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ASIMOV E LE UTOPIE A SCADENZA

Il termine Utopia deriva dal greco ο (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non luogo”, anche se l’ο viene facilmente confuso con “ευ” (“buono”) e si parla quindi di utopia, pensando piuttosto a un “eutopia”, a un “buon posto”. Il termine fu coniato da Tommaso Moro e giocava proprio su questo doppio significato: descrivere un buon luogo per vivere, ma che non esiste.

Tra tutti gli autori fantascientifici emersi dopo la Seconda Guerra Mondiale e che hanno descritto mondi utopici, spicca Isaac Asimov. La sua visione ottimistica della storia futura dell’umanità emerge, in particolare, nella sua storia futura della Galassia, raccontata attraverso le seguenti opere:

 

FUORI CICLO

“Tutti i miei robot” (“Io robot” (1950), “Il secondo libro dei robot” (1964), “L’uomo bicentenario e racconti vari”) (The Complete Robot, 1982)

“Antologia del bicentenario” (The Bicentennial Man and Other Stories, 1976)

“Madre Terra” (Mother Earth, 1949) – racconto in “Asimov Story” (The Early Asimov, 1972)
“Nemesis” (Nemesis, 1989)

ROBOT

“Abissi d’acciaio” o “Metropoli sotterranea” (The Caves of Steel, 1953)

“Il sole nudo” (The Naked Sun, 1956)

“Immagine speculare” (Mirror image, 1972) – racconto in “Visioni di robot” e in “Il meglio di Asimov”

“I robot dell’alba” (The Robots of Dawn, 1983)

“I robot e l’Impero” (Robots and Empire, 1985)

IMPERO

“Il Tiranno dei Mondi” o “Stelle come polvere” (The Stars, Like Dust, 1951)
“Le Correnti dello Spazio” (The Currents of Space, 1952)
“Paria dei Cieli” (Pebble in the Sky, 1950)

FONDAZIONE

“Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988)

“Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993)
“Fondazione” o “Cronache della galassia” o “Prima fondazione” (Foundation, 1951)
“Fondazione e Impero” o “Il crollo della galassia centrale” (Foundation and Empire, 1952)

“Seconda Fondazione” o “L’altra faccia della spirale” (Foundation and Empire, 1952)
“L’orlo della Fondazione” (Foundation’s Edge, 1982)

“Fondazione e Terra” (Foundation and Earth, 1986)

 

L’utopia asimoviana si basa su alcuni assunti:

  • viaggi interstellari;
  • milioni di pianeti raggiungibili, abitabili e privi di alieni a livello tecnologico;
  • robot regolati da leggi che li spingono ad aiutare l’umanità;
  • il potere vincente della ragione;
  • la possibilità di controllare il flusso della storia;
  • la possibilità di guidare l’umanità per la strada migliore.

 

Le visioni utopiche di Asimov nel corso dei millenni di storia galattica descritta cambiano non solo per il semplice scorrere del tempo e per il succedersi di diverse fasi storiche, ma anche perché in origine i tre Cicli non erano collegati tra loro e quindi descrivono realtà diverse, collegate solo in un secondo momento. Le utopie appaiano, dunque, come “a scadenza”. Un modello si succede a un altro.

Se, per esempio, nei racconti e nel ciclo dei Robot abbiamo un grande sviluppo di questi automi, un allungamento notevole della durata della vita umana e un’attività di colonizzazione spaziale piuttosto felice, con i primi 50 mondi colonizzati (i Mondi Spaziali o Esterni) poco popolati, ricchi e sereni, il quadro cambia con il ciclo dell’Impero, che vede la scomparsa dei robot, la vita tornare a durate simili alle attuali e una tirannia galattica dominare i nuovi pianeti, mentre la Terra regredisce e viene dimenticata. Con il ciclo della Fondazione accanto all’utopia dell’espansione senza limiti dell’umanità in una Galassia senza nemici alieni che caratterizza anche i precedenti Cicli ma che qui trova piena realizzazione, troviamo la nuova utopia della Psicostoria, ovvero il sogno di orientare il futuro a beneficio dell’umanità.

Come si può vedere sfogliando il precedente elenco, alcuni romanzi furono scritti decenni dopo gli altri, allo scopo di collegare tra loro i vari Cicli.

 

La maggior parte dei racconti compresi in “Tutti i Miei Robot” descrivono un futuro che per noi è già passato. Asimov immaginava che già vent’anni fa ci potessero essere colonie sulla Luna e su Marte e che i robot umanoidi fossero in piena fase di sviluppo!

