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GIALLO PER ARCHI E TURCO

Leggendo in rete a proposito di “Concerto per archi e canguro” di Jonathan Lethem (New York, 19/02/1964) mi ero fatto l’idea che fosse una storia surreale. Come poteva non esserlo un romanzo in cui i personaggi, oltre agli umani, sono “animali evoluti” che camminano su due zampe, parlano e vestono come persone? Il problema è che se al posto di canguro, pecora, coniglio, gatto e cane l’autore avesse scritto, per esempio, turco, francese, italiano, belga e russo, la storia sarebbe cambiata ben poco e quello che ne sarebbe venuto fuori sarebbe stato un racconto hard-boiled, una classica detective-story, ambientata in un prossimo futuro che somiglia maledettamente al XX secolo americano, salvo alcune piccole trovate come la “vita a punti”, una scheda “karma” da cui vengono scalati i punti se ti comporti male, tipo patente a punti. Se rimani senza, ti congelano, che non è proprio morire ma una sorta di prigione, da cui dopo aver scontato un certo numero di anni, si esce. Certo chiamarlo “Concerto per archi e turco” avrebbe fatto meno effetto.

So bene di non amare gialli e detective story, anche se ogni tanto ne leggo qualcuno, giusto per confermare l’idea. Questa volta la scelta però è stata del tutto involontaria. Dal momento in cui ho cominciato a leggere la storia sostituendo ai nomi delle razze quello di alcune nazionalità, ne è venuto fuori un giallo, pieno di gente che si droga con miscele fantasiose di diverse sostanze, ciascuna con specifiche proprietà.

Jonathan Lethem

Più che la presenza di animali parlanti, che abbiamo visto in tanto fantasy, da “Le cronache di Narnia” a la saga di Jacopo Flammer (solo per citarne due agli antipodi della fama), quello che rende originale questo giallo sono proprio le droghe. Ognuna ha effetti diversi, ma ce n’è in particolare una che ti svuota il cervello dai ricordi e questo ha interessanti implicazioni sia come ambientazione sociologica, sia come sviluppo della trama.

C’è poi la faccenda delle “testoline” che avrebbero sostituito i bambini e le macchine della memoria che aiutano chi abusa di Dimenticol.

Per il resto, come dicevo, siamo davvero dalle parti del classico giallo. Le implicazioni fantastiche possono far pensare al ciclo dei Robot di Isaac Asimov e alle indagini di Elijah Baley, sostituendo alle tre leggi della robotica le proprietà delle droghe e agli automi gli animali.

Se non amate le detective story, però, questo romanzo potete anche lasciarlo stare.

* * * *

 

Vorrei approfittare di questa recensione, per una prima, piccola riflessione del tutto generale sulle detective story, per capire cosa c’è che mi annoia nel giallo.

Direi che la prima cosa che mi disturba sono gli interrogatori (nel romanzo di Jonathan Lethem non sono troppo presenti, ma se penso, tra le ultime letture, a “Il richiamo del cuculo” di Galbraith, alias Rowling, questo è certo un aspetto che non ho gradito). Perché non mi piacciono gli interrogatori? Perché vanno contro la semplice regola “mostra, non raccontare”. Se i fatti mi vengono narrati da un personaggio, sotto interrogatorio o meno, non li sto vedendo e il mio interesse e la mia attenzione sono mediati.

