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IL COINVOLGIMENTO AMERICANO NEI CAMPI DI STERMINIO NAZISTI

La Storia la scrivono i vincitori, questo si sa. Nel farlo evidenziano alcuni aspetti e ne nascondono altri. La Seconda Guerra Mondiale è stata vinta dagli americani (e alleati) e persa dai tedeschi (e alleati). Noi si stava un po’ di qua un po’ di là, ma questa è un’altra questione. Durante la guerra, Tedeschi e Italiani hanno fatto cose orrende, ma Americani, Inglesi e Russi non sono certo stati dei santarelli. Di recente leggevo degli inutili bombardamenti contro la popolazione civile tedesca nel saggio “Storia naturale della distruzione” di Sebald. Analogamente, ci si può chiedere che senso avesse avuto lanciare due bombe atomiche sul Giappone a guerra sostanzialmente già vinta.

Carlo Menzinger e Pierfrancesco Prosperi, il 25 maggio 2019 durante il raduno nazionale degli autori di fantascienza World SF Italia

Carlo Menzinger e Pierfrancesco Prosperi, il 25 maggio 2019 durante il raduno nazionale degli autori di fantascienza World SF Italia

Leggo ora un romanzo (non un saggio, sia chiaro) di Pierfrancesco Prosperi (Arezzo, 21/07/1945) intitolato “Il processo numero 13” nel quale immagina che ci sia stato un tredicesimo processo dopo i dodici minori che seguirono quello di Norimberga e nei quali furono processate circa duecento figure con ruoli di rilievo nei crimini di guerra nazisti (pochissimi rispetto a tutti coloro che certo furono coinvolti, ma non si poteva processare un’intera nazione).

L’invenzione ucronica di questo autore è di immaginare che si sia tenuto il processo e che vi siano emersi i rapporti dell’americana IBM, tramite la consociata tedesca Dehomag nella gestione dei campi di sterminio nazisti. Non inventato, sembrerebbe invece, il contesto che tale processo indaga.

È, infatti, vero e storico che la Dehomag fosse una sussidiaria tedesca di IBM con monopolio nel mercato tedesco prima e durante la seconda guerra mondiale. La parola era un acronimo per Deutsche Hollerith-Maschinen Gesellschaft mbH. Il termine Hollerith si riferisce all’inventore della tecnologia delle carte perforate, Herman Hollerith. Insomma, questi primi computer americani avrebbero permesso ai tedeschi di censire, in tempi una volta impensabili per la loro rapidità e con una precisione di dettagli del tutto nuova, la popolazione ebraica in Germania e nei territori occupati, permettendo così di individuare gli individui da mandare nei campi, quelli da uccidere subito e quelli da sfruttare come forza lavoro. Insomma, senza le macchine della Dehomag non avremmo avuto i campi di concentramento. Il romanzo ne parla poco, ma queste macchine sembra che siano state utilizzate dai tedeschi anche in altri modi per gestire la loro guerra.

Quello che il processo immaginario suppone è che l’IBM fosse del tutto consapevole dello scopo per il quale le sue macchine erano impiegate e ne percepisse i proventi. Invenzione?

Pierfrancesco Prosperi è autore dedito al genere fantastico e all’ucronia, vincitore di importanti riconoscimenti in questi campi. Questo stesso romanzo è stato finalista al Premio Vegetti della World SF Italia, in occasione della cui premiazione (cui partecipavo con il mio “Il regno del ragno”) ho avuto il piacere e l’onore di incontrarlo. Lo stesso giorno Prosperi ha ricevuto dall’associazione di fantascienza un premio alla carriera.

Anche se Prosperi eccelle nel genere fantastico, la sua analisi storica è accurata e dettagliata e il romanzo, avvincente e stimolante, induce importanti riflessioni sulla storia.

