Posts Tagged ‘famiglia’

LA SAGA DEI FIGLI DEL PADRE ASSENTE

Risultati immagini per i fratelli michelangelo vanni santoniRisale ormai a oltre dieci anni fa la mia prima lettura di qualcosa scritto da Vanni Santoni, conosciuto negli anni gloriosi di anobii, la piattaforma letteraria in cui ho conosciuto tantissimi autori. Lessi allora due volumi, la raccolta di micro-racconti “Personaggi precari” e “Gli interessi in comune”, la prima edita nel 2007 da RGB Scrittomisto e poi ripubblicata da Voland nel 2017, il secondo edito da Feltrinelli nel 2008 e ora uscito da poco (2019) per Laterza.

Organizzo degli incontri letterari con Barbara Carraresi per conto del GSF Gruppo Scrittori Firenze e cercavamo qualcuno che potesse testimoniare di un percorso da una piccola casa editrice a una grande e ripensai così a Santoni, che dopo Feltrinelli, oltre che a Laterza era anche approdato a Mondadori.

Santoni è stato così protagonista di un interessante serata il 5 Settembre 2019, presso la Laurenziana di Firenze dal titolo “Come pubblicare con un grande editore”.

In seguito, lo abbiamo ospitato ancora per presentare il suo nuovo romanzo familiareI fratelli Michelangelo”, (Mondadori, 2019). È stata così per me occasione per leggere ancora qualcosa di suo.

I fratelli Michelangelo” è opera, con le sue oltre seicento pagine, assai più corposa non solo del veloce libretto “Personaggi precari”, ma anche del romanzo “Gli interessi in comune”. Oserei quasi dire che si tratta di una saga familiare e che per quattro dei cinque fratelli Michelangelo che ne sono protagonisti si sarebbe ben potuto fare un singolo romanzo, magari con un quinto a chiusura, che ne vedesse l’incontro con il padre Antonio Michelangelo.

Ovviamente, non si parla qui di Michelangelo Buonarroti, anche se siamo a Firenze. La storia è contemporanea, o meglio ambientata in un passato ancora recente. Vi si narra di un padre importante e piuttosto famoso, ingegnere, artista e regista, che, ormai anziano, dà appuntamento a Saltino nella località climatica di Vallombrosa (a est di Firenze) a quattro dei suoi cinque figli, avuti da diverse donne.

Ne seguiamo così le vicende di ciascuno, con le loro perplessità sulle motivazioni che possono aver indotto quel padre sempre così assente a richiamarli e a farli incontrare tra loro.

Non ne nasce tanto un’opera corale, quanto, appunto, una serie di romanzi brevi strettamente collegati, in cui, in ogni racconto, un figlio ha la sua centralità e che sembrano voler essere storie sull’assenza del padre ma finiscono per essere più che altro vicende di figli con un padre assente.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

A Firenze e al Valdarno, luoghi che direi tipici della narrativa di Santoni, cui qui si aggiunge quella propaggine della città che è Vallombrosa, si uniscono località assai diverse e le storie si allargano verso altri continenti.

Trovo, in particolare, rilevante il viaggio in India di uno di loro, così diversi da certi pellegrinaggi in quel Paese alla ricerca del sé o di una diversa religiosità o magari di esperienze allucinogene. Dato che “Gli interessi in comune” era praticamente una piccola enciclopedia sulle sostanze stupefacenti, mi sarei aspettato che in una simile occasione Santoni c’avrebbe parlato di droghe e così è stato ma qui non è come nel primo romanzo un narrare di esperienze di stati alterati della mente, ma si parla traffico di droga. Il ragazzo parte con degli amici con le migliori intenzione per impiantare un business in India, le cose vanno male e pensano bene di ripiegare sul traffico di sostanze illegali, ma le cose volgono in fretta al peggio.

Altro figlio, altre ambientazioni ed ecco con Cristiana, la figlia artista, lo spunto per parlare di arte, del difficile mondo dell’arte contemporanea, con la lotta per emergere e farsi vedere, con il quasi disperato tentativo di cercare di inventare qualcosa di originale e non possono non colpire i formicai riempiti di metallo, la borsa fatta con la pelle del proprio gatto, il drone ricoperto dalla pelle di un altro, i materiali messi a disposizione di certe mosche perché ne facciano nidi “artistici”.

Non si tratta di un romanzo d’avventura, ma non manca l’azione qua e là a vivacizzarlo e penso, per esempio, al cinematografico scontro con i ladri.

