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LA DISTOPIA IN MARCIA

Risultati immagini per la lunga marcia kingScrivere un romanzo interessante su cento ragazzi che marciano attraverso gli Stati Uniti d’America non sembra impresa facile. Semplificando a tal punto la trama, il romanzo può apparire terribilmente noioso. Anche se aggiungo che questi ragazzi marceranno fino allo sfinimento e fino a che uno solo di loro resterà in piedi, non credo di invogliare molti lettori a prenderlo in mano. Se, però, vi spiego che questi ragazzi non stanno facendo una gara per chi arriva prima, ma per chi sarà l’unico che sopravvivrà, perché chiunque rallenti sotto i 6 chilometri orari sarà ucciso dai soldati, già capirete che la storia si fa più intrigante. Eppure, ugualmente, descrivere la morte di novantanove ragazzi mentre camminano giorno e notte, senza potersi fermare per dormire o per espletare bisogni fisiologici rischia di portare alla stesura di un romanzo terribilmente noioso. Questo non avviene, però, se l’autore si chiama Stephen King ed è un maestro dell’esplorazione dell’animo umano e dei suoi limiti oltre che, qui, dei limiti del corpo.

Con “La lunga marcia”, questo incomparabile maestro riesce a fare il miracolo di trasformare una storia che rischierebbe di essere tragicamente ripetitiva in qualcosa che non lo è affatto. King ingiustamente viene confuso con un autore horror, ma è in realtà soprattutto un esploratore della coscienza e della psiche umana quando viene portata al suo estremo dalla paura o da altre situazioni e questo romanzo, che nulla ha dell’horror, lo dimostra in pieno.

King ci mostra come questa situazione estrema di lotta per la sopravvivenza generi la nascita di sentimenti di solidarietà e amicizia ma anche di La lunga marciaostilità e ci fa vedere come, man mano che il gruppo si restringe e la lotta si fa dura, la solidarietà lascia il posto all’egoismo, un po’ come si vede in altre opere sulla sopravvivenza come “The walking dead”.

Con “La lunga marcia”, inoltre, King ci offre anche un’affascinante distopia, un mondo degradato al punto di trasformare la morte in uno spettacolo e lo sport in morte, anticipando, con questo romanzo del 1979, opere come “Hunger games” (2008) di Collins e “Maze Runner” (2009) di Dashner e, soprattutto, il nostro tempo con i suoi reality e sport estremi, qui fusi assieme, rendendo letale il meno pericoloso degli sport, la marcia.

King con questa distopia ci parla quasi solo dei cento ragazzi in gara (e di un gruppetto in particolare), ma dietro percepiamo un mondo degradato e militarizzato in cui la vita umana ormai vale assai poco e in cui il desiderio di sangue e violenza della popolazione reclama spettacoli circensi sempre più efferati, strumenti di un regime spietato.

Risultati immagini per la lunga marcia kingSe questo romanzo può essere classificato in un genere, infatti, lo è nella distopia e, quindi, nel più ampio genere della fantascienza, ma può certo essere affiancato anche ai libri sulla corsa, la marcia e, magari, l’alpinismo, come “L’arte di correre” di Haruki Murakami o “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe o, come si diceva, può essere considerato una storia di sopravvivenza (genere che spesso ricade nell’ambito della fantascienza, quando l’ambiente, come qui, appare degradato da un evoluzione sociale che ha portato gli esseri umani a ridursi in piccoli manipoli in lotta gli uni con gli altri), come “Memorie di una sopravvissuta” della Lessing, “Gli esiliati di Ragnarok” di Tom Godwin, “La guida steampunk all’apocalisse” di Margaret Killjoy.

Vorrei, infine, aggiungere una nota personale, che mi ha fatto sentire particolarmente vicino a questo libro e ai suoi protagonisti: l’ho letto (come gran parte dei libri da me letti negli ultimi anni) camminando (grazie a quel prodigio della tecnologia che è la funzione TTS dell’e-reader) e questo è stato un po’ come “leggere in 4D”, dato che, nel mio piccolo, provavo comunque le fatiche del camminare. Certo, non penso proprio di poter camminare, senza neanche una pausa per cinque o più giorni e altrettante notti mantenendomi costantemente sopra i sei chilometri orari, in salita come in piano, anche se di norma cammino sopra i sette. Un’impresa davvero fantascientifica!