IL LIBRO NON SCRITTO SULLA DISTRUZIONE DELLA GERMANIA

Risultati immagini per storia naturale della distruzioneHo iniziato la lettura di “Storia naturale della distruzione” di Winfried G. Sebald  (Wertach, 18 maggio 1944 – Norfolk, 14 dicembre 2001) con grande entusiasmo, dato che prometteva di essere un libro che affrontava da un diverso punto di vista la storia della Seconda Guerra Mondale.

Il volume riunisce alcune lezioni dell’autore tenute a Zurigo, come leggo su “La frusta letteraria”, pubblicate in Germania come “Guerra aerea e letteratura” nel 2001e poi in Italia da Adelphi con il titolo “Storia naturale della distruzione”, ripreso da un’opera, peraltro incompiuta, ma pluricitata nel libro, dell’inglese Solly Zuckerman, dopo la visione della distruzione di Colonia, a opera dell’aviazione britannica.

Non credo ci sia dubbi sul fatto che la maggiore responsabilità di questo drammatico conflitto sia da ascriversi alla Germania e ai suoi sciagurati alleati, in primis Italia e Giappone, ma mi pare anche evidente che, trattandosi di una guerra grave e globale, nessuna delle parti potesse dirsi “innocente”. In particolare, mi era già noto che la Germania avesse subito un processo di distruzione delle proprie città che forse non è toccato a nessuna dei suoi avversari (discorso a parte riguarda il popolo ebraico, che non fu colpito nelle proprie infrastrutture urbane, che erano parte della Germania stessa e dei territori conquistati, ma nei modi ben noti).

Quel che il saggio racconta all’inizio è che gli Alleati scelsero deliberatamente di bombardare la popolazione civile per fiaccarne il morale e che, se questo pareva all’inizio il solo sistema alla loro portata, in seguito sarebbe stato possibile passare a un approccio più mirato, colpendo infrastrutture e fabbriche, ma si preferì continuare a colpire la popolazione civile, dimostrando un’insensibilità non certo inferiore a quella tedesca.

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Winfried G. Sebald  (Wertach, 18 maggio 1944 – Norfolk, 14 dicembre 2001)

Sebald evidenzia come i tedeschi, forse per un senso di colpa nazionale, non hanno mai evidenziato il colossale processo distruttivo subito e come la letteratura post-bellica sia stata incapace di esprimere un epos della distruzione.

La Germania ha subito (secondo Wikipedia) 635.000 morti tra i civili, 10 milioni di senza tetto, 3.370.000 appartamenti distrutti, 40 agglomerati urbani annientati per oltre il 50%.  Qualcuno potrà dire che è poco, anche solo rispetto ai sei milioni (o furono di più come alcuni sostengono?) di vittime dell’olocausto, ma sono comunque numeri impressionanti.

Dopo queste premesse, mi sarei aspettato che Sebald cercasse di colmare questo vuoto informativo-culturale, descrivendo gli orrori della Guerra visti dal versante tedesco, dei bambini, delle donne e dei vecchi uccisi. L’autore, invece, si “limita” a fare un’analisi della letteratura bellica e post-bellica, per dimostrare quanto poco questa abbia saputo affrontare il tema.

Insomma, Sebald ci indica che manca un grande romanzo o un’opera di qualche genere che descriva questa faccia dell’orrore bellico, ma non è lui, come mi ero illuso, a cercare di colmare questo vuoto, almeno come descrizione di quanto avvenuto. Il saggio, dunque, più che un saggio storico è un saggio di letteratura, che penso potrà interessare gli studiosi della materia, più di quanto abbia interessato me.

Insomma, “Storia naturale della distruzione” è, essenzialmente, un invito a scrivere un libro che ancora non c’è. Da autore mi sentirei anche attratto dalla sfida, ma non penso di avere competenze adeguate. In ogni caso, credo, infatti, che toccherebbe a un tedesco trovare il coraggio di scriverlo.

Immagine correlata

Distruzione di Dresda

 

L’IMPORTANZA STORICA DEI SISTEMI ELETTORALI

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Luciano Canfora (Bari, 5 giugno 1942) è un filologo classico, storico e saggista italiano.

