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LA CITTÀ DELLA FAME DIGNITOSA

Risultati immagini per la città della gioiaLa città della gioia” di Dominique Lapierre, pubblicato nel 1985, è già un classico, ma ancora oggi, che ci illudiamo di sapere tutto sull’India, si legge con interesse e grande partecipazione. Ci parla dell’India degli anni ’60 del secolo scorso e pur essendo un romanzo, con personaggi inventati, si riferisce a esperienze reali.

Uno dei protagonisti è il contadino Hasari Pal, che, giunto nello sterminato formicaio di Calcutta, riesce a diventare un “uomo-cavallo”, ovvero un guidatore di risciò, e a mantenere così la sua famiglia, che vive in strada. Un altro protagonista è il missionario francese Paul Lambert, che francescanamente rinuncia a tutto per venire a vivere da povero tra i più miseri dei derelitti, riuscendo a entrare in profonda armonia con la popolazione locale e a esserne rispettato se non venerato per il suo grande amore verso Dio e gli uomini.

Compare più avanti, dopo oltre duecento pagine, il terzo protagonista, il medico americano Max Loeb, reclutato dallo stesso Lambert per dare assistenza medica a questa sterminata popolazione di senza tetto (eppure dalla quarta di copertina parrebbe lui il protagonista principale).

Tra le pagine compare persino Madre Teresa.

Quello che è evidenziato maggiormente è il grande spirito di questo popolo, che pur colpito dalle più atroci malattie o sprofondato oltre i limiti Risultati immagini per la città della gioiaimmaginabili di povertà, continua non solo a resistere e a sopravvivere, ma lo fa con serenità e persino con gioia.

Leggendo queste pagine ci si cala veramente in questa situazione di totale carenza di tutto, tranne che di voglia di vivere, di accettazione, di pace interiore. Persino gli ultimi di noi occidentali, così abituati ad agi che per quella gente parrebbero principeschi, non potranno non stupirsi di scoprire una miseria tanto profonda.

In questi giorni in cui tanto si parla di migranti e di come “arginarli”, leggere queste pagine ci fa capire meglio, da cosa molti di costoro davvero fuggono. Se queste persone vengono da privazioni simili a quelle de “La città della gioia”, quale tragica traversata in barcone potrà mai apparire loro difficile o dolorosa? Alcuni di loro forse si lasciano alle spalle una vita in cui, giorno per giorno, non si sa, come in questa Calcutta, se si vedrà l’alba successiva. Un piccolo aiuto per loro può fare la differenza tra la vita e la morte. Eppure, in un mondo in cui i poveri aumentano continuamente, quando l’equilibrio si spezzerà? Quando la nostra economia non sarà più in grado di sostenere nuovi sbarchi?

I movimenti demografici sono come i venti che si muovono in basse alla bassa e alta pressione. Dalla miseria la gente defluisce inarrestabile verso zone in cui questa è minore. “Sacche” di ricchezza non tossono che generare “tornado migratori” che nessuna barriera potrà fermare a lungo. I moti dei popoli si arrestano solo con l’uguaglianza, tutto il resto sono solo palliativi davanti a simili moti.

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Dominique Lapierre

Lapierre non ci parla, però, di migranti verso l’Europa, ma semmai di contadini, come Hasari Pal, che rimasti in povertà, cercano nelle grandi città dell’India stessa un tentativo di rinascita, dando vita alle grandi urbanizzazioni di questo continente in continua crescita demografica e, ora, anche economica. Lapierre non ci parla, se non indirettamente, del desiderio di questa gente che vive di nulla, di raggiungere la qualità di vita occidentale, dell’immane bomba economica rappresentata da un miliardo e trecento milioni di indiani. Ci parla, invece, della grande dignità di lebbrosi e altri malati, di gente senza casa e senza lavoro, che riesce a trovare in sé la gioia di vivere, la forza non solo di tirare avanti, ma di essere generosi e solidali con chi ha poco come loro.

Un libro importante, che fa riflettere e che ti resta dentro.