Del resto, oltre al mondo dello spaccio internazionale, incontriamo anche quello delle arti marziali, praticate ad alti livelli da Rudra, un altro dei figli, che, tanto per dare un po’ di colore sociale è anche omosessuale, con quel che ne consegue in termini familiari, sebbene i genitori si dimostrino al passo con i tempi attuali e tutto sommato discretamente aperti.

E in tutto questo affannarsi per il successo, economico, artistico o sportivo, è forse proprio il padre, che più dei figli sembra essersi dato da fare nel ricercare il successo, persino in campi diversi, a dire verso la fine il vero senso di ogni cosa: “Essere felici a casa è il massimo risultato dell’ambizione, diceva Samuel Johnson, e basterebbe questa frase a misurare la portata dei miei fallimenti…”.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

I figli si interrogano su che cosa abbia da dire loro il padre, se sia morente e abbia qualcosa da rivelare, se ci sia un’eredità da dividere, ma mentre camminano tutti assieme nel bosco di Vallombrosa, verso questa misteriosa meta dove ogni cosa, forse, sarà svelata, cogliamo un’altra riflessione di Antonio Michelangelo, che ci dà, forse, il senso della storia:

Sai, già farsi ascoltare è molto, per un vecchio. È un miracolo, in effetti, un miserabile miracolo, come avrebbe detto Michaux, che un vecchio riesca a farsi ascoltare dai propri figli, a farsi seguire lungo una strada, quale che sia; ma è pur vero, ghigna, che con una messinscena così stramba, ormai che siete qui, vi verrebbe difficile non farlo: anche solo per vedere dove voglio arrivare!”

Johnson, Michaux: ho riportato due frasi e, entrambe, contengono una citazione. Non è un caso, perché Santoni è uno che non solo scrive, ma, come dovrebbe essere sempre, legge anche molto e sembra amare i libri, al punto che questo “I fratelli Michelangelo” è quanto mai ricco di citazioni e rimandi ad altri autori e altre storie.

Non solo Santoni legge, ma, come ha ottimamente dimostrato nell’incontro con la nostra associazione, è uno che la scrittura la insegna (tra l’altro all’importante Scuola Holden) e ne conosce bene i metodi e la tecnica, come anche qui si vede. Insomma, uno che ha storie da raccontare e sa come farlo.

LA DECADENZA GIOVANILE IERI E OGGI

Risultati immagini per L'età della ragione SartreRomanzo scandaloso fu “L’età della ragione” (1945) del premio nobel (1964) Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980), quando uscì nel dopoguerra. Iniziato nel 1939, fu ultimato solo al termine del periodo di internamento del filosofo e scrittore francese in Germania. Non stupisce che all’epoca potesse destar scandalo parlare liberamente di aborti e omosessualità e oggi, che abbiamo visto ben altro, non possiamo rileggerlo senza calarlo nella realtà storica in cui nasce. Letti oggi questi giovani un po’ sbalestrati sembrerebbero anche troppo entrati nell’età della ragione, che Sartre ci mostra come ancora lontana. I tempi dell’adolescenza, infatti, in questo inizio di XXI secolo paiono essersi dilatati per decenni e giovani quarantenni che non si assumono ancora alcuna responsabilità familiare non ci stupiscono per nulla, figuriamoci i ragazzini di Sartre.

Del resto, credo sia proprio qui la grandezza di Sartre: nell’aver saputo anticipare la nostra decadenza sociale e il disincanto giovanile. Se oggi quanto scrive ci pare normale e persino “borghese” è anche perché tanta letteratura Risultati immagini per L'età della ragione Sartresuccessiva si è già abbeverata alla sua fonte. Chiamate questa decadenza “esistenzialismo” se preferite. Affermazioni come «Chi sono? Che ne ho fatto della mia vita?» quando ci paiono oggi consuete!

Da ragazzo avevo molto amato “La nausea” e ora dovrei rileggerlo. Alla fine dell’anno scorso ho ripreso in mano questo autore per leggere la sua silloge di racconti “Il muro”, che ho apprezzato per la profondità descrittiva di piccole abiezioni del carattere e del comportamento.

Se questo, era vero in un gruppo di racconti, lo è altrettanto in questo romanzo, anche se forse la dilatazione della narrazione fa percepire maggiormente l’assenza di una trama articolata che sorregga dei personaggi pur così ben caratterizzati. Certo la trama principale, facilmente riassumibile, è arricchita da alcuni episodi collegati, ma non trovo quell’equilibrio che sempre ricerco nei romanzi tra ambientazione, personaggi e trama.