La seconda cosa che non amo dei gialli è l’argomento: in un giornale difficilmente leggo i fatti di cronaca. La cronaca quotidiana non mi interessa. Nei quotidiani leggo gli editoriali, gli articoli di opinione, i grandi fatti internazionali, la politica e l’economia. Che un tipo sia stato ucciso non mi riguarda. Deve essere l’autore a creare l’empatia e a farmi provare interesse per il morto, ma un cadavere difficilmente suscita simpatia. Per questo preferisco i thriller. Magari ci scappa comunque il morto, ma nel frattempo viviamo con lui, soffriamo con lui, abbiamo paura con lui. Nel thriller c’è molta empatia. Nella detective story potremmo provare simpatia per l’investigatore, ma questo non è mai davvero il protagonista. Il protagonista è assente. Non c’è più. È la vittima. Perché dovrei legarmi a un personaggio secondario come l’investigatore? Oltretutto, di norma, l’investigatore non dovrebbe essere direttamente coinvolto con il morto. Ne consegue che della vittima non gliene frega nulla. Gli interessa risolvere il caso, ma questo è come un gioco. Non c’è legame tra i due. Non c’è vero coinvolgimento, a meno che l’autore non sia così bravo da crearlo comunque. Non dico che sia impossibile essere coinvolti, ma non è automatico, occorre lavorarci. Qualche autore si inventa questi legami. Forse è questo il segreto del loro successo, ma, soprattutto nelle serie, questo non sempre è possibile. Un detective può essere legato a una vittima o due, non certo a tutte, se affronta decine di casi.

I gialli (con l’eccezione rara di storie come “Concerto per archi e canguro” o le indagini asimoviane) di solito hanno ambientazioni realistiche. Considerano la verosimiglianza uno dei loro pregi. Più una storia è “credibile”, più sarà apprezzata dagli amanti del genere.

Questo è però l’opposto di quello che cerco in un romanzo. Il romanzo ideale, per me, deve saper descrivere la realtà nel modo più fantasioso e inconsueto possibile.

Per questo posso anche leggere un giallo se è ambientato in contesti non comuni, magari in altre epoche storiche, passate o future. Se leggo, non voglio il quotidiano (sia esso cronaca o vita), ma l’avventura, il pathos, le situazioni estreme.

Eppure i gialli hanno molto successo. Perché? Forse per la ragione inversa per cui non amo i fatti di cronaca: tanta gente ha un interesse, che definirei morboso, per i delitti, le beghe familiari, le liti. C’è poi il gusto di scoprire l’assassino o il meccanismo del delitto, il suo movente. È un gusto da giocatori, da amanti delle parole crociate, dei rebus, dei misteri. Insomma, amore per il ragionamento logico e, nel contempo, per gli aspetti più torbidi della mente umana. La logica preferisco, però, vederla applicata alla fantascienza o al romanzo psicologico.

Non dico che questi due aspetti non mi attraggano. In altri contesti, li posso apprezzare, ma nel giallo non riescono a compensare la presenza delle altre componenti di cui dicevo.

Mi riprometto di sviluppare ancora queste riflessioni, perché mi pare importante capire i punti di forza e debolezza dei generi letterari.

GALBRAITH NON È LA ROWLING

Credo che J.K Rowling abbia fatto bene a non mettere il proprio nome su “Il richiamo del cuculo”, pubblicato invece con lo pseudonimo di Roberth Galbraith. Non è infatti un romanzo all’altezza della saga di Harry Potter, autentico capolavoro del fantasy.

Personalmente non amo i gialli e questo ha di sicuro influenzato il mio giudizio, ma l’investigatore privato Cormoran Strike non solo non è capace delle magie dello studente di Hogwarth, ma anche le pagine del romanzo mancano totalmente della “magia letteraria” che ha stregato milioni di lettori, portandoli a divorare e adorare le migliaia di pagine della saga.

Tutte le regole, in letteratura, sono fatte per essere violate, ma quando si violano occorre farlo coscientemente e  con capacità. I grandi autori, in tal modo, spesso ottengono grandi risultati.

Nelle scuole di scrittura insegnano che non bisogna descrivere ma mostrare.

Quando in un romanzo abbiamo un investigatore che ricostruisce la “verità” interrogando i vari “testimoni”, “sospetti” e “attori” della vicenda, inevitabilmente i fatti vengono raccontati e filtrati e non mostrati direttamente. Non leggendo molti gialli, non saprei dire se sia un vizio del genere, ma di certo è qualcosa che mi disturba e mi ha disturbato leggendo il romanzo della Rowling… pardon, di Galbraith.