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TRE (GENTIL)UOMINI IN PALLONE (PER NON PARLARE DEL PRETE MORTO)

L’edizione che lessi attorno al 1974

Nel romanzo che sto scrivendo compaiono dei palloni aerostatici. Mi è allora venuta in mente una lettura di circa quarant’anni fa, “Cinque settimane in pallone” (1863) di Jules Verne. Oltretutto ricordando la meraviglia con cui autori come Verne o Salgari parlavano delle innovazioni tecnologiche del loro tempo, dovendo descrivere una situazione culturale in parte simile, mi sarebbe piaciuto cogliere un po’ di quello stupore scientifico che nel XXI secolo abbiamo orami perso.

Ho così ripreso in mano il romanzo di Verne (questa volta in e-book, con il consueto TTS – Text To Speech, che certo avrebbe stupito non poco l’autore francese).

Non ne ho tratto grandi spunti narrativi, ma in ogni caso è stata comunque una lettura utile sulle trovate tecniche del personaggio Samuel Ferguson, che, nel 1862, risolve i problemi ascensionali con un sistema di riscaldamento dell’idrogeno, che gli consente di dotarsi di una zavorra ridotta, vista la lunga durata dell’impresa prospettata (l’attraversata dell’Africa). Un accorgimento che ho imitato è quello del doppio pallone, uno interno all’altro. Nel mio romanzo, infatti, gli aerostati vengono impiegati anche in battaglia e questo sistema li rende un po’ meno vulnerabili. Complessivamente tutta la lettura credo mi abbia ispirato solo una decina di nuove righe. Persino il cacciatore che avvista le prede dall’alto e che, pur potendole colpire, deve rinunciare, non potendole poi
recuperare, potrebbe sembrare che l’abbia copiata da Verne, ma era cosa che avevo già scritto.

Non penso invece sia possibile ripetere il senso di meraviglia ottocentesca per i prodigi della tecnologia, che oggi suonano un po’ ingenui (quante volte compaiono la parola “meraviglia” o altre simili?), né la visione dell’Africa come terra popolata di selvaggi “negri” “gnam gnam”, ovvero cannibali ferocissimi. Singolare è l’incontro con i cinocefali, figura leggendaria che non mi sarei aspettata da un autore tanto preciso e scientifico come Verne. Nello stesso romanzo, in effetti, egli stesso scrive, in un altro passaggio, che gli uomini dalla testa di cane sono solo una leggenda, ma non manca di far assalire i tre viaggiatori da un branco di scimmie umanoidi che definisce tali.

Le popolazioni locali, siano essi arabi (sempre definiti “negri”) o tribù dell’interno, reagiscono alla vista del pallone o adorandolo o scatenando istinti violenti.

I viaggiatori sono tre: il dottor Samuel Ferguson, il cacciatore Dick Kennedy e il servo Joe (il suo nome è Joseph Wilson, ma, in quanto servo, compare più spesso degli altri con il nome proprio). Tutti e tre si comportano con tipica nonchalance inglese anche nelle più grandi difficoltà, seppur in grado diverso. Il servo Joe dimostra rispetto e ammirazione incommensurabili per il suo padrone, al punto di rischiare o sacrificare la propria vita ogni volta che questo possa servire. Da parte sua il padrone Ferguson lo tratta con affetto, sebbene sembri quello rivolto a un cane fedele, e non manca di fare il possibile per salvarlo quando si trova in difficoltà. Un quarto personaggio viene salvato dai tre esploratori, anche se l’intervento dei tre si rivela tardivo e lo sfortunato missionario muore in viaggio.

Jules Verne

L’intero romanzo mescola alle imprese fantastiche del terzetto (per non parlar del prete morto, parafrasando Jerome K. Jerome) informazioni sulle conoscenze dell’Africa di quegli anni e sulle spedizioni che ne avevano tentato l’esplorazione e apre la serie dei viaggi fantastici che hanno fatto la fortuna di Verne, trasformandolo in uno dei massimi iniziatori della fantascienza.

Provando a seguire con il satellite (Google Maps) il percorso dei tre avventurieri sono andato a cercare il lago Ciad, alla cui vista mi sono chiesto come fosse possibile che quella sorta di acquitrino che vedevo fosse l’imponente lago descritto da Verne. Purtroppo, soprattutto negli ultimi anni, il bacino si è sempre più prosciugato e ora, visto dal cielo, non sembra quasi più un lago! Al contrario, allargando la visuale, alla ricerca del deserto in cui i tre eroi hanno rischiato di morir di sete, vedo una fascia desertica (o quanto meno terre ingiallite) molto più estesa di come la ricordassi e che impegna nella sola Africa un’area più grande dell’intera Europa e prosegue poi in Asia, non solo nella penisola araba, ma fin quasi al Pacifico!

