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IL FUTURISMO UN SECOLO FA

Carlo Menzinger di Preussenthal, autore del racconto “La scimmia futurista” presente nella rivista n. 21 di IF – Insolito & Fantastico

Ancora una volta la rivista IF- Insolito & Fantastico diretta da Carlo Bordoni, per la seconda volta edita da Odoya, con il numero 21 dedicato al “Futurismo” e curato da Alessandro Scarsella ha prodotto un volume di qualità e interesse elevati.

Singolare per una pubblicazione che si occupa di insolito e fantastico scegliere come tema un movimento letterario, artistico e culturale di un secolo fa e che non aveva come suo obiettivo descrivere mondi immaginari ma costruire una società nuova, anche se con alcune caratteristiche che fanno pensare alla fantascienza di anticipazione.

 

Come scrive Carlo Bordoni nel suo editoriale nel Futurismo non c’è oggi “niente che faccia pensare al futuro”, ma occorre ammettere che “è stato il primo movimento che abbia guardato al futuro con determinazione, ricercando nuove forme espressive”.

Come la prima fantascienza ottimistica, aveva “piena fiducia nella tecnica”. Quanto poco moderno era invece nella sua esaltazione della guerra, della violenza e del nazionalismo!

Introduce il volume Alessandro Scarsella con il suo “Retroterra futurista e poesia fantastica da Marinetti a Pessoa”, presentandoci i temi generali, lo spirito e le interazioni del movimento.

Ci parlano del futurismo inglese Giuseppe Panella e Susanna Becherini (“La macchina, il vortice: Pound e Marinetti”).

Gianfranco De Turris in “Suggestioni SF dell’architettura futura” parla delle possibili suggestioni che il futursimo potrebbe aver ricevuto dall’opera di Albert Robida e dal suo Saturnino Farandola e raffronta la descrizione futurista di una città del futuro, beneficiata dai prodigi dell’elettricità (questa grande novità di quegli anni) con quella negativa fatta da Emilio Salgari nel suo “Le meraviglie del duemila” in cui l’aria satura di elettricità crea problemi di salute ai viaggiatori risvegliatisi dopo in secolo e ci parla delle architetture futuriste immaginate (ma mai realizzate) da Antonio Sant’Elia.

Guido Andrea Pautasso e Antonino Contiliano parlano del futurismo russo in “Il proletariato volante di Vladimir Majakovskij” e “Futurismo russo e futurismo sospeso”.

Con “L’uomo macchina e i miti dell’ultramodernitàGuido Andrea Pautasso ci parla dell’aspirazione futurista a un mondo tutto meccanico, mentre con “L’automobile futurista” affronta l’amore per la velocità di questo movimento.

Simona Cigliana ci racconta (“L’ottimismo artificiale di Marinetti”) come Marinetti aspirasse a realizzare “l’«ottimismo artificiale» come sforzo cosciente di pensiero positivo, come risposta lucida e consapevole del poeta-creatore alla negatività del mondo e della storia”.

Il futurismo italiano non era solo Marinetti. Dalmazio Frau ci scrive di Volt, ovvero Vincenzo Fani Ciotti (“Invito alla lettura della Fine del mondo”), che aderì al movimento “senza rifiutare la tradizione della destra monarchica, cattolica e poi fascista”. Dice che si potrebbe definire la “Fine del mondo”, in cui si descrive un’invasione umana dell’etere (come era chiamato allora lo spazio), un “romanzo «futurfascista»”

Silva Milani (“I robot da salotto al tempo della signorina Felicita”) parla del dramma futurista “Elettricità sessuale” o “Fantocci elettrici” che vedeva in scena accanto a una coppia in crisi la sua copia robotizzata che continuava nella quotidianità dei gesti.

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Filippo Tommaso Marinetti

Tocca a Francesco Galluzzi parlare del cinema futurista (“Vita futurista sullo schermo”) anche se ben poco è stato prodotto.

Interessanti le considerazioni di Stefano Tani sul fiorentino Aldo Palazzeschi (“Perelà, figlio degenere di Mafarka”) che pur dicendosi futurista, assume una strada personale (che lo porterà a essere il membro del movimento con successo più duraturo). Tani ci fa notare come all’autoreferenzialità del movimento marinettiano, Palazzeschi contrapponga un’attenzione verso il pubblico, alla violenza e freddezza degli altri futuristi una delicatezza e un’emotività più moderne.

Di nuovo ci parla della velocità Valentina Misgur (“Correre correre correre volare volare”).