J.K. Rowling, alisa Robert Galbraith

Inoltre, mi pare che si vada troppo per le lunghe senza che le indagini prendano una direzione precisa, per poi accelerare verso la fine. Mi sarei aspettato che l’autrice avrebbe dirottato i lettori su un paio di ipotesi false, per poi spostarsi alla fine verso la soluzione, ma per quasi tutto il romanzo l’ipotesi più plausibile continua a sembrare quella iniziale, che Strike cerca di confutare, il suicidio della splendida modella di colore Lula Landry.

Ben altra cosa era persino “Il seggio vacante” in cui la Rowling ci offriva il quadro di una provincia inglese e che aveva persino realizzato una struttura di una certa originalità, facendo ruotare la storia attorno a un’assenza.

Certo, anche ne “Il richiamo del cuculo” tutto ruota attorno a un’assenza, quella della scomparsa Lula, ma qui non si nota, perché nelle indagini su un presunto omicidio di norma è così.

Questo è quello che pensavo prima di leggere il finale del romanzo, che, dopo essere rimasti a lungo nel guado degli interrogatori di questo investigatore corpulento e monco, all’improvviso schizza verso la conclusione e la soluzione finale, senza particolari preavvisi. Eppure, come in ogni buon giallo (almeno credo, da “non-lettore-di-gialli”) appena l’autrice svela il mistero, ci scopriamo convinti di aver sempre saputo tutto dall’inizio, anzi già solo leggendo il titolo. Però ,non è così, perché, in effetti, c’è qualcosa di abbastanza sorprendente nel finale, che ovviamente non voglio dire, per non rovinare la lettura. Ed ecco che assaporata la soluzione scopriamo che, in fondo, ci siamo affezionati a questo detective reduce di guerra e alla sua brillante segretaria interinale e che ci dispiace lasciarli andare. Sappiamo che c’è già un secondo volume della serie e che potremmo essere persino tentati di leggerlo.

Eppure speriamo che la Rowling smetta di perder tempo a scrivere gialli e torni a ciò che sa fare davvero: il fantasy. Speriamo che sappia creare presto un nuovo mondo in cui perderci. Di detective, per quanto ben disegnati, non sentiamo alcun bisogno. Tutto sommato mi è quasi dispiaciuto che alla fin fine il romanzo non sia da buttar via. La paura è che la Rowling dedichi ora troppe risorse dietro a Cormoran Strike.

 

LE INDAGINI SPAZIALI DI ISAAC ASIMOV

Le correnti dello spazio” è il secondo romanzo del ciclo dell’”Impero”, che a sua volta è il secondo ciclo di storia della Galassia, dopo quello dei “Robot”, scritti dall’autore di fantascienza americano di origine russa Isaac Asimov, ma può essere letto del tutto autonomamente rispetto ai romanzi precedenti, innanzitutto perché l’idea di unificare i cicli dei “Robot”, dell’”Impero” e della “Fondazione” è venuta ad Asimov solo in un periodo successivo e, ha quindi, allora, scritto i romanzi di congiunzione tra un ciclo e l’altro. Inoltre, a parte che gli eventi del ciclo dell’”Impero” si svolgono dopo quelli dei Robot e che la colonizzazione delle Galassia appare assai più avanzata, con la Terra ormai quasi dimenticata e ridotta a semplice leggenda, i due cicli, pur asimovianamente ottimistici, con mondi popolati solo da esseri umani, senza alcun alieno, si presentano per il resto piuttosto diversi, innanzitutto per la totale assenza di robot nel secondo ciclo, cosa spiegata nel romanzo “I robot e l’impero”, ma tutto sommato sconcertante. Ammesso che siano stati aboliti dai primi pianeti colonizzati, possibile che in mondi così evoluti, dopo tanti secoli, non siano ricomparsi?

