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LA PORTA SU UN VECCHIO FUTURO

La porta sull'estateLa porta sull’estate” (1956) dello scrittore statunitense Robert Anson Heinlein mi pare un tipico esempio dell’ottimismo tecnologico e sociale dell’America degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, che caratterizza, per esempio anche la produzione di Isaac Asimov.

La fantascienza di quegli anni, spesso si è rivelata assai utopistica, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico. Peccato che le previsioni di allora siano state raramente azzeccate. Si ragionava soprattutto di viaggi spaziali e di colonizzazione dello spazio e ora, alle soglie del secondo decennio del XXI secolo non siamo andati molto oltre una bandierina sulla Luna. Un altro tema erano i viaggi nel tempo, anche se qui vi era assai meno fiducia di poterli realizzare. Altra cosa era per la crioconservazione delle persone, in cui vari autori parevano credere, anche questa ben lontana da realizzarsi.

Heinlein, autore classico della fantascienza, immagina una storia avveniristica ambientata in due epoche future, per noi ormai relegate nel ricordo.

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Robert A. Heinlein (Butler, 7 luglio 1907 – Carmel-by-the-Sea, 8 maggio 1988)

Immagina un ingegnere che nei primi anni ’70 lavora alla produzione di robot (anche qui nella realtà quanto siamo lontani dall’immaginario di Heinlein o Asimov!) e che viene sottoposto a crioconservazione, risvegliandosi nel 2000, dove scopre un mondo in cui i robot da lui creati sono assai diffusi, ma lui è stato ingannato dal suo migliore amico e dalla fidanzata e non ci ha guadagnato nulla.

Scopre allora che i viaggi nel tempo sono possibili e ritorna negli anni ’70 a sistemare le cose.

Il titolo fa riferimento al suo gatto, che d’inverno, prova tutte le porte di casa alla ricerca di una che si apra sull’estate, così come il protagonista cerca un miglior presente.

Se il mondo descritto per certi aspetti dovrebbe sembrare più moderno, con questi “robottoni” ingombranti, meccanici e pieni di tubi strani, ha più che altro un aspetto vintage e l’idea del singolo uomo che realizza macchine incredibili e cambia il mondo è utopistico ai limiti dell’ingenuità, salvo forse per dei “sognatori americani”. La storia è comunque ben  costruita, gradevole e si legge come una cara vecchia cosa.

Se volete leggere qualcosa di Heinlein più moderno e attuale, non perdetevi l’importante “Universo”, tra l’altro scritto persino anni prima, nel 1941, che ha ancora oggi molto da dirci.

 

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LA DISTOPIA PRIMA DI HUXLEY E ORWEL

Risultati immagini per tallone di ferro londonQuando ero un ragazzino divoravo i libri di Emilio Salgari e Jules Verne, ma accanto a loro c’erano altri autori che consideravo dei riferimenti per letture future, tra questi di sicuro c’era Jack London all’anagrafe John Griffith Chaney London (San Francisco, 12 gennaio 1876 – Glen Ellen, 22 novembre 1916).

Jack London era, però per me soprattutto l’autore di romanzi di avventura nella natura come “Il richiamo della foresta” e “Zanna bianca”. Ricordo di aver letto e apprezzato  anche “Martin Eden” e “Assassini S.p.A.”, non immaginavo, però, che la sua produzione comprendesse ben altro. London, infatti, ha scritto ben 50 opere in soli 40 anni di vita, la maggior parte dei quali passati a fare tutt’altro.

In età adulta ho letto poi “Il vagabondo delle stelle”, scoprendo un London, sì avventuroso, ma in modo ben diverso, essendo una storia con toni paranormali, che anticipa persino la fantascienza, immaginando viaggi onirici nel tempo.

Leggo ora “Il tallone di ferro” (“The Hiron Heel”, 1908), altra opera in qualche modo anticipatrice di tale genere e, in particolare, della distopia.

La struttura del romanzo è quella di una sorta di “matrioska temporale”, ambientato prevalentemente in un futuro abbastanza prossimo al momento in cui fu scritto (il 1907), direi circa il 1936, ha come protagonista un rivoluzionario socialista; viene raccontato qualche tempo dopo dalla moglie; si immagina poi che il diario di questa sia commentato con una serie di note a fine capitolo da un autore di sei secoli dopo.Risultati immagini per tallone di ferro london

Sia per la presenza del consistente corpo di note, alcune che fanno riferimento a informazioni storiche e vere, altre del tutto inventate, sia per quella di lunghi e complessi dibattiti socio-politici tra i personaggi, il volume appare quasi più come un saggio politico che come un romanzo, sebbene si assista ai tentativi di rivolta dei socialisti che cercano di resistere all’avvento di un’oligarchia plutocratica detta “Tallone di ferro”.