C’è chi nega gli effetti del surriscaldamento, ma probabilmente non ha mai dato uno sguardo dall’alto al nostro piccolo pianeta!

 

Ho completato la lettura del romanzo con quella dell’articolo scritto da Verne, una decina d’anni dopo la pubblicazione del romanzo, il 21 settembre 1873, a seguito di una sua esperienza di volo in pallone, “Ventiquattro minuti in pallone”, che di fatto conferma le intuizioni dell’autore che ha descritto con grande precisione il viaggio dei tra aeronauti senza aver mai volato prima.

 

TUTTI GLI AMANTI DI ESMERALDA

Ci sono libri che pur non avendoli mai letti abbiamo l’impressione di averlo fatto, tanto ci è nota la loro trama, familiari i loro personaggi, consueta la loro ambientazione. Uno di questi è per me senz’altro “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo. Molte ne sono state, infatti, le trasposizioni cinematografiche e teatrali e persino musicali. Quella che maggiormente ho in mente è

Mentre finivo di leggere "Notre-Dame de Paris", visitando lo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte, vedo questa statua la dietro e dico scherzando "ecco Esmeralda", ma era proprio lei:

Mentre finivo di leggere “Notre-Dame de Paris”, visitando lo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte, vedo questa statua la dietro e dico scherzando “ecco Esmeralda”, ma era proprio lei: Si tratta di una scultura di Antonio Rossetti del 1856.

la versione disneyana “Il gobbo di Notre-Dame” (1996), uno dei cartoni animati preferiti da mia figlia quando era piccina. Il bel Phoebus e il gobbo Quasimodo spiccavano tra le sue barbie e molte volte mi è capitato di rivedere assieme a lei la videocassetta. Penso poi anche al musical teatrale di Riccardo Cocciante (1998). Qualche immagine ricordo anche del vecchio film di Lon Chaney (1923) o di quello con Charles Laughton (1939).

Vittima delle suggestioni disneyane tendevo dunque a immaginare Quasimodo, il campanaro gobbo, guercio e sordo, come il protagonista, ma la vera protagonista è la giovane e bella egiziana Esmeralda, una ragazzina sedicenne intorno al quale ruotano molti amanti. Già allora si confondevano genti forestiera senza fissa dimora con gli zingari e spesso Esmeralda viene, scorrettamente definita “zingara”.

Notre-Dame de Paris”, il primo grande successo (1831) del francese Victor Hugo, è, in effetti, un romanzo sull’amore, in molte delle sue forme. Se Esmeralda è l’amata, gli altri personaggi ne sono, in diverso modo gli amanti.

Il prete Claude Frollo rappresenta l’amore folle e perverso. Il campanaro Quasimodo l’amore devoto, appassionato e pronto al sacrificio. Il filosofo saltimbanco è l’amore maritale, pigro e distratto, oltretutto giunto al matrimonio per pura opportunità e necessità di salvezza personale e non per amore. La madre (che prima la odiava la fanciulla credendola una delle zingare che quindici anni prima le aveva rapito la figlia e che poi scopre essere Esmeralda proprio la figlia perduta) la ama e difende con la forza di una leonessa ferita ed è, ovviamente, la rappresentazione dell’amore materno. Il bel capitano Phoebus de Chateaupers, il solo che Esmeralda ami, è l’amore lieve e passeggero, l’amore distratto, l’uomo che a ogni donna dichiara di vedere in lei il solo amore. Lui solo avrebbe agevolmente potuto salvare la giovane condannata al rogo per il presunto assassinio del capitano
stesso. Gli sarebbe bastato mostrarsi e dichiararsi vivo, ma Phoebus pensa ad altro, ha altri amori, anche se Esmeralda ha solo lui in testa. Infine c’è Djiali, la capretta che sempre accompagna la ballerina egiziana, che le profonde il suo affetto disinteressato eWP_20150711_10_37_56_Pro fedele, quale solo gli animali sanno dare.