Se per certi aspetti vedeva per la fine del XX secolo un mondo ben più evoluto di quanto siamo riusciti a farlo diventare finora, per altri gli erano sfuggiti altri campi di crescita. Fa sorridere, per esempio, quando racconta di robot dedicati alla correzione di bozze o che sfogliano i libri per raccogliere informazioni.

 

Abissi d’Acciaio”, con cui inizia il ciclo dei Robot  è ambientato un migliaio d’anni dopo l’inizio della colonizzazione dei Mondi Esterni.

Sebbene la robotica e i viaggi spaziali siano tanto avanzati, lo scrittore russo-americano non ha saputo immaginare gli sviluppi recenti della telefonia e manda il protagonista Elijah Baley a chiamare da un telefono pubblico, così come farà, in “Seconda Fondazione”, migliaia di anni dopo, persino una quattordicenne come Arcadia, che gira con in tasca i soldi per comprarsi un biglietto per un volo interstellare, eppure per andare allo spazioporto cerca una sorta di cabina telefonica (non ha neppure un rozzo telefonino!) per chiamare un taxi! Nel Ciclo dei Robot, almeno, troviamo un sistema di nastri trasportatori a velocità variabile. Anche alcuni usi e oggetti quotidiani risultano stranamente persistenti. Su pianeti che non si ricordano più dell’esistenza della Terra, per esempio, il tennis è sopravvissuto!

Si può dire che questa sia una distopia, dato che immagina una Terra sovrappopolata e condizioni di vita non ottimali, ma l’ottimismo asimoviano e la sua costante fiducia nel futuro, ne fanno una distopia troppo “felice” per essere raffrontata con altre ben più cupe. Basti pensare all’efficienza delle strade mobili, alla serenità dell’utopica Astropoli. Ci fa sorridere persino la “catastrofica” previsione di una Terra popolata da otto miliardi di abitanti. Magari tra mille anni potessimo davvero non essere di più!

Una simile pressione demografica rende indispensabile la colonizzazione di nuovi mondi, processo che la Terra, vittima di una sorta di agorafobia collettiva, aveva da tempo interrotto, delegandolo ai Mondi Esterni.

I terrestri vivono ammassati in otto miliardi, rinchiusi in “abissi d’acciaio” senza osare uscire all’aria aperta o vedere il “sole nudo” e stanno rinunciando ai robot.

Al contrario, i solariani sono solo ventimila, ma hanno migliaia di robot per ciascuno. Vivono sulla superficie del pianeta, ma non s’incontrano mai tra di loro, avendo una vera e propria fobia del contatto.

Terra e Solaria sono i due estremi sociologici dell’umanità.

 

Il Sole Nudo” è un bell’esempio della capacità di Asimov di creare nuovi mondi e di immaginare il futuro. La sua analisi arriva ai rapporti degli uomini con la tecnologia e interpersonali.

Le sue preoccupazioni per un mondo, per lui decadente, in cui la “visione” (il virtuale) prevale sull’incontro personale (sui veri rapporti umani) anticipano (siamo nel 1956) le attuali preoccupazioni degli educatori per un mondo dominato dalla telefonia mobile, dalle community virtuali e dalle chat.

 

I Robot dell’Alba (1983) mostra l’inizio della seconda fase dell’esplorazione e colonizzazione spaziale della Galassia e i germi della Psicostoria.

 

Ne “I Robot e l’Impero” sono passati 2 secoli dagli avvenimenti iniziali (“20 decadi” dicono gli Spaziali). Il protagonista principale del Ciclo dei Robot, Elijah Baley, è morto da tempo. La Galassia è divisa tra i terrestri, che vivono al massimo per una decina di “decadi” e gli Spaziali, esseri umani che anni prima hanno colonizzato 50 pianeti e che ora vivono dalle trenta alle quaranta decadi. La lunga vita è utopia e nel contempo distopia, perché rende gli Spaziali meno pronti a rischiarla per avventurarsi nello spazio e colonizzare nuovi mondi, vero scopo dell’umanità.

Ritroviamo qui il grande co-protagonista e compagno di indagini dell’investigatore Elijah Baley, il robot umanoide R. Daneel Olivaw, nonché il robot metallico R. Giskard Reventlov.

I due robot per salvare la Galassia elaborano la Legge Zero, che permette agli automi di mettere la salvezza dell’umanità davanti a ogni altro dovere. Colonizzare l’intera Galassia e tenerla unita: questi sono i veri obiettivi dell’utopia asimoviana e lo scopo dell’esistenza dei suoi robot per effetto della Legge Zero.