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Jack London

La descrizione del futuro, rende l’opera un testo di anticipazione futurologica, che lo farebbe connotare come fantascientifico, sebbene sia qui quasi del tutto assente l’attenzione verso l’evoluzione tecnologica e la crescente presenza delle macchine è analizzata soprattutto in chiave sociologica. Siamo, insomma, in quell’area della fantascienza che possiamo dire fantapolitica. L’analisi socio-politica, sebbene vista oggi presenti alcune debolezze e ingenuità, ha una sua consistenza, che fa sì che l’autore riesca con essa ad anticipare alcuni fenomeni politici, che, secondo il ragionamento sviluppato nei discorsi dei personaggi, sembrano la logica conseguenza della situazione descritta e, soprattutto, di ovvie regole socio-economiche: London così anticipa la rivoluzione russa e cinese e, in qualche misura, anche l’avvento dei totalitarismi tedesco, italiano e spagnolo. I suoi “errori” sono soprattutto “geografici”. Non parla, per esempio, di una rivoluzione russa, ma ne immagina l’equivalente in America.

Altra singolare anticipazione è l’idea che tra la classe dei “plutocrati” e quella dei piccoli industriali, destinati a essere schiacciati dalla plutocrazia (oggi diremmo le “multinazionali”), nonché i lavoratori, compaia, per necessità storica, una classe di artisti strapagati, cosa che mi fa pensare agli stipendi miliardari di calciatori, cantanti e attori di successo.

Certo, va detto, che anticipare la rivoluzione russa non deve aver comportato un grosso sforzo immaginativo. Eravamo nel 1907, solo a dieci anni dal fatidico ottobre e i germi della rivoluzione erano nell’aria da tempo. Basti, del resto, pensare a quanto scriveva già nel 1873 (assai meno bene di London) il troppo lodato Dostoevskij ne “I demoni”, o nel 1877 Turgenev con “Terra vergine” (ambientato nel 1874) o, meglio di tutti, Puskin, già nel 1836  con “La figlia del capitano” parlando del settecentesco Pugacov.

Peccato che, appunto, London, non ci parli della Russia, che peraltro doveva conoscere abbastanza bene avendo fatto, tra le sue tante attività, il corrispondente della guerra russo-giapponese (anche se in Corea).

Peraltro, il ragionamento che porta all’anticipazione è qui particolarmente lucido, connotando l’opera come un saggio politico-economico mascherato da fantapolitica. Tale componente mi pare prevalente su quella distopica, giacché la dominazione del “Tallone di ferro” è qui solo preconizzata ed è il commentatore del futuro che ce ne parla, mentre gli eventi descritti hanno sì una forte connotazione negativa, ma ancora la società non presenta quelle forme di degenerazione strutturata che troveremo in “Noi” (1921) di Zamjatin, ne “Il mondo nuovo” (1932) di Huxley o in “1984” (1949) di Orwel.

La grande differenza rispetto a queste opere, poi, è che queste ultime nascono dopo la rivoluzione russa e hanno come bersaglio proprio l’Unione Sovietica, mentre London vede una rivoluzione socialista come lo strumento per avverare un’utopia e vede come un pericolo distopico il potere delle multinazionali (“plutocrazia”).

L’utopia londoniana vede i tentativi dei rivoluzionari di coinvolgere nella propria lotta al nascente “Tallone di Ferro” persino quella che oggi chiameremmo “Piccola e media impresa” e la Chiesa. Peculiare la figura del vescovo convertito al un ritorno ai principi di povertà e servizio del prossimo, che richiamano sviluppi che solo di recente stiamo cominciando a vedere ma sono ancora ben futuribili.

L’opera non è per nulla un capolavoro, ma è un documento interessante e meritevole di lettura come tale. Di sicuro la sua lettura ha stimolato in me la curiosità verso questo autore che forse ho sottovalutato (e non solo io). Mi piacerebbe ora sia rileggere, con gli occhi di un cinquantenne, i romanzi della mia infanzia, sia scoprire opere con titoli che sembrano promettenti, come “La figlia delle nevi”, “Prima di Adamo”, “Il bruto delle caverne”, “Le morti concentriche”, “La valle della Luna” o “Pronto soccorso per autori esordienti”.

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LA NASCITA DELLA PSICOSTORIA

Isaac Asimov ha collegato solo in un secondo momento i vari cicli di romanzi che narrano la storia futura della nostra Galassia. I primi romanzi furono, infatti, scritti soprattutto negli anni tra il 1953 e il 1964. “Preludio alla Fondazione”, invece, è del 1989, un altro importante romanzo di collegamento come “I robot e l’Impero” è del 1986 e, analogamente, le opere che “completano” i cicli sono degli anni ’80.