Nella splendida cornice gotica della cattedrale parigina, dipinta sul finire del medioevo, quando la luce del Rinascimento era ancora lieve anche oltralpe, in un tempo di processi sommari, di stregonerie, di popoli ribelli ma incapaci di rivoluzioni, tra feste goliardiche, fustigazioni e impiccagioni, Hugo ci regala un’avventura epica che giustamente è diventata un classico e che resterà accanto alle grandi tragedie greche o shakesperiane a testimonianza del carattere immutabile dell’essere umano.

Gio’ Di Tonno nel musical di Cocciante

Leggendo “I miserabili” avevo già notato, peraltro, una certa sovrabbondanza di digressioni che anche qui minano l’unitarietà dell’opera.

Se leggendo “I miserabili”, poi, mi aveva colpito la presenza di Dio solo come Coscienza, qui, in una storia ambientata in una cattedrale, l’assenza di Dio appare ancora più evidente. Uno dei personaggi è un prete innamorato, il suo amore lo tormenta ma il suo voto di castità non pare farlo più di tanto. Non lo vediamo mai interrogare quel Dio di cui dovrebbe essere, indegnamente, ministro. Anche Quasimodo, da campanaro che vive nella chiesa, parla con le statue di pietra, le gargoille (che riconosce come sue simili), o con le sue campane ma mai con Dio. Dio è assente. Manca persino nella sua negazione. La sua assenza è rimarcata dall’indifferenza dei personaggi nei suoi confronti, mentre la più umana delle tragedie, quella degli amori feriti, si svolge nella sua casa.

Victor Hugo (Besançon, 26 febbraio 1802 – Parigi, 22 maggio 1885) è stato un poeta, drammaturgo, saggista, scrittore, aforista, artista visivo, statista, politico e attivista per i diritti umani francese, considerato il padre del Romanticismo in Francia.

La cattedrale qui rappresenta più che il regno di Dio il simbolo della fine di un’epoca. Come scrive Hugo l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg ha ucciso il libro di pietra. Le chiese erano i libri di pietra, su cui per secoli la cristianità aveva inciso e dipinto le sue storie, attraverso le quali la Chiesa e gli artisti parlavano al popolo. Ora c’è il libro e non occorrono più chiese. Si direbbe quasi che Hugo voglia intendere che con il libro e la diffusione della conoscenza non occorra più neanche Dio (“la stampa ucciderà la chiesa” – Libro Quinto – Capitolo II).

E oggi che il digitale sta uccidendo il libro di carta, cos’altro morirà con lui?

 

Dijali, Phoebus, Quasimodo e Esmeralda nel film Disney “Il Gobbo di Notre-Dame”

 

GLI EFFETTI SECONDARI DEI BUONI INSEGNAMENTI

Il Colombo divergente” si basa sul presupposto che basta mutare un singolo gesto per mutare l’intera storia dell’umanità. Nel romanzo, quando il navigatore approda sulla prima isola al largo dell’America viene indirizzato verso sud anziché verso nord, verso gli aztechi anziché verso popoli meno civilizzati e da lì cambia tutto.

Questo stesso concetto ucronico viene applicato da Delphine de Vigan nel suo libro “Gli effetti secondari dei sogni”(“No et moi” – 2007) a un microcosmo di persone e rapporti umani.

Basta un compito assegnato da un insegnante esigente e scrupoloso a trasformare la timida protagonista tredicenne Lou Bertignac e questa trasformazione si estenderà con effetto domino su alcune persone che le stanno attorno.

La ragazzina, con problemi relazionali, è terrorizzata di presentarsi davanti alla classe per presentare la sua relazione, ma la scelta quasi inconsapevole di un tema sui senzatetto, la porterà a intervistare Nolween (detta No), una ragazza poco più grande di lei, diciottenne, a diventarne prima amica e poi a legarle strettamente l’una all’altra (per descrivere la loro amicizia Lou cita il piccolo principe: addomesticare significa che la volpe è diventata speciale per il bambino e il bambino per la volpe). Da qui riuscirà a trovare il coraggio per attraversare e affrontare il mondo dei clochard parigini, dei diseredati e degli emarginati, il coraggio di rispondere ai professori, il coraggio di chiedere ai suoi genitori di poter aiutare quella ragazza, riuscendo a convincerli a portarla in casa (“I cani li possiamo prendere in casa, i senzatetto no”).

