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LA BATTAGLIA CHE CAMBIÒ LA STORIA

Le porte di fuoco” (1998) è il terzo romanzo che ho letto ultimamente sulla battaglia delle Termopili, la grande impresa di Leonida e dei trecento guerrieri spartiati che, con poche altre migliaia di greci, rallentarono per tre giorni l’avanzata dell’immenso esercito persiano di Serse, impedendone la vittoria finale e contribuendo a determinare le sorti del mondo, che, senza di loro, oggi sarebbe di sicuro diverso.

Le porte di fuoco” è un romanzo scritto da Steven  Pressfield, autore nato a Port of Spain, nell’isola di Trinidad, che vive negli USA, in California, specializzato in romanzi d’ambientazione greca. Credo sia anche importante sottolineare che sia stato un marine, dato che la sua capacità di descrivere le battaglie probabilmente gli deriva anche da tale esperienza diretta. Non per nulla, “Le porte di fuoco” pare sia molto amato dai marines americani.

Gli altri due romanzi che ho letto sulla battaglia sono “300 guerrieri”(2007) di Andrea Frediani e “Lo scudo di Talos” (1990) di Valerio Massimo Manfredi”. Sulla battaglia e su Sparta ho anche letto, negli ultimi mesi, alcuni saggi o classici quali “Apofgtemi spartani – Le virtù di Sparta” di Plutarco, l’antologia “L’uomo greco” curata da Jeanne-Pierre Vernant, “Una guerra diversa da tutte le altre” di Victor Davis Hanson. Penso dunque di poter affermare che la ricostruzione storica della battaglia e dei costumi spartani sia piuttosto curata e abbastanza corretta (anche se alcune cose non mi hanno convinto del tutto, come la descrizione della cripteia o il numero dei persiani, certo enorme, ma meno di quanto descritto).

In tutti e tre i romanzi il protagonista è un sopravvissuto alla battaglia delle Termopili (che potremmo tradurre come “porte di fuoco”, nome che deriva alla gola dalla presenza di fonti termali). Nel romanzo di Pressfield si tratta di un oplita, uno schiavo straniero, che assiste uno dei guerrieri spartiati. Per Frediani è uno spartiate. Per Manfredi è un oplita che sfugge alla morte assieme al suo padrone spartiate.

Il romanzo di Frediani è forse il più preciso e dettagliato dei tre, ma gli altri due sono più coinvolgenti dal punto di vista narrativo. L’esperienza militare di Pressfield riesce a farci percepire in modo più diretto lo spirito dei combattenti e la loro caratterizzazione psicologica appare realistica e adeguata al contesto. Se in tutti e tre i romanzi gli spartani escono fuori con un profilo eroico sostanzialmente positivo (nonostante tutto il disprezzo che la cultura ateniese ci ha insegnato ad avere verso questo popolo che non amava le loro arti e la loro filosofia e il cui solo interesse parrebbe essere la guerra), forse in quello di Pressfield gli spartani assumono una forza morale che nelle altre opere è meno evidente e questo spiega l’amore dei militari americani per questo romanzo, in cui ritrovano sentimenti di cameratismo, solidarietà tra combattenti, disciplina, onore, coraggio, descritti con entusiasmo, in modo rendere la lettura esaltante.

Steven Pressfield

La nostra cultura tende a essere pacifista, percui può non essere facile descriverne un’altra basata sulla guerra, scrivere cose come “È la guerra, e non la pace, che dà luogo alla virtù. La guerra, non la pace che elimina il vizio. La guerra, e la sua preparazione, che stimola tutto quello che di nobile e onorevole c’è in un uomo.” può sembrare cosa da esaltati guerrafondai, ma lo spirito di Sparta era questo e Pressfield riesce a farcelo capire senza forzature.

Sparta era un mondo diverso dal nostro, in cui c’erano schiavi (gli iloti) ma in cui, nella classe dominante degli spartiati, c’era un’uguaglianza forse superiore a quelle ricercate dal cristianesimo e dal comunismo, non per nulla gli spartiati, si facevano chiamare gli “Uguali”, non per nulla Pressfield scrive “Un re non chiede servigi a coloro che guida, ma è lui a fornirli. Non sono i suoi sudditi che lo servono, ma lui che serve loro”, perché l’uguaglianza arrivava fino ai due re, che combattevano, mangiavano e dormivano come gli altri guerrieri, in mezzo a loro e non assistevano, come il re persiano, alle battaglie seduti su un trono. Concetto che anche nel nostro mondo sembra pura fantascienza!