Se “I robot e l’Impero” unisce, appunto, i cicli dei Robot e dell’Impero, “Preludio alla Fondazione”, non è solo il prequel del ciclo della Fondazione, ma richiama anche i temi dei due cicli precedenti. Rappresenta, quindi, più di tutti, un’opera “artificiale”, creata per unire storie distanti tra loro migliaia di anni e con diversità notevoli, seppur giustificate e spiegate dall’autore nelle nuove opere. Dunque, una simile lettura dovrebbe lasciar ben poco sperare come qualità. Eppure Asimov è riuscito a farne un romanzo piacevole e interessante almeno quanto alcuni dei migliori delle serie che unisce, sicuramente più del citato “I robot e l’Impero”, innanzitutto perché ha un’impostazione meno “didattica”, dato che “Preludio alla Fondazione” non ha più l’esigenza, complessa, di spiegare come i robot siano scomparsi nell’Impero, compito assolto da “I robot e l’Impero”.

Uno dei maggiori difetti de “I robot e l’Impero” era l’uso del metodo investigativo inteso come:

  1. Mostra un evento;
  2. Fallo raccontare di nuovo a un personaggio che lo analizza per scoprirne i segreti;
  3. Eventualmente ripeti il punto 2.

Questo approccio, tipico della serie dei robot, viene utilizzato anche in “Preludio alla Fondazione”, ma per fortuna solo brevemente e, se non ci fossero i precedenti citati, quasi non si noterebbe.

Nonostante la sua funzione di congiunzione, che porta il romanzo a riprendere alcuni temi tipici degli altri romanzi, dalle leggi della robotica, alla psicostoria, alla struttura e nascita dell’Impero (si cita il conflitto tra la Terra e Aurora), riesce a essere innovativo e a regalarci dei momenti coinvolgenti.

La funzione di quest’opera è soprattutto di spiegare la nascita della psicostoria e vede come protagonista il suo creatore, Hari Seldon, impegnato in una serie di avventure che lo fanno sembrare l’Indiana Jones della matematica, ma che comunque rendono vivace la lettura.

Devo dire che la visione asimoviana di una Galassia organizzata in un impero composto da milioni di mondi, popolati solo da esseri umani (di origine terrestre), mi lascia alquanto perplesso, sia per la rapidità (20.000 anni) in cui l’umanità sarebbe passata dai 50 mondi abitati del ciclo dei robot ai milioni di pianeti con miliardi di abitanti, che mi fa pensare a tassi di natalità incredibili; sia perché mi pare inconcepibile che su miliardi di mondi l’uomo non si sia mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Eppure ci sono miliardi di mondi pronti per essere abitati! Come può essere che nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie? Tutto ciò, ovviamente, prendendo per buona la possibilità di muoversi a velocità ben superiori a quella della luce per andare da una stella all’altra.

L’altra cosa che non mi convince di queste ricostruzioni e che troppe cose siano rimaste simili a come erano negli anni ’50-’80 del secolo scorso.

Solo in “Preludio alla Fondazione” leggiamo, per esempio, di computer, ascensori (di solito normali a parte uno “gravitazionale” definito come raro), panini, mense e, incredibile, persino tennis!

Ma dico io, come può essere che l’umanità non si ricordi più della Terra (in merito indaga lo stesso Seldon) eppure esista ancora un gioco come il tennis? Come può essere che in decine di migliaia di anni l’umanità abbia continuato a consumare panini! Quanto poi ai computer, già ora hanno fatto progressi assai maggiori che non quelli prospettati da Asimov. Nel romanzo compaiono anche dei supporti video per la lettura, forse più vicini a un tablet che a un e-reader, ma con capacità di memoria quanto mai modesta. Internet, pur essendo al momento della pubblicazione, prossimi alla sua esplosione non esiste, anche se si accenna a un accesso diffuso di informazioni. Quanto alla telefonia mobile, per gli uomini del futuro sembra essere… fantascienza.

Isaac Asimov

Peraltro, tra le visioni di Asimov non ancora realizzate, oltre ai robot antropomorfi, segnalerei che il mondo in cui è ambientata la storia, la capitale dell’Impero, Trantor ha un clima controllato, essendo interamente chiuso sotto una calotta, che lo difende dall’ambiente esterno, che la sovrappopolazione (40 miliardi di abitanti) ha reso instabile e inabitabile.

Comunque penso sia giusto accogliere e accettare per quello che è questa Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, pulita, regolare e prevedibile (grazie alla psicostoria), molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), assai lontana dai cliché della distopia, sebbene in “Preludio alla Fondazione” si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia il mondo ordinato e sereno dell’Impero.

Insomma, prevale anche qui il tipico ottimismo futuristico asimoviano, che è la sua più tipica caratteristica.

Un ultimo appunto: il finale, forse in parte prevedibile, può comunque stupire e dona un tocco, positivo, in più al romanzo, dando un senso a molte cose.

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