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I PARADIGMI DA SUPERARE

Nell’estate del 2015, Mark Zuckerberg, il patrono di Facebook, aveva segnalato alcuni titoli per sue future letture. Alcuni sembravano interessanti è li ho messi in whishlist. In particolare ho già letto:

e mi riprometto ancora di leggere “The Better Angels of Our Nature” (“Il declino della violenza”) di Steven Pinker, anche se “Rational Ritual” è stato una delusione e ho dovuto avere la forza di superare la prima metà de “L’Impero di Azad” per riuscire ad apprezzarlo.

La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Thomas S. Kuhn veniva così descritto nell’articolo in cui ne avevo letto la recensione: “è un celebre saggio di filosofia della scienza di Thomas Samuel Kuhn: l’opera del 1962 è una pietra miliare nel dibattito epistemologico moderno. Come già aveva fatto Galileo, Kuhn utilizza un linguaggio creativo, che tratta della scienza in maniera “qualitativa” attingendo dal vocabolario tipico di altri contesti. Questo stesso modus operandi è uno degli argomenti del saggio, che mostra come ogni rivoluzione scientifica sia stata contraddistinta anche da un nuovo Risultati immagini per the structure of scientific revolutionslinguaggio.” Sembrava interessante. Sembrava.

Non avendolo trovato in italiano, l’ho letto in inglese.

Thomas Samuel Kuhn (Cincinnati, 18 luglio 1922 – Cambridge, 17 giugno 1996) è stato uno storico e filosofo statunitense. Epistemologo, scrisse diversi saggi di storia della scienza, sviluppando alcune fondamentali nozioni di filosofia della scienza. Formulò un’epistemologia alternativa a quella del falsificazionismo di Karl Popper, suo principale bersaglio polemico.

The Structure of Scientific Revolutions” di Thomas S. Kuhn è un saggio che gira tutto intorno all’idea che nella scienza ci siano dei paradigmi, che a volte vanno in crisi, altre volte no, ma che comunque possono essere superati e sostituiti da nuovi paradigmi. Un altro concetto espresso mi pare sia che la scienza non è cumulativa ma procede per rivoluzioni indotte dalla percezione di anomalie inattese che talora conducono a una crisi.

Scrivere un intero libro per dire una simile banalità mi è parso quanto meno eccessivo. Certo, la cosa viene spiegata con alcuni esempi (banalotti) che riempiono le pagine.

L’ho letto in inglese (anzi ascoltato con il sintetizzatore vocale), per cui è possibile che mi sia sfuggito qualcosa, ma non mi ha davvero entusiasmato. Non mi ha lasciato nulla e mi ha solo dato la sensazione di perdere il mio tempo leggendolo. Ho così deciso di tralasciare l’ultima manciata di pagine. Dubito di essermi perso chissà quale rivelazione.

Insomma, su tre libri consigliati da Zuckerberg, la media finora è davvero bassa. Credo che gli amici di anobii siano dei suggeritori di letture molto migliori del padroncino di Facebook, così come anobii è ben altra cosa rispetto a Facebook.

Risultati immagini per Thomas Kuhn

Thomas Kuhn

LA FISICA QUANTISTICA DI SCHOPENAUER

Con il “Saggio sulla visione degli spiriti”, Arthur Schopenauer volle rispondere ai “Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica” di Kant, con cui il filosofo tedesco negava, prendendosene gioco, la possibilità di parlare con gli spiriti dei defunti.

Il saggio di Schopenauer fa parte dei due volumi “Parerga” e “Paralipomena”, stesi tra il 1845 e il 1851.

Il filosofo polacco accetta da Kant che “il mondo quale ci appare sia un mondo di fenomeni, cioè si sensazioni e percezioni, che si presentano ai nostri sensi e alla nostra soggettività senza che noi possiamo realmente conoscerne l’intima esistenza, la cosa in sé, destinata a rimanere ignota al soggetto conoscente”, come scrive Leonardo Casini nell’introduzione.

Il polacco riduce a tre le categorie del tedesco, come strumenti dell’organizzazione della conoscenza: spazio e tempo (come categorie della sensazione) e causalità (come categoria dell’intelletto).

