in cui apprendiamo poco per volta le drammatiche vicissitudini del giovane indiano, le sue vere origini, e, come in ogni grande avventura che si rispetti, assistiamo al riscatto di chi sembrava l’ultimo degli ultimi e che invece si rivela essere uno dei grandi d’Inghilterra.

I personaggi sono ben delineati e con una loro intensità, le ambientazioni (seppur difficili in quanto esotiche e antiche) sono credibili, lo stile è nitido e scorrevole e, soprattutto, la trama ti prende e spinge ad andare avanti, pagina dopo pagina, per scoprire l’evolversi delle vicende nei due periodi in cui sono ambientate in parallelo (1881, quando i protagonisti avevano 13 anni, e 1901, quando sono ormai adulti).

Laura Costantini è autrice ben nota in rete, ma, come già ho avuto modo di scrivere, uno di quei nomi che meriterebbe altri spazi nel mondo dell’editoria e questo suo “Il ragazzo ombra” lo dimostra ancora una volta.

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Il libro della giungla – Kipling

IL MONDO VISTO CON GLI OCCHI DI UN MAGGIORDOMO

Image result for quel che resta del giornoQuel che resta del giorno” (1989) di Kazuo Ishiguro (premio nobel nel 2017) è un insolito e incredibile affresco della vita vista attraverso gli occhi di un maggiordomo inglese di alto rango. Il primo aspetto che affascina, sin dalle prime pagine, in questo romanzo, è sentire come sia forte la caratterizzazione della voce narrante. Si ha davvero la sensazione che a parlare sia un autentico maggiordomo dell’inizio del XX secolo! E questo stupisce particolarmente pensando che Kazuo Ishiguro (Nagasaki 8/11/1954) non è certo un maggiordomo, né un nobile inglese, che ben avrebbero potuto raffigurare un simile pensiero e atteggiamento, ma un giapponese, sebbene abbia vissuto sin da bambino in Inghilterra.

Eppure questo autore, che ha vinto nel 2017 il premio nobel della letteratura, in tale romanzo si dimostra pienamente all’altezza del premio ricevuto.

 

Quel che resta del giorno” non solo descrive la magia di un mondo visto con uno sguardo che oggi ci pare quasi alieno, appartenendo a uno dei più esemplari rappresentanti della servitù anglosassone di alto livello, ma, con grazia, quasi con noncuranza, ci mostra il radicale mutamento del nostro mondo nel XX Secolo, concentrandosi in quegli anni inquieti per l’Europa, che sono stati l’interludio tra le due Guerre Mondiali, conflitti che forse sarebbe ora di considerare come un’unica, prolungata guerra, interrotta da un periodo di pace apparente. Attraverso la casa di Lord Darlington, dove serve Mr Stevens, passano importanti personaggi internazionali, che il maggiordomo osserva con distacco, perché, come dice “non è mio compito far mostra di curiosità”.

La caratterizzazione di Mr Stevens passa anche attraverso le riflessioni di costui sul proprio mestiere e ruolo e su cosa renda un maggiordomo davvero grande e migliore degli altri. Egli individua questo elemento nella “dignità” e cerca di descriverci cosa intenda per essa. Ce ne dà uno splendido esempio quando descrive un importante incontro internazionale avvenuto nella dimora del suo padrone e da lui gestito e organizzato, in cui non solo riuscì a gestire la presenza di tanti ospiti, in un clima alquanto burrascoso, giacché si disputava sulle sorti dell’Europa intera e del mondo, ma riuscì a svolgere con professionalità la propria mansione nonostante che, durante il pranzo principale, suo padre, anziano vice maggiordomo alle sue stesse dipendenze, si sentisse prima male e, poi, morisse, in due momenti cruciali della serata.

Del resto, egli dice, la dignità non è una dote specifica sua, di suo padre, quando era un importante maggiordomo o di altri nomi famosi che cita ma “In una parola, la “dignità” è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.”

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Kazuo Ishiguro

“Si tratta, come dicevo, di una questione di “dignità”. Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace.”

Questa dignità si concretizza, in realtà, in una rigidezza comportamentale quasi autistica di Mr Stevens, particolarmente evidente nei rapporti con la governante Miss Kenton, senza la quale forse sarebbe anche potuta nascere una storia d’amore, che, invece resta sempre lì, sospesa, inespressa. Persino in occasione di un grave lutto di Miss Kenton, Mr Stevens non riesce neppure a farle le condoglianze, per non dire a consolarla.

