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LA CURA DI TAMAGOTCHI EVOLUTI

Amazon.it: Il ciclo di vita degli oggetti software - Chiang, Ted ...Ricordate il Tamagotchi, il gioco elettronico portatile inventato nel 1996 da Aki Maita e Akihiro Yokoi?

Come ricorda wikipedia:

L’obiettivo del gioco è quello di prendersi cura sin dalla nascita di una specie aliena chiamata Tamagotchi e dargli il necessario per farlo crescere ed essere suo amico, inoltre bisogna farlo vivere il più a lungo possibile e curarlo in caso di malattia”.

Il ciclo di vita degli oggetti software” (The Lifecycle of Software Objects) è un romanzo di fantascienza di Ted Chiang del 2011 che sembrerebbe prendere spunto da tale gioco, sebbene non lo nomini mai. Ovviamente ci sono nel mondo dei giochi anche altri riferimenti a piattaforme in cui sviluppare personaggi come, per esempio, Second Life, cui probabilmente l’autore pensava, anche perché, come in Second Life, le sue creature si muovono in veri e propri ambienti, mentre il Tamagotchi si limitava ad interagire con il proprietario.

Sebbene dal nome orientale, Ted Chiang (Port Jefferson, 1967) è uno scrittore statunitense.

Ted Chiang - Wikipedia

Ted Chiang

Sebbene di solito la fantascienza che si occupa di informatica non mi attragga molto, forse perché è, paradossalmente, nel contempo, troppo irreale e troppo vicina a noi. Irreale quando descrive mondi virtuali privi delle logiche fisiche e sociali, troppo vicina a noi, perché tutti i giorni abbiamo a che fare con i computer e questo li priva di ogni mistero e poesia. Peraltro, il cyberpunk ha inventato cyberspazi e metaversi difficili da ignorare in letteratura e nel cinema dai tempi di Philip K. Dick (quale genere del fantastico non ha iniziato?) e, ovviamente William Gibson.

Va detto, però, che il romanzo di Ted Chiang, con questi “digienti”, le sue creature virtuali, che cercano di crearsi una personalità e persino uno status giuridico, e con i loro addestratori, che ci si affezionano come a degli animali o a dei bambini, riesce a essere coinvolgente e suggestivo. Interessante è il loro passaggio in corpi robotici e la scoperta di un nuovo ambiente, quello fisico, che, persino attraverso i loro sensi elettronici, ha una diversa consistenza rispetto a quello meno dettagliato delle piattaforme digitali. Quasi altrettanto suggestivo il tema del superamento e della morte delle vecchie piattaforme in cui si muovevano i “digienti” e il tentativo di adattarli a nuovi habitat digitali o quello di utilizzarli come lavoratori o oggetti sessuali e la riflessione se sia meglio addestrarli, facendo loro acquisire esperienze o programmarli già esperti.

Un futuro che in gran parte è già presente.Tamagotchi: il pocket pet ritorna dopo una pausa di 21 anni ...

Dal punto di vista narrativo il rapporto tra i “digienti” e gli addestratori contribuisce a creare personaggi e trama adeguati.

Forse non una pietra miliare della fantascienza o del cyberpunk, ma certo una lettura piacevole e non priva di spunti di una certa originalità.

SCRIVERE A PIÚ MANI: la mia collaborazione con Simonetta Bumbi

 
 Simonetta BumbiConobbi Simonetta Bumbi alcuni anni fa sul sito del mio editore www.liberodiscrivere.it. All’epoca compariva con il nickname simy* e i suoi messaggi erano pieni di svolazzanti farfalline viola.
Era una poetessa che scriveva con grande libertà, senza vincoli metrici o l’ingabbiamento delle rime, abbinando le parole tra loro con uno stile tutto suo.
Io mi sono sempre considerato più un romanziere che un poeta, ma qualche poesia l’ho scritta anch’io, soprattutto in “gioventù”.
Quando un giorno, dunque, pensammo, di scrivere qualcosa assieme, non poteva che trattarsi di una poesia.
Avevo già sperimentato la scrittura a più mani già in diverse occasioni, in particolare con il romanzo “Se sarà maschio lo chiameremo Aida” scritto con Andrea Didato. Scrivere un racconto o un romanzo in due è qualcosa di molto diverso dallo scrivere assieme una poesia, essendo questa qualcosa di assai più personale e, spesso, intimo.
Risolvemmo la cosa realizzando una vera e propria storia in versi. L’idea non era quella Parole nel web - Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi, Andrea Didato, Sergio Calamandrei di scrivere un’opera lunga, ma il gioco c’è piaciuto e siamo andati avanti a lungo, scambiandoci numerose e-mail.  Il risultato è stato l’e-tragicommedia in versi “Cybernetic love”, quasi un soggetto teatrale in più atti, pubblicato in seguito da Liberodiscrivere nel volume “Parole nel web”, in cui Simonetta ha potuto esprimere la sua grande sensualità narrativa.
“Cybernetic Love” si basa su due o tre idee fondamentali:

  1. è scritto parafrasando i classici della letteratura;
  2. è scritto utilizzando termini informatici e, specificamente, del web;
  3. è ambientato in una chat.

