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LO SFIGATO E LA STRONZETTA

Di recente ho letto “I Demoni” di Fëdor Dostoevskij, considerandolo una delle peggiori letture degli ultimi anni. In sostanza, la sensazione era che l’autore avesse impiegato centinaia di pagine per scrivere qualcosa che poteva stare ben racchiuso in poche decine. Se si fosse trattato di uno scrittore sconosciuto, difficilmente gli avrei dato una seconda chance. Ma Fëdor Dostoevskij è pur sempre uno dei massimi autori russi (tutti gli altri non mi hanno pressoché mai deluso) e così, approfittando del fatto che mia figlia l’aveva preso per leggerlo a scuola, ho letto in poco tempo il romanzo breve “Le Notti Bianche”, considerando la lunghezza (44 pagine), ho pensato sia  che lo sforzo era minimo e che, forse, in un numero così ristretto di righe, forse, il nostro russo poteva esser riuscito a fare qualcosa di meglio che nel fiume travolgente e vano di parole de “I Demoni”.

Questo romanzetto, poco più di un racconto lungo, è un’opera giovanile di Dostoevskij e questo si sente.

Le Notti Bianche” non mi ha tediato irrimediabilmente come “I Demoni”, ma mi ha dato la netta sensazione del romanzetto d’esordio di un ragazzino complessato. Sarà forse stato per colpa di quello sfigato del protagonista, un giovanotto di ventisei anni, che dichiara di essere a Pietroburgo da otto anni, durante i quali non ha mai parlato con nessuno e non ha mai fatto amicizia con nessuno (però riconosce di vista mezza Pietroburgo e di questo, beato lui, si sente soddisfatto)!

Un simile individuo vede una ragazzetta che piange, vuole avvicinarla, non osa ed è subito troppo tardi, poi questa viene aggredita da un passante, lui accorre in suo aiuto e fanno amicizia. Si parlano per quattro notti.

Fedor Dostoevskji

Fedor Dostoevskji

Anche lei è una sfigata. Racconta che vive con la nonna cieca, che la tiene quasi reclusa e che, per controllarla, la tiene avvinta a sé con uno spillo che lega le loro vesti! Questa è senz’altro la miglior trovata del libro e la più spassosa, quasi da vecchia fiaba.

La tipa è innamorata di un loro ex-inquilino, che non si fa sentire da un anno, ma è da poco rientrato a Pietroburgo. La ragazza, Nasten’ka, si fa aiutare dal nuovo amico a scrivere e inviare una lettera all’amato inquilino, che però non risponde e non si fa vivo. La tipa alla fine dichiara di essersi innamorata dello sfigato, in quel momento però ricompare l’inquilino e la tipa dalla nonna cieca, molla lo sfigato e se ne va con il suo amore originale.

Insomma, una storiella abbastanza gradevole, a parte il noioso monologo in cui lo sfigato parla della sua vita vuota, ma da un grande della letteratura, francamente, di solito mi aspetto molto, molto di più. Anche da un esordiente, di solito, mi aspetto, qualcosina di meglio.

Non so se darò una terza opportunità a quest’uomo, anche se non posso pensare che opere come I Fratelli Karamazov, L’idiota o Delitto e Castigo siano a questi modesti livelli e temo che prima o poi ci cascherò di nuovo.

 

Firenze, 27/01/2013

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LE CHIACCHIERE DEI RIVOLUZIONARI NICHILISTI

Risultati immagini per dostoevskij i demoniIn tutta la mia vita, prima di leggere “I Demoni”, solo una volta avevo abbandonato la lettura di un libro senza averlo finito. Fu circa quaranta anni fa, ai tempi della scuola elementare!

Leggendo le oltre 2.800 pagine de “I Demoni” di Dostojevsky, più volte sono stato tentato di ripetere quel gesto e mollare la lettura, cosa che non mi è capitata neanche con i peggiori esordienti.
Certo in questo ha contribuito la mole del volume, che ho potuto affrontare grazie al formato e-book, che mi ha consentito di portarmi dietro un simile malloppo ridotto al peso virtualmente nullo di un file nel mio e-reader. Mi è scomodo, altrimenti, leggere tomi troppo grandi. In altre edizioni, peraltro, le pagine sono poco più di un migliaio o addirittura meno. Rimane comunque un’opera corposa. In questo sta il suo principale difetto. Ho avuto quasi costantemente la sensazione di “inutilità” di molte pagine. La sensazione quasi costante è stata che tutto quanto leggevo potesse essere agevolmente scritto in un decimo delle pagine utilizzate, con grande beneficio per la qualità dell’opera. Trattandosi di un’icona della letteratura russa e mondiale, so bene di bestemmiare quasi, scrivendo così, ma questa è stata la mia personale impressione.

Ho trovato la prima parte più noiosa e vacua della seconda, cui sono ostinatamente e fortunatamente arrivato, altrimenti il mio giudizio sarebbe potuto essere peggiore.

Per buona metà del libro la sensazione è stata quella di leggere solo chiacchiere, se non pettegolezzi da salotto. Se il libro fosse stato scritto da un contemporaneo, gli avrei detto ciò che si ripete costantemente nelle scuole di scrittura creativa: “mostra, non raccontare”.