 

Mi chiedo, infine, quanto queste opere si siano influenzate l’un l’altra. Non credo che Pressfield possa aver letto il romanzo di Manfredi, pubblicato in Italia otto anni prima, ma non potrei escluderlo. Più probabile è che Frediani abbia conosciuto entrambi, avendo pubblicato nel 2007. La sensazione è, però, che le somiglianze che si possono riscontrare derivino soprattutto dall’aver utilizzato le medesime fonti.

Quando si affronta un romanzo che tratta per la terza volta lo stesso tema, la paura è di annoiarsi e di non trovare nulla di nuovo e interessante, ma così non è stato con “Le porte di fuoco” che si è rivelato un’ottima lettura e, probabilmente, se l’avessi letto per primo ne sarei stato ancor più entusiasta.

 

Leggi anche:

– “300 guerrieri”(2007) di Andrea Frediani;“

– “Lo scudo di Talos” (1990) di Valerio Massimo Manfredi”

– “Apofgtemi spartani – Le virtù di Sparta” di Plutarco;

– “L’uomo greco” curata da Jeanne-Pierre Vernant;

– “Una guerra diversa da tutte le altre” di Victor Davis Hanson

– “300” di Zack Snyder

 

 

300

L’ALIENO GRECO

L'uomo greco - Jeanne-Pierre Vernant

L’uomo greco – Jeanne-Pierre Vernant

Ottima raccolta di saggi scritti da autori diversi, quella curata da Jeanne-Pierre Vernant con il titolo “L’uomo greco” (Editori Laterza).

Ogni capitolo è dedicato a diversi punti di vista, con cui scrutare ed esaminare la peculiarità dell’Uomo che abitò la Grecia antica.

Mossé ce ne parla in relazione all’economia, Garlan rispetto alla guerra, Cambiano ne esamina il processo di crescita e formazione, Canfora lo osserva nella sua qualità di cittadino, Redfield lo coglie nella sua vita domestica e familiare, Segal ne analizza le qualità di uditore e spettatore, Murray esamina le caratteristiche della socialità e Vegetti il suo rapporto con gli Dei.

Colto da tanti punti di vista, l’uomo greco ci viene restituito sotto forma di un ritratto multidimensionale di discreta profondità.

Nell’affrontare come lettori una simile analisi, non possiamo non restare colpiti dalle grandi similitudini con questo nostro antenato culturale, ma anche dalle immense differenze, che la morale cattolica e la cultura “disneyana” (che tende a rendere simile a sé ciò che simile non è) comunemente nascondono, come la diffusione di amori omosessuali e pedofili, l’infanticidio sistematico, la mancanza di una religione dogmatica, il disprezzo per il lavoro, il senso civico che giunge a dar prevalenza al pubblico sul privato in forme di comunismo ante-litteram, che poteva essere caratteristica solo di alcune città, come la peculiare Sparta, ma anche essere carattere permeante dell’intera cultura della penisola.

Quanto diversa è, infatti, la religiosità degli uomini dell’Ellade, senza dogmi, dottrine, caste sacerdotali, libri sacri, ma che pervade così profondamente ogni istante del quotidiano.

Quanto siamo lontani dal cogito cartesiano, come nota lo stesso Vernant, con la realtà che preesiste alle coscienze, con la vista che esercita azione sull’oggetto osservato.

Quanto è diversa la vita eterna assicurata dalla memoria della comunità, rispetto ai paradisi cristiani.

Pare quasi incredibile che il disprezzo per i lavori artigianali (da noi spesso così “vezzeggiati”) possa portare persino alla proibizione per i cittadini di praticarli, come nota Mossé, citando Senofonte.

E che dire della diffusione della schiavitù? Forse in questo campo, in cui ci crediamo tanto diversi, le differenze sono minori: non siamo in fondo quasi tutti schiavi part-time, con il nostro tempo nelle mani dei datori di lavoro?

Singolare che persino i banchieri fossero in prevalenza ex-schiavi, segno che il commercio del denaro fosse qualcosa di particolarmente repellente per un vero cittadino. Anche il cristianesimo medievale, del resto, ne vietava la pratica ai propri fedeli.

Jeanne-Pierre Vernant

Jeanne-Pierre Vernant

Quando lo zoon politikòn diventa homo oeconomicus, finisce la grecità e inizia l’ellenismo.