La madre, crollata in un’apatia profonda per la morte dell’altra figlia, si riprende. Lucas, il compagno di classe diciasettenne pluribocciato e ribelle si lega a lei, prima della classe ed emarginata tra i suoi compagni, e la aiuta a proteggere la senzatetto, divenendo un po’ più maturo. Tre ragazzi ai limiti della società, in modo diverso e per motivi diversi, si uniscono e si ritrovano amici. Due mondi paralleli, che sempre si incrociano ignorandosi, nelle strade di Parigi, come in quelle di ognuna delle nostre città, quello dei senza tetto e quello degli altri, scoprono di poter dialogare e di poter avere ciascuno qualcosa da offrire all’altro.

Delphine de Vigan (Boulogne-Billancourt, 1 marzo 1966)

L’autrice non immagina, insomma, un’autentica rivoluzione, ma mostra come possa bastare poco per fare del bene, migliorare le persone, rendere tutti più umani.

Gli effetti secondari dei sogni” è un libretto snello, che scorre veloce ma i suoi personaggi hanno una bella intensità, l’amicizia tra la giovane e la ragazzina è forte e bella, così come dimostra anche il finale, in cui si vede come il vero amore aiuta a sacrificarci per gli altri. In poche pagine vengono affrontati e segnalati grandi temi come l’emarginazione sociale, la depressione, i problemi nei rapporti tra genitori e figli, la solitudine, i disturbi relazionali, i limiti e le potenzialità dell’educazione e della formazione scolastica, l’altruismo e il suo opposto, il senso dell’amicizia.

La protagonista ha problemi relazionali, ma il romanzo ha poco a che fare con “Il silenzio dei numeri primi”, “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, “Oltre il giardino” o “Rain man”.

Lettura anche assai diversa da altri romanzi adolescenziali in voga di questi tempi (“Hunger games”, “Il labirinto”, “La via di fuga”, “Divergent”, “Twilight” e altre storie di vampiri innamorati), consigliata ad adolescenti e adulti.

 

 

VITA QUOTIDIANA A PARIGI

Patrick Modiano (Boulogne-Billancourt30 luglio 1945), scrittore ebreo francese di origine italiana, ha vinto l’ultimo Premio Nobel (2014). Non avendone mai letto nulla prima, ho deciso di cercare qualcosa di suo e ho così letto “L’orizzonte” (2010), opera che mi ha lasciato del tutto indifferente e che temo destinata a essere dimenticata prestissimo.

La trama di questo snello volumetto (80 pagine) si snoda in un quarantennio attraverso incontri, ricerche di incontri, tentativi di evitare incontri. Più che “L’orizzonte”, l’avrei chiamato allora “Gli incontri”.

Jean Bosmans e Margaret Le Coz si incontrano per caso, percorrono un po’ di vita assieme, si separano e, infine, quarant’anni dopo Bosmans parte alla ricerca della donna e lì il racconto si interrompe (si spezza?). Margaret cerca di sfuggire a un tale Boyaval. Jean alla propria madre. Entrambi cercano e trovano lavoro.

Insomma, vita quotidiana a Parigi, dialoghi comuni, personaggi comuni, vicende comuni. Nulla di cui mi pare meriti scrivere, a dir il vero. Nulla che possa colpire la mia curiosità di lettore.

Patrick Modiano

La trama pur esile è dilatata in un tempo troppo lungo per le poche pagine del libro e nel dilatarsi perde consistenza, i personaggi non riescono ad assumere spessore, l’epoca descritta potrebbe quasi essere una qualunque, Parigi potrebbe essere un’altra città. Rispetto ad altri romanzi questo pare un disegno a penna, appena tratteggiato, messo accanto a un Tintoretto dai mille dettagli, a un Dalì dalle mille interpretazioni, a un Magritte dai magici paradossi, a un Caravaggio dai giochi di luce e ombre. Chi lo noterebbe in un museo?