Evidentemente le scuole di scrittura hanno i loro limiti, tanto è vero che non conosco nessun genio che ne sia uscito, dunque le loro regole sono opinabili. Un grande si riconosce dalla capacità di andare oltre le regole.

Eppure troppo ci viene presentato tramite le chiacchiere dei personaggi, anziché la descrizione delle loro azioni. Gli argomenti di cui parlano all’inizio sono dei più vari. Alcuni di un certo interesse, altri assai meno.

Dostoevskij

Fedor Dostoevskij

La seconda metà del volume acquista maggior spessore e cominciano ad accadere cose, persiste però un uso dei dialoghi che mi ha infastidito per la sua costanza.

Alcuni episodi sono degni di memoria, dall’assemblea, all’incendio, alla violenza sulla bambina, ma nel complesso la trama è così dilatata che non si riesce più a vedere. Questo, per il mio modo di percepire un romanzo, è un difetto assai grave.

L’esile trama è così sintetizzata sulla scheda di IBS: Petr Verchovenskij, guidato ideologicamente dal demoniaco Stavrogin, è a capo di un’organizzazione nichilista e lega i suoi seguaci con una serie di delitti. L’ultima vittima è Satov, un ex-seguace convertitosi alla fede ortodossa. Per coprire il delitto Petr obbliga Kirillov a scrivere una lettera di autodenuncia, prima di suicidarsi. Altri delitti, apparentemente immotivati, seguono e solo il suicidio di Stavrogin che si impicca nella soffitta del suo appartamento, sembra porre fine all’azione di questi “demoni.

Tutti questi eventi sono nella parte finale del libro, il che fa capire come poco delineata sia la trama nella prima parte. A quella principale se ne affiancano altre secondarie per descrivere altri fatti e personaggi.
A cosa serve dunque la prima parte? A descrivere come la vacuità della generazione precedente abbia favorito il nichilismo dei giovani che hanno vissuto nei decenni antecedenti la rivoluzione o forse ad avvicinarci per gradi alla visione del Male. Ha dunque una sua funzione, ma questo non toglie, secondo me, che la svolga troppo a lungo.

Non si può dire che i personaggi non siano ben delineati, ma sono forse troppi e con nomi che si confondono (tra nome proprio, patronimico e cognome) soprattutto per un lettore occidentale, rendendo faticoso orientarsi.

Infine, la visione socio-politica dei decenni di fine XIX secolo che hanno preceduto la rivoluzione russa, con il tentativo di mostrare il nascere dei primi rivoluzionari, il loro fermento, mi è parsa assai strana, troppo mirata a descrivere questi proto-rivoluzionari come dei ragazzotti scapestrati, senza rispetto per la religione e la Russia, di cui minano la solidità. È stato detto che con queste pagine Dostojesky ha saputo anticipare la rivoluzione. Non ho avuto questa impressione. Credo che abbia descritto, a modo suo, il fermento che già allora c’era in Russia, ma non abbia “profetizzato” nulla: le rivoluzioni non si generano da un giorno all’altro, mi pare plausibile che vi fossero i germi già trent’anni prima. Che questi rivoluzionari siano stati dei “demoni” nichilisti senza Dio è qualcosa che non posso giudicare, ma penso che sia questione da discutere.

Il senso del titolo rimane per tutta la prima parte del libro del tutto misterioso e mi sono chiesto più volte cosa c’entrassero i demoni in una storia di salotti, chiacchiere, amorazzi, riflessioni filosofiche e simili. Non vedevo demoni, né in senso materiale, né in senso metaforico, dato che i vizi di questi russi descritti nel primo migliaio di pagine mi sono parsi ben poca cosa rispetto a quelli degli italiani attuali.

Finalmente l’autore ci spiega che sta pensando al passo del Vangelo in cui Gesù scaccia la Legione di Demoni da un uomo, facendola entrare nel corpo di alcuni maiali, che impazziranno e affogheranno. Secondo Dostojevky i demoni sono usciti dall’anima della Russia e si sono trasferiti nei corpi di alcuni russi facendoli impazzire. Alcuni di questi uomini sono i demoni stessi e altri sono i porci. O forse i vizi sono i demoni e i rivoluzionari sono tutti come i porci, il cui destino è di suicidarsi (come qualcuno farà) o di impazzire. Una visione quantomeno reazionaria, se non poco realistica.
I Demoni” è un romanzo che parla di molte cose: il Bene e il Male, la Politica, il Delitto, la Rivoluzione, la Filosofia, la Morte, il Suicidio, la Colpa, il Peccato e altro ancora. Troppo materiale, mi pare.

Nella seconda parte del romanzo la trama si concretizza, alcuni delitti si compiono, la catena degli eventi si scioglie, ma è solo chiudendo l’ultima pagina che ho tirato finalmente un sospiro di sollievo su una lettura, che mi ha stancato e lasciato insoddisfatto come poche e che mi è parsa in grado di far morire ogni amore per la lettura in qualunque lettore meno accanito di me. Dico ciò pur sapendo che molti considerano questo libro un capolavoro, dunque la mia è un opinione del tutto personale, invito quindi a verificare di persona, ciascuno secondo i propri gusti.

 

Firenze, 20/12/2012

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