Ma queste sono solo riflessioni di un lettore distratto e, forse, un po’… annoiato. Se volete una vera recensione sul senso e il significato dell’opera e del pensiero di Sartre, cercate altrove.

AMORI, ABBANDONI E FURTI NELLA FIRENZE CHE FU

Risultati immagini per alberto pestelli

Alberto Pestelli

Dopo aver letto le due trilogie “pestelliane” “Un etrusco tra i nuraghesVol. I e Vol. II, i racconti di “Ucronie per il terzo millennio” e quelli de “Il volo dello struffello”, affronto ora il primo “romanzo integrale” di Alberto Pestelli, che abbandonato, al meno per un po’, il personaggio del maresciallo maggiore Cosimo Fantini, ci trascina con “Gli addormentatori di via del Cocomero” in una Firenze di metà XIX secolo, con un racconto che, come sua consuetudine, mescola vicende familiari e qualche facile mistero, di cui s’immagina facilmente il colpevole e forse persino l’epilogo, quasi che la trama gialla serva più che altro come spunto per narrare le vicende, in questo caso, di un orfano, un “gittatello” abbandonato nella ruota dello Spedale degli Innocenti, che crescerà per diventare (come l’autore) uno “speziale”, ovvero un farmacista e andrà alla ricerca della sua famiglia perduta, sperimentando, nel frattempo i primi amori.Risultati immagini per addormentatori di via del cocomero

Il titolo e la trama fanno riferimento all’antico nome di via Ricasoli e ad alcuni ladri francesi, gli Endormeurs, che erano soliti addormentare le loro vittime con potenti sonniferi a base di stramonio, la cui opera è qui trasposta in ambito toscano.

L’autore, di professione farmacista, mette qui a frutto le proprie conoscenze dei poteri delle erbe e dei medicinali.

Pestelli in quest’opera, più organica e completa delle precedenti, dimostra una crescente maturità letteraria, cimentandosi con una narrazione di più ampio respiro e con un contesto ambientale più complesso quale quello del romanzo storico, seppur di stretta delimitazione geografica fiorentina, città in cui vive l’autore stesso. Gli giova senz’altro parlare di farmaci di cui è esperto, dando concretezza all’intreccio.

LE QUESTIONI IN SOSPESO DI CLELIA

Image result for la lista di cleliaQuando Anna Crisci presentò il suo romanzo “La lista di Clelia” (edito dalla giovane e molto attiva casa Porto Seguro Editore) disse, se non ricordo male, che un giorno aveva trovato una lista che, mi pare, riportava il nome di una certa Clelia. Da lì pensò di scrivere questo romanzo. Non so perché, ma, sentendo la vicenda in questo modo, mi ero immaginato che la lista in questione fosse una lista della spesa e che quindi questo romanzo potesse essere qualcosa dalle parti di “I love shopping” di Sophie Kinsella. “La lista di Clelia” che troviamo in queste pagine, invece, è tutt’altra cosa. Clelia è una donna divorziata da un paio d’anni, con un rapporto difficile sia con la figlia adolescente, sia con la madre e, a un certo punto, decide di mettere ordine nella propria vita. A tal fine scrive la sua lista di cose da fare, non certo di prodotti da comprare.

Spero di non spoilerare troppo riportando qui l’elenco:

1 – Prenditi cura degli affetti

2 – Accetta le colpe e gioisci dei meriti

3 – Vivi il presente

4 – Non lasciare niente in sospeso”.

Non saprei se siano davvero le cose su cui puntare nella vita, ma sono comunque un buono spunto, soprattutto se uno si trova, come Clelia soffocata tra una figlia ribelle, che si è alleata con la nonna (e propria madre), e quest’ultima, tormentata dalla superficialità delle amicizie, con una casa piena di cassetti “dove abbiamo lasciato morire i nostri sogni”.

A tormentarla è, soprattutto, il rapporto con la figlia Sofia, verso la quale riversa quasi tutto il proprio amore, “perché i figli, soprattutto, sono dei giudici severi”. “I figli sanno far male e noi genitori rimaniamo disarmati, mentre il nostro primo pensiero è non ferirli altrettanto profondamente”. Del resto “non esiste genitore che non abbia sbagliato qualcosa”.

Ma anche il rapporto con i genitori è difficile e Clelia dice “Mi ritrovo a conoscere mia madre oggi, a quarantun anni compiuti. Una donna con una vita parallela e una personalità doppia”.