Eppure questo signore ha vinto un Premio Nobel. Non credo nei premi letterari, ma fino a qualche tempo fa mi illudevo che alcuni almeno facessero eccezione, in primis il Nobel, vinto, non per nulla, da nomi come Carducci, Kipling, Mann, Pirandello, Hesse, Gide, Eliot, Hemingway, Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, Saramago, Grass e, persino di recente (2012), da Mo Yan. Tra questi, del resto, ci sono molti tra i miei autori preferiti. Eppure di recente sono stati premiati autori come Pamuk (2006), Lessing (2007) e Munro (2013) di cui ho letto poco ma che mi hanno notevolmente deluso.

Mi chiedo allora se questo Premio non stia un po’ decadendo o se sia io a non essere più al passo con i tempi e a non capirne le scelte. Non credo, invece, che manchino autori eccezionali ancora non insigniti del premio, basti pensare a un Murakami (di cui ancora non capisco i limiti della genialità), più volte candidato e mai vincitore o ad autori mai neppure presi in considerazione come il grandioso King o ai nostrani Baricco ed Eco o magari a un Lansdale, un Roth, un Eugenides o un Jonasson. Persino un Menzinger sarebbe meglio di certe scelte recenti!!!

Probabilmente, però, devo aver scelto i libri sbagliati!

 

ZOLÀ: AI CONFINI DEL ROMANZO GOTICO

Teresa Raquin”, il romanzo del 1867 di Émile Zola, fu definito dal suo stesso autore un romanzo-studio “psicologico e fisiologico”, poiché, come afferma nella prefazione alla  seconda edizione, egli intendeva fare uno studio della complessità caratteriale dei personaggi, verificando gli effetti dell’unione di due caratteri diversi quali Lorenzo e la giovane Teresa. Nella prefazione stessa, egli si lamenta che i suoi critici non abbiano saputo cogliere questa volontà di analisi e abbiano visto nella sua opera qualcosa ai limiti se non con la letteratura pornografica (non vi è nulla che richiami esplicitamente scene di sesso), con una certa letteratura sensazionalistica.

Quello che mi ha colpito, invece, durante la lettura è stata la somiglianza con il romanzo gotico, sebbene nulla vi sia di paranormale e sebbene è chiaro che l’autore non avesse alcun intento di spaventare il lettore.

Eppure quando i due amanti uccidono il marito di lei e amico di lui, Camillo, l’immagine del defunto prenderà a tormentarli sempre più. Quando Lorenzo ripetutamente visita la sala mortuaria, nel tentativo di riconoscere l’annegato, si coglie un gusto dell’horror nel descrivere i corpi deformi. Quando la vecchia madre dell’assassinato, Teresa Raquin, omonima della nipote assassina, diventa paralitica e scopre la trama del delitto, ma non può comunicarlo al mondo, in quanto ormai muove solo gli occhi, la sua figura fa il paio con alcune delle immagini più inquietanti della letteratura gotica. Quando il ricordo dell’assassinato spinge fin quasi alla follia e fino alla morte i due omicidi, questo pare un fantasma o un incubo degno del più classico horror. Che dire poi del morso sul collo del pallido Camillo al suo assassino Lorenzo, che ne sarà tormentato fino alla morte, sconvolgendo i sensi persino della sua complice e amante Teresa? Non ricorda forse il morso di un vampiro?

Del resto pare che fu in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, che Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.

Nel 1867 dunque, Zola non poteva certo ignorare l’influsso di questo genere letterario che nasceva (o forse sarebbe più giusto dire che rinasceva a nuova vita e forma, dato che aveva precedenti più antichi) allora, anche se doveva ancora svilupparsi. “Il vampiro” di Mistrali è, infatti, del 1869, “Carmilla” di Le Fanu è del 1872 (dunque di poco successivi a “Teresa Raquin”) e per avere “Dracula” di Stoker dovremo attendere fino al 1897. Insomma, la letteratura gotica aveva già qualche decennio, ma ancora non aveva raggiunto la sua maturità, quindi non mi stupisce che possano esservi opere che si pongono al suo confine.

Del resto nessun genere letterario (pura convenzione per semplificare la classificazione dei libri) ha confini precisi e molte opere possono porsi entro gli incerti limiti di più di uno di essi.