La trama è abbastanza semplice: descrive un triangolo amoroso con relative gelosie e finale tragico.
Credo che l’abbinamento dei versi aulici della letteratura antica (Eschilo, Sofocle, Shakespeare, Omero e altri, tanto per intenderci), riscritti utilizzando termini come mainframe, chat, link, firewall, abbia un effetto strano, quasi comico, che contribuisce a evidenziare il sapore ironico di questa storia pur altamente tragica.
Alla fine abbiamo strutturato il racconto in alcuni “Atti”, come una tragedia greca.
Quando lo pubblicammo per la prima volta (a puntate) sul sito www.liberodiscrivere.it, raccogliemmo discreti consensi e alcuni ci suggerirono di farne una rappresentazione teatrale. Idea che ancora mi frulla in testa.
 
Un giorno poi, decisi di mettere su carta le cose principali che avevo scritto “a quattro mani”.
Realizzammo così il volume “Parole nel web”, che, come detto sopra, è stato pubblicato nel 2007 da Liberodiscrivere.
Per completarlo pensai potesse essere carino scrivere un racconto con tutti gli autori della raccolta. Avrei voluto cioè che potesse essere scritto da Sergio Calamandrei, Andrea Didato, Simonetta Bumbi e me. Scoprii però, con mio grande dispiacere, che Andrea Didato era morto!
 Il Settimo Plenilunio - Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi, Sergio CalamandreiDecidemmo di andare avanti lo stesso e così cominciammo a scrivere il racconto a sei mani. Come già era successo le altre volte il racconto diventò un romanzo! Credo che sia quasi inevitabile per le opere scritte da più autori. È qualcosa che deriva dalla tecnica stessa di scrittura: ognuno aggiunge sempre qualcosa, corregge sempre qualcosa e il lavoro stenta a vedere una fine. È solo nella dimensione del romanzo breve (o della rappresentazione teatrale come nel caso di “Cybernetic Love”), che si riesce a dire: bene, qui c’è abbastanza di tutti noi, qui tutti noi siamo riusciti a dire quello che volevamo.
Il romanzo che abbiamo scritto Sergio, Simonetta ed io si chiama Il Settimo Plenilunio. Scrivere in tre, comunque, è ancora più complesso che scrivere in due, perché ognuno vorrebbe portare la storia in una certa direzione. Nel Settimo Plenilunio, Simonetta era più orientata agli aspetti descrittivi e sensuali, Sergio alla satira di costume ed io al mito e agli aspetti fantastici della trama. Questo è stato sicuramente motivo di arricchimento per il libro, ma ha reso, ovviamente, più difficile seguire una trama comune.
 
Arricchito da 117 illustrazioni realizzate da 17 artisti Il Settimo Plenilunio è stato pubblicato autonomamamente a fine febbraio 2010 da Liberodiscrivere, senza inserirlo in “Parole nel web”, come pensato all’inizio.
Dunque il volume comprende solo “Cybernetic Love”, questa e-tragi-commedia d’amore e morte, il romanzo breve scritto con Didato e a un racconto scritto con Calamandrei, “Lei si sveglierà”. La copertina di "Parole nel web" l’ha realizzata la figlia di Didato, Rosanna, assieme a un suo amico, Pietro Vaglica.
 
Credo che l’esperienza di scrittura collettiva sia qualcosa che ti arricchisce molto, perché ti consente di confrontarti con diversi approcci e diverse idee di scrittura. Scrivere con Simonetta Bumbi, poi, è un’esperienza particolarmente interessante per la sua carica di umanità, la sua sensibilità poetica e la sua inventiva.
Ricordo sempre con grande piacere l’intenso scambio di corrispondenza con Simonetta (che ho potuto incontrare solo molto tempo dopo in occasione della presentazione di un suo libroa Firenze).
 