 

L’analisi storica in queste pagine è spesso sfumata o ridotta a piccoli episodi, ma grandemente significativi, come quando, influenzato dai fascisti inglesi, Lord Darlington decide di licenziare due cameriere ebree e il maggiordomo esegue senza alcuna esitazione o riflessione critica (non così la governante). In questo si sente tanto del clima di quegli anni, in cui ancora non si riusciva a comprendere la portata del nazismo e del fascismo.

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Anthony Hopkins ed Emma Thompson in Quel che resta del giorno

Il pragmatico americano Mr  Lewis proclama “Voi, in Europa, avete bisogno di professionisti che si occupino dei vostri affari. E se non vi renderete presto conto di ciò, andrete incontro al disastro.”

Il nobile inglese Lord Darlington risponde “Ciò che voi definite come “dilettantismo”, signore, è una cosa che io credo che la gran parte dei presenti, qui, preferirebbe ancora chiamare “onore” e poi aggiunge “credo di avere un’idea ben precisa di ciò che voi intendete con “professionalità”. La quale sembra indicare il raggiungimento dei propri scopi tramite l’imbroglio ed il raggiro. Significa disporre le proprie priorità sulla base dell’avidità e del vantaggio personale anziché sulla base del desiderio di vedere la bontà e la giustizia prevalere nel mondo. E se questa è la “professionalità” alla quale voi vi riferite, signore, non mi interessa granché, e non ho alcun desiderio di perseguirla.”

In queste poche c’è il più epocale cambiamento di prospettiva vissuto dal XX Secolo. Si passò dal mondo degli ideali a quello dell’economia e del profitto.

Qui Ishirguro descrive soprattutto il passaggio del potere dalla nobiltà terriera a una nuova classe di gente arricchitasi con i commerci. Lo fa in questa disputa avvenuta a latere di una riunione di persone influenti di ogni nazionalità riunitesi, nel 1924, per cercare di alleviare le pesanti pressioni economiche addossate alla Germania a seguito della fine della Prima Guerra Mondiale. Condizioni che in questi stessi anni stavano portando al successo e all’avvento del nazismo con tutto quello che ne sarebbe seguito. Ishiguro qui non sottolinea come il trattamento riservato alla Germania tra le due guerre dalle altre nazioni abbia potuto esacerbare la situazione nella nazione sconfitta, determinando quindi il naturale sbocco in un nuovo conflitto mondiale, eppure, leggendo queste pagine non si può non pensare a quanto grave sia stata in tutto ciò l’irresponsabile comportamento delle altre nazioni.

 

Il cambiamento di tempo, però, è visto con gli occhi del maggiordomo Mr Stevens, che nota quanto la sua generazione di maggiordomi sia divenuta diversa da quella di suo padre, per la quale maggiore fosse stata la nobiltà di sangue della famiglia presso cui si lavorava, maggiore sarebbe stato il prestigio. Ebbene, persino questa “razza” in estinzione (i maggiordomi) stava già, circa un secolo fa, nella prima metà degli anni ’20 del XX secolo adattandosi a un mondo nuovo. Basti pensare a come Mr Stevens definisce la propria generazione di maggiordomi:

Perché noi eravamo, come ripeto, una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo alla creazione di un mondo migliore e si rendeva conto che nella nostra qualità di professionisti, il mezzo più sicuro per fare una cosa del genere era quello di entrare al servizio dei grandi personaggi del nostro tempo, alle cui mani era stata affidata la civiltà.”

Il romanzo è strutturato come un breve viaggio del protagonista, avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante il quale riflette e ricorda gli anni tra le due Guerre e il suo servizio

 

Il viaggio dell’ormai anziano maggiordomo si conclude con la riflessione “E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata” in cui vi è un positivo e costruttivo rammarico per una vita della quale poco prima aveva detto: “Vedete, io mi sono fidato. Mi sono fidato della saggezza di sua signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato al suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero, uno deve chiedersi, quale dignità vi è mai in questo?

Mr Stevens apparteneva a una generazione che ha “sempre creduto di vivere consacrando la nostra attenzione a fornire il miglior servizio possibile a quei grandi gentiluomini nelle cui mani è riposto davvero il destino della civiltà”.

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“Quel che resta del giorno” di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, film tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro

Dove sono oggi siffatti gentiluomini cui affidare le sorti del Paese o della Terra intera? Forse nelle sale dei parlamenti e dei governi? Chi lo crede ancora oggi?