 

Si chiude così la parte saggistica del volume e si apre quella antologica, prima con alcuni testi dell’epoca:

  • La guerra elettrica” di FT Marinetti, in cui immagina, per esempio, di “scrivere in libri di nikel, il cui spessore non supera i tre centimetri, non costa che otto franchi e contiene, nondimeno, centomila pagine” (penso agli e-reader), mentre gli “uomini si lanciano sui loro monoplani, agili proiettili, per sorvegliare tutta la circolazione irradiante dell’elettricità nell’innumerevole ammattonato delle pianure”, giacché sul terreno “l’uomo diventato aereo, vi posa il piede solo di tanto in tanto”. “Le malattie sono assalite da ogni parte, confinate nei due o tre ultimi ospedali, divenuti inutili, triturati, sbriciolati polverizzati dalle veementi ruote dell’intensa civiltà”.
  • Principio di una nuova etica e fine del mondo” di Renato di Bosso e “La nuova religione” di Ignazio Scurto, in cui immaginano una nuova fede, il “Macchinesimo” e un nuovo uomo, una sorta di cyborg, il “Macchinantropo”. Qualcosa di simile all’anima umana viene trasferita da una macchina all’altra, in una sorta di eternità robotizzata.
  • Per una società di protezione delle macchine” di Felice Azari, detto Dinamo, che immagina una sorta di sensibilità delle macchine, che vanno difese dai maltrattamenti.
  • Gli sterilizzati” (1926) di Luciano Folgore, esempio di proto-fantascienza che immagina un mondo sterilizzato dai sentimenti in cui uno “scienziato dal vestito d’amianto” tenta di costruire un uomo artificiale “con le più felici combinazioni della meccanica e della chimica”. Anche qui l’anima sembra un oggetto trattabile con la tecnica: “l’anima era là dentro una fialetta”.

 

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Dipinto di Giacomo Balla

Alle testimonianze del periodo futurista seguono alcuni racconti contemporanei. Apre la sessione “La scimmia futurista” del sottoscritto Carlo Menzinger di Preussenthal, in cui, un secolo dopo quegli anni, ho cercato di mostrare il superamento di quell’approccio. Protagonista è un moderno amante del futurismo Aldo Severino (Aldo come Palazzeschi e Severino quasi come Gino Severini), che deluso dalla vita moderna sogna di “tornare una scimmia antica” e si rifugia in Africa, nella giungla, dove è aggredito da un branco di scimmie bonobo, guidate da una di esse, Uthi, colpita da un fulmine e pervasa di spirito futurista e che distrugge la casa, i libri e il dipinto futurista gelosamente conservato da Aldo, per poi scoprire colori e tela e disegnarvi un “intrico di saette oscure”. Il futurismo, insomma, anziché essere modernità, si nutre di istinti scimmieschi di violenza e prevaricazione.

Poetico il racconto di Vitaldo Conte V – Solstizio d’estate” dell’innamorato che si lancia, per la prima volta, con un paracadute, portando con sé due rose “per divenire un paracadutista di lussuria futurista”.

Max Gobbo “Sfida alle stelle” concede a Marinetti di realizzare quello che sarebbe potuto essere un suo sogno, inaugurare “l’immensa sagoma di un razzo siderale”.

Elabora in chiave futurista, Udovicio Atanagi, con “La macchina della morte” il dolore per la morte della donna amata.

Si chiude, infine, il volume con una riflessione di Renato Gionvannoli (“L’avvento del razzo” sulla presenza dei razzi in letteratura da Cyrano di Bergerac in poi e con lo “Annuario della fantascienza 2016” scritto da Riccardo Gramantieri”.

L’ultimissima pagina è per il racconto fulminante di Lugi AnnibaldiL’amore dei libri cristallizzati” sull’amore non corrisposto di un libro per l’uomo che l’ama!

Il prossimo numero sarà sul tema “Corpo e computer”. Lo aspettiamo!

LA SCRITTURA VISUALE È MORTA O È IL FUTURO?

La “scrittura visuale” in narrativa mi pare abbia una valenza più sperimentale che concreta e si presenta come un tentativo abortito di modificare la scrittura letteraria, mentre se parliamo di altre forme espressive la commistione di immagini e scrittura appare oggi la norma della messaggistica elettronica e dei social network ed è riscontrabile nelle pubblicità e talora in film, spettacoli o altre rappresentazioni visive. Considerando la grande diffusione di tali mezzi, potremmo quasi dire che la “scrittura visuale”, pur avendo perso la sua scommessa sperimentale di forma letteraria, ha vinto quella di mezzo espressivo.