 

Il Tiranno dei Mondi” (1951) è il primo romanzo del Ciclo dell’Impero. Si presenta molto “asimoviano”: ottimista, scientifico, ragionato, ricco di intrighi ben congegnati, con un ruolo importante della politica (con un sostegno un po’ scontato agli ideali di libertà e democrazia, utopia americana più che tipicamente asimoviana).

Se ripulito da alcuni elementi caratterizzanti, come le ambientazioni aliene, il futuro appare troppo simile, a mio avviso, al nostro presente (non penso solo ad alcuni aspetti tecnici, come le pellicole cinematografiche ancora in uso nel romanzo, ma soprattutto ai rapporti umani: dal 1950 a oggi sono mutati di più che nei secoli che dovrebbero separarci dall’avvento dell’Impero asimoviano).

 

Ne “Le correnti dello spazio” la Terra è ormai quasi dimenticata e ridotta a semplice leggenda.

 

In “Paria dei cieli” si parla del conflitto tra una Terra, con una superficie radioattiva e devastata, che ora è solo uno dei più poveri e dimenticati pianeti di un Impero che conta milioni di pianeti. Eppure gli abitanti della Terra, i paria dell’Impero, conservano sogni di grandezza terroristica e stanno approntando un’arma batteriologica in grado di uccidere tutti gli altri abitanti della Galassia. Vi compare, con un viaggio nel tempo di migliaia di anni, un uomo proveniente dal nostro presente, il sarto in pensione Joseph Schwarz, destinato a salvare la Galassia. Piuttosto improbabile il fatto che proprio lui finisca a fare da cavia a un macchinario in via di sperimentazione, destinato a potenziare l’intelligenza umana, facendolo diventare un telepatico, capace di condizionare i movimenti delle persone con la forza del pensiero e persino di uccidere. Il viaggio nel tempo appare un unicum in questa storia della Galassia e forse un po’ fuori contesto.

Perché parlare di utopia per questo Ciclo in cui vediamo una Terra ridotta ai margini dell’Impero, i suoi abitanti considerati dei nuovi paria, con la Galassia dominata da un impero tirannico, una tecnologia progredita solo in alcuni campi? Perché anche qui continua a prevalere una visione di progresso, espansione e sviluppo per l’umanità.

Persino qui i forti elementi distopici sono solo ombre che evidenziano le luci di una visione ottimistica per la quale l’umanità è la razza eletta, senza alcuna specie aliena a ostacolarla nella sua conquista della Galassia, limitata e rallentata solo da se stessa nel raggiungimento del grande obiettivo.

Preludio alla Fondazione” spiega la nascita della Psicostoria e vede come protagonista il suo creatore, Hari Seldon, impegnato in una serie di avventure che lo fanno sembrare l’Indiana Jones della matematica.

La visione utopica di una Galassia organizzata in un impero composto da milioni di mondi, popolati solo da esseri umani (di origine terrestre), mi lascia alquanto perplesso, sia per la rapidità (20.000 anni) in cui l’umanità sarebbe passata dai 50 mondi abitati del ciclo dei robot ai milioni di pianeti con miliardi di abitanti; sia perché pare inconcepibile che su miliardi di mondi l’uomo non si sia mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Eppure ci sono miliardi di mondi pronti per essere abitati! Come può essere che nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie?

Come già sui Mondi Spaziali del Ciclo dei Robot, il mondo in cui è ambientata la storia, la capitale dell’Impero, Trantor ha un clima controllato, essendo interamente chiuso sotto una calotta, che lo difende dall’ambiente esterno, che la sovrappopolazione (40 miliardi di abitanti) ha reso instabile e inabitabile.

La Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, così pulita, regolare e prevedibile (grazie alla Psicostoria), appare molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), sebbene si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia il mondo ordinato e sereno dell’Impero. L’Impero sarà pure una tirannide, ma è il modello da cui partire per creare un nuovo, migliore, Secondo Impero.

Con il ciclo della Fondazione aggiungiamo un nuovo elemento all’utopia asimoviana: la possibilità di prevedere e regolare i flussi della storia. Regolare la storia per creare un futuro a misura dell’uomo e una Galassia pacificata sotto un nuovo Impero.

 

Fondazione anno zero” continua a raccontare la vita di Hari Seldon. Vi è ricomparso dopo millenni A. Daneel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley, protagonista del Ciclo dei Robot, fingendosi umano, con il ruolo di saggio Primo Ministro. Funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità, assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, a realizzare la Psicostoria. A. Daneel Olivaw, conosciuto come un semplice investigatore, si trasforma qui in una sorta di semidio robotico che veglia sulle sorti dell’umanità, elemento fondamentale dell’utopia atea asimoviana, dove non ci sono veri Dei ad assisterci ma in cui una macchina può supplire, confortandoci con il pensiero che la sua saggezza saprà guidarci meglio di quella di qualunque, imperfetto, essere umano.