Volendo fare una riflessione sul recente referendum costituzionale, ho letto il saggio storico di Luciano CanforaLa democrazia”, sottotitolo “Storia di un’ideologia”.

Storico è anche l’approccio al tema, con un’analisi che ci mostra come questo concetto, nato prima dei greci, ma affermatosi con loro (soprattutto con moltissimi limiti, primo fra tutti la sua applicazione solo a parti ristrette della popolazione), si sia poi perso per lunghi secoli, per riaffiorare con la rivoluzione francese. Da lì l’analisi prosegue attraverso Ottocento e Novecento fino ai giorni nostri.

La prima importante distinzione è quella tra democrazia, libertà e uguaglianza, tre concetti del tutto diversi e non sempre compatibili. Spesso si chiede maggior democrazia, volendo, però, intendere maggior libertà o uguaglianza o viceversa, senza rendersi conto di quanto queste siano differenti tra loro e spesso incompatibili. La conclusione dell’autore è che ai nostri tempi prevalga l’ideale di libertà su quello di democrazia e che questa sia stata solo assai raramente in auge.

Gran parte dell’analisi di questo volume riguarda, però, l’importanza dei diversi sistemi elettorali e Canfora dimostra come la democrazia sia stata fortemente limitata ogni qualvolta ci si sia allontanati dal suffragio universale, verso varie forme di rappresentanza ridotta, quali quelle dettate dal sistema maggioritario, secondo il quale una parte dei voti si rivela “inutile”, in quanto non trova alcuna rappresentanza nei governanti.

Rileva anche come un sistema a bassa rappresentanza (il più ristretto sarebbe la monarchia, che sempre rischia di sfociare in tirannide) – spesso Risultati immagini per luciano canfora democrazia storia di un'ideologiainvocato dalla storia per la sua efficienza e velocità di esecuzione – corrisponda allo sfruttamento della popolazione non rappresentata. Interessante la riflessione su come per amministrare uno stato si pensi spesso a sistemi maggioritari, mentre in altre forme associative (rapporti tra soci di aziende, decisioni collegiali) nessuno lo proporrebbe mai.

Altra cosa ancora sono democrazia e rappresentanza parlamentare. Basti pensare alla “dittatura del proletariato” che è certo governo del popolo e quindi democrazia, ma non certo forma di rappresentanza parlamentare perfetta, né tantomeno esempio di libertà.

Il volume fa parte di un interessante progetto editoriale internazionale denominato “Fare l’Europa”, nato nel 1993 e sfociato in una collana diretta da Jacques Le Goff, pubblicata contemporaneamente da cinque editori:

  • H. Beck Verlag, di Monaco (Germania)
  • Basil Blackwell di Oxford (Regno Unito)
  • Editorial Crítica di Barcellona (Spagna)
  • Laterza di Roma-Bari (Italia)
  • Éditions du Seuil di Parigi (Francia).

L’intento dell’iniziativa è stato, fin dall’inizio, quello di ricostruire i temi comuni del vecchio continente prossimo a diventare Unione europea (l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht quasi coincide con il lancio della collana). Tra l’altro, anche altri editori portoghesi, olandesi, cechi, slovacchi, polacchi, ungheresi, bulgari, ma anche lituani, turchi, coreani e giapponesi traducono parte dei suoi libri. Nella “prefazione”, presente in ogni volume e firmata da Le Goff, si dice che l’avvenire deve fondarsi sull’eredità dal passato, gettando luce sulla “costruzione dell’Europa” e sui “suoi punti di forza non dimenticabili”, pur senza nascondere i conflitti e le contraddizioni che il continente ha vissuto nella sua tensione verso l’unità.

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L’INCONTRO IMMAGINARIO DI DUE POETI SUICIDI

Utopia, etimologicamente vuol dire “nessun luogo”, ma, da Tommaso Moro in poi, per utopia intendiamo un luogo immaginario migliore del mondo in cui viviamo realmente, un’eu-topia, in realtà, cioè un “buon luogo”.