 

P.S. Stephen King l’ha pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman

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Stephen King, alias Richard Bachman

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LA FALSA FANTASCIENZA DELLA LESSING

Risultati immagini per shikasta doris lessingPenso non sia giusto valutare un autore leggendone un solo libro. Per essere del tutto giusti si dovrebbe leggere tutto ciò che ha pubblicato, ma il tempo è limitato e i libri da leggere sono una quantità sterminata. Al ritmo di 50 l’anno (circa uno la settimana), in 50 anni se ne possono leggere 2500. Pochissimi! Come si può allora dare una seconda possibilità a un autore o un’autrice che di cui abbiamo letto qualcosa che non c’è piaciuto? A volte lo faccio. È persino più facile che legga due volte un autore che non mi è piaciuto di uno che ho apprezzato, perché cerco di capire se mi sono sbagliato nel mio giudizio, se, magari, ho scelto il libro sbagliato. Non riesco a credere che un libro non mi sia piaciuto!

Tornare a leggere tre volte un autore che proprio non funziona è uno sforzo notevole, ma quando mi scontro con grandi firme, autori di classici immortali, di bestseller dal successo planetario, premiati con i massimi riconoscimenti internazionali che al primo colpo non mi sono piaciuti e neppure al secondo, può essere che provi una terza volta. Con Hemingway è andata così. Leggendo “Il vecchio e il mare” ne ho finalmente colto la grandezza. Con Dostojevsky non c’è ancora stato verso di digerirlo.

Di Doris Lessing, premio nobel nel 2007 e scomparsa nel 2013, avevo letto prima “Martha Quest” e poi, da poco, ho letto “Memorie di una sopravvissuta”. Ho già scritto perché questi libri non mi hanno convinto. “Memorie di una sopravvissuta”, però, era solo il primo tentativo di fantascienza di quest’autrice, così ho voluto provare una sua opera più matura e importante. Ho affrontato così “Shikasta”, un testo del 1979, primo volume del ciclo “Canopus in Argos: Archivi”.

Martha Quest” partiva bene ed era persino ben scritto. “Memorie di una sopravvissuta” aveva un’idea che mi piaceva ma era, invece, scritto davvero male. Entrambi, inoltre, mi sono parsi superficiali, soprattutto considerando il riconoscimento ottenuto dalla Lessing.

Anche “Shikasta” parte con un buon respiro. Credo che i “creatori di mondi” siano tra gli autori quelli più fantasiosi e geniali e quello che stavo cominciando a leggere era la storia di un mondo inventato: ottimo!

Solo che presto la Lessing si perde in una totale astrattezza. Recupera quando, con una sorta di mini antologia di racconti, presenta alcuni Risultati immagini per shikasta doris lessingpersonaggi, denominato semplicemente Individuo 1, Individuo 2 e così via. Ci troviamo finalmente con storie che parlano di esseri viventi e non di grandi masse indistinte di popolazione (nulla contro questo genere di descrizione, se fatto bene, ma la qualità qui è ben scarsa). Se questi Individui avessero avuto un nome e una vera collocazione spazio-temporale, forse avremmo potuto cogliere qualche barlume della loro anima, ma questa evidentemente non era l’intenzione della Lessing. Il testo è scritto come una sorta di rapporto di un osservatore alieno al suo governo e quindi la scarsa “individualità” di questi Individui ha persino un senso! Quanto meno, qui non ci sono le ripetizioni di aggettivi che tanto mi hanno infastidito nella precedente lettura.

