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LA NOSTRA GENTE

Risultati immagini per c'è gente che MiliottiHo incontrato Anna Genni Miliotti in occasione di alcuni eventi organizzati da Porto Seguro Editore, tra cui la fiera letteraria Firenze Libro Aperto. Questo editore, tra le altre cose, ha pubblicato i primi due volumi della mia saga “Via da Sparta”, la mia biografia “Il sognatore divergente”, scritta da Massimo Acciai Baggiani, e il libro di memorie familiari “C’è gente che” di Anna Genni Miliotti. Ne avevo avuto notizia anche tramite un amico che è cugino dell’autrice e che in una pagina del volume è menzionato, anche se senza cognome.

Leggere storie familiari ingenera in me sempre dei sensi di colpa. Essendo uno che scrive (non oso usare il termine scrittore – come dice l’autore mio amico Sergio Calamandrei, noi, al più, siamo “scriventi”) e avendo una lunga e complessa storia familiare alle spalle (o forse “sulle” spalle, dato che è quanto mai “impegnativa”), in questi casi penso a tutto quello che potrei (e forse dovrei) scrivere.

Nel mio caso avrei materiale per descrivere più di 1200 anni di Storia e il mio grande dubbio è come metterlo in forma originale e gradevole per il lettore. Da dove partire poi?

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Anna Genni Miliotti

Come risolve il problema Anna Miliotti? Direi che si limita alle ultime generazioni, alle persone che ha conosciuto direttamente e soprattutto non segue un ordine strettamente cronologico ma ritrae ora un personaggio, ora un altro. Ne risulta una scrittura semplice e immediata, in cui la buona conoscenza dei fatti e delle persone descritte rende particolarmente vivace e “vicini” i personaggi.

Non manca di dare alcune connotazioni d’ambiente, come quando parla delle “incomprensioni” campanilistiche tra fiorentini e pratesi, della difficoltà di definirsi per chi ha origini “miste” (ma pur sempre toscane, che dovrei dir io che ho sangue che affluisce da tutta Europa), dell’industria tessile pratese, dei rapporti tra pratesi e cinesi, dei nostri anni, dei nostri usi e costumi.

La sensazione, fin dalle prime pagine, è di un mondo a me sì vicino, dato che vivo ormai da anni a Firenze, ma “raggiunto” da strade ben diverse. E questo fa aumentare i miei sensi di colpa di cui all’inizio, dicendomi che anche la mia storia familiare meriterebbe di esser raccontata, perché ogni storia è diversa dalle altre e, come questa narrata dalla Miliotti, può stupire e incuriosire il lettore, proprio per questo misto di aspetti in cui ci riconosciamo con altri che ci sono del tutto alieni. Una ricetta agro-dolce, ma di sicuro effetto.

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Prato

Eppure io non oserei parlare di “gente che” mi è così vicina. Anna Genni Miliotti ha il coraggio di farlo e di renderci un quadro, proprio per questo emotivamente vivo e sentito.

Proprio mentre finivo di leggere le sue pagine, mi sono trovato a rovistare tra documenti e foto di un secolo fa. Queste e il suo libro, mi hanno messo voglia di scrivere, magari partendo proprio da lì, da quegli anni ‘20 di un altro secolo e di un altro millennio.

Gli anni di cui parla la Miliotti sono, invece, quelli della seconda metà del XX secolo e di questo primo ventennio. A vederla l’avevo giudicata più giovane, mia coetanea, ma leggo che nel 1969, quando io facevo ancora l’asilo, frequentava l’università. Anche questi pochi anni contribuiscono a mutare il punto di vista su un’epoca che entrambi stiamo attraversando.

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GLI ANNI DEI NOSTRI SOGNI VIOLENTI E APPASSIONATI

Crescevano sogniHo incontrato un paio di volte Stefano Carlo Vecoli, ma non saprei dire quanti anni abbia. Credo qualcuno più di me, che sono nato nel 1964. Certo Vecoli non è Giulio.

Giulio è il protagonista di “Crescevano sogni”, romanzo scritto, appunto, da Stefano Carlo Vecoli.

Perché m’interrogo sulla sua età? Perché “Crescevano sogni” ha un forte sapore autobiografico, perché le sue pagine raccontano di una gioventù che somiglia se non alla mia a quella di tanti che avevano la mia età. Se questa comunanza tra il protagonista Giulio e l’autore Stefano Carlo è reale, allora Vecoli deve davvero avere qualche anno più di me, perché vive il 1968 (e gli anni successivi) da liceale, mentre io li ho vissuti da bambino delle scuole elementari. Giulio, del Sessantotto ha vissuto i sogni, io, arrivato più tardi, le disillusioni. Ho fatto il liceo negli “anni di piombo”, poco dopo il 1977, quando le ideologie stavano degenerando in violenza e terrorismo.

Eppure in queste pagine sento atmosfere che non erano poi tanto diverse da quelle dei tempi del mio liceo: le assemblee scolastiche, le occupazioni, le manifestazioni. Vecoli non parla di scioperi, ma io ricordo anche quelli e penso ci fossero anche ai tempi di Giulio.

Crescevano sogni” è insomma un romanzo che a noi nati negli anni ‘50  e ’60 fa rivivere un mondo e un’atmosfera che ormai sembrano lontanissimi.