Nessun luogo. Da nessuna parte”, il romanzo di Christa Wolf (Landsberg an der Warthe, 18 marzo 1929 – Berlino, 1º dicembre 2011) non ha niente a che vedere con le utopie o le eutopie, ma il titolo allude a una difficoltà esistenziale dei due protagonisti di collocarsi all’interno del contesto sociale in cui vivono.

Il romanzo narra dell’incontro immaginario, nel 1804, tra due poeti, entrambi suicidi, realmente esistiti: Heinrich von Kleist e Karoline von Günderrode. Due anime che si scoprono diverse da chi li circonda e dunque tra loro simili.

Christa Wolf

Il doppio racconto che compone l’opera ci parla oltre che del disagio di vivere, della poesia, della letteratura, dell’amicizia e dell’amore.

Scorre però troppo su temi emotivi e poco sul piano dell’azione.

Mi sto rendendo conto che per me un romanzo in cui la trama non sia rilevante, in cui non ci siano azioni concrete risulta troppo vacuo e vano e non riesce a catturare la mia attenzione, nonostante possa avere altri pregi.

Un autore di bestseller ha detto una volta che in ogni pagina deve succedere qualcosa. Pretendere qualche nuovo evento in ogni pagina e forse troppo, ma basare una storia sull’incontro in salotto di due persone è forse troppo poco!

 

Heinrich von Kleist

Karoline von Günderrode

DUE SETTIMANE A MONACO

Sono stato per due settimane a Monaco di Baviera con mia moglie e mia figlia. Devo dire che due settimane sono il tempo giusto per visitare questa città che offre davvero molto, se si vogliono visitare musei, palazzi, chiese. Ha anche un gran numero di bei parchi che l’attraversano e meritano qualche ora ciascuno. Per chi ama lo shopping  il centro della città non può certo deludere, con negozi di ogni livello e enormi centri commerciali.

Mia figlia la mattina frequentava un corso di tedesco alla BWS Germanlingua, in pieno centro, ad Hackenstrasse 7. Mi pare ne sia rimasta abbastanza soddisfatta.

Abbiamo alloggiato presso la Pension Seibel in Reichenback strasse 8, a 30 metri da Viktualienmarkt e a mezzo WP_20150804_09_29_03_Prochilometro da Marienplatz. Insomma difficile trovare una posizione più centrale. L’hotel offriva un’ampia colazione in una saletta arredata in stile bavarese. Pur essendo l’offerta di pietanze abbastanza ampia, in due settimane del nostro soggiorno non è mai variata. Sui tavoli c’era una caraffa di caffè e frutta fresca (non sempre ben assortita) e sul tavolo a buffet piatti, solo freddi, salati e dolci. In sostanza un paio di formaggi, uno tipo brie e uno tipo gorgonzola, philadelphia classico e alle erbe e sottilette, vari affettati, verdure secche (pomodori, peperoni, ecc), uova sode condite e no, caprese, pani bavaresi di vario tipo, una decina di dolci diversi, succo di arancia e di mela, yogurt bianco, alla fragola e ai cereali, varie marmellate, miele e credo di aver detto quasi tutto.

La prima stanza che ci hanno offerto (n. 46) , pur essendo una tripla (eravamo tre) era molto piccola e l’accesso al terzo letto era difficoltoso. Ci è stata prontamente sostituita con una quadrupla (n. 51), più spaziosa ma all’attico (quinto piano con ascensore) e quindi assolata. Dopo i primi giorni, con un modesto sovrapprezzo (€ 20 al giorno) ci siamo fatti spostare nella suite (n.31), un appartamentino di tre stanze decisamente più moderno come arredi, con cinque letti, ampio divano angolare con chaise longue, poltrona di vimini, tavolino con TV a schermo piatto, quattro sedie, cucina (ma senza pentole e con ben pochi piatti – che non abbiamo usato minimamente), due letti matrimoniali e un singolo, tre armadi, bagno nuovo (quello della n.51 meritava un completo rinnovo) con vasca, tutto molto meglio che nell’altra camera. Ottima soluzione, sebbene al terzo piano, senza ascensore, cosa che per me va benissimo, essendo abituato a fare le scale a piedi anche quando è possibile evitarlo.

