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L’IMPORTANZA DELLE EMOZIONI

IIntelligenza Emotiva (Edizione Economica)l cervello è sempre una materia affascinante, per chiunque, io credo. Se non altro perché tutti noi (o quasi!) ne possediamo uno e abbiamo a che fare con i suoi meccanismi e spesso ci troviamo a cercare di interpretarlo o di interpretare quelli ancora più misteriosi di chi ci sta attorno. “Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman è un libro che ci parla, in fondo, proprio di questo, della nostra capacità di comprendere noi stessi e gli altri.

Un tempo, soprattutto nella terra degli yankee, andava molto di moda misurare il Q.I., il Quoziente Intellettivo. C’erano e tuttora si usano dei test per valutarlo. In più modi, credo (ma non sono certo un esperto della materia) sono stati evidenziati i limiti di tali misurazioni. Credo, in particolare, che uno dei loro difetti fosse quello di essere tarati su un modo di pensare tipico di un occidentale istruito. L’intelligenza, invece, è qualcosa che può assumere forme ben diverse. Un ragionamento a parte, per esempio, meriterebbe capire quantificare l’intelligenza degli altri animali.

Anni fa si cominciò a ragionare sul fatto che potesse esistere anche qualcosa di simile al Q.I. ma che misurasse la capacità empatica ed emozionale. Il fatto è che gente con alti Q.I. a volte è socialmente disastrosa, mentre persone con Q.I. non elevati riescono ad avere vite soddisfacenti, con buone carriere, famiglie stabili e varie soddisfazioni.

La capacità di comprendere se stessi e gli altri e di rapportarsi con le persone è non meno importante delle capacità connesse a un elevato Q.I..

Il saggio di Goleman non ci parla tanto di Q.E. (Quoziente Emotivo), quanto del funzionamento dell’intelligenza emotiva.

Secondo wikipedia «L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. L’intelligenza emotiva è stata trattata la prima volta nel 1990 dai professori Peter Salovey e John D. Mayer nel loro articolo “Emotional Intelligence”. Definiscono l’intelligenza emotiva come “La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.»

Daniel Goleman

Daniel Goleman

Goleman ci parla dell’importanza di comprendere gli altri per il buon funzionamento di un matrimonio, di un rapporto lavorativo, dell’educazione dei bambini. Ci parla del Q.I, di gruppo che favorisce la coesione emotiva. Affronta il tema delle malattie psicosomatiche e il collegamento tra emozioni e sistema immunitario. Ci spiega come persino la collera possa diventare una causa di morte. Ci racconta  come tra le emozioni negative la collera sia più connaturata negli uomini, mentre nelle donne prevalgono l’ansia e la paura e come queste emozioni possano determinare cardiopatie. Ci parla anche della connessione tra depressione e, persino, fratture ossee, con le cardiopatie. Ci spiega che persino nei tumori un aiuto psicologico possa rallentarne il decorso.

Affronta poi il tema della timidezza infantile e di come questa possa trasformare i bambini in adulti paurosi se non malati.

Analizza quanto del temperamento dipenda da tendenze genetiche o dall’educazione.

Ci racconta come si stia abbassando l’età per l’inizio della depressione giovanile, forse per effetto della disgregazione delle famiglie, generata a sua volta dall’industrializzazione.

Ci spiega che sia possibile insegnare con appositi corsi ai bambini antipatici a diventare più simpatici.

Racconta che droga e alcol danno assuefazione soprattutto quando sono assunti come se fossero farmaci per lenire ansia e malinconia.

Ci avverte su quanti danni possa infliggere la povertà anche a livello emotivo.

Racconta come questi siano concetti che ora si studiano scientificamente ma ben noti, basti pensare a quando di parlava di carattere e volontà delle persone: si dava un giudizio sulla loro capacità emotiva.

L’incapacità di controllare le emozioni, unita all’elevata accessibilità di armi da fuoco negli USA stanno portando a un aumento delle morti causate da queste, che, a quanto dice, in America avrebbero persino superato in numero quelle, elevatissime, provocate dalle automobili.

Ritiene sia importante insegnare l’empatia e il controllo di collera e impulsi.

Nell’appendice analizza la definizione e il concetto di emozione, spiegando, in particolare, che le emozioni non sono uno stato duraturo della nostra mente, ma tendono a durare molto poco, in quanto sono meccanismi generati dall’evoluzione per reagire prontamente alle situazioni pericolose, mentre la mente razionale ha tempi più lunghi, legati al ragionamento.

A volte però la mente emozionale riporta al presente emozioni del passato e così ingabbia la mente razionale.

Il saggio, abbastanza voluminoso, risulta sempre comprensibile e leggibile anche per una persona come me, non esperta di psicologia. Forse non offre spunti particolarmente innovativi o suggestivi, ma fornisce un quadro della materia ampio e dettagliato, per chi voglia sapere qualcosa in merito.