Mi piace allora poter segnalare nientemeno che il grande Émile Zola del “Je accuse” tra i precursori del romanzo gotico, con questo testo ricco sì di analisi psicologica, denso di passione, ma anche denso di una tensione che ricorda molto da vicino quella dei suoi contemporanei che scrivevano con lo scopo di meravigliare e spaventare il lettore con storie fantastiche sulla vita e la morte.

 

Cinquale, 25/08/2014

 

Émile Zola

LA GRANDEZZA DEI CLASSICI

Non sempre la lettura di un classico ottocentesco mi lascia soddisfatto. Tutto evolve, anche la letteratura e la scrittura. Ci sono modi di esprimersi del XIX secolo che nel XXI non risultano più gradevoli. Eppure ci sono opere che hanno fatto storia e che sono tuttora da non perdere.

Complice la pausa estiva e un lungo viaggio in treno, sono riuscito a completare la lettura, fino a poco fa solo avviata, del capolavoro francese di Victor Hugo I miserabili”.

Non ci sono dubbi che quest’opera monumentale (940 pagine, di quelle belle fitte, nell’edizione Newton Compton che ho letto) abbia alcuni punti morti, ma nel complesso rimane un lavoro estremamente coinvolgente con dei notevoli personaggi, una bella trama ricca di colpi di scena, un’ambientazione interessante e una scrittura matura.

Partiamo dai, pochi, difetti. Per scrivere mille pagine non bastano una trama articolata e un buon numero di personaggi descritti in dettaglio, dunque Hugo spesso fa delle digressioni. Alcune sono interessanti. Lo sono state per me, per esempio, quella sulla vita conventuale delle suore e quelle su Napoleone Bonaparte. Altre, invece, lo sono meno, come la descrizione del sistema fognario parigino e, forse, persino l’indagine sul dialetto “argot”.

Anche togliendo le digressioni, comunque, il tomo rimarrebbe voluminoso, segno questo che il loro peso complessivo è ridotto.

In ogni caso, è anche grazie a esse che l’opera si trasforma in romanzo storico, non limitandosi a descrivere le vicende di alcune persone a Parigi negli anni della caduta di Napoleone, ma fornendo un affresco storico e ambientale che ci insegna su quegli anni quanto un saggio.

Non pretendo qui di inquadrare il romanzo nella storia della letteratura o fare paragoni con altre opere del periodo, ma non posso non notare quanto lo spirito cristiano, che permea tutte le pagine, sia qualcosa di diverso dalla Provvidenza manzoniana.

Il vero protagonista, tra tanti personaggi, è Jean Valjean, un uomo la cui giovinezza fu segnata da una miseria che lo portò in galera, ma anche da un incontro illuminante con il buon vescovo Charles-François – Bienvenu Myriel, la cui generosità nei suoi confronti lo cambierà, facendone un uomo nuovo, quasi che la bontà si possa trasmettere da uomo a uomo, per il solo suo esprimersi. Lo stesso Jean Valjean dimostrerà la medesima capacità di perdono, mutando chi ne sarà beneficiato. La colpa giovanile, però, continuerà a pesare sulla sua coscienza e Jean Valjean, pur continuando a compiere opere di bene, si sentirà sempre un galeotto.

Dio qui non è presente come deus-ex-machina, come risolutore delle vicende umane o come destino, ma come coscienza. Dio parla attraverso la coscienza degli uomini, quella del citato vescovo di Digne e quella del ex-forzato Jean Valjean. Dio esiste attraverso gli uomini.

Anche l’antagonista, l’ispettore Javert ha una sua coscienza. Non quella che mira al Bene, ma quella che mira al Giusto, al rispetto delle norme e della Legge. La Legge è il suo Dio.

I soli che sembrano non aver coscienza sono gli altri antagonisti, i Thénardier, eppure anche loro sono capaci di gesti buoni, almeno ogni tanto, come il salvataggio del colonnello o l’aiuto dato a Marius da una delle due figlie.

Dio è presente ma lo è nell’uomo. La religiosità è nell’animo umano. È la morale la vera forza. La Morale diventa il nuovo Dio illuminista. La cosa che forse stupisce di più un lettore italiano del terzo millennio è proprio questa morale, questa coscienza, che sembriamo aver smarrito. Il senso della colpa e della sua espiazione è qualcosa che non appartiene più alla nostra società, dove gente macchiata delle peggiori colpe ricopre cariche pubbliche o continua a far parte impunemente della vita sociale, dove i delinquenti, invece ci marcire in qualche prigione a pentirsi della propria sciaguratezza, si trasformano in star televisive, dove uomini che con la propria vigliaccheria hanno causato danni enormi e la morte delle persone loro affidate, hanno il coraggio di rilasciare interviste e persino di tenere lezione su quello che non hanno saputo fare!