Le ragazze che pulivano le stanze ci sono parse un po’ in affanno e difficilmente riuscivano a completare il giro prima delle 13,00. Ho fatto presente la cosa alla proprietaria che subito ci ha fatto pulire l’appartamento entro le 9,00. Insomma, l’hotel ha fatto il possibile per venire incontro alle nostre richieste, pur nei limiti di una struttura familiare di poche stanze.

Avevo tre guide con me:

  • Monaco Cartoville – Touring Editore
  • Low Cost Monaco – Morellini Editore
  • Germania – Le Guide Mondadori

Ho usato la guida Mondadori soprattutto per le escursioni fuori città (escursione al lago Chiemsee con visita al palazzo Herrenchiemsee – imitazione di Versailles – e giro in battello tra Stock, Herren e FruenInsel, il castello da fiaba Neuschanstein e l’adiacente Hohenschwangau, i paesi di Füssen, Augusburg e Oberammergau, nonché il campo di concentramento di Dachau). La consultavo poi la sera anche per le visite in città. Amo molto le guide Mondadori, per la presenza di foto e piante tridimensionali.
In tasca tenevo, invece, sempre la guida Touring Cartonville. Ogni zona della città ha la sua cartina (dalla A alla F), con indicazione di ristoranti, locali, negozi e, ovviamente, monumenti. Piccola e maneggevole, è stata utilissima soprattutto come stradario.

La guida della Morellini mi è servita solo come lettura generale e mi ha suggerito la visita del quartiere Jugend still di Schwabing, che era meno valorizzata sulle altre guide, seppur comunque indicata. Sostanzialmente però, avendo le altre due guide, avrei potuto farne a meno.

I ristoranti li abbiamo scelti “a naso”, senza consultare guide o web.

Abbiamo cercato di cenare quasi sempre bavarese e quasi sempre in pieno centro, non lontano da Viktualienmarkt, dove c’è una scelta notevole di esercizi. Alcuni dei locali in cui siamo stati sono i seguenti (il prezzo è per 3 persone):

  • Zum Dürnbraü – Dürnbraustrasse, 2 – € 82,00 – 1 agosto – bavarese;
  • Altes Hackerhaus Famillie Pongratz – Sendlinger Strasse, 14 – € 59,20 – 2 agosto – bavarese;
  • Bratwurstherzl am Viktualienmarkt – Dreifaltingkeitsplatz, 1 – € 46,50 – 3 agosto – bavarese;
  • Haxnbauer – Sparkassenstrasse – € 62,00 – 4 agosto – bavarese;
  • Der pschorr – Viktualienmarkt, 15 – € 72,10 – 5 agosto – bavarese;

    Schloss Neuschawnstein

    Schloss Neuschwanstein

  • Tarullo’s – Kreutzstrasse, 18 – € 55,01 – 6 agosto – italiano;
  • Maredo München – Frauenplatz 7 – € 57,70 – 7 agosto – spagnolo;
  • Laurin – S.Riedl & M. Augustburger GbR – Heiliggeiststrasse, 6 – € 67,20 – 8 agosto – bavarese;
  • Yum Thai Kitchen & bar – Utzschneiderstrasse 6 – € 85,20 – 10 agosto – thailandese;
  • Winter Garten – Elisabethplatz 4b – € 41,20 – 11 agosto – bavarese;
  • Restaurant Zum Alten Markt – Dreifaltigkeitsplatz 3 – € 49,20 – 12 agosto – bavarese;

