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Apocalissi fiorentine – Il ritorno degli inglesi – Incipit

Elaborazione grafica di Gabriele Boscherini

A Firenze c’è un’isola di morti in mezzo al traffico dei presunti vivi. Sono defunti la cui anima spesso è sopravvissuta ai corpi decomposti nelle opere lasciate ai posteri. Magari non poeti immortali, ma comunque gente che ha lasciato il suo segno sulla carta e nella Storia.

L’isola dei morti, unico riparo per i defunti dal folle logorio della vita moderna e dai fumi pestilenziali del traffico cittadino, si trova in Piazza Donatello, su una collinetta recintata e ombreggiata da alcuni cipressi, ed è nota come Cimitero degli Inglesi. La piazza è una di quelle che interrompono il flusso costante di auto dei Viali di Circonvallazione, voluti e realizzati dall’architetto Giuseppe Poggi, quando nel 1865 abbatté le mura della città e, in particolare, la vicina Porta a Pinti, nel suo progetto per trasformare Firenze nella capitale d’Italia, quale essa fu per un breve periodo, dal 1865 al 1871.

Il Cimitero degli Inglesi, questa piccola oasi a forma di collina, fu costruito per opera della Comunità Evangelica Riformata Svizzera fuori dalle mura, in quanto destinato a ospitare i corpi dei numerosi stranieri presenti a Firenze e non praticanti la religione cattolica. Vi era in quegli anni gotici nella città di Dante un discreto fervore intellettuale prevalentemente di matrice anglosassone. Altrove, dalle parti di Ginevra, nel 1816 Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori, diedero inizio alla letteratura gotica con i suoi vampiri, fantasmi, licantropi e morti viventi, ponendo i cimiteri al centro dell’attenzione letteraria per gran parte del secolo a venire e oltre. Forse qualcosa di quello spirito fu portato dagli inglesi sul territorio fiorentino e magari tra quelle lapidi in gran parte ottocentesche.

L’architetto Carlo Reishammer aveva disegnato il cimitero a pianta poligonale, ma questa fu poi mutata dal Poggi nell’ovale ben noto, circondato dai Viali. La costruzione fu avviata nel 1828.

 

Elizabeth si risvegliò al suo interno un martedì mattina. Era distesa tra sei colonnine candide e sopra di lei incombeva un ampio catafalco di pietra bianca.

Le colonnine non affondavano direttamente nel terreno, ma su una base di pietra, anch’essa sopraelevata. C’era in realtà ben poco spazio tra quelle colonnine, ed Elizabeth era stesa su un fianco, un po’ di traverso con la testa, i piedi e le mani che penzolavano nel vuoto.

Si districò da quella scomodissima posizione e scivolò in terra, dove si mise a sedere.

Purtroppo le gambe non le funzionavano, il che non la sorprese, dato che era invalida ormai da quasi trent’anni.

Non conosceva quel luogo, ma le era evidente che si trattasse di un cimitero. Il rumore rombante tutto intorno, però, le suonava alieno. Osservò la tomba contro cui era appoggiata e vi lesse con un sussulto il proprio nome.

“Elizabeth Barrett Browning”. Chi era sepolta lì era nata, proprio come lei, a Durham il 6 marzo 1806. Troppo strano perché fosse solo una coincidenza. Si trattava di una tomba, dunque non c’era di che stupirsi se recava anche il luogo e la data della morte: Firenze, 29 giugno 1861. Leggere la propria data di morte su una tomba è qualcosa che fa mancare il terreno sotto i piedi e, se le sue gambe non l’avessero abbandonata tanti anni prima e lei non fosse stata saldamente seduta in terra, certo ci sarebbe finita in quel momento.

Le bastò un attimo per riprendersi e convincersi che tutto ciò era assurdo. Lei era lì, ben viva, come al solito. Quello sembrava uno scherzo perverso di qualche amante delle storie gotiche. Chi poteva aver architettato una simile cattiveria nei confronti di una vecchia poetessa malata e solitaria come lei? Davvero, non le veniva in mente nessuno. Non aveva nemici e di certo nessun amico tanto balordo da macchinare una burla simile.

Provò a chiamare, ma le rispose solo quel rombo irregolare e alieno che proveniva oltre le tombe. L’aria era strana. Tossì. Non ne aveva mai respirata di così mefitica.

Elaborazione grafica di ELisa Calcinari

Per un istante le venne in mente l’inferno. Aria infernale! Questo respirava. Ma no. Non poteva essere. Lei era viva. Quello certo non era l’inferno. Non capiva, però, la situazione, e neppure quei rumori e quell’aria. Chiamò ancora; a quanto pareva nel cimitero non c’era nessuno e se c’era qualcuno fuori, con quel rombo irregolare ma costante non avrebbe certo potuto sentirla. Se non altro, non era notte. Risvegliarsi al buio in un simile posto l’avrebbe inquietata ancora di più.

Non era in grado di camminare, ma non aveva alcuna intenzione di restare lì. Era debole e malata ma ancora in grado di strisciare, spingendosi con le braccia. Raggiunse uno dei vialetti del cimitero e lo percorse trascinandosi come un animale ferito verso quella che pareva l’uscita. Per sua fortuna, il cimitero era piuttosto piccolo, per cui non le ci volle molto ad arrivare all’alto cancello.

La parte bassa era chiusa da una superficie unica di metallo. Per guardare fuori dovette issarsi fino alle sbarre della parte superiore.

Quello che vide oltre la lasciò pietrificata.

