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TEMPO DI TORNARE A RIFLETTERE SUL RAZZISMO

In questi giorni appena successivi all’attentato alla rivista satirica francese “Charlie Hebdo”, mi è parso appropriato leggere il veloce manualetto scritto da un marocchino residente a Parigi, il giornalista (anche per “La Repubblica”) e scrittore (vincitore del Premio Goncourt) Tahar Ben JellounIl razzismo spiegato a mia figlia”, scritto nel 1997.

Il titolo è quanto mai esplicito nell’indicare il target di lettori: ragazzini attorno ai dieci anni di età e quindi non dobbiamo meravigliarci della grande semplicità e dell’ovvietà dei concetti espressi in questo testo. Lo consiglierei dunque soprattutto a loro, anche perché come scrive Jelloun, non si nasce razzisti ma lo si diventa per effetto di una cattiva educazione ed è bene cominciare presto a dotarsi dei necessari antidoti.

Eppure, se è vero, come anche qui si dice, che il razzismo nasce, tra le altre cose, dall’ignoranza, a giudicare dalle reazioni di tanta gente nei confronti di tutti gli immigrati e di quelli di religione islamica in particolare a seguito dell’attacco terroristico perpetrato da un gruppetto di estremisti jiaidisti, sembrerebbe proprio che le idee essenziali di questo volumetto siano ignorate (o dimenticate) da molti di noi e che sarebbe bene cercare di ripassarle con spirito critico e riflessivo, così come approfondire la conoscenza del mondo islamico, che non è certo un blocco compatto, ma diviso in diversissimi orientamenti religiosi e approcci alla fede e al modo di viverla.

Occorre dunque, in momenti simili, sempre interrogarci quanto le nostre reazioni siano razionali o emotive e quanto siano motivate da sentimenti umanitari o razzisti, perché il razzismo nasce, come dicevamo, dall’ignoranza, ma è alimentato dalla paura dell’altro e dalla violenza e si nutre di dogmi e certezze.

copertina attentato

LA PERCEZIONE DEL TEMPO

Bambini nel tempo” di Ian McEwan è un romanzo con un grande potenziale. Innanzitutto nel titolo: quante storie eccezionali si potrebbero scrivere con un titolo così! Poi nell’incipit (che anticipa la trama principale): un padre, scrittore di romanzi per bambini, perde la figlia in un supermercato. Forse è stata rapita. La cerca invano per lungo tempo. La sua vita familiare è sconvolta. I rapporti con la moglie precipitano. Bene. Da qui si potrebbe andare in molte direzioni. Io avrei immaginato che, trattandosi di uno scrittore, il protagonista avrebbe fatto lavorare la fantasia. Avrei immaginato che la bambina nella sua memoria cambiasse o che restasse sempre uguale nonostante lo scorrere del tempo, che comunque diventasse cosa diversa da quella che stava diventando veramente. Ma Stephen Lewis (forse non è un caso che il cognome del protagonista ricordi quello del celeberrimo autore fantasy) si limita ad andarsene in giro per Londra cercandola per tre anni. Sua moglie si ritira in meditazione. Si separano. Insomma, reazioni abbastanza normali e poco romanzesche.

McEwan approfitta di questa trama, per inserirci i ricordi dell’infanzia di Stephen, ma non ci offre nessuna allucinata mescolanza dell’infanzia di padre e figlia. Peccato! Ci mostra anche il grande amico di Stephen, affermato politico vicino al Primo Ministro, che regredisce all’infanzia e, in una ricerca di semplicità, costruisce una casa sull’albero, dove fa ascendere anche il povero Stephen, in uno dei brani meglio riusciti del romanzo. C’è insomma una riflessione sul bambino che è sempre presente in noi e che vuole ritornare, ma la vicenda mi pare poco legata a quella principale.

Il protagonista, grazie al suo successo come autore di romanzi per ragazzi, entra in una commissione ministeriale per l’educazione dell’infanzia, e qui siamo nel campo di una blanda satira del governo tatcheriano, con un’Inghilterra in cui l’accattonaggio è regolamentato e altre piccole varianti, che rendono la storia quasi una lieve distopia, senza osare spingersi a immaginare mondi orwelliani. Peccato? Forse sarebbe stato eccessivo farlo.