Abbiamo mangiato bene in tutti e non vale la pena di fare particolari descrizioni di ognuno. Quasi ovunque, per questa categoria di prezzo, i tavoli sono senza tovaglia, gli ospiti si succedono sullo stesso tavolo senza che venga pulito e spesso la gente si siede dove trova posto libero, senza chiederlo al cameriere. Questi sono quasi tutti frettolosissimi (e sostanzialmente poco simpatici). Danno per scontato che si voglia solo bere (birra ovviamente) e una volta che gli hai ordinato le bevande scappano via e si fa sempre fatica a ordinare anche da mangiare. Le birre arrivano in fretta, ma il cibo tende ad arrivare con lentezza. Ci siamo ostinati a ordinare acqua frizzante, nonostante il prezzo che è quasi pari a quello della birra e il disprezzo più o meno evidente dei camerieri per “l’acqua miserabile” come l’ha persino chiamata uno di loro (in italiano) portandoncela, credendosi, forse, spiritoso. Nei locali bavaresi di solito i menù sono in tedesco, ma i camerieri capiscono bene l’inglese. Talvolta abbiamo trovato menù anche in inglese o persino in italiano.

Hohenschwangau

Hohenschwangau

L’unico locale con camerieri cortesi e attenti, tovaglie e un’apparecchiatura decente (di solito tovaglioli e posate stanno in boccali al centro della tavola e ognuno li prende da sé) è stato quello thailandese.

In molti locali (quasi tutti) i tavoli vengono condivisi. Se siete in tre e il tavolo è da sei, aspettatevi di dividerlo con altre due o tre persone.

A parità di prezzo in Italia si mangia meno, e soprattutto meno carne (o pesce), ma il servizio di norma è ben superiore. Sulla qualità del cibo, nulla da dire, se uno ama, carni e salumi.

Nei ristoranti è sempre stato possibile pagare con la carta di credito. Non così nei negozi. In uno hanno persino detto che non la accettavano sotto gli € 150! Gli ho lasciato l’acquisto sul bancone! Spesso nei negozi non la accettavano sotto 20 o 30 €.

Cosa abbiamo visto?

Neu Rathaus

Neue Rathaus

Tutto il centro, un gran numero di musei (il tecnologico Deutches, i bavaresi Müncher Stadtmuseum e Bayerisches Nationalmuseum, quelli dedicati all’arte moderna Haus der Kunst, Neue Pinakothek, Pinakothek der Moderne, Museum Brandhorst, Lenbachhauss e Schack Galerie e quelli di arte antica come la Glyptothek piena di statue romane, la Staatliche Antikensammlungen e l’imperdibile Alte Pinakothek), i due municipi (Altes e Neues Rathaus, quest’ultimo un imponente edificio tardo-gotico), molte chiese (Frauenkirche, Peterskirche, Heilinggeiskirche, Mikaelskirche, la barocchissima Asamkirche, St.Paulkirche e la decentrata St. Georgekirche), vari palazzi (Alte Hof, l’immensa Residenz, le terme Müller’sches Volksbad, Maximillianeum, Villa Stuck in jugenstill, come le case del quartiere Alt-Schwabing, il grandioso Schloss Nymphemburg con i suoi immensi giardini e l’adiacente quartiere di Neuhausen ), giardini (Hofgarten, Westermülbach, gli enormi Englischer Garten con lago e fiumi in cui i tedeschi facevano surf), piazze (Marienplatz con il municipio tardogotico che sembra Notre Dame, Viktualienmarkt con il suo mercato alimentare, Theresienwiese dove fanno l’Oktoberfest, la fiorita Gartenplatz vicino al nostro hotel, St.Anna con le due chiese omonime, Königplatz con i due musei e la porta in stile greco) porte torri e monumenti (Isartor, Sendlinger Tor, Friedensengel) e persino cimiteri (Alter Südicher Friedhof).

Loggia dei Lanzi a Firenze

Odeonplatz

Odeonplatz

Insomma, in due settimane c’è poco da fermarsi e quasi tutto quel che abbiamo visto meritava. Magari si potevano evitare la Schack Galerie e l’Haus der Kunst, avendo già visto altri tre musei di arte moderna. Imperdibili le visite fuori porta ai castelli nel sud della Baviera Neuschanstein e Hohenschwangau, ma anche la Residenz con l’adiacente loggia che imita quella dei Lanzi a Firenze, Marienplatz, Schloss Nymphemburg, Villa Stuck e gli Englischer Garten. In questo parco è incredibile cosa non riescano a fare i tedeschi: si tuffano nei fiumi dagli alberi, nuotano in correnti fortissime e gelide, fanno surf, rischiando di spaccarsi la testa contro gli argini strettissimi del fiume, prendono il sole in piena città come fossero al mare!