L’essenza più intima di ogni cosa (uomini, animali, piante ed esseri inanimati) per Schopenauer è la volontà. Tutto è, nella sua essenza, volontà. Viene allora in mente la fisica quantistica quando afferma che nel momento in cui una microparticella devia in una direzione si crea un universo, ma che questo esiste solo nel momento in cui viene osservato. Non è un po’ come se gli universi siano creati dall’espressione della volontà della microparticella?

Arthur Schopenauer

Per Schopenauer tutto è parte della Volontà Universale. Abbiamo allora da una parte il mondo come conoscenza teoretica, come rappresentazione del soggetto conoscente e come insieme di fenomeni e, dall’altra l’in sé del mondo, la sua essenza metafisica unica e universale, la Volontà. Vita e morte sono manifestazione della Volontà.

La morte non è, quindi, l’annullamento totale dell’uomo, ma del suo fenomeno spazio-temporale, perché la sua essenza torna a far parte della Volontà. Mi viene allora in mente, anche se sono due concetti non proprio uguali, quando Einstein, facendo le condoglianze per un amico morto, diceva che l’amico in realtà non era scomparso, continuava a esistere nel tempo in cui era vissuto, dato che il tempo non scorre, ma siamo noi a passarci attraverso. Il morto c’era ancora, ma in un tempo che ci siamo lasciati indietro.

Questa per Schopenauer è la spiegazione “idealistica” del mondo degli spiriti, mentre nega quella “spiritualistica”, fondata sull’apparizione delle anime agli organi sensoriali del conoscere.

Nell’universo einsteniano, potremmo, se ce ne fossero gli strumenti, allora quasi immaginare che se si riuscisse a proiettarci avanti nel tempo, potremmo comunicare con i nostri cari anche dopo morti.

Nell’universo di Schopenauer, i morti comunicano con i vivi tramite la Volontà universale di cui sono parte!

Per Schopenauer lo strumento per comunicare attraverso la Volontà è quello che chiama “organo del sogno”. Tale organo non mette in comunicazione il sognante con la realtà esterna, ma con il suo interno, con la Volontà, permettendo così non solo la visione degli spiriti, ma anche la chiaroveggenza, la magia e altri fenomeni.

Schopenauer, per sostenere tale tesi, indaga molto sul sonnambulismo, sui sogni profetici, sulla follia e attribuisce a taluni sonnambuli doti di chiaroveggenza. Il sonnambulismo, secondo lui, si baserebbe, infatti, su una diversa percezione, non sensoriale, dell’ambiente, percezione che può travalicare i limiti del tempo (e qui vedo ancora una somiglianza tra il tempo immoto della fisica moderna e la Volontà di Schopenauer).

Per il filosofo, nel sogno tutte le forze spirituali sono attive, tranne la memoria (come nella follia).

Il sogno sarebbe dunque la porta per i viaggi nel tempo?

L’AMORE AI TEMPI DEI SIMPOSI

A volte facciamo fatica a renderci davvero conto di quanto diversamente siano percepite alcune cose da altre civiltà o in altri tempi. Il razzismo deriva anche da questo (o forse ne è solo una scusa): non capiamo gli altri e li consideriamo barbari. In realtà, è solo per ignoranza e pigrizia intellettuale che consideriamo una morale superiore ad altre o addirittura come l’unica possibile.

Diciamo che la nostra cultura deriva da quella greco-romana e da quella ebraica, eppure di queste abbiamo preso solo alcuni aspetti e alcune idee e dimenticato molti altri. Se quelle erano le nostre radici, ce ne siamo a volte allontanati molto.

Persino un concetto generale come quello dell’Amore oggi è concepito in modo totalmente diverso che nella Grecia antica.

Se oggi un adulto “adesca” un ragazzino per motivi sessuali, ci scandalizziamo, mentre per i Greci era uno dei modi per far crescere ed educare i ragazzi.

Platone

Solo negli ultimi decenni la nostra cultura sta imparando ad accettare l’omosessualità, che per i greci era invece la forma più normale e pura dell’amore.