Ho trovato, però, spiazzante trovarmi proiettato all’improvviso dentro queste storie così terrestri. Che fine avevano fatto i Giganti e gli alieni di cui la voce narrante aveva dissertato fino a poco prima. Come mai eravamo stati scagliati sulla Terra, a seguire le vicende di un ragazzo rivoluzionario di sinistra, di una simpatizzante del terrorismo e simili vicende? No. Non siamo sulla Terra, ma sul pianeta Shikasta. Ah sì? E le astronavi dove sono finite? D’un tratto si ha la sensazione di essere in Europa o in America nel 1970. Poi la storia riprende parlando di conflitti tra nord e sud, bianchi e neri, di storie di colonizzazione e di missionari, di persecuzioni di ebrei e si parla persino di Mediterraneo e di Germania, oltre che di Lande del Nord Ovest e altre simili denominazioni di fantasia. Ebrei e Germania?

Ok, allora forse Shikasta è solo la Terra come la vedono gli alieni. Va bene. Ci può stare. Ma perché venirci a raccontare di un mondo identico in tutto e per tutto al nostro, solo cambiandogli il nome e mantenendosi sul vago. Infatti, poi, i dettagli aumentano e scopriamo che Shikasta è proprio lei, la nostra cara vecchia Terra, il terzultimo pianeta prima del Sole! Incontriamo ancora brevi storie di altri Individui (qui definiti in un altro modo).

I personaggi sono, però, ancora meteore inconsistenti che ci sfrecciano alte sopra la testa e che non riusciamo ad afferrare (si salvano solo la brevissima scena della ragazza ricca che vive in una sorta di comune e dorme davanti alla porta del suo ex, che ora dorme con un’altra, e più avanti il racconto del “gatto padre” che alleva i cuccioli di una micia ritardata, anche se non è chiaro cosa c’entri una storia così di dettaglio e delicata in questo affresco interplanetario), l’assenza di veri riferimenti geografici e storici in tutta la prima parte dell’opera, nonostante il parlare di continenti noti e di Prima e Seconda Guerra Mondiale e di colonialismo e di sfruttamento dei poveri e delle donne, rende tutto evanescente e avvolto in una nebbia troppo densa.

Risultati immagini per shikasta doris lessingMentre sono a metà della lettura, mi chiedo ripetutamente che senso abbia questo trucco meschino di mascherare da fantascienza una storia del mondo che non è neppure narrativa ma solo un tentativo di raccontare a ruota libera cose ben note, senza aggiunger loro un bel nulla, ma anzi togliendogli proprio la parte più importante, la personalizzazione e l’anima. I nomi sono importanti. Senza nomi siamo solo Individui. Forse è questo il messaggio. Forse il senso di questa storia, penso leggendo, è dirci: guardatevi, non siete nessuno, il vostro mondo è uguale a migliaia di altri, uno dei tanti studiato da una razza aliena che vi vede come formiche da laboratorio o forse meno.

Concetto apprezzabile, risultato modesto. Prima di capire che Shikasta è proprio la Terra, mi sono più volte chiesto se per fare questo fosse necessaria la finzione di Shikasta? Non bastava lo sguardo esteriore di qualche osservatore esterno, alieno o meno? Doveva creare un pianeta gemello del nostro? Poi, scopro che è questo che la Lessing sta facendo (o provando maldestramente a fare): quello che leggiamo è il rapporto di un alieno, Johor, che parla di noi, ma nel frattempo la lettura mi irrita e penso: Se crei mondi, porco cane, crea! Se vuoi fare metafore, falle. Che senso ha farmi vedere “Individui” identici a noi? Che senso ha parlare di conflitti razziali tra una razza dalla pelle bianca e una dalla pelle nera, se quello che fanno è ciò che sta scritto nei libri di storia. Qual è il contributo di questo libro al nostro divertimento? Qual è il suo contributo a una miglior conoscenza del nostro mondo? In cosa ci offre una visione diversa delle cose? Vuoi far osservare la terra e gli uomini da uno sguardo alieno? Splendido, ma questo sguardo deve essere diverso dal nostro, altrimenti l’esercizio è inutile e gli spettatori si annoiano.