E la guerra? L’Atene classica vi dedicò in media 2 anni su 3. Sparta era in perenne stato di allerta, in continua guerra civile con i propri schiavi iloti. Gli storici greci si occupavano quasi solo di combattimenti, quasi che altre materie fossero di scarso interesse. La guerra era fonte primaria di approvvigionamento.

Che gli spartani uccidessero i figli gracili lo sanno tutti, ma forse non tutti sanno che anche Aristotele abbia ribadito la necessità di una legge che proibisse di allevare figli deformi.

Il poeta Posidippo scriveva “Ognuno, anche se povero, alleva un figlio maschio; una figlia, anche se ricco, la espone”. L’esposizione comportava morte quasi certa.

A Sparta i neonati venivano lavati con vino, in modo che quelli malaticci fossero presi da convulsioni. Le loro nutrici (che li allevavano al posto delle madri), li abituavano subito al buio, alla solitudine, a un’alimentazione austera e a non far capricci. A sette anni, venivano riuniti in squadre e vivevano fuori casa, scalzi e rasati, con un solo abito per ogni stagione. Per rimediare allo scarso rancio dovevano abituarsi a rubare, ma, se scoperti, venivano severamente puniti.

La scuola si basava su ginnastica, musica e scrittura. E tutte le materie dei nostri figli?

E l’usanza da far-west d’andare in giro armati?

E la letteratura? Fulcro degli insegnamenti scolastici dei nostri giovani studenti del Liceo Classico e non solo? Di cosa parlavano i loro scritti? Non certo d’amore, non nel senso dei nostri romanzi rosa, romance o della stucchevole presenza in ogni racconto di un qualche inutile innamoramento.

Certo abbondavano le storie che parlavano di rapporti tra uomini e donne, ma diverso ne era il senso e il fine. Ippodamia è il premio per chi batte suo padre Enomao. Conta la competizione non l’innamoramento. Giasone seduce Medea, ma per portare a compimento la sua missione, come nota Redfield.

Non contava l’innamoramento ma la “successione familiare”. Il genitore o il figlio che bloccano la successione erano alla base della trama delle storie che appassionavano i greci. Edipo che uccide il padre e sposa la madre. Urano e Crono che tentano di impedire la propria successione. Le Menadi che si nutrono della carne dei propri figli. L’Odissea mira a ricostruire un matrimonio, ma parla di molto altro.

Le cose cambiano da Menandro in poi.

E il ruolo della donna? Non solo erano escluse dalla cittadinanza come bambini e schiavi, ma non veniva riconosciuta loro la forma più alta d’intelligenza, quella politica, e non se ne incoraggiava l’istruzione. Persino il saggio Socrate considerava gli uomini migliori delle donne in tutto, persino nel tessere e nel cucinare.

Senofonte

Senofonte

Solo nella più maschilista e militaresca delle città greche, Sparta, alle donne era riconosciuto il diritto di ereditare e possedere beni, ma questo derivava dal disprezzo degli spartani per le ricchezze. Come nota RedfieldGli uomini avevano loro abbandonato la casa e la famiglia, a quanto pare, per assicurarsi la loro superiorità, lasciando alle donne l’instabile emozionalità, le tendenze antisociali e le basse motivazioni” (pag. 175).

La casa era il loro mondo e non era previsto che viaggiassero.

Il matrimonio (engye) era una transazione tra genero e suocero. La festa di nozze (gamos) era solo un festeggiamento che nulla sanciva e niente aggiungeva all’engye. Il mito di Pandora ci rivela come il matrimonio sia vissuto dall’uomo greco come un inganno. Come Eva, Pandora porta alla caduta dell’Uomo nei rapporti con la divinità.

Colui che si affida a una donna si affida all’inganno” scrive Esiodo ne “Le opere e i giorni”. A Sparta si diceva che lo Stato sarebbe perfetto se non ci fossero le donne.

Insomma, quanto ci somiglia davvero questo nostro antenato, la cui cultura, con quelle romana, araba ed ebraica, è una delle colonne portanti della nostra? Perché nelle scuole si dà così poco risalto alle profonde differenze che si sono create in secoli di storia? Abbiamo ancora paura di confrontarci con modelli sociali e morali diversi dal nostro, persino se si tratta, appunto delle nostre stesse radici? Siamo in grado di interrogarci sul perché di queste differenze e sul senso delle nostre scelte sociali?

Firenze, 07/07/2011

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