 

Che dire, in conclusione di questo romanzo? Innanzitutto, che conferma pienamente la mia ammirazione per questo autore che avevo già grandemente apprezzato leggendo quell’originale ucronia distopica che è “Non lasciarmi” e quasi altrettanto originale fantasy “Il gigante sepolto”. Va poi detto che questi tre libri hanno forse solo una cosa in comune: sono degli ottimi libri che tutti dovrebbero leggere. Per il resto non potrebbero essere più diversi! E quale segno maggiore della grandezza di un autore della sua capacità di scrivere, bene, storie tanto diverse?

Ho spesso scritto di essere rimasto deluso dall’assegnazione di molti premi nobel. Per fortuna ogni tanto, come nel 2017 quando è stato assegnato a Ishiguro, viene scelto un autore davvero degno. Inoltre, credo questa sia già la terza che a vincere è stato uno scrittore con al suo attivo opere ucroniche (dopo Churchill e Saramago).

 

Da questo romanzo del 1989, con cui Ishiguro vinse il premio Booker e che certo lo ha aiutato a vincere il Nobel, è stato tratto nel 1993 il film omonimo di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Lo vidi quando uscì. Ricordo che mi piacque ma non quanto il romanzo. Dovrei rivederlo, ma non mi pare di ricordare che avesse le stesse delicate sfumature e le stesse approfondite riflessioni della versione scritta.

L’AMORE, LA MEMORIA E IL FANTASY DEL NOBEL

Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishiguroIl gigante sepolto” di Kazuo Ishiguro, autore da poco premiato con il premio nobel di cui avevo già letto la splendida ucronia “Non lasciarmi”, è un fantasy che parte con un passo diverso dagli altri, non saprei se con passo da gigante, ma pur sapendo di leggere una storia del genere, ci si comincia a muovere in un mondo in cui la magia sembra esserci, ma non essere poi così evidente. Non ci corrono, insomma, subito incontro, folletti, gnomi e giganti. Quanto a presenza di magia e creature fantastiche, siamo più dalle parti de “Il trono di spade”, che de “Il signore degli anelli” o di “Harry Potter”. Mentre i modesti emuli di Tolkien e Lewis spesso scrivono solo avventure per bambini cresciuti di principesse da salvare e draghi da uccidere, Ishiguro utilizza il fantasy come uno strumento per narrarci di altro. Ci parla, dunque, soprattutto della memoria, della sua mancanza, del suo ruolo nelle cose del mondo e nei rapporti tra le persone e, soprattutto, nell’amore. E di amore, in fondo, questo romanzo parla, pur non essendo certo una storia d’amore nel senso classico, con due giovani che si amano tra mille peripezie. Qui si parla soprattutto di amore senile. Di come muti in una coppia che si avvicina alla fine dei propri giorni assieme, di come le cose belle e brutte che sono capitate loro abbiano contribuito a creare un legame forte, diverso dalla semplice passione, dal colpo di fulmine, che all’improvviso può legare due giovani.

Per parlarci di questo Ishiguro usa un drago, che non vediamo quasi mai, ma il cui fiato ha sparso sul mondo e sulla nostra coppia di vecchi la dimenticanza. C’è insomma nel romanzo un drago, come ci sono orchi e qualche altra creatura magica, ma, se ci fa caso, l’autore ci ha messo qualcosa di diverso da quello che avrebbe potuto metterci un autore totalmente occidentale. Il drago non è solo una creatura aliena, un mostro da combattere con spada e lancia. Si sente qualcosa dello spirito animista dell’antico Giappone. Il Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishigurodrago qui è una sorta di divinità minore, anche se la sua magia è mossa da un sortilegio dell’antico, mitico Merlino, qui ormai morto. Come in varie culture asiatiche, spesso i draghi giapponesi sono divinità dell’acqua, associate alle precipitazioni e ai fiumi, tipicamente rappresentati come grandi creature serpentine senza ali ma con lunghi artigli. Anche di questo drago (una femmina) si dice che “sembra un verme” e lo troviamo in fondo a una grotta e lì sarà affrontato, non in una battaglia aerea come quelle, per esempio, de “Il trono di spade”.

Ci muoviamo, allora, assieme ai due vecchi dalla memoria corta. Eppure la loro è ben più lunga di quella di tanti giovani delle loro terre.  Non sono solo loro, in effetti, ad avere poca memoria, ma tutto il mondo, da quando vi è calata quella che i vecchi chiamano “La Nebbia”, un qualcosa che nasconde i ricordi.