Per renderci conto di come fosse diversa la società greca dalla nostra, ben si presta la lettura del piccolo classico che va sotto il nome di “Simposio”, attribuito a Platone (forse è il più celebre dei suoi Dialoghi), in cui ci mostra un convivio di menti greche (tra cui persino Socrate, di cui, deviando dal tema principale, uno dei commensali, Alcibiade, tesse l’elogio) disquisire su cosa sia l’amore, sia facendo riferimento alle teorie religiose, sia aspetti sociali, sia a temi più strettamente filosofici.

Per Fedro, Eros è il più antico di tutti gli Dei. Per il padrone di casa Agatone, Amore è il Dio più bello e nobile.

Diotima di Mantinea sostiene invece che Eros sia un demone, figlio di Poros – ricchezza – e Penia – povertà. Aristofane racconta di come gli uomini un tempo fossero sfere con quattro braccia e quattro gambe e di come furono divisi in due e da allora l’una parte ricerca l’altra, anche se non necessariamente un uomo cerca una donna e viceversa ma sono possibili anche altre combinazioni.

Per Pausania c’è un amore celeste e un amore terreno, il primo ama le anime e il secondo i corpi.

Il medico Erissimaco lo vede come un fenomeno naturale.

La discussione non è scomposta, ma ogni tema viene analizzato e affrontato nella sua interezza dai partecipanti al simposio, alcune delle menti più vivaci dell’Atene del tempo, ma come si addice a un simposio, aspetti e visioni assai diversi dell’Amore si alternano in modo non sistematico e talora la conversazioni devia anche su altri argomenti.

ALLA RICERCA DI UN DIVERSO FLUSSO DEL TEMPO

Nello scrivere ucronie, mi sono interrogato più volte sulla natura del tempo, tema, del resto che mi ha sempre affascinato, altrimenti non avrei cominciato a scrivere allostorie. Nei miei romanzi presumo che il tempo non sia lineare, ma una sorta di frattale, con infinite divergenze. Lungo ognuna delle linee che si dipartono da queste divergenze troviamo una storia alternativa, mondi in cui Colombo non scopre l’America, i tedeschi vincono la Seconda Guerra Mondiale, Roma non crolla, le Torri Gemelle sono ancora lì, Giovanna D’Arco sopravvive al rogo e così via.

Mi sono allora chiesto due cose:

  1. Qualcuno, al di là della narrativa, in fisica o in filosofia, ha mai ipotizzato un tempo divergente o a frattale?
  2. Quando e come è nato il concetto di tempo lineare?

Ho così di recente letto il bel saggio di Fusaro “Essere senza tempo”. Sebbene sia stata una lettura molto interessante, era incentrato sui concetti di accelerazione della storia e di fretta, dunque non ciò che cercavo.

La lettura mi ha comunque stimolato a continuare gli approfondimenti. Ho così ora letto “Il Libro dell’orologio a polvere” di Ernst Jünger (Das Sanduhrbuch, 1954 – Milano, Adelphi 1994).

Sebbene scritto da un filosofo, il saggio, pur con alcune interessanti riflessioni filosofiche ed esistenziali, è in realtà una storia degli orologi antichi, con particolare riguardo per quei manufatti che, finora, avrei un po’ impropriamente definito “clessidre”, ma che l’autore più propriamente chiama “orologi a polvere”, essendo le clessidre, come l’etimologia del termine spiega, in realtà, orologi ad acqua.

Il volume, essendo scritto da persona di evidente ampia cultura, spazia però su altri temi in modo coerente e molto interessante e l’ho trovato nel complesso una lettura molto stimolante e per nulla noiosa.

Ernst Jünger

Tra le divagazioni, mi hanno molto colpito quelle su San Girolamo (spesso raffigurato con orologi a polvere) e papa Silvestro II (il quale oltre che ecclesiastico, pare sia stato un notevole inventore, avendo, tra le altre cose, realizzato uno dei primissimi prototipi di orologio meccanico), figura sulla quale mi è venuta voglia di scrivere un romanzo (ne ho persino già buttato giù l’incipit), ma anche alcune riflessioni minori sulle cattedrali gotiche o sull’insofferenza del mio antenato Tommaso d’Aquino per gli automi. Per quanto riguarda il romanzo che sto scrivendo ora, lo spunto è stato di inserire alcuni orologi a polvere nella narrazione, peraltro, nella stesura attuale, priva di orologi di sorta.