Le correnti dello spazio” è indubbiamente una storia di fantascienza, essendo ambientata su un paio di mondi alieni, in un futuro estremamente lontano, ma la sua struttura, come già per i romanzi del ciclo dei robot, ricorda molto da vicino quella del giallo e, in particolare, dell’indagine poliziesca, con un mistero da risolvere e un colpevole da smascherare. Come già nel ciclo dei “Robot”, l’indagine è soprattutto basata sulla logica e sulla tensione psicologica sui personaggi coinvolti, con momenti in cui i sospetti vengono messi a confronto diretto e con abbondanti dialoghi. La componente fantascientifica è data dal fatto che la vittima è uno scienziato che è stato sottoposto a un trattamento che gli ha fatto perdere la memoria, mentre stava per rivelare al mondo di Florina un grave pericolo che lo minacciava, qualcosa di legato alle correnti di atomi di carbonio che attraversano la Galassia e che qualcuno non vuole che venga conosciuta. Lo scienziato, ridotto a un povero demente, pian piano recupera la propria memoria e contribuisce all’indagine.

Il romanzo (1952) è il seguito de “Il tiranno dei mondi” (1951) e costituisce una trilogia assieme a “Paria dei cieli” (1950), con cui si conclude il ciclo e ci si avvia verso quello successivo della “Fondazione”. Anche se è il secondo come successione degli eventi, è il terzo a essere stato scritto. Rispetto a “Il tiranno dei mondi”, forse per la sua brevità, si presenta più scorrevole e con meno divagazioni. La scrittura di Asimov, come sempre, è lineare, logica e precisa e, forse, un po’ troppo asciutta. Se da ragazzino mi entusiasmava, oggi la trovo solamente piacevole.

IL RITORNO IN MERCEDES DEL RE

Avevo intenzione di riprendere la lettura dei romanzi del ciclo della Torre Nera di Stephen King, lasciata al quarto volume, quando sono venuto a sapere che era appena uscito un suo nuovo romanzo, “Mr. Mercedes” (il 30 settembre 2014 in Italia e il 3 giugno 2014 negli USA) e, incuriosito, ho deciso di dargli la precedenza.

Il King che amo di più è quello visionario, creatore di mondi onirici, sebbene “Mr. Mercedes” non rientri in questa categoria, essendo, in linea di massima, un giallo, la scrittura del Re è talmente perfetta che qualunque genere, nelle sue mani, si trasforma in un capolavoro, piccolo o grande che sia.

Per essere più precisi, direi che “Mr. Mercedes” è più che altro un hard-boiled, ovvero una detective story che descrive realisticamente i crimini e in cui l’investigatore viene coinvolto direttamente nelle vicende, affrontando il pericolo e rimanendo coinvolto in prima persona.

È, infatti, proprio questo il caso di Bill Hodges, un detective appena andato in pensione, che viene coinvolto direttamente dallo psicopatico Brady Hartsfield, soprannominato Mr. Mercedes, dopo che, travestito da clown (vi ricorda per caso “IT”?), ha falciato la folla a bordo di una Mercedes SL 500.

La sua specialità, però è cercare di indurre la gente al suicidio. Dopo esserci riuscito con la proprietaria dell’auto, ci prova anche con l’ormai scoraggiato detective, che, però, anziché lasciarsi andare ancora di più, ritrova energia e voglia di vivere e si lancia alla ricerca dell’assassino, trovando lungo la strada nuovi amici e compagni d’avventura.

Stephen King

È, insomma, una storia in cui il lettore non deve scoprire nulla, dato che fin dall’inizio sappiamo chi è lo psicopatico,  ma King ci fa avvinghiare alla storia, portandoci a vedere come si svilupperà il rapporto tra i due uomini, nel contempo ciascuno preda e cacciatore.

Notevoli sono anche i personaggi di contorno, dal giovanissimo Jerome Robinsons, che gioca a fare lo schiavo negro, alla donna-bambina Holly Gibney, entrambi determinanti nell’assistere il detective, come lui forti nelle loro debolezze. Direi, anzi, che questo è il messaggio più avvincente: sono i deboli a vincere.

Non sarà dunque un romanzo da mettere in vetta alla classifica dei migliori di Stephen King, ma è di certo un ottimo libro, molto superiore a tante altre cose che ci sono in giro, del resto, degli scrittori viventi, King è davvero il Re e pochissimi hanno la sua capacità di scrittura.

Il Re è tornato in Mercedes. Viva il Re.

 

Mercedes SL 500

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