Ecco così che, da questa nebbia, poco a poco i personaggi prendono forma, il paesaggio si delinea, la storia si svela e compaiono persino le prime creature fantastiche e, in particolare, si comincia a parlare di questo mitico drago, i cui poteri sembra vadano al di là di quel che i più credono e che assume via via un ruolo sempre più centrale nella storia.

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Kazuo Ishiguro (カズオ・イシグロ? o 石黒 一雄 Nagasaki, 8 novembre 1954) è uno scrittore giapponese naturalizzato britannico, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2017

All’inizio del romanzo si parla, come si diceva, soprattutto dell’importanza della memoria, di come l’amore si nutra di ricordi e di quanto sia difficile un amore senza memoria di sé. La vicenda si muove con il passo lieve delle fiabe in questo mondo incantato più per la mancanza di passato che per la magia. Mancanza di passato che non vuol dire però sua reale assenza, perché lo spazio della narrazione è spazio storico o pseudo-storico. Siamo in Gran Bretagna, tra britanni e sassoni e Artù non è morto da molto. Incontriamo persino uno dei suoi mitici cavalieri, il suo nipote Galvano, ormai molto anziano, ma sempre bardato nella sua antica armatura e pronto a esser paladino dei deboli ed eroe nelle imprese più ardue e la magia di Merlino ancora permea ogni cosa. Sembrerebbe un classico fantasy di derivazione arturiana, ma le origini anglo-nipponiche dell’autore si fanno sentire e, soprattutto, si fa sentire la penna di un uomo che sa scrivere e che è solito farlo anche con storie di altro genere. All’apparenza, dunque, ci regala un fantasy dei più classici, ma nella sostanza la storia è ben altro.

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Non Lasciarmi

Quel che resta del giorno

I’M EUROPEAN

Il voto referendario inglese del 23 giugno 2016 è un insulto all’Europa, è un insulto all’idea di unità di un continente nata dal sangue di milioni di cittadini europei che si sono uccisi l’un l’altro durante la Seconda Guerra Mondiale, la Prima e tutte le altre guerre che hanno devastato l’Europa nei secoli passati. Il voto del 23 giugno 2016 è un insulto a tutti i morti d’Europa. Con questo referendum la Gran Bretagna è stata conquistata dai nazisti e dagli egoismi nazionali. Con questo referendum gli ideali di collaborazione, solidarietà, unità, convivenza civile sono stati feriti gravemente.

Il voto del 23 giugno 2016 è un attentato alla libertà, alla democrazia e alla civiltà come lo sono stati gli attentati terroristi di New York o quelli francesi.

Se allora tutti dicevano “I’m american” o “Je suis Charlie”, oggi dovremmo dire:

I’m European”.

Il Regno Unito ha compiuto un gesto unilaterale da cui dovrà generarsi la sua stessa dissoluzione. Come la Gran Bretagna si è staccata unilateralmente dall’Europa, così ora l’Inghilterra dovrà lasciar andare la Scozia, l’Irlanda del Nord e il Galles. Una nazione che tradisce gli ideali di unità europei non ha alcun diritto di limitare le volontà di secessione delle sue componenti.

Aspettiamo dunque il ritorno in Europa di questi popoli, in attesa che la stessa Inghilterra si renda conto del proprio egoismo e snobbistico isolazionismo e delle conseguenze che questo comporta purtroppo non solo per l’Inghilterra ma per l’Europa intera.

Pur essendo solidali verso i tantissimi britannici che hanno votato per restare in Europa, guardiamo dunque con sdegno la scelta vergognosa e barbara di un Paese che ha deciso di sprofondare nel nazionalismo, tradendo la storia sanguinosa e dolorosa di un continente travagliato, tradendo le radici comuni che lo legano ai suoi vicini, tradendo i vincoli economici di un’Unione, tradendo il faticoso cammino di armonizzazione, unificazione e pacificazione di tanti popoli e rispedendoci nella barbarie medievale.

Per questo gridiamo “I’m European”, in una lingua che ormai stentiamo a dire europea. Per questo diciamo che vogliamo andare avanti. Per questo diciamo che, liberatici dello scetticismo britannico, dobbiamo accelerare il percorso dell’Europa Unita. Per questo dobbiamo trasformare l’Europa in stato federale, creare organismi comuni con autentico potere, superare gli egoismi nazionali. Diventare gli Europei che già siamo dentro di noi. Essere Europei: questa deve essere la risposta dell’Europa alla Gran Bretagna.