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IL DONATORE DI CONOSCENZE

The giver- Il donatore - Lois LowrySono assai pochi i romanzi con il dono della semplicità e della profondità allo stesso tempo. Penso, ad esempio, a “Candide” di Voltaire, a “Il Piccolo Principe” di Saint-Exupery, a “Il Gabbiano Jonathan Livingstone” di Bach o a “L’Alchimista”di Coelho.
Un libro che, in qualche modo potrebbe essere aggiunto a quest’elenco è, forse, “Il Donatore” di Lois Lowry (Edizioni Giunti), romanzo pubblicato nel 1993 (all’inizio era intitolato “Il Mondo di Jonas“) e che sta ancora continuando la sua strada di successi, arrivando finalmente, nel 2010, anche in Italia. È il primo capitolo di una trilogia ed  è prevista l’ uscita di un film ad esso ispirato (regia di David Yates, protagonista Dustin Hoffman o Jeff Bridges).
The Giver – Il Donatore” è un romanzo di formazione e iniziazione. Descrive un mondo alternativo che all’apparenza si presenta come utopico, ma che rivela, approfondendone la conoscenza, una realtà fortemente distopica.
Come tutte le storie “essenziali” fa venire in mente molte altre storie importanti. Il primo raffronto che mi è venuto in mente è con “La fuga di Logan”, il romanzo di Nolan e Clayton Johnson in cui l’umanità vive in un mondo dorato da cui sono bandite vecchiaia e malattia. Nel mondo del il piccolo Jonas, il protagonista de “Il Donatore”, i vecchi esistono ma come nella Fuga di Logan vengono eliminati (prima di invecchiare), anche qui vengono “congedati” e mandati Altrove (tutti lo ignorano, ma questo vuol dire morire).
Come Logan, anche Jonas fuggirà alla ricerca di un mondo che viene dal passato.Lois Lowry
Mi ha poi fatto pensare a “Fahrenheit 451” in cui la conoscenza del passato (i libri) è stata cancellata. Nella storia di Bradbury alcuni ribelli imparano interi libri a memoria per preservarli, nel “Donatore”, l’Accoglitore di Memorie preserva per la Comunità tutte le memorie, piacevoli e dolorose.
La cerimonia dei Dodici Anni, per la scelta del mestiere futuro, mi ha invece fatto pensare al Cappello Parlante di Harry Potter.
Successivamente ho letto “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro, una distopia che mi ha a sua volta ricordato questo libro per l’ambientazione asettica e per la strana infanzia dei protagonisti.
Ma lasciamo da parte le somiglianze e diciamo invece cosa rende speciale questo libro: ci mostra un mondo forse immaginario, forse futuro, in cui tutto è reso uniforme e armonico, dove per cancellare il Dolore è però stato cancellato anche il Piacere, in cui persino i colori sono stati cancellati, in cui non c’è più la musica, in cui le passioni (le Pulsioni) sono state represse con apposite pasticche. Le famiglie sono costruite con precisione: a ogni coppia vengono assegnati un figlio maschio e una figlia femmina.
Ogni anno i bambini superano dei riti di passaggio, mediante i quali passano a uno stadio successivo, fino al dodicesimo anno. Dopo saranno adulti e gli anni non si conteranno più.
Chi però sbaglia o invecchia viene “congedato”.
Il protagonista Jonas, alla sua cerimonia dei Dodici Anni riceve l’onore di essere designato come il solo Accoglitore di Memorie della Comunità. Verrà istruito dal Donatore. Inizia così la sua formazione. Ed è un’iniziazione alla Vita, con tutti gli aspetti che agli altri membri della comunità sono preclusi: conoscerà le memorie perdute di un mondo simile al nostro, in cui ancora esistevano le variazioni del clima, le guerre, l’amore, le passioni, la fame, la solitudine, la tristezza.
bambino che leggeJonas capirà che il suo mondo piatto e perfetto, in realtà non perfetto per nulla, perché non c’è piacere senza dolore.
Questo piccolo e veloce romanzo ci fa dunque riflettere sul senso del nostro mondo, del nostro vivere quotidiano, sul nostro desiderio di mondi migliori e ci insegna che questi non possono esistere, perché un mondo senza difficoltà, senza problemi è un mondo falso e vuoto e le vite che vi potranno esser vissute non avrebbero senso.
Solo riappropriandoci della piena conoscenza delle cose, possiamo davvero capire chi siamo e cosa vogliamo.
Come le grandi distopie, da “Il Mondo Nuovo” di Huxley a “1984” di Orwell, anche “Il Donatore” ci mette in guardia da quelle tendenze politiche che vorrebbero offrirci un mondo “ripulito”. I roghi di libri non c’erano solo nel romanzo di Bradbury, anche i nazisti fecero grandi falò in piazza per bruciare “libri comunisti”, anche l’Inquisizione ha messo al bando dei testi, anche l’Opus Dei ha elenchi di libri proibiti. La censura continua a essere una realtà che assume diverse forme.
Non dobbiamo, allora, mai smettere di leggere, di documentarci, di acquisire conoscenze, qualunque esse siano, perché anche noi siamo “Accoglitori di Memorie” e se smetteremo di accoglierle, queste moriranno. Ma anche questo non basta: dobbiamo poi diventare “Donatori” e avere la capacità di trasmettere le nostre conoscenze, di moltiplicarle e di farle germogliare, in modo che diano nuovi frutti.
L’omogeneizzazione (la globalizzazione) uccide la cultura e con questa la creatività e la varietà del mondo. Quando una lingua muore, con essa muore una cultura e tutto ciò che in essa è stato detto e scritto. Stiamo andando verso un mondo in cui molta memoria sarà persa, perché le lingue e le culture che le hanno custodite sinora si stanno confondendo della cultura globalizzata, sempre più uniforme. Va fatto ogni sforzo per preservare la varietà, pur godendo dei benefici di un mondo in forte connessione, dove ogni messaggio può arrivare ovunque, diffondersi e germogliare.

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