In merito alla mia collaborazione con Sergio Calamandrei ho scritto qualcosa qui.
24 marzo 2010 Sergio Calamendrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger 

La modernità cyberpunk dell'Accademia dei Sogni

L'Accademia dei sogni - William GibsonLe aspettative che si hanno prendendo in mano un libro, purtroppo, incidono notevolmente su quella che sarà poi la sensazione di lettura del libro medesimo. L’ideale sarebbe leggere solo libri di cui non si sa nulla, magari neanche il titolo, perché anche questo contribuisce a darci un’idea pregressa del romanzo. Ma questo non avviene mai o quasi.
Leggendo “L’Accademia dei sogni” di William Gibson sono stato, appunto, condizionato sia dal titolo, che mi induceva ad aspettarmi una qualche forma di contenuto onirico, sia dal nome dell’autore, che conoscevo per essere l’ideatore del Cyberpunk, un genere letterario che non ho mai frequentato ma di cui avevo letto e che mi figuravo in un certo modo.
Quello che, dunque, mi aspettavo da Gibson era, innanzitutto un approccio linguistico moderno, anzi post-moderno, e cibernetico, forse qualcosa di non dissimile da “Cybernetic Love” una storia che ho scritto tempo fa assieme a Simonetta Bumbi riscrivendo, in una sorta di puzzle, alcuni classici, usando un linguaggio informatico (pubblicata nel volume “Parole nel Web” – Edizioni Liberodiscrivere).
Ebbene non ho trovato nulla del genere, però l’incipit del libro mi è parso subito semanticamente possente, al punto da farmi dire, tra me e me, “questo sì che deve essere un gran libro da cui avrò molto da imparare”.
Eccovi, dunque, l’incipit:
Cayce Pollard si risveglia a Camden Town, a cinque ore di jet lag da New York, braccata dai lupi di un ritmo circadiano interrotto.
È quella non ora piatta e spettrale, lambita da una marea sospesa, un vapore mentale che ribolle a intermittenza irrompendo con richieste inopportune e ancestrali di sesso, cibo, tranquillità, o tutto insieme, e invece adesso per lei non c’è niente.”
Un romanzo che avesse mantenuto la stessa tensione linguistica sarebbe stato qualcosa di davvero William Gibsoninnovativo e potente, anche se forse piuttosto faticoso da leggere.
L’Accademia dei sogni” però non è così, il tono narrativo si normalizza, nonostante alcune riprese inventive, e a volte persino la tensione narrativa si allenta.
Ebbene, questo mi pare un buon esempio di ottimo incipit controproducente, in quanto crea nel lettore (o almeno in alcuni lettori) un’aspettativa che non viene rispettata.
Nelle prime pagine sono dunque andato ancora alla ricerca di queste descrizioni, dell’uso di aggettivazioni particolari o di accostamenti arditi di termini moderni in nuove metafore, ma solo raramente trovando soddisfazione in frasi come “Ascoltando il rumore bianco di Londra” o “le anime non sono abbastanza veloci, rimangono indietro, e all’arrivo devono essere attese come bagagli smarriti” (entrambe in prima pagina!).
Solo dopo qualche pagina sono riuscito a dimenticarmi dello stile (e lo stesso sembra aver fatto Gibson!) per seguire la trama, che però si mantiene intricata e misteriosa fino allo svolgimento finale.
Quando ho letto per la prima volta delle “sequenze” mi sono chiesto se non fosse qualche aspetto del web che mi sfuggiva, ma andando avanti è divenuto chiaro che si trattava di qualcosa di prettamente connesso con il romanzo: il suo mistero da svelare.
L’intera trama consiste proprio nel ricercare il senso e l’origine di queste misteriose “sequenze” e l’incontro risolutore è, in effetti, il punto più appassionante del romanzo.
L’aspetto forse più innovativo di questo libro è che i personaggi vengono definiti tramite il loro apparire, i loro abiti, gli oggetti che usano. Le descrizioni veloci, in genere, rimangono le parti migliori.
Tornando a quanto dicevo all’inizio, forse, se avessi letto questo romanzo senza leggere il titolo (che ben poco ha a che fare con la trama) e senza aspettarmi nulla dall’autore mi sarei appassionato per la modernità di alcune sue parti, per il globalismo delle acyberpunkmbientazioni (da New York, a Londra, a Tokyo, a Mosca), per la singolarità del mestiere della protagonista, per le sue paranoie, per l’atipicità dei personaggi pur a modo loro “tipizzati” e l’avrei potuto considerare un ottimo libro, cosa che forse è.
Il fatto che mi aspettassi che, in qualche modo, lo fosse, però mi ha portato a sentirmi spesso deluso dalla lettura, pur avendola nel complesso apprezzata.
Non avendo mai letto altro di Gibson, rimango, dunque, con una valutazione dell’autore in sospeso, non riuscendo ancora a sbilanciarmi. Probabilmente potrò farlo dopo che avrò letto almeno “Neuromante”, che ho già acquistato (in edizione inglese).
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