Isaac Asimov, nel delineare la sua visione della storia futura dell’umanità, in “Fondazione”, sembra rifarsi in parte all’utopia platonica (“La Repubblica”, 390-360 a.c.) di una società guidata da saggi filosofi.

Per contrastare la decadenza dell’Impero di Trantor, il matematico Hari Seldon ha, infatti, ideato, mediante la teoria della Psicostoria una Fondazione, nella quale, divenuto Primo Ministro, ha riunito un’importante comunità scientifica con il proposito di fornire una guida (formata da uomini di scienza e cultura) per la Galassia, nel momento in cui il potere centrale di Trantor fosse inevitabilmente crollato.

La Fondazione, grazie alle conoscenze accumulate, sviluppa così una potente tecnologia e afferma il suo potere sulla periferia della Galassia, travestendo le proprie conoscenze scientifiche e tecnologiche in potere spirituale e religioso (anche se mi pare poco plausibile che un simile passaggio avvenga in appena trent’anni, come immaginato qui).

Come in Platone, vediamo quindi l’arrivo dei Mercanti e l’affermarsi del loro potere, in attesa che nuovi filosofi (i “mentalici” della Seconda Fondazione?) prendano il sopravvento.

 

In “Fondazione e Impero” compare il Mulo, un mutante in grado di controllare le emozioni delle persone, (variabile non prevista dai calcoli di Seldon). Il Mulo si rivela un comandante in grado di annientare la Fondazione e accelerare la fine dell’Impero.

La previsione psicostorica, con il calcolo matematico delle azioni delle masse, è qui sconfitta dall’individualismo. Muore come previsto l’Impero, è sconfitta la Fondazione e persino il Mulo, che era stato capace di realizzare un’unificazione della Galassia in tempi imprevedibili e impensabili, fallisce nel suo tentativo di individuare la Seconda Fondazione, comprendendo così che il suo sogno di creare un nuovo impero rischia ora di naufragare.

 

Seconda Fondazione” è nel più classico stile asimoviano, con personaggi che si combattono sì con potenti poteri mentali (telecinetici come in altri romanzi) e fisici (armamenti nucleari), ma in cui le vere battaglie sono verbali, scontri di visioni, incontri dialettici in cui qualcuno cerca di scoprire qualcosa o di convincere qualcuno che è stato sconfitto e che deve arrendersi. Risolvere i problemi discutendo è un’altra utopia asimoviana: una Galassia in cui la razionalità sia così potente da regolare i comportamenti umani.

Nel Ciclo della Fondazione percepiamo una globalizzazione totale. Si dice che nei mondi della Galassia centrale ci sono usi più raffinati, che i mondi della periferia sono meno evoluti, che alcuni mondi sono più o meno industrializzati o armati, ma quello che si percepisce è una grande somiglianza tra tutti i milioni di mondi della Galassia, quello spazio utopico così stranamente privo non solo di diversità, ma anche di alieni. Una Galassia che somiglia a un infinito deserto far west pronta a essere dominata da milioni di miliardi di americanissimi cowboy, senza neppure un apache a creare un po’ di disagio!

In questo volume, la Prima Fondazione pensa di aver sconfitto sia il suo inatteso nemico, il mutante detto Il Mulo, sia la Seconda Fondazione, sia, indirettamente, per opera del Mulo, l’Impero. I lettori sanno però che non è così e che la Seconda Fondazione continua a esistere, sebbene nascosta come sempre.

Con “L’orlo della Fondazione” siamo a metà del progetto Seldon, a 500 anni dalla creazione delle due Fondazioni e qualcuno, nella Prima Fondazione, di nuovo sospetta che la Seconda Fondazione sia sopravvissuta, mentre nella Seconda c’è chi sospetta che vi sia una terza entità nella Galassia che dirige il Piano Seldon, controllando quindi sia la Seconda che la Prima Fondazione, mentre la Seconda, segretamente controlla la Prima.

Parte, dunque, una spedizione ufficiosa della Prima Fondazione alla ricerca della Seconda, mascherando la missione in una ricerca della Terra. Vi partecipa il consigliere Golan Trevize, assistito dal professore di storia Pelorat. Dalla Seconda Fondazione parte invece l’Oratore Stor Gendibal, alla ricerca di un’altra entità che, come la Seconda Fondazione, sembra avere dei poteri telepatici (“mentalici”).