Image result for Anna Crisci

Anna Crisci

A farla cambiare è un incidente in auto che continua ossessivamente a rivivere nei propri sogni. Ma questo non è solo la molla che la mette di fronte alla morte e la induce a rivalutare la vita. Questo incidente è la chiave, di cui all’inizio non ci si rende bene conto, per una svolta, che fa di questo romanzo qualcosa di più delle semplici riflessioni di una donna in crisi. Non voglio anticipare questo rivolgimento, per non togliere il gusto della lettura a chi ancora la deve affrontare, ma vorrei solo dire che grazie a esso la storia si arricchisce, spostandosi su un altro piano di sensazioni e di genere letterario e, direi, di qualità complessiva. Non ho potuto allora che pensare a uno splendido film di Giuseppe Tornatore che si muove secondo schemi simili. Se questo per voi è già un indizio non proseguite nella lettura di questo commento, perché non posso non citare la somiglianza di atmosfere con quella storia del 1994, con Gèrard Depardieu e Roman Polanski. Ho pensato, insomma, a “Una pura formalità”. Ne “La lista di Clelia” non c’è nessuna stazione di polizia, ma la misteriosa Mikaela ha un ruolo che somiglia molto a quello interpretato da Roman Polanski.

Insomma, un bel finale, che dà brio a un romanzo piacevole e ben scritto.

Carlo Menzinger con “La Lista di Clelia” di Anna Crisci

 

LA CINA E IL TRAUMA DEL PROGRESSO – IL XX SECOLO VISTO DAL MIGLIOR PREMIO NOBEL DEL XXI SECOLO.

 

Tra tutti i vincitori di un premio Nobel nel corso di questo millennio, forse quello che sto apprezzando maggiormente è il cinese Mo Yan, vincitore nel 2012.

Di sicuro lo considero molto al di sopra di Doris Lessing, Orhan Pamuk, Alice Munro, Patrick Modiano o persino della recentemente premiata Svetlana Aleksievic. Tra i nobel di questo secolo il solo che potrebbe confrontarsi con un Mo Yan è forse Mario Vargas Losas, ma anche il peruviano è di sicuro inferiore al cinese.

Di Mo Yan, sinora, ho letto “Il supplizio del legno di sandalo” (2001), “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti” (1986) e, ora, “Grande seno, fianchi larghi” (1996), cui, se devo attribuire un difetto, direi che, con le sue oltre 900 pagine è davvero lungo, ma, per come scorre e per quanto è ricco, non sarebbe giusto dire che sia troppo lungo. Solo un grande autore poteva creare un’opera così monumentale senza annoiare e restando sempre diretto, chiaro, leggibile e coinvolgente.

Essere leggibile e coinvolgente è la maggior dote di un autore. Per una volta è un pregio che appartiene a un nobel. Anche questo rende Mo Yan superiore agli altri.

Ne ho apprezzato, soprattutto, la vivacità descrittiva, l’abbondanza di immagini vivide ed efficaci, la ricchezza delle storie che si dipanano attorno alla trama principale, che altro non è se non la vita del protagonista, che attraversa gran parte del XX secolo, mostrandoci l’evoluzione della Cina, dal periodo pre-rivoluzionario a quello contemporaneo. Eccezionali sono anche molti dei personaggi, dal protagonista ad alcuni minori, come i fratelli muti. Ottima l’idea di chiamare spesso le sorelle con un numero ordinale. Ci parla, infatti, di una Sorella Maggiore, una Seconda Sorella, una Terza Sorella e così via. Trattandosi di nomi cinesi si sarebbe, infatti, fatto fatica a riconoscerle l’una dall’altra, ma forse sarebbe stato complesso, anche conoscendo la lingua, dato che ciascuna delle prime sette sorelle ha nomi che si somigliano per significato, dato che se una si chiama con una parola che vuol dire “aspettare il fratellino”, un’altra “evocare il fratellino”, un’altra “ottenere il fratellino” e altre simili varianti[1].

Ogni sorella apporta alla trama la propria vicenda, il proprio matrimonio con personaggi pittoreschi ma realistici.

La Storia, quella ufficiale, quella dei grandi nomi e grandi eventi, rimane in secondo piano, ma vediamo l’evolversi del mondo e della Cina attraverso le vicende di una regione (quella di Gaomi in cui è nato lo stesso Mo Yan), della famiglia Shangguan e, in particolare, del nono figlio, Jingtong, il più inatteso e vezzeggiato ma anche il più inetto dell’enorme progenie della vedova Shangguan Lu. Si passa così dalle invasioni tedesche e giapponesi all’avvento del comunismo e alla sua trasformazione. Si vede la Cina trasformarsi da impero feudale in potenza industriale, ma sempre sullo sfondo delle vicende di questo personaggio, che vediamo nascere, primo maschio tanto atteso, dopo ben sette sorelle, più un’ottava, sua gemella.