Affascinante è comunque tutta la storia degli orologi qui narrata, le cui origini sono tutt’altro che chiare e ancor meno note ai più, che spesso confondono la datazione delle origini di meridiane, clessidre, orologi a polvere e orologi meccanici. Non avrei pensato, per esempio, che le origini degli ultimi due fossero più ravvicinate tra loro che quelle tra clessidre e orologi a polvere.

Per quanto riguarda l’oggetto della mia ricerca, la considerazione più rilevante penso riguardi l’idea che ogni popolo crea diversi strumenti di misurazione in base alle proprie esigenze e alla propria percezione del tempo. Al giorno d’oggi diamo per scontata l’esigenza di dividere e misurare il tempo, di rispettare orari e appuntamenti, ma tutto ciò è solo una caratteristiche della nostra cultura europea e non qualcosa che sorge spontaneo in ogni uomo.

Notiamo anzi, nella storia, numerosi esempi di repulsione, più o meno profonda, a ogni tentativo di irreggimentare il tempo. Del resto, proprio più riusciamo a imbrigliare il tempo, a incanalarlo in perfetti sistemi di misurazione, maggiormente ne diventiamo schiavi. Incredibilmente persino un personaggio di una commedia di Plauto si lamenta dell’introduzione della meridiana!

«Maledetto chi ha inventato l’orologio / e stramaledetto il primo che ha piazzato qui la meridiana! / M’ha fatto a pezzettini la giornata, me tapino. / Da ragazzo, la pancia era la sola meridiana, / la migliore, senza confronto, e la più esatta di tutte quante. / Quando dava il segnale quella, si poteva mangiare, se mai ce n’era: / adesso, anche quel che c’è non si mangia, se non garba al sole».

Se avesse visto gli orologi moderni, che avrebbe fatto!

Il tempo degli orologi a polvere era tempo meno preciso, più umano, in cui la misurazione riguardava singoli eventi. Gli orologi meccanici invece sono invasivi e misurano non solo il tempo del lavoro, ma anche quello del riposo, divengono oggetti da cui non ci liberiamo mai e ci tengono perennemente avvinti a loro. Il volume è del 1954 e immagina appena l’esistenza degli orologi digitali e di tutti i loro derivati, dalle sveglie, alle app per misurare la velocità media o cronometrare ogni attimo delle nostre fugaci esistenze, per non parlare della moderna schiavitù verso cellulari, smartphone e tablet, ben più invadenti dei loro ticchettanti cugini.

C’è quindi un capitolo che parla della differenza tra tempo lineare e tempo circolare. Il tempo circolare era quello misurato dal moto degli astri, dallo scorrere del sole e dal mutare dell’ombra della meridiana. Il tempo diventa lineare con il passaggio alle clessidre prima e agli orologi a polvere poi, in cui l’acqua o la sabbia, attratti dalla forza gravitazionale, inesorabilmente cadono sempre nello stesso verso, anche quando gli orologi vengono rigirati e un nuovo ciclo fatto ricominciare. Sempre dal basso verso l’alto, in un moto che nell’essere il contrario dell’elevazione, ci rende consapevoli della finitezza del nostro destino.

Gerberto – Papa Silvestro II

È lo stesso orologio a polvere, poi, che nel mostrarci il progressivo svuotamento dell’ampolla superiore, sempre ci ricorda che il passato, che giace in basso pesa ogni istante di più del futuro, i cui grani vediamo esaurirsi a vista d’occhio.

Non per nulla, come ci racconta Jünger, spesso la clessidra viene raffigurata accanto alla morte, a indicare il tempo che ci resta da vivere.

Riuscirà l’avvento degli orologi digitali, con il loro asettico fluire, non più circolare o lineare, ma astrattamente matematico, a farci concepire un diverso tempo, non più lineare? Riuscirà internet, in cui conviviamo e condividiamo messaggi con persone di diversi fusi orari, a farci immaginare se non un tempo divergente, almeno dei tempi paralleli?