Si ritroveranno tutti su Gaia, che ciascuno di loro crede possa essere l’oggetto della propria ricerca. Su Gaia ogni essere, vivente e non vivente, animale, vegetale o minerale e persino umano partecipa all’unità del pianeta, rendendolo un unico organismo pensante.

Gaia è un pianeta artificiale, frutto dell’opera dei robot, che vi hanno costruito il mondo ideale per l’umanità (una nuova utopia asimoviana), un pianeta in cui tutto è equilibrato, senza sprechi, senza morti inutili, senza malattie, con tutti gli esseri in collegamento mentale tra loro.

Le due Fondazioni vogliono realizzare il Secondo Impero, ma ognuno a modo suo. Gaia, una sorta di Terza Fondazione non prevista da Hari Seldon, ha una terza visione del futuro, una “Galassia integrata” (Galaxia), in cui ogni essere sia legato agli altri in una comunione galattica.

Cos’hanno in comune tutte le utopie asimoviane? Soprattutto il controllo, la possibilità di avere angeli custodi artificiali che vegliano sull’umanità e la sua storia. Robot, matematica, Fondazioni e Imperi vegliano (e controllano) l’umanità. Galaxia è controllo totale. Saranno anche utopie, ma sono al contempo anche distopie e Asimov ci mostra spesso personaggi che combattono, di volta in volta, contro ciascuna di queste forme di controllo. È questa anche la perplessità del protagonista Trevize: aver scelto un modello sociale troppo vincolante.

 

In queste pagine, Asimov cita anche un altro romanzo “fuori ciclo”, “La fine dell’eternità”, spiegando la caratteristica più insolita della sua Galassia: l’assenza di alieni evoluti, se non addirittura civilizzati. Secondo una leggenda gli Eterni che vivevano sul pianeta d’origine erano in grado di scegliere tra tanti possibili corsi del tempo e scelsero la linea temporale in cui la civiltà si era sviluppata solo e soltanto sulla Terra. Una spiegazione, direi, un po’ debole, per la più persistente utopia asimoviana: l’umanità è la razza più importante, intelligente ed evoluta della Galassia!

 

Con “Fondazione e Terra” si conclude la storia della Galassia e si incontrano di nuovo, a ritroso, alcuni dei mondi che abbiamo conosciuto nelle opere precedenti.

Trevize e Pelorat sono qui intenti nella ricerca della Terra, grazie alla cui scoperta Trevize spera di giustificare la scelta da lui già fatta nel precedente romanzo, senza esserne del tutto convinto, a favore di Galaxia e contro il modello fornito dalla Psicostoria, con le sue Fondazioni e il suo Secondo Impero.

Cerca di risalire alle origini dell’umanità, forse sperando che, conoscendone l’inizio, possa poi scoprire in quale direzione debba orientarsi.

Si parte così da Terminus, sede della Prima Fondazione, per sfiorare Trantor, che fu capitale del Primo Impero, per arrivare su Baleyworld, su Aurora, ormai abitato solo da cani selvaggi, e su Solaria, l’ultimo dei 50 Mondi Spaziali, il solo di questi ancora abitato, con una piccola popolazione di mutanti ermafroditi e misantropi, discendenti dal primo gruppo di coloni della Terra.

Solaria è un altro dei mondi utopico / distopici descritti da Asimov. Utopico almeno dal punto di vista dei suoi abitanti che vivono con grande ricchezza ma anche in totale isolamento gli uni dagli altri, al punto di essersi trasformati in ermafroditi per non avere neppure più rapporti sessuali, tanto temono il contatto umano.

Dopo una tappa su Melpomenia, arrivano così su Alpha Centauri e scoprono che vi sono emigrati gli ultimi abitanti della vicina Terra morente.

Anche Alfa rappresenta un’utopia imperfetta. Ricoperto da un immenso oceano, ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone, in semplice abbondanza, in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e di aspirare alla trasformazione in anfibi. Per quanto piccolo e isolato, il loro mondo ha una vita spontanea e serena. L’accoglienza cordiale dei suoi pochi abitanti nasconderà però un’insidia che costringerà i protagonisti a fuggirne in fretta.

Giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non farlo trovare, ci deve essere un motivo. Chi o cosa nasconde la Terra? I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveremo la risposta a tutti i quesiti. Come nei prequel della Fondazione avevamo scoperto che la Psicostoria era guidata da A. Daneel Olivaw, il robot telepate, a sua volta diretto dalla Legge Zero della Robotica, così, in quest’opera conclusiva, comprendiamo come per A. Daneel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, la Psicostoria non sia sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana e che il nuovo e superiore modello sia quello preconizzato dal pianeta pensante Gaia (da lui creato) e quindi dal Progetto Galaxia, la più grande delle utopie asimoviane: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte, sia essa umana, animale, vegetale o minerale, si muova per il bene comune. A. Daneel Olivaw è esso stesso parte di questa utopia: un robot telepate ultraintelligente e autorigenerante, guidato da leggi che lo spingono solo fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

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L’UTOPIA SPEZZATA

Fondazione e Impero”, è il titolo con cui è stato ridenominato “Il crollo della Galassia Centrale” (“Foundation and Empire”, 1952), quando la trilogia originale fu ampliata da Isaac Asimov, trasformandola in un gruppo di sette romanzi (il Ciclo della Fondazione) a loro volta collegati ai cicli “Impero” e “Robot” e ad altre opere asimoviane che descrivono la storia futura dell’umanità.

Sto ora rileggendo tutti i volumi, cercando di seguire l’ordine cronologico degli eventi narrati, assai diverso da quello di pubblicazione.

“Fondazione e Impero” era il secondo volume della trilogia e ora è il quarto del Ciclo.

Rispetto al precedente “Fondazione” (noto anche come “Cronache della galassia” o “Prima fondazione”  – “Foundation”, 1951), questo romanzo presenta una maggior unitarietà, anche se, come “Fondazione” fu originariamente (nel 1945) pubblicato a puntate come racconti su “Astounding Stories” e solo successivamente riunito in un romanzo. Il volume si presenta, comunque, diviso in due parti, piuttosto autonome tra loro:

  • Il Generale
  • Il Mulo.

Nella prima parte l’Impero, tramite il Generale Bel Riose, tenta di sconfiggere la Fondazione, creata dallo psicostorico Hari Seldon per consentire la conservazione della civiltà anche dopo la caduta dell’Impero, prevista dai suoi calcoli matematici.

La seconda parte è una delle più affascinanti del Ciclo, grazie alla comparsa di un nuovo personaggio, il Mulo, un mutante in grado di controllare le emozioni delle persone, variabile non prevista dai calcoli di Hari Seldon, e comandante in grado di annientare la Fondazione e accelerare la fine dell’Impero.

Isaac Asimov

Se in “FondazioneAsimov ci aveva consegnato una delle sue utopie, una Galassia controllata dai calcoli matematici dell’inventore della psicostoria, un universo cioè con un forte determinismo, in cui il volere dei singoli è annullato e tutto ciò che conta sono solo i movimenti delle masse umane, in “Fondazione e Impero”, Asimov “sospende” questa visione utopica della storia, come aveva bloccato il sogno di un mondo con robot sempre più evoluti e dediti al bene dell’umanità, tipici del Ciclo dei Robot, ma quasi assenti in quello dell’Impero. La previsione psicostorica è sconfitta dall’individualismo e sembra di assistere allo scontro tra la visione deterministica della storia come successione di cause ed effetti e una visione più classica in cui il valore di alcune grandi figure orienta fortemente il corso degli eventi. L’apparizione di una figura dalla forte individualità, con un potere “emotivo”, appare quasi paradossale in un’utopia storica che sogna di poter prevedere il futuro e occorrerà leggere i volumi successivi per coglierne appieno la filosofia.

Non sbagliò forse “Urania” a tradurre il titolo in “Il crollo della Galassia Centrale”, perché questo volume rappresenta davvero un momento di rottura e di sconfitta di ogni modello: muore come previsto l’Impero, è sconfitta la Fondazione e persino il Mulo, che era stato capace di realizzare un’unificazione della Galassia in tempi imprevedibili e impensabili, persino questo mutante dai grandi poteri, fallisce nel suo tentativo di individuare la Seconda Fondazione e da questo egli stesso capisce che il suo sogno di creare un nuovo impero rischia ora di naufragare.

Se l’utopia del controllo della Storia sembra essere negata da questo volume, rimangono comunque sempre alcune chiavi ottimistiche per leggere i Cicli asimoviani: la facilità dei viaggi spaziali, un uso controllato dell’energia atomica, milioni di pianeti pronti per essere abitati dagli esseri umani, senza alieni, malattie esotiche o problemi di sorta (né di massa gravitazionale, né di atmosfera, né di composizione del suolo) che potrebbero rallentare l’espansione dell’uomo nella Galassia, una sorta di Eden fatto a immagine e somiglianza dell’umanità.