A un certo punto Stephen è vittima di un incidente automobilistico, grazie al quale percepisce una dilatazione del tempo quale non aveva mai sperimentato prima. Anche questa potrebbe essere un’interessante occasione per mostraci come il tempo non sia uguale per tutti. Dopo una simile presa di coscienza mi sarei aspettato di scoprire come il tempo sia andato avanti per la piccola Kate, la figlia dispersa di Stephen, di quanto sia stato diverso per lei rispetto al padre. Del resto è noto quanto sia diverso il suo scorrere durante l’infanzia. A un certo punto Stephen crede di averla ritrovata. La piccola non lo riconosce. È passato troppo tempo, penso. È la diversa percezione del tempo che fa sì che per Stephen la piccola sia ancora sua figlia, mentre per la bambina Stephen non è più il padre. Però, McEwan ci fa capire che Stephen si è solo sbagliato. Quella è un’altra bambina. Peccato!

Ian McEwan

Alla fine la coppia, che si era brevemente rappacificata mesi prima, ha un nuovo figlio, che torna a unirli. Stephen capisce che continuerà ad amare nel nuovo figlio la bambina perduta. McEwan però non ci mostra cosa comporta questo, perché con la nascita il romanzo si chiude. Peccato!

C’è anche una complessa esposizione della moglie dell’amico di Stepehen sul tempo in fisica. Anche quest’idea, mi pare, non ha molto seguito nella trama successiva, né aiuta a spiegare nulla di quanto avvenuto prima.

Insomma, come dicevo all’inizio tanti bellissimi spunti, che personalmente avrei sviluppato in tanti altri modi. Insomma, un romanzo molto stimolante, che fa riflettere, che fa venire una voglia matta di scrivere. Di riscriverlo. Un buon romanzo, insomma, ma non quello che avrei voluto leggere, eppure, a volte, i romanzi sono buoni proprio per questo, perché non sono come li vorremmo, perché ci stimolano a creare noi qualcosa di più adatto ai nostri gusti. Purché siano scritti bene e questo, in fondo, lo è, anche se ci sono un po’ troppe divagazioni dalla trama principale.

P.S. Di McEwan, tempo fa, ho letto anche Solar e rileggendo ora il mio commento di allora, noto le stesse conclusioni: belle idee, ma senza il coraggio di portarle fino alle loro estreme conseguenze!

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I BAMBINI SBOCCIANO DA SOLI

Il Giardino Segreto” della scrittrice anglo-americana Frances Hodgson Burnett è un romanzo che da quando è uscito nel 1910 continua a riscuotere un grande successo di pubblico e che ancora oggi appare moderno e di assai piacevole lettura.

È un libro che si presentava come innovativo dal punto di vista pedagogico ed educativo e che, ancora oggi, ha molto da insegnare.

Non è però un’opera moralistica, ma una bella avventura di crescita e scoperta vissuta da due bambini brutti, sfortunati e terribilmente antipatici, che grazie all’amicizia reciproca e con un terzo ragazzino nonché alla vita all’aperto nel “giardino segreto”, cui hanno accesso solo loro, riescono a migliorare nel corpo e soprattutto nell’animo.

Mary Lennox è una bambina di 10 anni, nata in India da due genitori inglesi che la trascurano, facendola crescere viziata, arrogante e scontrosa. Dopo la perdita di entrambi i genitori, morti di colera, Mary viene affidata alle cure di un ricco zio, Archibald Craven, che vive in Inghilterra. Nella sua immensa casa di cento stanze, dove lo zio non viene neppure ad accoglierla, seguendo urla e pianti misteriosi, la bambina scoprirà che vive anche suo cugino Colin, della stessa età, bloccato a letto da una malattia che tutti credono lo porterà a divenire deforme e morire. Il ragazzo non ha in realtà nulla, ma orfano della madre, si sente abbandonato dal padre e per questo si ammala.

La cugina saprà come affrontarlo, spingerlo a muoversi e a uscire all’aria aperta. La natura farà il resto e la primavera ridarà forze e colore a entrambi, fino a farli tornare dei bambini normali (o quasi).