LE MOTIVAZIONI STORICHE DELLA FRETTA

Il Tempo mi ha sempre affascinato e forse un po’ angosciato. Come autore di ucronie, mi incuriosiva leggere qualcosa su come sia nato il concetto di tempo lineare. Nelle ucronie, immaginiamo, infatti, un tempo diverso, un tempo che diverge dal corso originale, un tempo che si biforca. Ogni storia segue una biforcazione, ma le divergenze temporali, per l’ucronia, possono essere infinite. Ogni evento ha in sé eventi alternativi, spesso infiniti, gli eventi della linea temporale in cui viviamo sono infinti, con infinite divergenze. Le linee temporali sono dunque infinite, ognuna con infinite divergenze.

Questa visione è implicita nelle narrazioni ucroniche ma non l’ho mai vista esplicitata o teorizzata in alcun testo. Ero dunque curioso di leggere un saggio che descrivesse il variare del concetto di tempo nella storia della filosofia per vedere se apparisse una simile idea. Sono allora andato nel Gruppo Filosofia su Anobii e ho chiesto consiglio su cosa leggere. Tra le varie proposte mi è stato suggeritoEssere senza tempo” (2010) di Diego Fusaro, un giovanissimo filosofo e saggista italiano (nato a Torino il 15 giugno 1983) con al suo attivo, nonostante l’età, già numerose pubblicazioni.

In effetti, la lettura merita senz’altro e, come mi era stato detto, è ricca di riferimenti e citazioni di pensatori di tutte le epoche. Affronta però il concetto di tempo in maniera diversa da quella che mi interessava esplorare. Si concentra, infatti, sull’accelerazione della Storia e sul suo effetto sulla vita quotidiana, che è la fretta. Tra l’altro Fusaro parla anche di ucronia, ma non lo fa come in letteratura, riferendosi alla narrazione di tempi alternativi, di allostorie, di storie controfattuali che nascono dall’esplorazione dei “se” della Storia. “Ucronico”, mi parrebbe, che per lui (che peraltro cita anche Renouvier, da cui deriva il su citato concetto di ucronia) voglia dire soprattutto “senza tempo” nel senso di mancante del tempo, e non di fuori dal tempo. Definizione semanticamente accettabile, dato che il termine deriva dal greco “ou-cronos”, ovvero “non-tempo” e. forse sarebbe più giusto usarlo nel senso di “privo di tempo” piuttosto che di “tempo alternativo”. Il termine, seppur ancora poco diffuso, mi pare però sia più comunemente usato in quest’ultima accezione.

Diego Fusaro

Essere senza tempo” (potremmo tradurre “Vivere ucronicamente”?) è dunque un saggio sullo scorrere del tempo e non sulla sua forma, come avrei sperato, ma non per questo è meno ricco di spunti come l’idea (utile anche per una chiacchiera al bar) che il caffè sia un acceleratore della Storia e del Tempo, in quanto, allungando la veglia e accorciando la notte, ha reso l’uomo più produttivo e più adatto alla Rivoluzione Industriale. Proprio perché riduce il sonno e allontana le tenebre, il caffè diviene bevanda della borghesia emergente e simbolo dell’illuminismo (pensate ai caffè letterari), mentre la nobiltà dilatava i suoi tempi sorseggiando placidamente la cioccolata (non anche il the?) e gli operai abbrutiti dal lavoro fordiano in catena, si ubriacavano di acquavite.

L’opera si presenta organica e strutturata, mi si perdoni quindi se, per darne un’idea cito parti un po’ a caso, ma un altro concetto interessante su cui ho riflettuto è il Secolo breve che Fusaro vedrebbe (ma credo che lo spunto venga da più lontano) racchiuso tra il 1914 e il 1989 e la grande importanza in termini di accelerazione rivestita dalla Rivoluzione Francese. Mi verrebbe allora da pensare che forse dovremmo considerare la modernità (magari chiamandola “epoca rivoluzionaria”) come quel periodo della Storia caratterizzato per la forte presenza di movimenti rivoluzionari e che comincia, appunto, con la Rivoluzione Francese (1789) e si conclude con la caduta del Muro di Berlino (1989), che segna la fine emblematica del sogno della Rivoluzione Russa e che vede al suo interno anche la Rivoluzione Industriale, la Rivoluzione Cinese e quella Informatica e le basi per quella Internet, ma in cui possono anche essere inseriti i fenomeni del Nazismo e del Fascismo, che sebbene non “rivoluzionari” in senso stretto, miravano però a rivoluzionare e trasformare radicalmente la società e il mondo e, persino, le esperienze di Franco in Spagna e di Tito in Jugoslavia, per non parlare del Quarantotto e del Sessantotto. Due secoli precisi di “modernismo” rivoluzionario (non solo sul piano sociale, ma anche tecnologico e organizzativo), caratterizzati da una fortissima accelerazione dalla Storia, seguiti ora da questa fase post-industriale di recessione e regressione e di fine della civiltà occidentale, in via di superamento da parte delle economie asiatiche cinese e indiana, ma anche dalle forze emergenti dell’America Latina.