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Cinghiale davanti al museo della caccia e della pesca a Monaco

“Porcellino” della Loggia del Mercato Nuovo a Firenze

A proposito della Loggia di Odeonplatz che imita quella fiorentina, bisogna dire che ci hanno copiato anche il porcellino, quello della Loggia del Mercato Nuovo. Davanti al museo della caccia e della pesca (Jagd-und-Fischereimuseum di Neuhauserstrasse 2) ce n’è uno identico! Va detto però che il nostrano cinghiale (impropriamente detto “porcellino”) deriva da una copia romana di un marmo ellenistico, dunque i bavaresi potrebbero aver copiato uno di questi e non quello del Mercato Nuovo.

Per quanto bella, Monaco è in parte imitazione di cose di altre epoche, dall’imponente Neues Rathaus che, edificato tra il 1867 e il 1909, si rifà a uno stile gotico ormai superato, a Königplatz con i due musei e la porta che somigliano a templi greci. Quando poi si va sull’isola di Herren nel lago Chiemsee, il palazzo è un’autentica copia, incompleta, del palazzo di Versailles, ancor più somigliante della Reggia di Caserta.

Per quanto riguarda il viaggio, ci siamo mossi in auto (Firenze, Modena, Brennero, Inssbruck, Monaco), attraversando l’Austria (fa un po’ rabbia

Surf a Englischner Gartner

Surf a Englischner Gartner

dover acquistare le “vignette” per l’autostrada che durano 10 giorni minimo, quando l’attraversata si risolve in circa un’ora!).

La partenza di sabato 1 agosto, come temevo, ci ha trascinati nel pieno del traffico e, comprese pause per circa 1 ora, abbiamo impiegato più o meno 10 ore e mezza. Il ritorno è stato più veloce, con traffico solo in Germania, ma comunque di 8 ore e mezza, con la solita oretta di soste.

Per muoversi a Monaco sono quasi sempre sufficienti i piedi, avendo un hotel centrale come il nostro, comunque abbiamo preso due abbonamenti settimanali per le zone 1 e 2. Forse poteva bastare la sola zona 1, ma le poche puntate nella 2 erano quelle che più difficilmente si potevano fare a piedi.

L’auto è impossibile parcheggiarla in centro. Non solo è caro, ma davanti all’hotel non si possono mettere monetine per più di 2 ore di seguito (tranne la notte)! Ho quindi lasciato l’auto al parcheggio Riemer See P+R al capolinea della Linea U2 di Messestadt-Ost. Costa € 1 il primo giorno ed € 3 i giorni successivi, più il prezzo per l’estensione dell’abbonamento alla metro di altre 2 zone (€ 5,40 ogni viaggio).

Conclusioni? Ottima vacanza, ottima location dell’albergo, ottima scelta della durata del soggiorno, ottimo il cibo. Interessante e piacevole il tutto.

ROMANZO STORICO DAL SAPORE FANTASY

Qualche mese fa mi è capitato di leggere il bel romanzo “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (2009) di Jonas Jonasson e avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un nuovo modo, più leggero, di scrivere un romanzo storico. Lo svedese, però, pur avendo scritto una storia che ruota intorno a un personaggio improbabile, non è però giunto a mescolare il romanzo storico con il racconto di fantasia come fa Günter Grass (Danzica, 16/10/1927). Il premio nobel (1999) tedesco-polacco con “Il tamburo di latta” (1959), realizza, decenni prima di Jonasson, uno sviluppo fantastico del romanzo storico, che va oltre la delineazione di un protagonista peculiare e di fantasia, intorno al quale snodare la storia di un intero secolo. Il tedesco (in realtà nato a Danzica in Polonia), inserisce nella storia della Polonia e della Germania nazista e post-bellica un protagonista e voce narrante (sebbene alternativamente parli di sé in prima e terza persona) del tutto fantastico, una sorta di peter pan, un bambino che giunto all’età di tre anni, appena ricevuto un tamburo di latta, smette di crescere, non può vivere senza il suo tamburo, che suona a tutto spiano e che, se privatone, lancia urla che rompono vetri con precisione mirata.