Frances Hodgson Burnett

Frances Hodgson Burnett

Si può ben capire la forza di un messaggio come questo nell’Inghilterra di un secolo fa, dove nessuno avrebbe mai potuto pensare che dei bambini potessero trovare in loro stessi la forza e la capacità per crescere e migliorare, ritenendosi fondamentale la rigidezza delle regole educative e il costante controllo degli adulti, che qui, invece, quasi fossimo in una striscia di Charlie Brown, sono quasi assenti.

A distanza di un secolo, come educatori siamo certo assai meno fissati con le regole e molto più permissivi, ma non per questo meno ossessivamente presenti e coercitivamente vincolanti negli indirizzi di crescita dei nostri figli. La miscela educativa moderna, fatta di pressione continua e assenza di autorità rischia di essere persino più esiziale del rigido autoritarismo novecentesco.

Libri come questo tornano quindi a essere utili e importanti per capire come ogni bambino abbia in sé il proprio potenziale di crescita e la capacità di utilizzarlo autonomamente in modo costruttivo.

Facile (forse) a dirsi, ma assai difficile da applicarsi per noi genitori ansiosi del XXI secolo.

 

Firenze, 16/03/2013

 

IL MITO DELLE SORELLE LISBON

Jeffrey Eugenides - Le vergini suicideEssere genitori di figli adolescenti non è mai stato un mestiere facile. Alcuni, poi, ci sono meno portati di altri. Se le figlie sono cinque e tutte femmine, probabilmente deve essere davvero difficile. Se poi queste si ammazzano tutte e cinque, mi chiedo quale genitore non ne uscirebbe distrutto dai sensi di colpa.

Lo sguardo che Jeffrey Eugenides rivolge verso “Le Vergini Suicide” non è però quello dei genitori, ma di un gruppo di coetanei delle ragazze, che osservano, quasi sempre a distanza, la vita da recluse di queste ragazzine dai 13 ai 17 anni, che i genitori lasciano uscire di casa solo in rare occasioni (messa e scuola a parte) e  che ne limitano i contatti con il mondo esterno.

Da genitori ci si chiede quale sia il limite della libertà che si può e si deve concedere ai figli, se la sua negazione può portare a risultati tanto irreparabili.

Le ragazze forse non sono neppure particolarmente belle, ma il mistero che le avvolge le rende affascinanti, quasi mitiche per i giovani che le scrutano e cercano di contattarle.

Il romanzo è scritto in un’insolita prima persona plurale e mostra il punto di vista collettivo di questa quasi indistinta comunità maschile di ragazzi tutti innamorati di tutte loro, quasi indistintamente. Ogni tanto le distanze si riducono e allora emerge qualche differenza tra una sorella Lisbon e l’altra, lo sguardo si focalizza e si nota che non sono fatte con lo stampino. Non basterà però l’attenzione e l’interesse di questi giovani a iniettare nelle Lisbon la voglia di vivere. Se ne andrà prima la più piccola, al secondo tentativo, e poi le altre, ingannando i loro amici che le credevano finalmente pronte a una fuga d’amore, mentre cercavano solo la morte.

Ambientato nella provincia americana del 1974, il romanzo parla di un mondo un po’ bigotto che ha paura dei venti di rinnovamento che già da un po’ spirano nel resto dell’America e del mondo. Anche i ragazzi, nel loro vivere passivamente la passione giovanile verso il mito delle vergini suicide, dimostrano una ridotta emancipazione, tipica di quegli anni (che erano anche quelli della mia infanzia).

Parlando di ritratti collettivi di provincia, non può non venire in mente il recente romanzo della Rowling (“Il Seggio Vacante”): due province diverse, ma a loro modo entrambe malate.

La sfortuna che si annida in casa Lisbon mi fa invece pensare alla camera d’albergo maledetta del racconto “1408” di Stephen King (nella raccolta “Tutto è Fatidico”) e, forse, a “La Casa Stregata” di H.P. Lovecraft che ho iniziato a leggere mentre completavo questa lettura, anche se in questi due esempi l’intento è di spaventare, mentre qui la decadenza della casa, il suo diventare sempre più una prigione malsana, è qualcosa che deriva dai suoi stessi abitanti, lo specchio delle loro anime sempre più malate.

Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides

Libro coinvolgente, in definitiva, anche se, forse, l’impersonalità dei personaggi e la difficoltà di capire le motivazioni e i pensieri più profondi delle ragazze rendono la lettura meno appassionante di come magari avrebbe potuto essere con un maggior approfondimento.

Firenze, 06/05/2012

COME LIBERARSI DAI BAMBOCCIONI

Paolo Crepet - I Figli non crescono più

Paolo Crepet – I Figli non crescono più

Alcuni mesi fa un personaggio politico definì (suscitando una certa polemica) i giovani italiani dei bamboccioni, in quanto stentano a liberarsi della dipendenza dalla famiglia.

Nel saggio “I figli non crescono più” il sociologo Paolo Crepet affronta il tema del distacco degli adolescenti dalla tutela/ oppressione della famiglia.

Nel suo libro si rivolge sia ai figli, che ai genitori. Più che un saggio organico e strutturato, il testo è una raccolta di pensieri, riflessioni e resoconti di esperienze professionali, ma nonostante ciò, è una lettura interessante e assai abbordabile per ogni tipo di lettore.

Mi ha stupito veder esaltato il modello di scuola a tempo pieno che ha scelto per il liceo mia figlia (scuola quanto mai rara, poco conosciuta e poco apprezzata dalla maggior parte degli italiani).

Tra le motivazioni cito “La scuola attuale, nella maggioranza dei casi, non dispone di tempo sufficiente e quindi tende a delegarne la necessaria estensione ad altre agenzie: famiglia, associazioni per attività sportive e creative ecc (…) Educare significa aiutare a crescere. Dunque, occorre che chiunque ricopra questo ruolo (…) pensi al tempo come a una dimensione obbligata per capire la complessità di chi sta crescendo”, “Chi potrebbe negare che pranzare assieme ai propri amici e compagni sia incomparabilmente più utile per la crescita di un adolescente che riscaldare a casa la cotoletta lasciata dalla mamma prima di andare a lavorare? La mensa scolastica è un laboratorio fondamentale per imparare a vivere” e “Naturalmente un tempo pieno scolastico corrisponde a una nuova responsabilità anche per le famiglie: chiudere le scuole il sabato implica la possibilità (ma anche la disponibilità) a esserci per un lungo week-end.

 

Paolo Crepet

Paolo Crepet

Centrale nel volume è il tema del lasciare il bambino/ adolescente libero di crescere in autonomia. Crepet mostra, come esempio, un bambino che impara a camminare e cerca di prendere un bicchiere. Il piccolo “si alza, cade e si rialza, per cadere di nuovo”. Ci dice poi Crepet: “Cosa fa infatti il cattivo educatore? Prende quel bicchiere e glielo porge”. Quale genitore non ha mai preso il bicchiere a suo figlio? Quanti di noi sanno resistere come la madre, citata nel libro, di Ray Charles, che osserva muta e sofferente, il bambino cieco sbattere contro le pareti disorientato, ma non fa nulla per aiutarlo? Quanti genitori di bamboccioni trentenni, quarantenni o magari cinquantenni, continuano a porgere loro un bicchiere che il figlio potrebbe prendere assai meglio di loro, solo per ribadire il proprio potere e il proprio controllo su degli adulti che avrebbero voluto eternamente fanciulli, in una sorta di sindrome di Peter Pan rovesciata? Quanti di noi continuano a ingerire in vite che non sono nostre, ma che continuiamo a sentire come parte di noi, di cui ci sentiamo responsabili?

A volte un genitore che cerca di essere troppo presente, che impone le sue idee, la sua presenza, la sua volontà è la causa di danni gravissimi nella mente e nel comportamento del figlio, che potrà liberarsi dello spettro della figura materna o paterna solo a costo di lunghe sessioni psicoanalitiche.

 

Singolare anche l’attenzione dedicata dall’autore alla creatività (“il creativo è mentalmente flessibile, dunque psicologicamente labile”). La gente comune associa alla creatività e al genio una mente forte e ben sviluppata. Troppo spesso è invece esattamente l’opposto. Il genio, spesso, è qualcuno molto debole su qualche altro versante, spesso psicologico o emotivo.

 

Firenze, 17/06/2012

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