Inutile dire che le considerazioni, ben documentate, attorno al motto moderno “Mi affretto, dunque sono” si presentano come un momento importante di riflessione sul senso della vita moderna, in cui la fretta, figlia del periodo rivoluzionario e della civiltà industriale, è divenuta condizione di vita costante e insuperabile dell’uomo contemporaneo, continuamente pressato da scadenze e obblighi temporali, che ne scandiscono non solo la vita o l’anno, ma i mesi, i giorni e persino le singole ore. Come non interrogarsi allora sul senso di tutto ciò, considerando anche l’origine storica e sociologica del fenomeno: la necessità di produrre di più e in modo più efficiente, per riversare sui lavoratori-consumatori masse di prodotti che si fanno desiderare ma che per essere acquisiti richiedono sempre maggiori sforzi lavorativi-produttivi e quindi l’immissione di ancora più prodotti e servizi da offrire, in una catene viziosa in cui il risultato è un’accelerazione spasmodica dei ritmi di vita e della fretta che li caratterizza, con la perdita di profondità di cui ha scritto Baricco nel suo saggio “I Barbari”.

Eppure questo non è fenomeno nuovo, come si vede dalle citazioni di Fusaro, quale la seguente, che mostra come alcuni spiriti acuti già coglievano le contraddizioni che sarebbero divenute presto ben più evidenti:

“Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla” (J. W. Goethe, lettera del novembre 1825) 

Il concetto prende forma, del resto, come evidenzia Fusaro già in Kant, Hegel, Marx e caratterizza le politiche di Lenin e Hitler. Oggi, con internet, l’accelerazione della locomotiva del tempo, raggiunge ritmi da deragliamento, con uno scambio informativo istantaneo e globalizzato.

IO SONO UN GATTO FILOSOFO

Io sono un gatto” di Natsume Sōseki è uno dei primi romanzi giapponesi di impostazione occidentale e tra i più ricchi di riferimenti non solo alla cultura locale ma anche a quella europea, inglese in particolare, essendo il padrone del gatto e vero protagonista della storia proprio un insegnante di tale lingua. Fu scritto nel 1905 ma è approdato in Italia oltre un secolo dopo, nel 2006, grazie all’Editore Neri Pozza e da allora sta riscuotendo un discreto e meritato successo postumo.

Si tratta di un’opera di delicata ironia nei confronti della piccola borghesia nipponica all’inizio del XX secolo, qualcosa che sarebbe eccessivo definire satira e che, nonostante, il titolo non è certo una metafora tipo “La fattoria degli animali” di Orwell.

La voce narrante e il punto di vista sono quelli di un gatto e questo dona al romanzo la dovuta delicatezza e la possibilità di mostrare con occhio esterno ma molto ravvicinato le debolezze non solo dei piccoli intellettuali giapponesi ma dell’umanità intera.

Il gatto è estremamente acuto, attento e intelligente e arriva persino a leggere i pensieri del padrone, ma chiaramente quello che interessa a Natsume Sōseki non è certo fare un’analisi del comportamento felino, ma avvalersi di questo particolare punto di vista per sbeffeggiare i suoi simili e per mostrare il proprio concetto di morale e la propria visione filosofica, cui dedica dei piccoli trattati che si inseriscono più volte nella narrazione.