Mo Yan (in cinese: 莫言S, Mò YánP), pseudonimo di Guan Moye (管謨業T, 管谟业S, Guǎn MóyèP; Gaomi, 17 febbraio 1955) è uno scrittore e saggista cinese. È considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 2012.

Assistiamo alle peripezie di sua madre (rimasta vedova subito dopo la sua nascita) per allevare così tanti bambini, cui presto si aggiungeranno anche i nipoti. Assistiamo ai matrimoni delle sorelle con i personaggi più disparati, ognuno di diversa appartenenza politica, così da permettere alla famiglia di cadere e risorgere più volte, al diverso soffiare della politica e della Storia.

Scopriremo poi come il presunto padre di una simile progenie fosse in realtà sterile e come la madre, per accontentare marito e suocera, sia andata a ricercare di volta in volta un nuovo padre nella speranza di generare alfine il tanto atteso maschio.

Ne viene fuori una carrellata di personaggi che, nell’insieme sembrano mostrarci le molteplici facce della Cina.

Se l’abbondanza di donne potrebbe far pensare a un’opera al femminile, tra tutti spicca per la sua particolarità il protagonista Jingtong, prima per il suo rifiuto di abbandonare il seno materno e accettare, persino da grande, altro cibo che non sia il latte, prima materno e poi caprino, poi per il lasciarsi andare alla sua malata passione per i seni, divenendo, grazie all’aiuto di un nipote, proprietario di un negozio e poi di una fabbrica di reggiseni. Attraverso di lui, Mo Yan ci lascia una singolare ode al seno femminile e al suo potere evocatore.

Mo Yan dunque ha l’abilità di dipingere una grande saga familiare dal sapore ottocentesco e con un numero di pagine non meno ottocentesco, ma con un piglio narrativo così visivo e intenso da ricordare piuttosto il cinema contemporaneo. La capacità che più colpisce è quella di sommergere il lettore con immagini dettagliate e vivaci, senza per questo essere superflue per la trama, ma costituendone anzi la sostanza.

Se “Il supplizio del legno di sandalo” era certo più crudo e violento, anche qui proviamo sensazioni forti, accanto ad altre poetiche e non manca qualche tocco magico, sebbene non si possa dire di essere dalle parti del soprannaturale, poiché la magia che ci offre questo poeta (tale è spesso Mo Yan, sebbene scriva in prosa) è quella del quotidiano e delle superstizioni popolari ed è tutta nelle menti dei personaggi.

Come ne “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti”, anche qui Mo Yan ci parla della difficoltà di un popolo di contadini che si è visto proiettato nel giro di meno di un secolo dal medioevo nell’età moderna. La violenza che troviamo nelle sue opere nasce da qui, dal dolore di questo popolo plurimillenario e dal suo dolore per questa crescita inumana. La magia che ci regala è quella antica, quella dell’anima e della Storia, che il progresso sta violentando e uccidendo.

Non oserei dire che le sue siano opere di denuncia delle contraddizioni del progresso, ma ne sono certo una delle più eccelse testimonianze.

[1]  Aspettare il Fratellino – Laidi
Evocare il Fratellino – Zhaodi
Ottenere il Fratellino – Lingdi
Pensare al Fratellino – Xiangdi
Desiderare il Fratellino – Pandi
Sognare il Fratellino – Niandi
Implorare il Fratellino – Qiundi

GALBRAITH NON È LA ROWLING

Credo che J.K Rowling abbia fatto bene a non mettere il proprio nome su “Il richiamo del cuculo”, pubblicato invece con lo pseudonimo di Roberth Galbraith. Non è infatti un romanzo all’altezza della saga di Harry Potter, autentico capolavoro del fantasy.

Personalmente non amo i gialli e questo ha di sicuro influenzato il mio giudizio, ma l’investigatore privato Cormoran Strike non solo non è capace delle magie dello studente di Hogwarth, ma anche le pagine del romanzo mancano totalmente della “magia letteraria” che ha stregato milioni di lettori, portandoli a divorare e adorare le migliaia di pagine della saga.