È questa morale, per noi perduta, che dà peso e spessore al romanzo, ma anche la ricchezza emotiva e di vita dei personaggi.

 

Tempo fa avevo esaminato gli elementi presenti in un moderno bestseller fantasy (il ciclo di Harry Potter). Quando leggo un romanzo avvincente, mi chiedo se queste componenti ci siano.

Gli “ingredienti” individuati nella saga della Rowlings erano:

  • trama;
  • strutturazione;
  • ambientazione costante;
  • ripetitività e ritualità;
  • magia come estraneamento dalla realtà;
  • mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;
  • amicizia;
  • lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto;
  • compenetrazione tra il Bene e il Male;
  • tanti nemici, grandi e piccoli;
  • un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;
  • spettacolarità;
  • competizione;
  • mistero;
  • suspance;
  • paura;
  • avventura;
  • iniziazione e crescita verso l’età adulta.
  • morte

 

Victor Hugo

Considerato che alcuni elementi della precedente lista sono tipici del genere esaminato (magia, paura) o di una saga (costanza dell’ambientazione, ripetitività), occorre però dire che ne “I miserabili” ritroviamo:

  • una trama complessa, con più vicende intrecciate, con alcuni personaggi le cui vite si incrociano più spesso di quanto il calcolo delle probabilità farebbe ritenere plausibile, con le molteplici trasformazioni di Jean Valjean (che cambia spesso anche nome), ma anche di Cosette e del signor Thénardier;
  • dunque non manca una struttura articolata;
  • l’ambientazione è quella parigina nella prima metà del XIX secolo, senza voli temporali in altre epoche, ma con lo scorrere degli anni dal 1815 al 1848;
  • ci sono amicizie, ma ognuno sembra solo con se stesso e con la propria coscienza;
  • la lotta tra Bene e Male è lo scontro tra uomini la cui malvagità è spesso involontaria e uomini la cui bontà nasce dal male che hanno fatto e subito, ma anche dal bene ricevuto;
  • Bene e Male sono in effetti, anche qui, compenetrati;
  • gli avversari, a differenza dal fantasy, sono tutti umani, ma il grande avversario è la Coscienza, non possiamo però certo considerarla un nemico;
  • se Harry Potter si scopre potente grazie alla magia, Jean Valjean si scopre buono grazie al perdono e alla generosità, Marius e Cosette, da poveri e sventurati che erano, si scoprono ricchi e felici; tutti e tre si scoprono migliori;
  • la spettacolarità è data dal grande affresco di Parigi, della Francia e delle guerre napoleoniche e della Restaurazione;
  • le avventure di Jean Valjean per sfuggire alla giustizia, di Marius e degli altri “miserabili” per sopravvivere creano suspance;
  • l’identità mutevole del protagonista crea mistero;
  • la crescita riguarda la piccola Cosette, ma soprattutto l’adulto Jean Valjean e il giovane Marius.

Victor Hugo

 

Dunque anche in un classico, quando è opera di successo e quando risulta ancora godibile al giorno d’oggi, ritroviamo molti degli elementi costitutivi di un bestseller moderno, a conferma che sono questi a contribuire all’empatia con il lettore.

 

Hugo però riesce a essere moderno anche in altri modi, non voglio qui indagare alcuni aspetti certo meglio trattati da altri come la capacità di approfondimento dei personaggi, ma limitarmi a segnalare alcune intuizioni come la riflessione ecologista:

Si spediscono con ingenti spese delle flottiglie al polo australe per raccogliere gli escrementi delle procellarie e dei pinguini e si butta in mare l’incalcolabile elemento di ricchezza che abbiamo sottomano. Tutto il concime umano e animale che il mondo perde, se fosse reso alla terra invece di essere gettato nell’acqua basterebbe a nutrire il mondo.” (pag. 815)

 

Cinquale 11/08/2014

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