C’erano stranissime carrozze, interamente chiuse, che correvano senza cavalli. Dentro c’erano persone con abiti insoliti, per quel poco che riusciva a scorgere. Non s’intendeva di meccanica, ma aveva saputo dell’Hippomobile a gas, da poco realizzata da Étienne Lenoir, e che alcuni sostenevano la possibilità di costruire carri in grado di muoversi senza essere trainati, ma quelle… Quelle erano cose impensabili! Sembravano fatte di materiali mai visti, e poi erano così tante, così rumorose e puzzolenti! Sembravano loro la causa di quel tanfo mefitico. Quale essere umano avrebbe mai potuto volersi rinchiudere dentro quelle scatole mobili o riempirne una città? L’umanità non poteva essere così folle, pensò. Di nuovo le venne in mente l’inferno. Era lì! Era così? Aveva pensato di arrivare al cancello e chiamare aiuto, ma a quella vista non ne ebbe più il coraggio: che creature potevano mai essere quelle? Esseri demoniaci? Si fece scivolare di nuovo a terra, appoggiata alla lastra di metallo.

Lasciò allora che lo sguardo esplorasse l’interno. Le tombe nella loro familiarità le parevano quasi un rifugio da quel mondo ostile.

La confortò vedere che lungo il vialetto avanzava una figura stanca e spaesata. Di sicuro un vecchio.

L’uomo, che doveva avere circa novant’anni, la raggiunse lentamente e si presentò, parlando inglese.

«Sono Walter Savage Landor, di Warwick. Mi sono risvegliato ai piedi di una tomba laggiù,» indicò con il braccio, «che…» esitò, «beh, stranamente portava il mio nome e…» La osservò meglio, quindi, sussultando, esclamò: «Elizabeth! Elizabeth Browning? Come? Come può mai essere? Sei morta… cioè, mi scusi. Devo averla presa per un’altra persona, la poetessa Barrett Browning… ma certo, mi devo essere confuso, sa com’è… la mia età… oggi sono alquanto confuso… non capisco che cosa mi stia capitando e…»

«Walter!» replicò Elizabeth nel riconoscerlo e nel ritrovarlo ancor più vecchio di quanto lo ricordasse, «sono proprio io, sono Elizabeth, e anch’io mi sono svegliata ai piedi di una tomba con il mio nome.»

«Elizabeth!» la fissò con gli occhi sbarrati.  «Ma sono ormai cinque anni che tu… Passando ho visto la tua tomba. Ricordo quando Luigi Giovannozzi la realizzò su disegno di Frederic Leighton e tutte le volte che venni a deporvi io stesso dei fiori. Oh, Elizabeth! Vorrei fosse vero che tu sei ancora viva, ma no, non può esserlo di certo. Quante volte ti ho ricordata con il tuo povero Robert! E il tuo povero Pen, quanto ti ha pianto.»

«Pen! Come sta mio figlio?» chiese la donna, rendendosi all’improvviso conto che con quella domanda stava quasi avvalorando le parole del vecchio drammaturgo.

«Bene. Alla fine, si è ripreso dalla tua morte…» il vecchio s’interruppe. Non gli pareva delicato parlare a una persona della sua dipartita, ma la situazione era così strana. Dopo una breve esitazione, proseguì. «Era solo un bambino. Dodici anni, mi pare, quando te ne… andasti, ma Robert gli è sempre stato molto vicino.»

Era tutto così paradossale! Stentava a credere alle sue stesse parole. Il suo sguardo, a quel punto, si allargò oltre il cancello alle spalle della poetessa e anche lui vide le automobili, trasalendo.

«E quelle cosa sono?» chiese puntando il dito artritico.

«Era ciò che mi aveva sconvolto poco prima del tuo arrivo. E quest’aria? Come ti pare?»

«Infernale. Faccio fatica a respirare. Eppure, questo è il cimitero protestante vicino Porta a Pinti, lo riconosco, ma dove sono finite le mura di Firenze, che dovrebbero sorgere qua fuori? È come se il cimitero fosse stato trasportato altrove. Pazzesco!»

«Ehi, voi!» li apostrofò in italiano un tale, avvicinandosi dal vialetto interno. «Scusatemi, mi sono smarrito.»

Era un signore molto stempiato, sulla quarantina.

Elizabeth e Walter lo fissarono esterrefatti. La comunità inglese di metà XIX secolo a Firenze era importante ma non tanto grande, per cui gli inglesi si conoscevano quasi tutti tra di loro, in particolare se erano, come loro tre, dei letterati.

«Arthur!» esclamò Elizabeth.

«Arthur Hugh Clough!» esclamò Walter.

«Signor Landor! Elizabeth!» esclamò l’uomo a sua volta, passando all’inglese. «Elizabeth? Tu… Tu! Tu?»

«Io?» chiese Elizabeth, immaginando ormai la risposta.

«Io, cioè, non posso credere di essermi ingannato, ma tu… sei Elizabeth Barrett, la moglie di Robert Browning?»

«È forse la sola cosa di cui io sia ancora sicura, mio caro Arthur.»

«Ma io ricordo che alcuni mesi fa tu sei…»

«Morta?» completò Elizabeth.

«Non osavo dirlo, ma questo è il mio ricordo.»

«E anche il mio,» precisò Walter, «ma perché parli di pochi mesi, io ricordo che fu alcuni anni fa e che…» il vecchio trasalì. «E che pochi mesi dopo anche tu… anche tu, così giovane, così giovane come ti vedo, moristi! Se ne parlò tanto! Oh, Dio del Cielo, che cosa ci sta accadendo?»

 

(CONTINUA)

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