Tutte le regole, in letteratura, sono fatte per essere violate, ma quando si violano occorre farlo coscientemente e  con capacità. I grandi autori, in tal modo, spesso ottengono grandi risultati.

Nelle scuole di scrittura insegnano che non bisogna descrivere ma mostrare.

Quando in un romanzo abbiamo un investigatore che ricostruisce la “verità” interrogando i vari “testimoni”, “sospetti” e “attori” della vicenda, inevitabilmente i fatti vengono raccontati e filtrati e non mostrati direttamente. Non leggendo molti gialli, non saprei dire se sia un vizio del genere, ma di certo è qualcosa che mi disturba e mi ha disturbato leggendo il romanzo della Rowling… pardon, di Galbraith.

J.K. Rowling, alisa Robert Galbraith

Inoltre, mi pare che si vada troppo per le lunghe senza che le indagini prendano una direzione precisa, per poi accelerare verso la fine. Mi sarei aspettato che l’autrice avrebbe dirottato i lettori su un paio di ipotesi false, per poi spostarsi alla fine verso la soluzione, ma per quasi tutto il romanzo l’ipotesi più plausibile continua a sembrare quella iniziale, che Strike cerca di confutare, il suicidio della splendida modella di colore Lula Landry.

Ben altra cosa era persino “Il seggio vacante” in cui la Rowling ci offriva il quadro di una provincia inglese e che aveva persino realizzato una struttura di una certa originalità, facendo ruotare la storia attorno a un’assenza.

Certo, anche ne “Il richiamo del cuculo” tutto ruota attorno a un’assenza, quella della scomparsa Lula, ma qui non si nota, perché nelle indagini su un presunto omicidio di norma è così.

Questo è quello che pensavo prima di leggere il finale del romanzo, che, dopo essere rimasti a lungo nel guado degli interrogatori di questo investigatore corpulento e monco, all’improvviso schizza verso la conclusione e la soluzione finale, senza particolari preavvisi. Eppure, come in ogni buon giallo (almeno credo, da “non-lettore-di-gialli”) appena l’autrice svela il mistero, ci scopriamo convinti di aver sempre saputo tutto dall’inizio, anzi già solo leggendo il titolo. Però ,non è così, perché, in effetti, c’è qualcosa di abbastanza sorprendente nel finale, che ovviamente non voglio dire, per non rovinare la lettura. Ed ecco che assaporata la soluzione scopriamo che, in fondo, ci siamo affezionati a questo detective reduce di guerra e alla sua brillante segretaria interinale e che ci dispiace lasciarli andare. Sappiamo che c’è già un secondo volume della serie e che potremmo essere persino tentati di leggerlo.

Eppure speriamo che la Rowling smetta di perder tempo a scrivere gialli e torni a ciò che sa fare davvero: il fantasy. Speriamo che sappia creare presto un nuovo mondo in cui perderci. Di detective, per quanto ben disegnati, non sentiamo alcun bisogno. Tutto sommato mi è quasi dispiaciuto che alla fin fine il romanzo non sia da buttar via. La paura è che la Rowling dedichi ora troppe risorse dietro a Cormoran Strike.

 

SORELLE IN GUERRA

Image result for colpire al cuore Valeria MarzoliDi Valeria Marzoli Clemente avevo già letto il giallo “Delitto perfetto” e la fiaba “Scricchiolino”.

Con il breve romanzo “Colpire al cuore” ci offre un leggero affresco di vita familiare, con una protagonista che si chiama come la figlia dell’autrice (che ha realizzato i disegni del volume), facendo sospettare una forte componente autobiografica. È un racconto sull’adolescenza e sui difficili rapporti familiari e, in particolare, sui conflitti tra due sorelle. La storia si snoda tra feste e recite scolastiche. Sarà la difficile prova teatrale della sorella Claudia ad acuire prima il dissidio con la protagonista Flavia e poi a essere occasione di riconciliazione.

La giovane Claudia, dapprima orgogliosa del proprio ruolo di prima attrice nella recita, si troverà, dopo una bella prova generale, a fallire la prima, restando ammutolita. Avrà però una seconda occasione. Sarà il percorso verso la seconda prova a farle riscoprire l’amicizia della sorella Flavia e la stima del professore, in un percorso di crescita e maturazione tipico della sua età.

Con queste semplici pagine sembra che l’autrice voglia lanciare un messaggio di fiducia in se stessi e nei propri familiari a tutti gli adolescenti.

Invito che forse l’autrice rivolge anche a se stessa e a tutti i lettori.

Firenze, 30/09/2013

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: