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LA SPINTA DELL’EVOLUZIONE

Risultati immagini per evoluzione creatriceCi sono libri la cui lettura lascia un segno dentro di noi. Credo che potrò ricordare tra questi “Evoluzione creatrice”.

Del resto, a quanto ci racconta wikipedia “la filosofia di Henri Bergson incise profondamente nella cultura del Novecento: ritroviamo elementi del suo pensiero nella filosofia di Michel Serres, Emmanuel Levinas, Gilles Deleuze, nella storiografia di Fernand Braudel, nella letteratura di Marcel Proust, nella epistemologia di Jacques Monod”. Perché allora non dovrei sentirmene, d’ora in poi, influenzato anche io, per quanto poco possa aver colto del suo pensiero? Di sicuro la lettura mi ha stimolato numerose riflessioni che in parte vorrei cercare di riportare qui.

Evoluzione creatrice” è un saggio di oltre un secolo fa (1907) scritto dal filosofo francese di origini ebraiche, premio nobel per la letteratura nel 1927, Henri-Louis Bergson (Parigi, 18 ottobre 1859 – Parigi, 4 gennaio 1941).

Quest’opera dal titolo che è volutamente un ossimoro, riprende il pensiero darwiniano reinterpretandolo filosoficamente, osservando i processi evolutivi da nuove angolature.

Centrale nel pensiero da cui parte è la distinzione tra tempo oggettivo e tempo soggettivo (in tal caso Bergson parla di “durata”). La “durata” degli eventi è soggettiva in quanto la mente umana ha un’intelligenza fatta per ragionare in un mondo di “solidi”. La nostra percezione della realtà è momentanea. C’è dunque difficile immaginare un processo evolutivo, in quanto questo è rappresentato da un succedersi di stati.

Credo che questo nostro modo di ragionare innato, abbia potuto allenarsi e mutare non solo grazie allo sviluppo di filosofie come quella darwiniana ma dalla nascita di media come il cinematografo e la TV. Un ragionamento “evolutivo” è, infatti, quasi un ragionamento cinematografico, un succedersi di fotogrammi, spesso uno molto simile al precedente. Nel 1907 il cinema era ancora ai suoi inizi e la TV doveva nascere e l’uomo faceva più fatica di oggi a immaginare una realtà progressiva. Certe serie TV, oggi, ancor più dei semplici film (quando non sono stereotipate) ci abituano a un progressivo mutamento dell’ambiente, della vicenda, dei personaggi, penso per esempio a “Lost” o a “The walking dead”, in cui persino chi era “cattivo” diventa “buono” o viceversa, in cui luoghi “sicuri” cessano di esserlo. In questo inizio di millennio siamo più pronti a ragionare in tal senso di quanto certo lo erano gli uomini dell’inizio del XX secolo, che non solo non avevano questi strumenti di “allenamento”, ma neppure avevano visto i drammatici rivolgimenti e le grandi menzogne di due guerre mondiali e una guerra fredda, il succedersi e il crollo delle ideologie. Eppure, più avanti, Bergson dedica un capitolo al cinema e parrebbe confutare questa mia riflessione!  Sebbene l’opera sia del 1907, Bergson usa il raffronto con le immagini cinematografiche, intese come succedersi dei fotogrammi e dice che la realtà non è così.

Sostiene che la scienza sia antecedente all’intelligenza e non un suo prodotto.

Ho appena finito di leggere il romanzo di fantascienza “I mendicanti di Spagna” in cui si immagina un’evoluzione umana accelerata mediante la genetica. La differenza tra una generazione e l’altra, tra i cosiddetti Dormienti (gente come noi), gli Insonni (prima generazione di mutanti) e i Super (nuova generazione di mutanti) era nel modo di ragionare. Negli schemi di ragionamento (i Super ragionano per “stringhe”).

Singolare è che anche Bergson parli di schemi della conoscenza. Per Bergson ragioniamo per “solidi”, la scienza cerca di “isolare” i fenomeni, di descrivere le individualità, divide per comprendere, ma la materia non è isolata. Ogni cosa interagisce con le altre.

Importante è la riflessione di Bergson sul tempo. Il tempo soggettivo (la “durata”) non si può ripetere per vari motivi tra cui il fatto che se ripetiamo una serie di azioni, avendole già compiute siamo diventati diversi, la nostra percezione della realtà è mutata.

Un po’ come i bambini di Riggs ne “La casa per bambini speciale di Miss Peregrine”, imprigionati in eterno nella stessaRisultati immagini per evoluzione creatrice giornata, da cui non possono uscire, che si ripete per sempre, ma che è ogni giorno diversa in qualcosa, perché anche se loro sono sempre bambini, il loro modo di vivere e comportarsi è rimasto da bambini hanno maturato un’esperienza da vecchi.

Nel mondo della materia tutto è connesso. Ogni cosa ha implicazioni in altre. È un artifizio della scienza quello di isolare singoli oggetti o ambienti o situazioni per studiarle e catalogarle.

Finiamo così per considerare anche il tempo come una successione di istanti, in cui un tempo t è preceduto da un tempo t-1, ma per quanto piccolo possa essere t, questo rimane falso (o meglio una semplificazione scientifica) perché anche il tempo è un tutto unico inscindibile, in cui passato, presente e futuro sono fusi. Visione del tempo assai diversa da quella ucronica di alcuni miei romanzi, in cui il tempo è un frattale, ma per me non meno affascinante e stimolante per possibili invenzioni narrative.

Allo stesso modo anche la vita è unitaria e scorre. La materia vitale può essere considerata sia come parte della “materia bruta” (inanimata) sia come parte fondamentale dell’intero universo.

Si può studiare la vita con i criteri del meccanicismo e del finalismo ma nessuno dei due descrive adeguatamente l’evoluzione.

Il meccanicismo si adatta a descrivere fenomeni individuali, non il loro insieme. Gli organismi viventi, invece, vanno visti in modo unitario come parti di un tutto che è la vita.

Risultati immagini per Henri Bergson

Henri Bergson

La visione finalistica non è individuale. Se applichiamo il finalismo all’individuo sbagliamo. Sarebbe come dire che un essere perfetto è così perché il fine dell’evoluzione è di crearlo tale, ma ogni organismo è un insieme di parti e quindi se l’individuo ha una finalità, allora la hanno anche le sue componenti?

All’essere umano ripugna creare nuovi concetti. Cerca di spiegare tutto con le categorie che conosce, un po’ come faceva Platone quando pensava di poter descrivere gli oggetti tramite le idee.

La vita è un unico slancio, anche se ogni specie ha preso sentieri divergenti. Eppure lungo linee evolutive diverse ritroviamo forme e strutture, anche complesse che si sono generate in modo molto simile autonomamente, come gli occhi dei vertebrati e di certi molluschi, occhi nati dopo che le due linee evolutive si erano separate, eppure molto simili nonostante la loro grande complessità.

Se avesse ragione Darwin e le mutazioni avvenissero per piccoli cambiamenti sarebbe troppo strano che certe mutazioni si ripetano in modo simili lungo linee evolutive disgiunte. Evoluzioni per salti sarebbero ancor meno spiegabili, perché, per esempio, un occhio, nello svilupparsi verso forme più complesse, se si mutasse per salti, rischierebbe non espletare più la sua funzione di visione.

Si può allora sospettare che l’ambiente influisca sulle mutazioni non (solo) per selezione negativa, escludendo i meno adatti, ma anche favorendo l’insorgere di date mutazioni?

Risultati immagini per struttura occhio mollusco

Cefalopode

La materia organica sarebbe dunque in grado di adattarsi all’ambiente?

Nella selezione non ci sarebbe una totale indeterminazione come potrebbe far pensare il modello darwiniano della selezione casuale dei caratteri, ma c’è uno “slancio” iniziale della vita che spinge il processo evolutivo in una direzione precisa, così che talora linee evolutive del tutto separate producono risultati simili, perché la tendenza è data dallo “slancio iniziale” (e non solo da un rapporto meccanicistico di cause ed effetti o per un qualche finalismo). Non sono in grado di valutarla scientificamente, ma trovo questa visione affascinante! Immaginare una sorta di big bang della vita, da cui partono tutte le linee evolutive, spinte da un unico slancio che le proietta ciascuna nella propria direzione! Forse non sarà corretta, ma è davvero una splendida descrizione dell’evoluzione! Per giunta mi fa pensare che si avvicini alla mia idea di una legge unica che regoli l’universo materiale e la vita: la possibilità di trovare una teoria unificatrice delle leggi fisiche che accolga al suo interno anche la vita e il suo sviluppo!

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Struttura dell’occhio

Come la vita umana è fatta di infinite scelte, ciascuna delle quali porta a percorsi diversi e a nuove scelte, così la selezione naturale ogni volta sceglie tra sviluppi alternativi, ma mentre la vita umana è una sola e una volta presa quella strada quell’individuo non può prenderne altre, la vita ha a disposizione innumerevoli organismi e mentre alcuni prendono certe strade, altri ne prendono altre, con il risultato che ciò che non realizza un percorso evolutivo, lo realizza un altro, creando il moltiplicarsi delle specie. Buffo, ma ci vedo un po’ la mia visione (fantasiosa) dell’ucronia, in cui abbiamo infiniti universi divergenti in ciascuno dei quali ogni presente o futuro  o passato trovano realizzazione.

La vita ha affrontato la sua sfida con la materia inorganica partendo da forme piccole, che riuscivano a sfuggire alla violenza dei fenomeni della materia inorganica, poi queste forme hanno preso a crescere di dimensioni, ma più gli organismi crescono più tendono a sdoppiarsi, a dividersi. La vita tende a sdoppiarsi. È così che si riproducono gli organismi asessuati. Creando innumerevoli divergenze. L’unità della vita è tutta nello slancio iniziale, che porta in una data direzione.

Aggiungo io che questa direzione pare essere quella della maggior complessità degli organismi e che questa complessità serve a colonizzare ambienti sempre nuovi. Mia idea è che anche lo sviluppo di un’intelligenza capace di prodotti tecnologici serva a questo, ovvero a popolare ambienti inospitali. La nostra civiltà segue questo slancio portandoci verso le stelle, trasformandoci in veicoli per portare la vita oltre la Terra?

Se vi è un’armonia nella natura, se vi è complementarietà tra gli organismi, questo per Bergson non è per un fine ultimo, ma per quello slancio iniziale, per quella spinta che sospinge la vita, come il big bang sospinge le stelle e le galassie ad espandersi e ad allargarsi popolando spazi un tempo vuoti. Non sarà che il fenomeno è lo stesso? Non sarà che in fondo lo slancio della vita era contenuto proprio in quel big bang e che la vita sia implicita nell’espansione dell’universo, mi chiedo io?

Bergson fa notare che la vita è così unitaria che persino la grande divisione tra regni, tra animali, vegetali e funghi è solo una convenzione classificatoria, perché ogni essere vivente ha in sé, potenzialmente, in minor o maggior misura tutti i caratteri che hanno anche gli altri. È solo una questione di proporzioni, dice Bergson. Insomma, gli ingredienti della vita sono sempre quelli, ma le quantità variano e il risultato è quel ricchissimo menù rappresentato da tutte le specie.

Se la distinzione principale tra animali e piante è che le seconde si nutrono di materiali inorganici e le prime di materiali organici (le stesse piante o altri animali che si sono nutriti, direttamente o indirettamente di piante), questa non è vera per tutte le specie e, per giunta, i funghi in questo sono pari agli animali, dato che anche per loro il nutrimento è organico.

Gli esseri viventi sono capaci di movimenti riflessi e volontari. Sono i movimenti volontari a generare la coscienza. L’essere assume coscienza di sé e della propria posizione nello spazio per muoversi di conseguenza.

Associamo spesso al termine “coscienza” significati “morali”: trovo stupendo vederla qui usata come semplice “coscienza della propria posizione nello spazio”. Dunque quando invochiamo la nostra coscienza, in realtà stiamo banalmente dicendo che sappiamo quale sia il nostro posto nello spazio! La cosa mi fa sorridere.

Risultati immagini per evoluzioneLa vita si è divisa tra regno animale e vegetale, dove il primo è caratterizzato per la capacità di muoversi e il secondo per l’immobilità, ma entrambi i regni hanno le due funzioni in nuce. I vegetali traendo nutrimento dal terreno non hanno bisogno di muoversi, mentre gli animali, dovendosi nutrire di vegetali, non essendo in grado di elaborare i minerali, si devono spostare.

Mi chiedo allora quale sia il regno “superiore”? Quello animale che si nutre del vegetale o quello vegetale che è in grado di vivere autonomamente? Ovviamente il concetto di “superiore” in natura è solo una distorsione umana, la stessa che ci porta a considerare l’uomo come essere superiore, in quanto il “migliore” nella classe dei mammiferi, a sua volta, classe superiore tra i vertebrati e così via.

Una nuova grande distinzione evolutiva si crea nel regno animale tra intelligenza e istinto, che sono entrambi espressione della mente ed entrambi presenti in ogni organismo ma, come visto in altri casi, in proporzioni differenti. Ci sono specie che si sono sviluppate privilegiando ora l’una ora l’altra. Non necessariamente uno dei due è maggiormente efficace dal punto di vista evolutivo. Bergson insiste molto sul concetto che la vita è unitaria. Tutti i cammini evolutivi intrapresi sono solo tanti diversi modi per coprire lo spazio, per avere organismi adatti a ogni realtà ambientale.

Bergson tende a distinguere l’intelligenza dall’istinto per la sua capacità di usare o creare strumenti, teoria che mi pare solo parzialmente accettabile.

Se l’intelligenza si avvale di memoria e logica, mi chiedo se l’evoluzione potrebbe privilegiare, in futuro o in altri mondi, lo sviluppo di forme di intelligenza che usano di più l’una o l’altra.

Un’altra riflessione che mi induce l’affermazione di Bergson che l’intelligenza costruisce utilizzando materia organica o inorganica, ma sempre come se fosse inorganica, indifferente alla vita che contiene è se, essendoci sviluppati sinora in tal senso, il prossimo passo verso un’evoluzione dell’uomo non possa essere nell’usare l’intelligenza per manipolare la materia inorganica considerandola tale, ovvero manipolare la vita stessa. Insomma, mi pare che la genetica possa essere non solo la prossima frontiera della scienza, ma anche la prossima frontiera dell’evoluzione umana.Risultati immagini per evoluzione

Bergson poi analizza il linguaggio evidenziando che le parole sono state create per descrivere oggetti materiali e che quindi quando trattano altro lo fanno come se trattassero dei solidi. L’uomo ragiona in termini di geometria tridimensionale.

Bergson evidenzia che l’istinto non è un riflesso ma una sorta di “simpatia” in senso lato, ovvero di corrispondenza o di relazione dell’organismo con l’ambiente.

Quanto alla coscienza, questa opera con intelligenza o con intuito. L’intelligenza funziona per similitudini, per sovrapposizione di oggetti simili, ma la natura non misura, non calcola, non conta. L’intelligenza pretende di misurare, ma non è così che funziona la vita.

La conoscenza mira all’ordine e quindi crea la categoria opposta del disordine, ma ordine e disordine sono entrambe nel pensiero umano, sono costruzioni intellettuali, aliene alla natura.

La materia, come la vita è un tutto unico, sono unitarie e sono nate assieme. Nel big bang che ha generato la materia c’era già l’impulso della vita. Dove c’è materia deve esserci, se non la vita, il suo impulso.

La materia tende all’entropia e la vita compensa questa tendenza (come possiamo non tenerne conto per una teoria unificatrice delle forze della natura?). L’unione di materia e vita creano organizzazione, mentre la complessità è un invenzione dell’intelligenza umana.

Lo sviluppo del sistema nervoso ha portato allo sviluppo simultaneo delle attività volontarie e di quelle automatiche. Negli organismi queste sono presenti in contemporanea e si bilanciano. La strada per lo sviluppo umano, dicono io, potrebbe trovarsi proprio qui, nel trasformare in automatiche certe attività, liberando energie per attività “volontarie”. L’automazione, insomma, dico io, potrebbe favorire nuove capacità nell’uomo.

Sorprende pensare che per Bergson, già oltre un secolo fa fosse chiaro che la vita può nascere ovunque, anche da materie diverse da quelle che ne sono la base sulla terra come il carbonio e l’azoto. Una vita basata su altri elementi e una diversa chimica sarebbe del tutto diversa ma seguirebbe il medesimo impulso. Potremmo trovare vita nei mari di metano di Titano?

Se fosse vero quanto sostiene Bergson sul fatto che la vita nasca assieme alla materia e che possa essere generata da materie e processi diversi, ne dovremmo dedurre che l’universo ne sia colmo.

La vita è una corrente ma non è diretta da alcuna finalità.

La coscienza, composta di intelligenza e intuito, si è realizzata solo nell’uomo. L’intuito comprende la vita, mentre l’intelligenza comprende la materia. Nell’uomo vi è più intelligenza che intuito.

Immaginiamo cose come il disordine e l’assenza ma sono costruzione delle mente umana. Percepiamo disordine dove ci attendiamo un certo tipo di ordine  e non lo troviamo. Immaginiamo un’assenza quando qualcosa non c’è più, ma se qualcosa scompare rimane sempre qualcos’altro, fosse anche l’assenza di quella medesima cosa.

L’assenza non può essere percepita da un’intelligenza istantanea ma solo da chi ha memoria del passato o è capace di prevedere il futuro.

Vedendo il moto come unità lo considera indivisibile in punti caratterizzati da immobilità

Esamina poi l’opera di vari filosofi del passato da Platone e Aristotele fino a quelli più moderni.

La ricerca di una descrizione unitaria dei fenomeni ci porta a qualcosa di simile al pensiero del pensiero in Platone, nel quale ritroviamo l’immobilità che le singole cose non hanno e neppure le loro idee.

La continuità la ritroviamo anche pensando che tra il nulla e la perfezione ci sono tutti i possibili gradi intermedi, anche se la scienza, che mira all’utile, al vantaggio per l’uomo, guarda gli estremi e non quello che sta nel mezzo e quindi tende a vedere il nulla come alternativo alla perfezione. In particolare, la scienza antica mirava ai singoli oggetti, mentre i moderni dividono il tempo all’infinito, usando il tempo come variabile.

Il tempo non è rilevante nelle opere di ricostruzione (come un puzzle), ma è un elemento della creazione artistica, che non ne può prescindere.Risultati immagini per fungo

La seconda parte del volume è meno interessante della prima e, a tratti, Bergson appare pesante, quando, per esempio, si mette a fare un po’ troppo il proprio mestiere di filosofo, come quando filosofeggia su essere e non essere o sul concetto di soggettività della negazione.

In ogni caso, anche se forse non è proprio una lettura da spiaggia, questo penso sia un libro che davvero merita di essere letto e di essere oggetto di riflessioni e meditazione.

Ho più volte detto che spesso sono rimasto deluso dall’assegnazione degli ultimi premi nobel di letteratura. Bergson l’ha vinto nel lontano 1927. Sebbene il suo sia un caso che affiancherei a quelli di Dylan e Fo, chiedendomi se le loro opere si possano davvero dire di letteratura, comunque, questa lettura è una di quelle che mi riconciliano con il premio. Gli fu conferito “per le sue ricche e feconde idee» sia «per la brillante abilità con cui ha saputo presentarle”.

Di Bergson, in passato avevo già letto “Il riso – Saggio sul significato del comico”, che mi aveva impressionato meno di questo.

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HOMO UCRONICUS

Ho da poco aderito a una strana consorteria, che si fa chiamare “Fratellanza della Fantascienza”, che altro non è se non una sorta di gruppo di lettura articolato, con gradi di affiliazione che si ottengono sulla base dei libri letti. Per chi come me frequenta la splendida community di anobii, dirò che l’associazione si può trovare nei meandri del Gruppo “Fantascienza in Italia

Nella prima cinquina di romanzi che mi sono impegnato a leggere per la Fratellanza figura “La genesi della specie” (“Hominids” – 2002) dello scrittore canadese Robert James Sawyer, una lettura che non mi è davvero pesato fare, anche perché era un volume che avevo nella “Lista Desideri” da lungo tempo.

L’ho letto, quindi, in quanto romanzo di fantascienza, ma avendo già intenzione di leggerlo come ucronia. Come ho più volte avuto modo di scrivere l’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

Si dovrebbe allora parlare di eventi storici. O meglio il romanzo o racconto dovrebbe descrivere il momento in cui la storia è mutata o gli effetti di questo mutamento.

La genesi della specie”, però non parla di fatti storici, anche se descrive un mondo in cui la storia ha preso un altro corso. La divergenza ucronica, in quest’opera, non si pone nell’arco temporale che definiamo Storia. La Storia inizia con l’invenzione della scrittura.

Qui invece, la divergenza risale a circa 40.000 anni fa, prima dell’invenzione della scrittura, e immagina che allora gli homo sapiens si siano estinti, mentre l’homo di Neanderthal sia sopravvissuto, evolvendo fino ai giorni nostri, in un nuovo tipo di genere umano, civilizzato e tecnologico, ma in modo diverso da noi.

Ho già avuto modo di parlare di questo singolare tipo di ucronia, in effetti, assai prossima alla fantascienza. Considerata questa particolare caratteristica (un mutamento avvenuto nella preistoria), mi piace considerare simili romanzi un sotto-genere dell’ucronia propriamente detta. Parlo in tal caso di “preucronia” o “pre-ucronia”.

Ne sono esempi “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne, “Il mondo perduto” di Arthur Conan Doyle, “Il libro degli Ylané” di Harry Harrison, “Il pianeta delle scimmie” di Pierre Boulle, “Darwinia” di Robert C. Wilson e, infine, perché no, i miei “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale” e “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”.

Di solito sostengo che una divergenza ucronica non dovrebbe essere provocata da qualcosa di fantascientifico, tipo macchine del tempo, altrimenti prevarrebbe questo aspetto e saremmo piuttosto nel sottogenere dei Viaggi nel Tempo, che appartiene alla Fantascienza.

Robert James Sawyer

Ne “La genesi della specie”, non c’è alcun artifizio fantascientifico per giustificare la variazione del corso temporale, ma una teoria scientifica, che si rifà alla meccanica quantistica, per spiegare l’esistenza di numerosi universi paralleli e la possibilità di entrare in contatto con un diverso universo.

Fantascientifico è il macchinario utilizzato dal discendente dei Neanderthal per arrivare nel nostro universo spazio-temporale e questo permette di classificare il romanzo come fantascienza, pur mantenendo le caratteristiche di opera ucronica.

La storia si svolge in parallelo nei due universi, quello dei Neanderthal e quello dell’homo sapiens ed è ambientata ai giorni d’oggi.

Immagina che, in contemporanea, nelle profondità delle montagne, Sapiens e Neanderthal facciano degli esperimenti nucleari e che quello attivato dai Neanderthal determini un paradosso che porta all’apertura di un varco tra i due universi, proiettando da noi un fisico neanderthal, Ponter Boddit.

Questo gli consente (fortuna non da poco) di essere accolto subito da una comunità scientifica, che ne comprende la natura e persino l’origine.

Le cose vanno meno bene al collega e compagno di Ponter, Adikor Huld, rimasto nell’universo neanderthal e accusato di aver ucciso lo scomparso Ponter.

La visione dell’universo di questo romanzo è tipicamente ucronica, dato che gli scienziati neandertaliani immaginano che la nascita di un universo parallelo sia concatenata a una scelta cosciente di qualcuno, che attiva una sorta di processo quantistico.

Devo dire che anche nelle mie opere ucroniche uso spesso la frase “Ogni gesto può esser compiuto o non esserlo. Così nasce un universo divergente”, con cui, per esempio introduco il romanzo “Il Colombo divergente”. Per me, però, questo è un concetto puramente narrativo (e immagino sia lo stesso per l’autore Sawyer). Altra cosa è immaginare scientificamente parlando che una scelta possa determinare la nascita di una nuova linea spazio-temporale, come fanno gli scienziati sapiens, ragionando sulla base delle teorie dei Neanderthal. Se vogliamo immaginare una spiegazione legata alla fisica quantistica, dovremmo piuttosto credere che ogni movimento di particelle subatomiche crei un diverso universo. La visione degli studiosi in quest’opera sembra troppo antropocentrica.

Passiamo ora a considerare l’universo creato da Sawyer. Leggendo le prime pagine in cui descriveva il mondo di Ponter e Adikor, mi è parso troppo simile al nostro, con case dotate di cucina e camera da letto, fisici impegnati in esperimenti su “computer quantistici”, cani domestici e altri simili dettagli. Se è vero che l’uomo di Neanderthal si è estinto circa 40.000 anni fa, dobbiamo immaginare che la storia abbia preso un corso diverso per un arco temporale davvero lungo. Non solo: i protagonisti non sono esseri della nostra razza, ma di una simile eppure diversa.

La civiltà che possono aver sviluppato deve necessariamente essere molto diversa dalla nostra.

Più conosciamo Ponter e il suo mondo, più notiamo però un gran numero di differenze. Innanzitutto, uomini e donne vivono separati gli uni dalle altre (come ho immaginato anche io nel romanzo ucronico “Via da Sparta”). Le femmine hanno cicli mestruali sincronizzati e questo induce diversi comportamenti sociali. I Neanderthal poi si riproducono meno e hanno sviluppato una popolazione assai meno numerosa. La cultura dei sapiens si basa su coltivazione e pastorizia, mentre i Neanderthal sono rimasti legati alla caccia. Questo ha indotto la popolazione a non crescere troppo e a rispettare l’ambiente (anche qui un’analogia con il mio “Via da Sparta”!). Trovo, peraltro, un po’ strano che una popolazione così ristretta sia stata in grado di sviluppare una tecnologia tanto evoluta, con robot e apparecchi che sono una sorta di computer integrati nel corpo e nel metabolismo delle persone. Peraltro, forse a causa della bassa pressione demografica, non sono, per esempio, ancora arrivati nello spazio.

Diciamo che nel complesso la ricostruzione del mondo parallelo è piuttosto convincente, accurata e fantasiosa.

La narrazione, che si sviluppa in parallelo nei due universi, si presenta avvincente, con personaggi di un certo spessore e ho letto il romanzo con curiosità, interesse e piacere.

Magari sono un po’ troppo rimarcati gli aspetti tecnici e scientifici, con spiegazione di teorie fisiche, antropologiche, evolutive e non solo, ma in fantascienza si possono leggere opere ben più pesanti.

Nel complesso l’impressione è stata quasi del tutto positiva. Il romanzo è il primo di una trilogia che comprende anche “Fuga dal pianeta degli umani” (“Humans” – 2003) e “Origine dell’ibrido” (“Hybrids” – 2003).

Il titolo del secondo rimanda a “Il pianeta delle scimmie” (uno dei film che ha ispirato si chiamava “Fuga dal pianeta delle scimmie”) e l’opera ne è stata di certo influenzata.

Il titolo “La genesi della specie”, invece, tendo a confonderlo con “Le origini della specie” di darwiniana memoria. L’uso del termine biblico “genesi” non è però casuale, in considerazione degli importanti riferimenti religiosi che compaiono nell’opera.

 

Sawyer si è comunque rivelato per me un’interessante scoperta e penso potrei leggere presto gli altri romanzi del ciclo o altre sue opere.

Del resto, come si può leggere su wikipedia “per le sue opere ha vinto trentacinque premi nazionali e internazionali, in particolare il premio Nebula del 1995 per il suo romanzo “Killer on-line” (“The Terminal Experiment”) e il premio Hugo del 2003 per il romanzo “La genesi della specie” (“Hominidis”), il primo della trilogia dei Neanderthal (Neanderthal Parallax); ha poi ricevuto altre otto candidature all’Hugo. I suoi romanzi hanno ricevuto recensioni con la stella (indicativa di eccezionale merito letterario) da parte di Publishers Weekly, Booklist, Quill & Quire e Kliatt, sono comparsi sulle classifiche dei primi dieci romanzi più venduti in assoluto in Canada e sono giunti al primo posto della classifica dei best seller pubblicata da Locus, la rivista specialistica di fantascienza.”

IL LUPO, LA SCIMMIA E IL MISANTROPO

Se prendo un filosofo e gli metto accanto un lupo, cosa ottengo? Se il filosofo si chiama Mark Rowlands, il risultato sono delle riflessioni sulle differenze tra i lupi, i canidi, gli uomini e le scimmie, ma anche riflessioni sul contratto sociale, sull’alimentazione, sulla morte, sul tempo. Queste riflessioni le potete leggere ne “Il lupo e il filosofo” che è un po’ autobiografia, un po’ diario, un po’ saggio filosofico e un po’, in fondo, romanzo.

Il lupo e il filosofo” parla dell’incontro tra Mark Rowlands e un cucciolo di lupo, cui darà nome Brenin (“Re” in gallese) e con cui passerà una decina di anni, tra Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda e Francia.

Ho appena manifestato le mie perplessità sulla mescolanza di autobiografia e consigli di scrittura in merito a “On writing” di Stephen King. Come per quel volume, anche per questo, sento come stonata quest’unione, anche se entrambi i libri sono leggibilissimi, piacevoli e scorrevoli.

Nel caso di Rowlands le parti descrittive della sua vita con il lupo e alcuni cani sono da vedere come una sorta di romanzo e come tali si leggono volentieri, anche se non si è appassionati di animali, grazie a una scrittura vivace ed efficace, senza sbavature. Ciò che rende questo libro importante e degno di esser letto non sono però le passeggiate di Rowlands con i suoi animali o i tentativi di non farsi distruggere casa da loro, ma le riflessioni filosofiche che ne derivano.

Importante, mi pare l’approccio di Rowlands, che accomuna l’uomo alle altre scimmie e il lupo ai canidi Rowlands sembra, peraltro, quasi vedere maggiori differenze tra un lupo e un cane, che tra un uomo e un altro primate! Dalle differenze di approccio tra lupi e scimmie derivano numerose considerazioni interessanti e di un certo valore.

Riporto di seguito un paio di citazioni che meritano delle riflessioni e da cui derivano molte delle considerazioni successive dell’autore:

Brenin e Mark Rowland

“La tendenza a vedere il mondo e coloro che ci vivono in termini di costi – benefici, a pensare alla vita, e a ciò che di importante vi accade, come a qualcosa che può essere quantificato e calcolato è possibile solo perché esistono le scimmie.”

e

“La scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella cosa può fare per la scimmia. La scimmia è la tendenza a vedere la vita come un processo di valutazione delle possibilità e di calcolo delle probabilità, per poi sfruttare i risultati di quei calcoli a proprio favore. È la tendenza a vedere il mondo come una serie di risorse, di cose da usare per i propri scopi.”

Quante cose si capiscono dell’umanità solo leggendo queste due frasi! Quanto siamo simili agli altri primati! Quanto la nostra evoluzione è già tutta scritta nella mentalità delle altre scimmie!

Come è falso immaginare il lupo come simbolo del male, se è invece la scimmia quella sempre pronta a mentire, tradire e complottare, come ci spiega l’autore. Quanto sono più onesti e fedeli lupi e cani!

Che dire poi della diversa concezione del tempo tra umani e lupi (e la maggior parte degli animali), concetto connesso al precedente (per sapere in che modo non avete che da leggere il libro): per noi il tempo è lineare, per il lupo circolare, dice Rowlands, nel senso che lupi e cani amano la ritualità del tempo e non si stufano mai del ripetersi di certi gesti o momenti, mentre l’uomo vive ogni attimo in funzione del passato e del futuro, non riuscendo così a godere quasi mai appieno dell’attimo presente, sempre raffrontato e filtrato attraverso le esperienze e le aspettative. L’uomo non ama la ripetitività ma corre in avanti lungo la freccia del tempo.

Da questo deriva anche una diversa concezione della morte. Rowlands disquisisce con dettaglio sia sul tempo che sulla morte che su altri temi. Cercherò qui di semplificare dicendo che la morte per l’uomo è più dolorosa che per il lupo, perché si carica delle aspettative sul futuro (che vengono perse morendo) e dell’investimento sul futuro fatto nel passato (che risulta vano).

Ci sono animali che si preparano al futuro, ma l’uomo lo fa in massimo grado, dedicando lunghi anni alla propria formazione, a prepararsi un benessere economico, tutte cose che andranno perdute nel caso di una morte statisticamente anticipata.

Cos’è allora la felicità e quale animale è il più felice? Cosa determina la felicità in genere e per l’uomo? Ne derivano considerazioni sulla prevalenza dei concetti di avere e essere.

Dalle considerazioni sul contratto sociale, criticando Hobbes, Rowlands arriva a immaginarne uno che includa anche tutti gli animali, in una comunanza spirituale, una fratellanza allargata, facendone derivare il corollario dell’immoralità di un’alimentazione carnivora.

Considerazioni tutte molto concrete, rese ancora più realistiche dalla descrizione di come siano nate semplicemente da riflessioni sulla vita (complicata) con un lupo in mezzo a un ambiente civilizzato. Vita che porterà Rowlands a isolarsi, accentuando un carattere che appare piuttosto da misantropo (come amare un simile uomo egoista, mentitore e crudele, del resto?), per la difficoltà di far accettare alla gente la presenza di un lupo (che si porta persino in classe quando fa lezione), per il cui camuffamento non sempre basta dichiarare che si tratta di una razza esotica di cane (un malamute).

Abbinamento questo, tra vita reale e riflessione filosofica, che rende la scrittura de “Il lupo e il filosofo” particolarmente accessibile e adatta a un pubblico eterogeneo, ben diverso da quello degli addetti ai lavori, pur esprimendo pensieri di una certa profondità, acutezza e originalità, almeno agli occhi di un profano della filosofia come me.

 

PERCHE’ DOBBIAMO ASSOLUTAMENTE ANDARE SU MARTE

Acqua su marteQuesto è un blog dedicato ai libri, mi scuserete quindi se esco fuori tema, ma vorrei affrontare una questione che merita attenzione. In ogni caso, potete considerare questo post una premessa alla mia prossima recensione di “The Martian – Il Sopravvissuto”, che sto leggendo in questi giorni.

In questi giorni la notizia che su Marte siano state trovate tracce di una possibile presenza di acqua ha fatto comparire su Facebook alcuni post che mi hanno disturbato e ai quali ho risposto per ora solo succintamente. Il tema necessita però un maggior approfondimento, essendo di estrema importanza.

Il post (stimolando i nostri istinti protettivi con un’immagine che impietosisce) mostra un bambino assetato, che beve da una pozzanghera e la scritta “L’umanità non ha i soldi per estrarre l’acqua dalle zone aride, però ha i soldi per cercare l’acqua su Marte. La domanda è: c’è vita intelligente sulla Terra?175529647-34894ed6-1358-4130-b927-b964bd798686

L’insieme dell’immagine e del messaggio portano a far credere che l’affermazione sia giusta. Chi non vorrebbe che quel bambino possa avere acqua pulita da bere? Chi vorrebbe suo figlio costretto a bere in quel modo? Spinti dall’immagine, non ragioniamo sul senso dell’affermazione che vuole essere polemica ma anche ironica.

Innanzitutto, è sbagliato mettere in relazione le due questioni della mancanza di acqua e dell’esplorazione spaziale. La siccità in alcune zone della Terra è problema gravissimo e che va risolto, ma ci sono risorse altrove che possono essere impiegate a tal fine. Soprattutto c’è un più ampio problema di ridistribuzione delle ricchezze tra ricchi e poveri, tra zone floride e zone aride, tra Paesi sviluppati e Paesi in ritardo cronico sulla via dello sviluppo. Non è fermando gli investimenti per la ricerca che questi problemi si risolvono, anzi, dato che è solo grazie alla scienza che il nostro pianeta riesce a sfamare (più o meno bene, purtroppo) una moltitudine sterminata di esseri umani, il cui numero è in costante crescita (a ottobre 2015 l’insostenibile 175529634-e1d44ec0-c3e5-4a09-84ca-3af61a94373cnumero era già di 7,37 miliardi di bocche da sfamare e nel 2050 dovremmo essere 9,7 miliardi!). La ricerca scientifica va sempre sostenuta ed è proprio a causa della bassa entità delle spese dedicate a tal fine da molti governi, tra cui quelli del nostro Paese che lo sviluppo si arresta o rallenta. Non dimentichiamoci poi che lo sviluppo di tecnologie per estrarre l’acqua da Marte, con buona probabilità avrà effetti positivi proprio nella risoluzione dei problemi di siccità della Terra. Se si risolvono i problemi dell’approvvigionamento d’acqua su Marte, sarà poi un gioco farlo nelle zone aride del nostro pianeta.

Che cosa dire piuttosto di serie politiche demografiche che arginino la crescita forsennata della popolazione umana? Popolazione, poi, che vive consumando risorse pro capite sempre crescenti, con effetti disastrosi per l’ecosistema.

 

Potrebbe bastare questo a dire che il messaggio circolato è sbagliato e fuorviante, ma c’è una ragione più profonda e seria che ci fa capire quanto quella riportata sia un’affermazione demagogica.175529637-b01d4975-287d-45b1-96ee-8cbd2159f535

Si tratta di riflettere un attimo sull’evoluzione della vita. Alcuni sostengono che solo la fede in qualche religione possa dare un senso alla nostra esistenza. Non è di questo che intendo parlare, però c’è un senso della vita che travalica le fedi. Da uomini moderni credo sia difficile non accettare il concetto dell’evoluzione della vita. Diamolo per accettato, come base del ragionamento che segue.

L’universo è dominato dall’entropia, si dilata, tutto tende verso il disordine. C’è però una forza in controtendenza: la vita. La vita tende a organizzare, a sistematizzare, a creare organismi sempre più complessi e specializzati. Si adatta per raggiungere ogni angolo della Terra.

182340072-d40974a9-e94b-474b-a3d4-f6a4f418841cSolo della Terra? Non credo. L’esplorazione spaziale ci sta mostrando che moltissime stelle (forse è la norma) dispongono di sistemi planetari più o meno complessi e tra questi non mancano pianeti con dimensioni e caratteristiche generali simili a quelle della Terra. C’è vita su di essi? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, perché sono troppo lontani.

Sappiamo però cosa faccia la vita sulla Terra: muta. Organismi semplici si trasformano in altri più complessi in grado di affrontare nuovi ambienti e situazioni via via più ostili. Dal mare la vita si è estesa alla terraferma e al cielo. Si è adattata ai climi più caldi e a quelli più rigidi, alle profondità marine e alle vette delle montagne e persino nei deserti ce ne sono tracce.

A un certo punto, piuttosto recentemente in termini geologici, è comparsa una specie tecnologica, una specie capace di manipolare l’ambiente, di 175529612-07657fe6-3dec-439f-bb84-954624fbd88bcostruire strumenti per vivere in habitat diversi. Questa specie somiglia a un cancro, perché arriva ovunque nell’ecosistema e lo devasta, lo stravolge. Per causa di questa nuova specie, secondo la Lista Rossa delle Nazioni Unite ogni ora si estinguono tre specie animali o vegetali!  Tre all’ora! Non tre animali, ma tre intere specie! Come è possibile una simile devastazione della biodiversità? Se è vero che la vita tende a differenziarsi e a propagarsi,
come può essere che si sia sviluppato questo cancro che infetta l’intero ecosistema planetario? Noi umani siamo davvero solo la rovina del nostro pianeta, siamo solo una piaga devastante, nata per portare morte e distruzione tra tutte le altre specie e persino all’interno della nostra?

Non vorrei crederlo. Non voglio crederlo. Non lo credo. Vorrei, piuttosto, credere che, pur non essendoci alcun Destino verso cui tendiamo, pur non essendoci alcun Ordine Superiore, pur non essendoci nessuna Volontà che ci guida, l’umanità abbia un senso, biologicamente parlando. Voglio credere che questo senso sia proprio nella sua caratteristica più distruttiva: la capacità tecnologica.

Ebbene, l’umanità è stata la sola specie ad aver lasciato la Terra! Siamo la sola specie a essersi allontanata dal mondo in cui è nata (salvo credere ai 182340049-92872407-1f62-41e4-8470-5714e960688amicrorganismi che forse girano per l’universo addormentati all’interno di meteore, comete e meteoriti). Siamo la sola specie a essere scesa su un altro corpo celeste, la Luna e, presto, scenderemo anche su un altro pianeta, superando difficoltà tecniche che nessun’altra specie terrestre, per quanto intelligente potrebbe superare. Perché questo è importante? Questo non è solo importante, questo è importantissimo non solo per l’umanità ma per l’intera vita nata sulla Terra, perché per la prima volta la potremo portare su un altro pianeta, arido, brullo e inospitale, e trasformarlo, come solo l’uomo sa fare, in qualcosa di diverso. Marte forse non diventerà mai un paradiso per l’uomo, ma un giorno potrebbe diventare un mondo in cui nuove forme di vita potranno svilupparsi. E questo sarà solo un primo passo. Nel sistema solare ci sono altri corpi, grandi satelliti, che potrebbero avere elementi in grado di consentire la vita. Se la vita non si è sviluppata (e questo dobbiamo ancora verificarlo) 175529676-aae381b9-069e-4325-a95b-ce735037e6d0possiamo portarla anche in questi spazi inospitali, in questi corpi in cui la scintilla della vita non ha avuto la forza di sprigionarsi da sola, ma dove, con l’aiuto della tecnologia, potrebbe comunque attecchire. Per ora limitiamoci a pensare al sistema solare. Le stelle sono troppo lontane. All’irraggiungibile velocità della luce distano anni, secoli e millenni da noi. Un giorno forse, forte delle esperienze nel nostro sistema, potremo costruire alcune grandi arche, con migliaia di creature a bordo, e lanciarle verso l’ignoto. Ora pensiamo alla terraformazione del nostro sistema solare.
Terraformare significa rendere la vita possibile in mondi diversi dal nostro.

La genetica, assieme all’esplorazione spaziale, è, infatti, l’altro grande “dovere” dell’umanità. Sarà grazie alla genetica, io spero, che potremo riuscire a creare nuove razze in grado di adattarsi alla vita su Marte o altrove. L’umanità magari sarà costretta a vivere in calotte protette con micro-habitat, ma sul suolo marziano nuove piante e nuovi microrganismi potranno crescere e, tra le altre cose, persino trasformarsi in nuove forme di cibo per quest’uomo sempre affamato.

175529611-8307af36-9467-4838-899a-dec90a9bb0e0Per questo è importante sapere se su Marte c’è acqua. Perché l’acqua è alla base della vita come la conosciamo. Perché se ci sarà acqua non dovremo portarcela dietro dalla terra e non dovremo sintetizzarla in loco. Perché se ci sarà acqua sarà più facile cominciare una nuova esistenza lassù. Perché se ci sarà acqua potremmo persino scoprire altre forme di vita. Microrganismi, magari, ma formatisi in modo diverso. Magari non basati sul carbonio, magari con strutture fondamentali impensabili. Se ci sarà un simile microrganismo potremmo capire molto, moltissimo di noi, della vita e dell’universo.

175530343-2ab43552-f44c-48c3-b941-9a3f84f47bceCredo che siano possibili biologie diverse da quella terrestre, basate su diversi elementi, ma se su un mondo non c’è vita, se su Marte non c’è vita, dovremo cercare di ricrearla nella forma più simile a quella che già conosciamo. Per questo ci serve l’acqua. Anche se poca, anche se nascosta in profondità, anche se presente nella tenue atmosfera. La nostra tecnologia ci permetterà di estrarla, studieremo come e un giorno questo servirà anche a dissetare i bambini africani. Per questo dobbiamo cercare l’acqua su Marte.

Potremmo anche popolare l’universo di robot autoriproducentesi e persino capaci di evolvere, ma la vita, la vita cui apparteniamo, di cui siamo il cancro e la speranza, è quella che veramente dobbiamo diffondere. È qualcosa che le dobbiamo, alla Vita, per tutti i danni che le stiamo provocando. Un dovere morale, ma anche un istinto insopprimibile. Dobbiamo andare. Dobbiamo partire verso il cielo e le stelle, perché questo è scritto nel nostro DNA, perché questo è l’impulso della vita: crescete e moltiplicatevi.

E sulla Terra non c’è più posto.

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IL SESSO È UN MOTORE

Sesso motore 2 - Perché si fa poco sesso - Sergio CalamandreiAnni fa ho avuto il piacere di leggere in anteprima il romanzo di Sergio CalamandreiL’unico peccato”. Di recente, ho potuto leggere anche “Sesso Motore 2 – Saggio sul poco sesso”. Entrambi i volumi fanno parte del Progetto SESSO MOTORE, che consiste in una serie di pubblicazioni e iniziative con cui l’autore intende aiutare a dare risposta ad alcune domande. La principale è: “Qual è il motore immobile attorno al quale ruota l’esistenza umana, ovvero qual è la motivazione profonda che guida le azioni degli uomini e delle donne?” ovvero “Se quello che vogliamo è essere felici, perché impieghiamo così tante energie nel cercare di accumulare potere e beni quando l’esperienza dimostra che non basta essere ricchi e potenti per essere felici?”

Le altre questioni cui Calamandrei cerca di dare risposta, legate alla domanda principale, sono:

  • Perché il sesso è così esibito (in tv, in pubblicità) nella nostra società e così osteggiato nella sua messa in pratica?
  • Perché un’attività tanto soddisfacente e in teoria anche priva di costi viene praticata relativamente così poco?
  • Perché nel mondo reale s’incontrano tante difficoltà ad avere piena soddisfazione sessuale?

 

L’autore, nel saggio, fa spesso riferimento a tesi sostenute dalla psicologia evoluzionistica, per la quale i meccanismi psicologici che stanno alla base delle nostre scelte, preferenze e comportamenti sono stati selezionati in maniera darwiniana e formati dalla pressione evoluzionistica perché capaci di dare risposte efficienti ai problemi che gli antenati dell’uomo hanno dovuto affrontare per milioni di anni. Questi modelli di comportamento che adottiamo tuttora sono nati e si sono consolidati nel lunghissimo periodo in cui i nostri progenitori hanno vissuto in piccolissimi gruppi di cacciatori-raccoglitori nomadi e sono stati ben poco modificati nella breve fase di appena diecimila anni in cui gli uomini hanno scoperto l’agricoltura, sono diventati stanziali e hanno formato comunità numerosissime.

 

Il Progetto nel suo complesso è formato da:

  • L’unico peccato. SESSO MOTORE ZERO – romanzo (versione cartacea ed ebook)
  • SESSO MOTORE 1: IL ROMANZO. Indietro non si può (versione cartacea ed ebook)
  • SESSO MOTORE 2: IL SAGGIO. Saggio sul poco sesso (versione cartacea ed ebook)
  • SESSO MOTORE 3: I RACCONTI. Arturi e i suoi amici (versione cartacea ed ebook)
  • SESSO MOTORE 4: ASSAGGI GRATUITI – un ebook gratuito, dove viene illustrato il progetto e vengono forniti estratti di tutte le opere che lo compongono
  • Il blog http://sessomotore.wordpress.com
  • La sezione del sito http://www.calamandrei.it/sessomotore.htm  dedicata al progetto SESSO MOTORE.

 

Sesso motoreDi questi per ora, ho letto solo il primo romanzo e il saggio, anche se di Sergio Calamandrei ho letto altre cose, come il recente “Sangue gratis”, alcuni racconti, tra cui quello presente nell’antologia da me curata “Ucronie per il terzo millennio”, il racconto “Lei si sveglierà” che abbiamo scritto assieme per il volume “Parole nel web” e il romanzo, alla cui stesura abbiamo collaborato entrambi, “Il Settimo Plenilunio”.

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Sergio Calamandrei – Algarve, agosto 2013

Autore molto attento al mondo del giallo, con questo saggio, Calamandrei dimostra di saper spaziare in campi assai diversi, come se non bastassero in tal senso le prove nel campo del romanzo gotico o dell’ucronia. In realtà, l’intero progetto, con i suoi presupposti, ci fa capire come il giallo sia sì il genere in cui si muovono i personaggi delle sue storie, ma dietro ci siano il desiderio e la volontà di analizzare e meglio comprendere questo nostro mondo, i rapporti umani e le loro dinamiche. Ecco allora l’esigenza di estendere e protendere taluni contenuti che nei romanzi non possono trovare adeguato sviluppo. Nasce così questo saggio che si presenta leggero e colloquiale, ma non per questo non riesce a porre importanti quesiti e a ricercarne risposte non banali.

La lettura fa venir voglia di aprire vari dibattiti su più temi.

Per esempio, siamo sicuri che lo scopo delle nostre vite sia essere felici? Chi se lo pone davvero come obiettivo? Seguendo un approccio evoluzionistico non dovremmo considerarlo piuttosto un mezzo? Non è, principalmente, lo strumento per favorire la riproduzione?

Oppure, premesso che lo scopo della vita sia la sua propagazione e conservazione, come anche Calamandrei giustamente scrive, allora ricchezza e potere servono a farci sentire più sicuri (conservazione), ma ci rendono anche più appetibili come compagni per chi vuole riprodursi e quindi ci permettono di avere più scelta e migliorare la qualità o la quantità della nostra riproduzione. La società moderna non punta (non può più) sulla quantità, ma sulla qualità (cerchiamo di dare tutto ai figli, piuttosto che farne tanti). Forse la nuova selezione consiste nell’accesso a un quantitativo crescente di risorse, quasi che i ricchi volessero diventare una razza diversa rispetto ai poveri? Come stiamo cambiando in rapporto a queste premesse?

E ancora: perché il sesso è tanto esibito, ma tanto osteggiato, come nota l’autore? Lo è, dico io, perché socialmente pericoloso o per le ragioni che cita Calamandrei? Lo è perché allo Stato fa comodo avere nuclei stabili di individui come le famiglie e nulla ne mina di più la stabilità che il sesso libero? Eppure, come scrive Sergio, il sesso è un forte “motore”, perché serve a soddisfare uno dei due obbiettivi della vita:  la riproduzione.

Altri argomenti di dibattito stimolati da questa lettura potrebbero essere: da cosa nasce il rapporto tra il sesso e la religione? Come lo vivono le nuove generazioni? Davvero le cose cambiano da una generazione all’altra come sostengono i giovani ogni volta? Quanto le nostre scelte sessuali rispondono a esigenze dei nostri antenati primitivi? A chi conviene veramente la monogamia?

Ho trovato molto interessanti i raffronti con la sessualità degli altri primati, l’analisi dei tre stati dell’io, il collegamento tra peccato e burocrazia (mai avevo pensato potessero avere la stessa origine!), la distinzione tra capitalisti e proletari sessuali!

ESISTE UNA TEORIA UNIFICATRICE CHE SPIEGHI TUTTI I FENOMENI DELL’UNIVERSO?

La “Storia del tempo – Dal Big Bang ai buchi neri” del fisico Stephen Hawking è un trattato divulgativo che affronta i grandi dilemmi della fisica, offrendoci una carrellata dei suoi sviluppi, dalle prime teorie sulla forma e la struttura dell’universo a quelle più recenti (la mia edizione del volume è della fine degli anni ’90), parlando dei tentativi di trovare una legge unificatrice per tutti i fenomeni fisici, dall’immensamente piccolo all’immensamente grande, mostrandoci, secondo le conoscenze attuali, quali sono le componenti più microscopiche della materia, le loro caratteristiche e quali quelle dello spazio intergalattico che ci circonda. Ampio spazio viene dato a buchi neri e warmhole e alla teoria dello spazio a più dimensioni, esaminando la possibilità di effettuare viaggi nel tempo, ipotesi che non può essere esclusa dalle più recenti teorie sulla struttura dell’universo. Chiudono il volume, un po’ off-topic, le biografie “politiche” di Einstein, Galileo e Newton.

Una cosa non viene detta però in questo libro ed è un quesito che, da profano, talora mi pongo: perché cercare di unificare le varie teorie “fisiche” e dimenticarsi della vita, delle regole che ne determinano lo sviluppo e l’evoluzione?

Come noto, sono state individuate dagli studiosi quattro forze o interazioni fondamentali: l’interazione gravitazionale, l’interazione elettromagnetica, l’interazione nucleare debole e l’interazione nucleare forte. Per energie dell’ordine dei 100 GeV la forza elettromagnetica e la forza debole si presentano come un’unica interazione, definita elettrodebole. Il grande tentativo della scienza di questi anni è trovare una forza o regola che spieghi ciò che ora si spiega con le quattro forze.

Hawking ci fa capire che l’universo, man mano che lo si studia appare sempre più complesso, quindi mi chiedo se davvero possa bastare una sola regola generale per spiegare ogni cosa. Il desiderio di razionalizzare e semplificare, trovando delle sintesi, delle regole unitarie è tipico del modo di ragionare della mente umana, ma non è detto che corrisponda a come è fatto l’universo. Questo forse è molto più caotico di quanto vorremmo. Mi pare che questa ricerca di una forza unica, sia un po’ come nell’antichità si credeva nelle sfere celesti e nelle orbite circolari dei pianeti. Cerchiamo di ricondurre il complesso a modelli facilmente comprensibili e con una loro dignità ed eleganza, che gli deriva dall’essere forme “perfette”. Come le orbite planetarie non sono circolari, forse così non esistono leggi unificanti. Eppure le teorie che si sono succedute nel tempo, pare che trovino, sempre di più, man mano che da una si passa a un’altra più sofisticata, una rispondenza nella realtà.

Se però cerchiamo una legge che spieghi al contempo l’esistenza e il movimento delle particelle subatomiche e dei corpi spaziali, perché questa non dovrebbe spiegare anche come la vita si evolve da forme semplici a forme complesse e il perché dell’esistenza di una razza tecnologica come la nostra?

Hawking, nel testo, a volte accenna alla formazione della vita sulla terra e alla sua evoluzione, ma è fondamentalmente concentrato nello spiegare la natura di quark, galassie e buchi neri, come del resto è giusto aspettarsi da un fisico.

Fa comunque un interessante osservazione sul fatto che il tempo può avere diverse direzioni, ma la sola direzione in cui la vita intelligente (io direi tutta la vita) si muove è quella in cui l’universo si espande, perché in questa fase temporale vale la seconda legge della termodinamica (il caos e l’entropia tendono ad aumentare). Ci spiega anche che se l’universo ha numerose dimensioni, molte di queste però sono “curve a livello microscopico” e quindi non sono percepibili. I viaggi nel tempo potrebbero essere possibili utilizzando queste dimensioni ulteriori. Ci spiega anche perché la vita sia possibile solo in uno spazio-tempo quadridimensionale (altezza, larghezza, lunghezza e tempo).

Eppure, da ignorante della materia, continuo a non capire come sia possibile un fenomeno come la vita, che va nel verso opposto alla seconda legge della termodinamica e che sostanzialmente, nel suo piccolo in termini delle dimensioni dell’universo, contribuisce a ridurre l’entropia.

Stephen Hawking: nonostante fosse colpito dalla Sla, aveva voluto provare anche il volo in assenza di gravità

Stephen Hawking: nonostante fosse colpito dalla Sla, aveva voluto provare anche il volo in assenza di gravità

Probabilmente pecco della classica visione antropocentrica del passato, considerando la vita un fenomeno importante, mentre nell’economia dell’universo potrebbe essere un accidente inessenziale tipico di questo granello di polvere che è il nostro pianeta. Eppure, se è vero quel che scrive Hawking in merito al fatto che l’universo, su grande scala è omogeneo e che in qualunque direzione lo osserviamo è uguale a se stesso, mi parrebbe anomalo e singolare che la vita si sia sviluppata solo sulla Terra. Condizioni uguali dovrebbero presumere lo sviluppo di fenomeni simili. Non mi aspetto di trovare omini verdi nella Galassia, ma fenomeni che contrastino la seconda legge della termodinamica, creando ordine ed espandendolo, cioè forme di vita, che crescono, si riproducono e evolvono verso forme sempre più complesse. Mi aspetterei anzi che, con tempistiche diverse, la vita (magari non a base di carbonio, magari senza ossigeno, magari in forme non riconducibili né al mondo animale né a quello vegetale e neppure a quello micotico) compaia in quasi tutti i sistemi solari. Oppure siamo una rarissima eccezione? Mi parrebbe improbabile. Mi chiedo, quindi, se la comparsa della vita è un evento frequente, ci sarebbe allora una legge fisica da cui la sua comparsa e sviluppo dipende? Una formula matematica che ne spieghi il fenomeno? Una formula che leghi la vita alle altre forze generali? Qualcosa di correlato al secondo principio della termodinamica, di cui costituisce l’opposto?

Il propagarsi della vita segue regole matematicamente e fisicamente prevedibili? Lo sviluppo di civiltà tecnologiche rientra in questa regola? La nascita di una civiltà tecnologica è un “trucco” dell’evoluzione per consentire il diffondersi della vita su pianeti dove non è nata spontaneamente? Se così fosse potrà esistere una civiltà in grado di muoversi da una stella all’altra? Potremo mai sfruttare, se esistono, i warmhole di cui parla Hawking per spostarci da una parte all’altra dell’universo?

warmhole

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Queste sono domande che il saggio di Hawking non si pone e alle quali non mi risulta ci siano risposte. Forse sono domande sciocche, in quanto viziate dal solito antropocentrismo da cui fatichiamo a liberarci, ma mi piacerebbe che qualcuno, debitamente competente, se le ponesse. Non potranno, infatti, spiegare il senso della nostra esistenza, ma almeno il suo perché.

Storia del tempo” si interroga invece su quark e antiquark, materia e antimateria e sulla natura dei buchi neri. Sentir parlare di cose che vanno oltre ogni nostra forma di percezione mi fa pensare alle antiche discussioni teologiche, pare, insomma, un po’ come parlare del sesso degli angeli, eppure senza la meccanica quantistica, per esempio, non penso che saremmo mai riusciti a circondarci di tutti quei magici manufatti che chiamiamo, non a caso, elettronici. Gli studi della fisica possono apparire quanto mai astratti, ma è grazie alle loro scoperte e teorie che la nostra civiltà si è evoluta sempre più rapidamente negli ultimi anni. Sarà, un giorno, la fisica a farci capire la biologia e il senso della vita?

 

 

 

 

 

PERCHÉ GLI EURO-ASIATICI DOMINANO IL PIANETA TERRA?

Jared Diamond - Armi, acciaio e malattie

Jared Diamond – Armi, acciaio e malattie

Non sono uno storico e non sono aggiornato sulle moderne teorie storiografiche, ma “Armi, acciaio e malattie” (edito nel 1997) mi è parso un saggio rivoluzionario. Se qualche esperto del settore, dovesse leggere queste righe, spero possa confermare quanto affermo. In caso contrario, non potrò che essere lieto che lo studio della Storia abbia già preso uno sviluppo tanto moderno. Il fatto che il libro abbia vinto il Premio Pulitzer, mi fa però pensare di non essere troppo lontano dalla verità.

L’autore Jared Diamond non nasce come storico. È, infatti, un biologo e un fisiologo statunitense, che ha studiato a Cambridge, nel Regno Unito, è ha avuto importanti esperienze lavorative in Nuova Zelanda.

In questa brevissima sintesi della sua biografia, credo ci siano le basi della sua intuizione. La Storia è comunemente considerata una materia letteraria, non per nulla nelle scuole viene insegnata dallo stesso professore di italiano, geografia e, talora, lettere antiche.

Uno sguardo scientifico alla Storia può, però, portare a risultati sorprendenti. È vero, come scrive lo stesso Diamond, che la Storia non consente esperimenti in laboratorio, ma è così per molte altre scienze, da quelle naturali, alla geologia, all’astronomia. Non per questo le consideriamo materie “letterarie”. Ci sono, in Storia, interessanti “esperimenti naturali”, ovvero spontanei, che l’uomo può osservare e comparare tra loro. Così fa Diamond.

Basterebbe il diverso approccio di questo libro, che come dice il sottotitolo offre un “Breve storia degli ultimi tredicimila anni” per rendere il volume interessante.

La lettura si dimostra però irrinunciabile, appena si capisce a quale annoso quesito tenta di rispondere: perché l’uomo bianco sta dominando il mondo?

La domanda è ricca di implicazioni sociali e politiche, ma l’approccio è un altro.

Jared Diamond

Jared Diamond

L’autore stesso fornisce già nelle prime pagine delle risposte, per poi esaminarle e argomentarle nel seguito, quindi spero di non fare uno spoiler eccessivo spiegando, con una banalizzazione di cui chiedo venia (se volete leggerne in modo più professionale, vi invito a leggere il testo stesso) alcune delle sue conclusioni che mi sono parse più interessanti.

L’uomo bianco domina il mondo perché è il più forte, il più intelligente, il più bello e ha la pelle chiara. Ci credete? Spero per voi di no. Non ci crede neppure Diamond e, dopo averlo letto, credo che anche il razzista più becero dovrebbe provare dei seri dubbi.

In sostanza, le popolazioni euro-asiatiche (il discorso non vale solo per gli europei, basta aprire qualunque libro di Storia) hanno vinto la competizione evolutiva con gli africani (che erano partiti in vantaggio), gli americani indigeni e gli australiani- neo zelandesi, per questioni geografiche.

Il merito è tutto del territorio. L’Eurasia ha il grande vantaggio di disporre della fascia climatica omogenea più lunga del pianeta, grazie al suo assetto est-ovest, mentre le Americhe e l’Africa sono orientate da Nord a Sud, l’Australia è troppo piccola e desertica.

Inoltre, l’Eurasia, pur disponendo di una fascia climatica omogenea, non ha un clima costante ovunque, essendoci al suo interno, mari, isole, laghi, montagne e pianure. Presenta ostacoli naturali ma non insormontabili come i vasti mari dell’Oceania o il deserto del Sahara.

Questo ha fatto sì che disponesse di un maggior numero di ecosistemi e che questi fossero tra di loro in comunicazione. Da questo è derivata una maggior varietà di piante e animali con caratteristiche tali da essere in grado di vivere anche nei territori limitrofi.

In tanta varietà, l’uomo è riuscito ad avere una maggior scelta di piante e animali addomesticabili.

Questo ha fatto sì che al suo interno, nella Mezza Luna Fertile, come in Cina, nascessero e si diffondessero l’agricoltura e la pastorizia e le popolazioni di nomadi cacciatori-raccoglitori si trasformassero in contadini e pastori stanziali, sviluppando grandi civiltà e organizzandosi in entità di grandi dimensioni.

Non solo. La vicinanza con gli animali che deriva dalla domesticazione, ha fatto sì che i virus degli animali subissero delle mutazioni e si adattassero all’uomo. Poco per volta. L’Eurasia ha subito grandi epidemie, ma è sopravvissuta, generando i necessari anticorpi. Quando gli europei sono entrati in contatto con altre popolazioni che non avevano avuto lo stesso sviluppo si sono sì ammalati, ma mai in modo epidemico e drammatico come è capitato, per esempio, a Inca e Aztechi, che furono sconfitti più dalle nostre malattie che non dalle nostre armi.

Insomma, pastorizia, agricoltura e malattie hanno permesso agli euro-asiatici di dominare gli altri continenti.

E perché li hanno conquistati gli Europei e non i Cinesi, che nel XV secolo avevano un grande e forte impero e una tecnologia in molti campi superiore? Perché, conseguentemente, negli ultimi 5 secoli la pluri-millenaria supremazia cinese ha subito un rallentamento (che ora sembra esaurirsi)?

Proprio perché la Cina era, da secoli, un grande e compatto impero monolitico. Quando al suo interno prevalse una fazione, per dominare l’altra decise di rinunciare alla flotta (che era controllata dalla fazione perdente) . Questa decisione fu presa da pochi uomini, pochi decenni prima della partenza di Cristoforo Colombo. Se avesse vinto l’altra fazione, una flotta tanto evoluta con buona probabilità avrebbe potuto precederlo o almeno arrivare nelle nuove terre nello stesso periodo.

Dunque, l’Europa fu fortunata? Non solo. La fortuna ha sempre le sue ragioni. Anche questa volta sono nella geografia. L’Europa ha un territorio più vario della Cina, con isole, penisole, catene montuose come Alpi, Pirenei, Urali e Appennini che dividono i popoli. E questi hanno dato vita a miriadi di staterelli. In quell’epoca nascevano i grandi Stati nazionali, ma l’Europa restava divisa in una miriade di centri di potere.

Colombo offrì i propri servigi al Portogallo e alla Gran Bretagna, in Italia Genova non lo sostenne né nessuna delle altre potenze marinare locali. Fu solo la Spagna, che usciva vittoriosa dal conflitto con i mori e che stava cacciando dalle sue terre gli ebrei, a sentirsi così forte da finanziare un’impresa che poteva apparire all’epoca poco affidabile.
– Se l’Europa fosse stata un impero monolitico sotto la guida dei regnanti portoghesi dell’epoca, la scoperta dell’America sarebbe stata rimandata (e… io non avrei mai scritto “Il Colombo Divergente” in cui immagino che Colombo rimanga prigioniero degli aztechi, sovvertendo, in altro modo, le sorti della Storia).

Non vorrei avervi dato l’impressione di avervi ormai già detto tutto di questo libro. Ho solo semplificato. C’è molto di più. Le singole argomentazioni dietro queste tesi sono affascinanti. C’è forse qualche ripetizione, come se l’autore si immaginasse che molti suoi lettori non lo dovessero leggere per intero o che ne dovessero leggere le singole parti a distanza di tempo. Io l’ho divorato in pochi giorni e quindi questo mi ha un po’ infastidito, ma è un difetto che perdono volentieri a un autore che ha comunque il pregio della chiarezza e della semplicità e che ha scritto un libro che può essere letto da tutti e che anzi raccomanderei vivamente nei Licei.

Firenze, 28/07/2012

 

Leggi anche:

– Collasso – La fine delle civiltà passate e presenti

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