Ma davvero la psicostoria ha fallito? Chi, come me, ha letto anche i romanzi precedenti, sa bene che Hari Seldon aveva previsto delle crisi per la Fondazione, poteva anche non aver previsto il suo crollo totale, ma aveva comunque preso misure di sicurezza, creando anche una Seconda Fondazione. Se il Mulo non avuto successo nella sua ricerca, allora forse Hari Seldon non ha sbagliato le sue previsioni. Non rimane che andare avanti nella lettura, per capire se la Seconda Fondazione sarà in grado di ribaltare la situazione o comunque di risolverla, confermando il modello psicostorico, nonostante la deviazione apportatagli dal Mulo.

L’UTOPIA DELL’UNIVERSO GUIDATO DALLA SCIENZA

“La Repubblica” (390-360 a.c.) di Platone, tra le altre cose, immagina una città ideale guidata da principi filosofici. In tale opera viene mostrato Socrate che cerca di definire la giustizia e per farlo immagina la nascita di una società. Prima parla di un piccolo villaggio, abitato da contadini e artigiani, quando il villaggio cresce divenendo una città, con ricchezze e lussi, vi compaiono mercanti, artigiani di beni di lusso, cuochi, allevatori e soldati. Questo per Socrate porta a una degenerazione fisica e morale. Propone quindi la città perfetta in cui ogni cittadino svolge solo il mestiere che decide lo Stato, in particolare, dovranno esserci anche soldati di professione. Immagina quindi una società divisa in tre classi: artigiani, guardiani e governanti. I governanti sono dei filosofi che governano con morigerata saggezza.

Isaac Asimov, nel delineare la sua visione della storia futura dell’umanità, nel volume “Foundation” (pubblicato nel 1951 – noto in Italia dapprima come “Cronache della Galassia” e poi, quando lo scrittore russo-americano ha unificato i cicli, come “Fondazione” o “Prima Fondazione”), sembra rifarsi in parte all’utopia platonica.

Innanzitutto, per l’idea che, per contrastare la decadenza dell’Impero di Trantor, che domina l’intera Galassia, il matematico Hari Seldon abbia ideato, mediante la teoria della psicostoria una Fondazione, nella quale, divenuto Primo Ministro, ha riunito un’importante comunità scientifica con il falso obiettivo di scrivere un’Enciclopedia Galattica e con il vero proposito di fornire una guida (formata da uomini di scienza e cultura) per la Galassia, nel momento in cui il potere centrale di Trantor fosse inevitabilmente crollato, come le sue previsioni psicostoriche mostravano chiaramente.

Nella prima fase, il pianeta periferico Terminus si limita a svolgere il compito di redigere un’Enciclopedia che riunisca tutto il sapere della Galassia (non posso qui non notare come l’idea paia superata ai nostri giorni in cui internet sta rendendo le enciclopedie oggetti desueti).

Segue quindi una nuova fase in cui la Fondazione afferma il suo potere sulla periferia del potere, travestendo le proprie conoscenze scientifiche e tecnologiche in potere spirituale e religioso, anche se mi pare poco plausibile che un simile passaggio avvenga in appena trent’anni, come immaginato qui.

Come ne “La Repubblica” di Platone, vediamo quindi l’arrivo dei Mercanti e l’affermarsi del loro potere, in attesa che i filosofi (i “mentalici” della Seconda Fondazione?) prendano il sopravvento come preconizzato da Seldon.

 

Sebbene questo sia il volume con cui in origine iniziava il Ciclo della Fondazione, devo dire di aver trovato più omogenei e autonomi persino i due prequel scritti da Asimov nel 1988 (“Preludio alla Fondazione”) e 1993 (“Fondazione Anno Zero”), allo scopo di unire il Ciclo dell’Impero al Ciclo della Fondazione e a quello dei Robot.

Isaac Asimov

In “Cronache della Galassia”, infatti, la ripartizione della storia in cinque fasi, distanti tra loro vari anni e con personaggi diversi, rende il romanzo, sebbene con una sua consequenzialità, assai più simile a una raccolta di racconti e fa quasi pensare (per quanto sappiamo non sia così) che sia questo il romanzo scritto per collegare “Fondazione Anno Zero” ai successivi!

Il solo personaggio che ricorre in tutti è Hari Seldon, ma compare qui in carne e ossa solo nel Prologo e poi sarà solo citato o, al massimo, comparirà in qualche proiezione.

Da notare che “Fondazione Anno Zero” si chiude con l’inventore della psicostoria già morto, mentre “Cronache della Galassia” fa un salto indietro nel tempo e ce lo fa vedere, brevemente, nei suoi ultimi anni di vita.

IL “SOTTO CICLO” DELLA PSICOSTORIA

I romanzi “Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988) e “Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993) raccontano la vita di Hari Seldon, l’ideatore della Psicostoria e l’ispiratore delle Fondazioni. S’inseriscono nella successione cronologica dei romanzi che narrano la storia della Galassia immaginata dallo scrittore americano di origine russa Isaac Asimov, tra il Ciclo dell’Impero e il Ciclo della Fondazione e vengono considerati parte del secondo. Scritti 35 e 39 anni dopo l’ultimo romanzo di tale Ciclo (1953) nella sua conformazione originaria e dopo  un numero simile di anni dal Ciclo dell’Impero (1950-52) fanno parte del progetto asimoviano di collegare tra loro questi Cicli e quello dei Robot, descrivendo una storia globale della Galassia.

I due romanzi si presentano però con una loro dignità letteraria e con una certa autonomia narrativa, dando spazio a un nuovo personaggio, Hari Seldon, descritto solo indirettamente nei romanzi cronologicamente successivi, e mostrando i suoi sforzi per realizzare le basi di quella dottrina nota come Psicostoria con la quale tenta di prevedere matematicamente il flusso della Storia e, per quanto possibile, orientarlo e la sua trovata per preservare la civiltà mediante la creazione delle Fondazioni.

Asimov riesce comunque in pieno a realizzare il proposito di collegamento dei tre Cicli, facendo persino comparire due robot umanoidi (tipici del Ciclo dei Robot), nonostante che nell’epoca dell’Impero la loro presenza sia stata quasi del tutto cancellata e uno dei due è niente meno che A. Daniel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley protagonista del Ciclo dei Robot, che compare, fingendosi umano, con il nome di Eto Demerzel e il ruolo di saggio Primo Ministro, funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità (come richiesto dalla Legge Zero della Robotica per la quale il bene dell’umanità prevale su ogni altro dovere), assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, mettendolo in condizione di proseguire i suoi studi di Psicostoria e lasciandogli, infine, il posto di Primo Ministro di un Impero di cui il grande matematico intuisce la decadenza, che vorrebbe arrestare con la sua Psicostoria e le Fondazioni.

Oltre agli ampi riferimenti ai tre Cicli, in “Fondazione Anno Zero” c’è persino un accenno al romanzo “Nemesis”, che narra fatti antecedenti,
sebbene in altra occasione Asimov, credo abbia dichiarato che questo romanzo non faccia parte della storia della Galassia. “Nemesis” descrive la colonizzazione del primo pianeta fuori dal Sistema Solare e presenta un personaggio con doti assai simili a quelle di A. Daniel Olivaw, della nipote del matematico Wanda, per non parlare del Mulo, il mutante di “L’altra faccia della spirale”. In “Nemesis” (1989) la quindicenne Marlene ha, infatti, doti telepatiche simili alle loro.

Se in “Preludio alla Fondazione” incontriamo un Hari Seldon giovane, riscopriamo il robot A. Daniel Olivaw nei suoi doppi panni di Eto Demerzel e Chetter Hummin, e la futura moglie robotica del matematico Dors Venabili, il figlio adottivo della coppia Raych e il futuro collaboratore alla Psicostoria Yugo Amaril, in “Fondazione Anno Zero” tutti questi personaggi trovano lo spazio per essere sviluppati e descritti con maggiore profondità psicologica e temporale.

Isaac Asimov

Nonostante l’ampio numero di anni in cui si dispiega il romanzo, Asimov non rinuncia né al suo amore per le indagini di ispirazione poliziesca, né alle avventure rocambolesche, tra assassini e attentatori vari, creando un romanzo non solo utile al suo progetto narrativo, ma comunque vivace e appassionante, pur con una certa ripetitività, probabilmente segno della poca fiducia dell’autore nella memoria o costanza dei suoi lettori, cui troppo spesso ricorda fatti già narrati in altri libri se non nello stesso che si sta leggendo.

Nei Cicli dei Robot e dell’Impero le grandi utopie asimoviane sono sviluppo della robotica, i viaggi spaziali, mondi dal clima e dalla criminalità controllata. In “Fondazione Anno Zero”, in un Impero in decadenza, in cui non solo il governo centrale non riesce più a controllare le province esterne, ma addirittura nello stesso pianeta Trantor, sede dell’Imperatore, questo è assassinato, in cui la cupola che regola il clima si va deteriorando, la criminalità cresce, il sogno di Hari Seldon di risolvere con la matematica questa crisi e di preservare la civiltà mediante le Fondazioni costituisce la preconizzazione di un universo utopico, confermando l’ottimismo asimoviano che anche in presenza di situazioni distopiche conserva una visione progressiva dell’umanità.

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