Sto ancora pensando così quando le pagine del libro si aprono su tre nuovi personaggi, totalmente umani e reali, tre ragazzini, una sorella e due fratelli gemelli eterozigoti. Hanno persino dei nomi! George, Benjamin e Rachel. Vivono in nord Africa. La Lessing ci parla della loro infanzia e giovinezza mostrando la difficoltà dei loro rapporti reciproci. È una storia vera e piena. Un buon numero di pagine che da sole sarebbero state un bel racconto degno di apprezzamento. Posso immaginare anche una certa dose di autobiografia in questa famiglia inglese che vive in Africa, come è stato per l’autrice. Poi i tre ragazzini crescono, cominciano a fare delle attività nel sociale e la storia diventa più noiosa. M’illudo però che la direzione del romanzo ormai sia questa e pur non avendo della buona fantascienza si possa almeno leggere della buona letteratura, ma riecco i mondi alieni e una serie di chiacchiere vaghe.

La scena poi si sposta su una sorta di convegno-processo internazionale ambientato in un vecchio teatro greco. Un luogo in cui popoli diversi della Terra-Shikasta si confrontano e accusano e autoaccusano per tutte le nefandezze che l’uomo ha compiuto nella storia contro altri uomini. Il punto di vista si mantiene ancora troppo alto e distante dalla scena. Scorgiamo solo formiche.

Poi si torna a parlare dei mondi alieni di Sirio, dell’Impero galattico di Canopus, del malefico pianeta Shammat dell’Impero di Puttiora.

Scopriamo così, in poche righe che avrebbero meritato ben altro approfondimento, che Shammat e Puttiora si nutrono degli effluvi della violenza umana, un po’ come gli antichi Dei si nutrivano dei fumi dei sacrifici. I due Imperi si fronteggiano sopra le nostre teste e noi non ce ne accorgiamo! È questo il motivo della violenza su Shikasta? Forse bisognerebbe leggere gli altri volumi della serie per capirlo meglio.

Fino a qui di fantascienza vera però ce n’è ben poca, anche perché questi influssi del buon impero di Canopus e del malvagio impero di Puttiora non hanno effetti diretti e immediati sulla Terra… pardon, Shikasta.

Poi ecco la Terza Guerra Mondiale. Beh, questo è certo un evento immaginario, ma un conflitto di tale portata scivola via che neanche ce ne accorgiamo e siamo già in un mondo post-apocalittico. Comunità umane cercano di ricostruire la civiltà. Parrebbe vera fantascienza, ma aver scelto come stile il rapporto, anziché il romanzo rende vaga anche questa parte. Ritroviamo George. Il fratello e la sorella sono morti e lui è proprio lui? Sembra piuttosto che sia una sorta di reincarnazione dell’inviato di Canopus, Johor.

E siamo finalmente alla fine, tirando un sospiro di sollievo, perché è stata davvero una lettura faticosa e travagliata e di rado piacevole.

Continuare con i prossimi volumi? Penso che, almeno per ora, non lo farò, anche se mi è capitato di non amare troppo il primo volume di un ciclo e poi apprezzare molto l’intera serie. Parlo per esempio de “L’ultimo cavaliere”, primo volume della “Torre Nera”. Prima di passare al secondo volume ho impiegato qualche anno, ma per fortuna l’ho fatto. In quel caso però l’autore era il grande Stephen King, uno dei migliori autori di sempre e forse il miglior autore vivente. Altri suoi libri mi erano piaciuti e dargli credito mi è stato più facile. La Lessing l’ho letta tre volte e ha perso tutte e tre le volte.

Se uno perde tre a zero, dubito che in una nuova partita possa fare molto di meglio!Risultati immagini per terza guerra mondiale

 

Riassumendo:

  • Nonostante alcuni aspetti fantascientifici, non oserei definirla fantascienza. La Lessing ha definito questo ciclo Space Opera, ma anche questo genere è altra cosa. Chiedetelo a Dan Simmons.
  • Ci sono alcune parti pregevoli, ma sono sommerse tra altre piuttosto noiose.
  • È un’opera confusionaria e discontinua che alterna parti tra loro troppo diverse per riuscire a stare assieme;
  • La scelta della forma del “rapporto” non è rispettata per molte pagine, ma, quando lo è, dà alla narrazione una freddezza e astrattezza che potranno anche essere volute, ma non avvicinano il libro al lettore.
  • Si tratta del primo volume di una serie. Per inquadrarlo correttamente andrebbe letta per intero, cosa che questo primo libro non mi induce a fare.