Natsume Sōseki

Se il gatto riesce subito simpatico e vorremmo quasi che la storia proseguisse un po’ come ne “La collina dei conigli” di Adams o nella “Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Sepulveda, con gli animali a fare da veri protagonisti, questo però non interessa all’autore, assai più interessato a descriverci il suo padrone e il piccolo mondo antico che gli ruota attorno. A volte, sebbene sia sempre lui a parlarci, viene quindi da chiedersi: ma dov’è finito il nostro caro gatto?

Alcune parti poi sono un po’ lente, specie quando si vuole mostrare la prolissità e l’indecisione di certi personaggi, ma nel complesso, per quanto già un po’ datata, risulta una lettura piacevole e di sicuro molto interessante per un occidentale che voglia capire qualcosa dell’estremo oriente, di cui davvero sappiamo troppo poco e, certo, un autore “occidentalizzante” come Natsume Sōseki può essere un buon tramite tra noi e loro.

 

 

Bri interpreta Micetta, la gatta tricolore amica del protagonista

Bri interpreta Micetta, la gatta tricolore amica del protagonista

RIFLETTERE SENZA STUDIARE È PERICOLOSO

Massime - Maestro Kong

Confucio – Massime

Mentre in Grecia l’occidente poneva le basi della propria cultura, tra il 451 e il 479 a.c., in Cina, Maestro Kong, da noi noto come Confucio (da Kong fuzi, dove “fuzi” vuol dire appunto “maestro”), sviluppava il proprio pensiero, che sarebbe stato fondamentale per la filosofia orientale.

Il volumetto intitolato “Massime” e curato da Paolo Santangelo per la Newton riunisce una selezione di pensieri tratti da “I Dialoghi” (“Lunyu”).

Sono brevissimi brani, caratterizzati da un linguaggio semplice e diretto, spesso con riferimenti concreti.

Santangelo li ha riuniti per argomento in capitoli:

  • Il progresso morale;
  • Studio ed educazione;
  • Pietà filiale e famiglia;
  • La religiosità laica;
  • Riti e norme tradizionali di condotta;
  • L’impegno politico;
  • Consigli pratici e valutazioni varie.

Confucio non sviluppa una propria teoria organica e articolata, ma fa spesso riferimento al pensiero precedente e sostiene i valori della tradizione (“Gli antichi erano molto cauti nel parlare, perché si sarebbero vergognati se le loro azioni non fossero state all’altezza dei discorsi”), sostiene una vita saggia e morale (“L’uomo superiore è calmo senza essere arrogante; l’uomo dappoco è arrogante senza essere calmo”; “Di uno che non dubita mai sul da farsi, io non so che farmene”), rifiutando gli eccessi (“Eccedere equivale a difettare”), riconoscendo i propri difetti (“non vergognarsi di correggersi dei propri errori”) e impegnandosi per eccellere (“Ma se un uomo a quaranta o cinquanta anni non è riuscito a farsi notare, non merita alcun rispetto”).

Maestro Kong

Confucio (Maestro Kong)

Disprezza le ricchezze (“Se fosse degno correre dietro alle ricchezze, le perseguirei, anche a costo di fare il carrettiere. Ma poiché non ne vale la pena, faccio ciò che mi aggrada”) e sostiene lo studio (“non si vergognava di domandare agli inferiori e ai più giovani”; “Studiare senza riflettere è inutile. Riflettere senza studiare è pericoloso”; “Non è facile trovare uno che studi per tre anni senza pensare di guadagnare uno stipendio”) e la vera saggezza (“Chi non cambia è solo il saggio più elevato o lo sciocco più ignorante”).

Avendo ricoperto cariche politiche, talora si occupa anche di politica (“Quando il paese è ben governato, si può ricevere lo stipendio; quando invece è in disordine badare allo stipendio è vergogna”; “Bisogna agire quando si è in servizio, e sapersi ritirare quando si è messi in disparte”).

A volte si possono cogliere analogie con il pensiero cristiano (“Ripaga l’odio con la rettitudine, e con la benevolenza ricambia la benevolenza”) o con quello greco (“Riconosci di sapere quel che sai e di non sapere quello che non sai. Questa è la sapienza”), ma le differenze rimangono importanti.

Firenze, 24/08/12

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