Il bambino rimane un treenne fino al suo ventunesimo compleanno e da quel momento si trasforma in un nano deforme e gobbo.

È una novità mescolare fantasia e realtà storica? In realtà, non lo è affatto, basti pensare alle opere omeriche, dove accanto a fatti storici compaiono divinità e mostri, ma diversissimo
era allora il senso della storia e le meraviglie descritte non venivano percepite come qualcosa di diverso dai fatti reali. Era il mito. Un diverso spirito della narrazione, che rende improbabile un raffronto.

Pensiamo invece al romanzo storico nella sua forma moderna. Indubbiamente prevede sempre l’inserimento di personaggi o, addirittura di protagonisti di fantasia, ma questi cercano comunque di mantenere una presunzione di realismo e plausibilità storica.

Dobbiamo pensare all’ucronia per avere, in tempi moderni, una deformazione voluta della realtà storica in un mondo fantastico.

Il processo realizzato da Grass è dunque più simile a quello degli autori ucronici che la descrizione di terre e luoghi leggendari dei narratori antichi e medievali, con i loro viaggi in terre popolate da grifoni, sciapodi, astomi, unicorni, giganti, ciclopi e altri mostri, narrazioni in cui la mescolanza di realtà e finzione è involontaria o se volontaria ha finalità simboliche. Il percorso narrativo di Grass è diverso. La Storia non muta il suo corso, ma su di essa si innesta il fantastico, uno gnomo dai poteri quasi magici, un Oskar che si muove nella Storia come un Harry Potter per la Gran Bretagna. Il fantasy contamina il romanzo storico.

Ne nasce un’opera indubbiamente originale, il cui successo ha certo contribuito a far ottenere al suo autore il riconoscimento del premio nobel. Se non sempre riesco ad apprezzare gli autori insigniti dall’accademia di Stoccolma, il Grass de “Il tamburo di latta” mi trova concorde con i giudici svedesi.

Günter Grass

L’opera non ha certo la leggerezza de “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, né l’umorismo de “La vita è bella”, il film di Roberto Benigni, ma i racconti dal manicomio del nano ex-treenne danno una levità ai fatti della Seconda Guerra Mondiale che, pur non togliendo nulla alla loro gravità, li condiscono di una magia che diventa anche magia narrativa e pur leggendo un autore tedesco-polacco, pare a volte di leggere qualche sudamericano, Marquez, Amado o, addirittura Borges.

E il romanzo non è fatto solo da un Oskar dai molteplici cognomi, perché hanno un bello spessore fantastico-leggendario anche gli altri personaggi, spesso fellinianamente deformi, i nonni del bambino, l’amico oblomoviano del Oskar adulto, il nano Bebra e la micro-bellezza Raguna, per non parlare della coppia di padri (anche questa di sapore sudamericano), del fratellastro-presunto figlio, dell’amore per le infermiere e per la matrigna Maria.

Anche la trama non è da meno e si dipana tra le innumerevoli morti, mai causate direttamente da Oskar, ma da lui determinate in una sorta di materializzazione di desideri freudiani, gli amori impossibili, i lavori alternativi di Oskar e le vicende della sua famiglia in un succedersi fantasmagorico e surreale di eventi, vero sale della narrazione, mentre la Polonia sta per cadere, cade, è caduta ma non è caduta e camice brune e partigiani sfilano sullo sfondo.

 

Cinquale, 21/08/2014

Il tamburo di latta – film

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