LA CULTURA DELLA CONDIVISIONE

Risultati immagini per l'impero di azad iain banksVi è mai capitato di voler interrompere la lettura di un libro? Per me abbandonarne uno a metà è peggio che lasciare un cane sull’autostrada, eppure da quando ci sono gli e-book mi ero detto che dovevo convincermi a questa pratica barbara (abbandonare i libri, non certo i cani!). Una cosa era lasciare a metà un costoso volume cartaceo, altra cosa, mi sembrava, era lasciare a metà un “etereo” file. Ho migliaia di libri da leggere e mi fa un po’ rabbia perder tempo su qualcosa che non merita. Da quando mi sono dato questo crudele proposito, però, rarissimamente mi è riuscito di metterlo in atto. Ogni libro merita di essere letto (o scritto). Ogni libro può darci qualcosa, se non altro far capire come non si scrive un libro.

Se in tutta la mia vita di lettore di cartacei, ricordo di aver fatto abortire solo la lettura di Mistres Branican di Jules Verne (ero a quelle che allora si chiamavano elementari), da quando mi sono ripromesso di praticare l’aborto degli e-book, l’ho esercitato solo con “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. E stiamo parlando, di uno che legge almeno una cinquantina di libri all’anno (ai tempi dell’infanzia non li contavo, ma ero oltre i cento)!

Questo per far capire quanto mi ripugni il gesto. Eppure leggendo le prime cento pagine de “L’Impero di Azad” (“The player of Games” – 1988) di Iain M. Banks, più volte sono stato tentato di dire “basta, lo mollo qui”.

La mia repulsione per l’aborto letterario è stata questa volta ampiamente ricompensata: tanto mi avevano annoiato le prime cento pagine, tanto mi hanno coinvolto e appassionato quelle successive.

Il romanzo l’avevo scelto seguendo i consigli di lettura di Mark Zuckerberg (il fondatore di Facebook). Sebbene il personaggio sia importante, non ha molto a che fare con la letteratura o la saggistica, ma i titoli suggeriti erano tutti interessanti e me ne sono procurato alcuni. Tra questi c’era “Rational ritual”, che ho letto qualche tempo fa e che non mi aveva entusiasmato particolarmente. Leggendo dunque le prime pagine de “L’Impero di Azad”, mi dicevo: “ma cosa segui a fare i consigli di uno che di libri non ne sa nulla?” Per fortuna che l’ho fatto, perché la storia è, nel complesso, interessante e avvincente.

Iain M. Banks

La prima parte (da bruciare) ci mostra una galassia popolata da umanoidi che vivono secondo le regole della cosiddetta Cultura. Gente che vive in pace, non ha più bisogno di leggi, non si serve di denaro e passa il tempo a fare giochi di società. Uno dei migliori giocatori, viene reclutato per andare a giocare una strana partita in un Impero interstellare ai confini dei mondi della Cultura. Da questo punto si cambia del tutto ritmo e il romanzo decolla. Sarebbe bastato cancellare o ridurre a 5-10 pagine le cento precedenti per farne un gran libro!

L’Impero è una struttura gerarchica, militarizzata e piena di regole, che decide le carriere e la politica mediante un gioco detto Azad, termine dai molteplici significati. In base al piazzamento nel gioco, viene deciso il ruolo sociale di ciascuno e persino la carica di Imperatore, che, ovviamente, è il giocatore migliore.

I dettagli del gioco non vengono esplicitati nel romanzo, ma se ne comprende abbastanza da venirne coinvolti. Piuttosto sviluppata è anche la caratterizzazione dei due popoli, quello della Cultura che cambia sesso come si cambia vestito, quello dell’Impero, diviso in tre sessi, con ruoli sociali ben diversi tra loro. Completamente diversa è la visione delle cose per la Cultura e l’Impero.

Posso immaginare che ciò che può aver incuriosito l’inventore di Facebook sia il fatto che la Cultura si basa sul libero scambio delle conoscenze, sulla collaborazione e la condivisione, vero spirito di internet, in contrapposizione al mondo delle accademie, della cultura chiusa e autorefenziale. Nell’Impero i migliori giocatori sono quelli che hanno frequentato scuole speciali, accessibili solo a élite del terzo sesso, gli apici.

Mi è piaciuta anche l’ambientazione dell’ultima partita, sul Pianeta di Fuoco: un mondo con un forte rigonfiamento equatoriale, per cui ci sono due grandi oceani, non comunicanti, uno a nord e uno a sud. Ipotesi assai plausibile, che porterebbe creare due ecosistemi marini paralleli ma diversissimi: un esperimento evolutivo affascinante. Un po’ meno plausibile è l’idea che l’anello di terraferma sia percorso da un’onda di fuoco che, perennemente fa il giro dell’equatore, permettendo a piante e animali di risorgere ogni volta dalle ceneri. Un mondo di fenici! Altro interessante adattamento evolutivo.

Strano romanzo di fantascienza sociologica, insomma, in qualche modo imparentato con “Hunger games”, se non altro per la centralità del gioco nella vita sociale, e ricco di riflessioni sociologiche ed evolutive. Peccato solo che l’onda di fuoco non sia riuscita a bruciare le prime pagine!

 

E ora?

Ora cercherò di leggere qualcun altro dei libri suggeriti da Mark Zuckerberg:

1) Ibn Khaldun, La Muqaddimah

2) Yuval Noah Harari, Sapiens

3) Michelle Alexander, Il nuovo Jim Crow

4) Moisés Naìm, La fine del potere

5) Ed Catmull, Creatività, Inc

6) Steven Pinker, The better angels of our nature

7) Eula Biss, Sull’immunità

8) Iain M. Banks, L’Impero di Azad

9) Sudhir Venkatesh, Leader di una gang per un giorno

10) Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche

11) Peter Huber, Orwell’s Revenge

12) Vaclav Smill, Energy

13) Henry M. Paulson, Dealing with China

14) Michael Suk Young Chwe, Rational Ritual

15) Eula Biss, On immunity

O magari potrei leggere qualche altro romanzo del Ciclo della Cultura di Banks:

 

UN NUMERO DI IF SULLA FANTASCIENZA SOCIOLOGICA

A metà strada tra utopia e distopia, sua una diagonale in un’altra dimensione dell’ucronia, si trova la fantascienza sociologica.

Se l’utopia descrive società migliori, la distopia peggiori e l’ucronia mondi alternativi nati da diversi passati, la fantascienza sociologica, in senso lato riunisce tutti e tre e, in senso stretto, copre gli spazi lasciati vuoti nella piramide polidimensionale delimitate dagli altri generi.

In senso stretto, tende a essere meno fortemente connotata di utopia e distopia, pur offrendo descrizioni suggestive e affascinanti di mondi alternativi.

Il numero 12 di IF (“Fantascienza sociologica”), trattandone, non può che affrontarne i limiti. Vi leggiamo quindi gli articoli di Gramantieri sull’Utopia americana, di Roberta Amato sulla tradizione apocalittica di Doris Lessing, di Stefano Manferlotti sulle distopie di Wells e Saramago con i loro affascinantissimi mondi di ciechi.

SF Sociologica senza aggettivi sono quella di Asimov, creatore di una Storia intergalattica plurisecolare, descritta da Gian Filippo Pizzo, e di Ballard (ne parlano Carlo Bordoni, curatore della rivista, e Bruna Mancini).

Un po’ fuori tema è il pur interessante articolo di Giuseppe Lippi sul genio italico di Buzzati.

Ben due articoli (di Gianfranco De Turris e Claudio Asciuti) sono dedicati a Lo Hobbit di Tolkien, il grande creatore di mondi e leggende, di cui è uscita in questi mesi la versione cinematografica.

Dalla lettura di questo numero della rivista, traggo lo spunto per due prossime letture: “Oltre Apollo” di Barry Malzberg (lettura invogliatami dall’articolo di Gramantieri) e “Nina dei Lupi” di Alessandro Bertante (incuriosito dalla recensione di Giuseppe Panella).

 

Firenze, 15/07/2013

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