 

IL ROMANZO D’APPENDICE PADRE DELLE SERIE TV

Il nostro comune amico” (“Our Mutual Friend”) è un feuilleton o romanzo d’appendice che fu pubblicato in fascicoli a puntate nel 1864 e 1865 da Charles Dickens. In effetti, leggendolo pare quasi di avere davanti una serie TV, di quelle divise in stagioni, che si sviluppano puntata per puntata. Questo modo di pubblicazione (inventato da  Louis-François Bertin, direttore del Journal des Débats) determina anche il tipo di opera, che somiglia appunto più a una serie televisiva che non a un film, presentando una trama principale (in questo caso, le vicende di un’eredità che sarebbe dovuta andare al figlio del defunto a condizione che questo sposasse una certa signorina Bella o, in alternativa ai due anziani servitori Boffin, con l’inconveniente che il primo erede, John Harmon, si finge morto per scoprire i sentimenti della futura moglie), cui si collegano alcune storie secondarie, come quella dell’avvocato innamorato della giovane Lizzy. Come nelle moderne serie, anche qui, in ogni capitolo, c’è qualche avventura e qualche nuovo sviluppo che pare allontanare la soluzione finale che il lettore intuisce ma viene sempre allontanata.

Come le serie TV sono divise in Stagioni, così questo romanzo è diviso in quattro libri: “La coppa e il labbro”, “Gente dello stesso stampo”, “Un lungo cammino” e “Una svolta”.

Si può dire che tali programmi, come i teleromanzi e le soap opera siano i discendenti di simili romanzi d’appendice in voga a metà del XIX secolo.

Rivolgendosi a un pubblico più distratto, in quanto potrebbe perdere qualche episodio, questo genere di romanzi, tende a creare personaggi di facile identificazione, con caratteristiche marcate, evidenziate a volte dall’uso dei soprannomi (che qui abbondano). Leggendo “David Copperfield” avevo notato come ciascun personaggio potesse ben descritto da un singolo aggettivo, tanto era netto un suo dato carattere. Ne emerge uno spettacolo forse meno fine che in altre letture, ma in cui pare di vedere il volto fortemente truccato degli attori sulla scena, rimedio dettato dall’esigenza di rendere chiare le espressioni anche al pubblico nel loggione, incapace di riconoscere i dettagli dei volti di lontano. Allo stesso modo qui i caratteri sembrano un po’ scolpiti con l’accetta piuttosto che col cesello, ma questo non va visto come un difetto dell’opera, quanto come una caratteristica implicita nel mezzo espressivo scelto, in cui ci si perde nella vastità dello sviluppo, nella moltitudine di pagine.

Charles Dickens

Con questo suo stile un po’ popolaresco, Dickens, dal maestro che è, riesce comunque a realizzare un romanzo capace di ben descrivere e criticare la realtà sociale del proprio tempo, a creare una storia che ancora oggi è capace di attrarre e trascinare il lettore e qui, come in “David Copperfield”, il lettore si sente partecipe della vicenda, chiedendosi di volta in volta perché un dato personaggio non compia una data azione che parrebbe tanto ovvia, ma tergiversi ancora. Tra le tante, quella che mi ha lasciato più perplesso è come abbia potuto Bella Wilfer accettare di essere oggetto di un testamento, accettare di essere ingannata dall’uomo che ama e che sposa senza conoscerne la vera identità, ingannata dai suoi protettori che mettono alla prova la sua virtù non si sa bene con quale diritto e poi, quando scopre tutto l’inganno, anziché infuriarsi per la scarsa considerazione che tutti hanno per la sua intelligenza e volontà (pur ammirandone tutti l’ingenua virtù), essere tutta felice e amorevole. Insomma, cogliamo in questo personaggio tutte le contraddizioni della condizione femminile nella Gran Bretagna e nell’Europa dell’epoca.

 

Le esigenze della forma adottata per la pubblicazione portano Charles Dickens a estendere il narrato ben oltre le esigenze della trama, che, in un’opera unitaria, si sarebbe potuta sviluppare assai più brevemente, senza tante digressioni (così comuni in tanti autori dell’epoca) e senza lo sviluppo di storie parallele, che distraggono il lettore e lo portano ad aspettare, arrancando con un certo fastidio per vie di campagna, che la vettura narrativa ritorni a correre spedita sulla strada maestra.

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