Negli ultimi anni, abbiamo vissuto, quando cominciarono a diffondersi gli SMS, un ritorno verso forme di scrittura essenziale, che con l’abolizione di lettere e regole grammaticali tendono a rendere i messaggi in qualche modo simili alla scrittura ebraica senza vocali (“ctrl” per “controllo”) o allo sviluppo di acronimi sostitutivi di intere frasi (“tvb” per “Ti Voglio Bene”).

Ancor più di recente le chat e i social network hanno diffuso e sviluppato gli smile, nati con gli SMS, facendo proliferare una moltitudine di immagini sostitutive di parole, frasi o stati d’animo, riportandoci indietro di millenni ai tempi degli ideogrammi e dei geroglifici. Quindi, abbiamo assistito all’uso diffuso sui social network di abbinare nei post pensieri con immagini, suoni o video e viceversa o del legame di questi nei blog. Basta pensare a una bacheca di facebook per capire come la scrittura si esprima ormai in perfetta sintonia con altre forme di comunicazione, sia visive che sonore.

 

Il saggio “Scrittura visuale”, sottotitolo “Ricerche ed esperienze nelle avanguardie letterarie” di Giuseppe Morrocchi, però, non si occupa di questi temi, ma, dopo una prima analisi degli esempi storici di scrittura “grafica”, passa a esaminare soprattutto le cosiddette avanguardie futurista e dada, mostrando l’uso destrutturato e, spesso, grafico che facevano della scrittura. Questo del resto è più che comprensibile, trattandosi di un testo del 1978. Se avesse fatto diversamente, sarebbe stato quanto meno profetico!

Pur apprezzando il grande vigore e l’energia propositiva del manifesto futurista di Marinetti, (qui riproposto assieme a quello dada e altri scritti programmatici dei due movimenti), in questi anni del terzo millennio il loro tentativo pare quanto mai fallimentare e non a caso, salvo che a costoro non si voglia attribuire un qualche influsso nella moderna semplificazione della scrittura, che sembra però derivare più che altro dalle esigenze dei nuovi strumenti di comunicazione, quali cellulari, smartphone e tablet.

Nelle mie recensioni ho spesso evidenziato come le ragioni del successo di tanti libri risieda spesso in trama, struttura, ambientazione, personaggi e vari altri elementi e, come, tra questi, trama e struttura siano fondamentali per rendere un libro accessibile a un pubblico esteso. Farne a meno in un romanzo significa relegarsi volontariamente in un ghetto letterario riservato a pochissimi amanti del genere o a lettori particolarmente raffinati.

La destrutturazione della scrittura in ambito letterario sembra condannata a morte dai processi evolutivi che permeano la scrittura come ogni altro fenomeno: sopravvivono solo i modelli che hanno più successo.

Diverso il discorso, come detto, se consideriamo i social network, dove la “scrittura visuale” appare la forma dominante di espressione, corredata anzi, di video, musica e suoni di vario genere.

In campo letterario, un testo che risulti incomprensibile senza un particolare sforzo non genera piacere o soddisfazione nel lettore comune e rimane dunque retaggio di un élite letteraria autoproclamatasi superiore, ma facilmente solo troppo pretenziosa per mirare all’obiettivo principe della scrittura: comunicare. Se scopo dello scrivere è dunque la comunicazione, chi comunica male fallisce. I migliori scrittori sono quelli che sanno raggiungere la mente o il cuore del maggior numero di lettori (possibilmente entrambi).

La “scrittura visuale”, però, non va peraltro considerata un fallimento totale, se la si inserisce, come dicevo all’inizio, in altri media, di cui può essere parte. In tali casi svolge proprio la funzione di rendere la comunicazione più semplice ed empatica.

Questo non significa necessariamente riconoscere una dignità letteraria e cultura a forme espressive come gli spot televisivi, che, talora, nonostante lo scopo commerciale, raggiungono qualità artistiche non disprezzabili, e a molti post che circolano in internet, ma la loro qualità artistica potrebbe essere un tema da esaminare.

Occorre, comunque, direi, tenere ben distinti i due ambiti: da una parte il romanzo, con la sua struttura e la sua trama e le sue regole, comprese quelle grammaticali, logiche e sintattiche che poco possono concedere al visuale, senza trasformarsi in altro (film, documentario, video…), dall’altra il mondo moderno dei post e delle chat che si esprime mediante la condivisione di contenuti che mescolano al loro interno forme espressive diverse e che vive, in effetti, una destrutturazione che avrebbe potuto affascinare i futuristi.

 

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