I nostri mondi si somigliavano nonostante questi anni a separarci, nonostante io vivessi più nel riflusso, nell’edonismo reaganiano (come lo chiamava l’opinionista Agostino), nonostante lui vivesse in Toscana, in Versilia (coordinate non meglio precisate – eppure la Versilia è lunga) e io a Roma, nella tumultuosa capitale, nei luoghi del rapimento di Moro, nei luoghi di tanti attentati. Lui, però, viveva in un contesto dove la sinistra prevaleva e “non si lasciava parlare i fascisti”. Io, invece, mi sono trovato in un liceo dominato dalla destra più estrema (Terza Posizione e altro) quando, in un periodo in cui il MSI aveva a stento il 5%, i Rappresentanti di Istituto di destra erano oltre il 50% e a parlare erano solo loro. Fu un successo quando, con una lista mista, arrivammo a ottenere la metà dei seggi, lasciando alla destra solo un quarto.

Riconosco, però, le battaglie di Giulio, la sua sorpresa e disillusione quando l’amico di sempre, Cesare, passa con i “fasci”.

Riconosco il linguaggio “politichese” di quegli anni, che Vecoli rende con perizia e precisione.

Riconosco i rapporti “difficili” con l’altro sesso, in un’epoca che non aveva certo la sfrontatezza attuale.

Riconosco le amicizie, i gruppi, i cineforum, i modi di passare il tempo così diversi da quelli dei nostri figli.

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Stefano Carlo Vecoli

Riconosco i sogni di cambiare il mondo (anche se c’era poco accordo su come farlo).

Riconosco, soprattutto, la violenza che quei sogni cercava di fermare o che sembrava uno strumento per realizzarli, perché, nel mio tempo, era questa violenza a caratterizzare ogni cosa. Il terrorismo di oggi, mi pare poca cosa rispetto a quello di allora, quando i terroristi erano quelli della porta accanto, non stranieri, non persone di altre religioni, ma i nostri stessi compagni di scuola. Senza bisogno di conoscere i veri terroristi, chi non conosceva però qualcuno che simpatizzasse per le Brigate Rosse, per i NAR o per Ordine Nuovo, anche se magari solo a parole?

Erano anni in cui i ragazzi credevano con tutto il cuore nella politica ma anche anni in cui per la politica ci si picchiava selvaggiamente. Erano anni in cui spesso si restava a casa per qualche allarme bomba, in cui si aveva paura ad andare in luoghi frequentati, teatro di attentati, in cui a volte trovavamo la scuola bloccata con delle catene, o scoprivamo che la notte era entrato qualcuno per bruciarla.

Gli anni dal 1969 in poi di cui parla Vecoli, sono anni meno violenti di questi, eppure anche lì, in quella Versilia che oggi per me vuol dire vacanze al mare, i ragazzi arrivavano a gesti di una violenza esagerata se non estrema e anche di questa ci parla questo romanzo. Un romanzo che parla del nostro passato. Un passato così irriconoscibile per i giovani di oggi che penso che non potranno che leggerlo come un romanzo storico, un’avventura in un Paese immaginario. Eppure quello che con passione e partecipazione descrive Vecoli era proprio il nostro, era proprio l’Italia, l’Italia della nostra ormai lontana gioventù.

Crescevano sogni” è un libro che dovrebbero leggere anche i liceali di oggi, per provare a capire, almeno un po’, da dove è arrivato il mondo in cui vivono.

Un libro che gli adulti di oggi potranno leggere per riscoprire un passato che ci stiamo dimenticando, mentre l’Italia sembra tornare indietro a tempi persino più antichi.
Un libro di cui mi verrebbe quasi voglia di scrivere la mia versione, parallela ma diversa.

 

AFFRONTARE LA GUERRA CON OTTIMISMO

Ho incontrato poche volte Adrian Jucker nella mia vita. Era il fratello minore di mia nonna Sylvia, l’ultimo di 5 fratelli, di cui il primo, Philip, morto nel 1937 durante una corsa automobilistica, se non erro. Mio padre, Filippo, nato alla fine dello stesso anno, ne ereditò il nome. Lo ricordo come una sorta di simpatico babbo natale, corpulento e con un gran barba candidissima. Una bella figura. Anche da giovane, a giudicare dalle foto mi pare si potesse definire un bell’uomo, dall’aria sportiva e signorile.

Zio Adrian era nato nel 1920 e morì nel 2001. Di recente ho scoperto su Facebook una sua autobiografia, in vendita su Amazon, dal titolo “Memories of a Desert Rat”, che scrisse all’età di 76 anni, dietro insistenza delle figlie Angie, Carolyn e Franky, che lo aiutarono nella stesura del volume.

Oggetto del libro sono le sue memorie personali della Seconda Guerra Mondiale.

A parte l’interesse personale nello scoprire meglio un parente attraverso le sue stesse parole, ho trovato questo libretto (si tratta di appena 64 pagine) davvero gradevole e interessante.

Come Adrian Jucker stesso dice fin dall’inizio, non ha alcuna pretesa di raccontare l’intera Guerra, il suo senso, le sue motivazioni o il suo reale svolgimento, ma di raffigurare il modo in cui l’ha vissuta lui stesso e in questo intento, a mio avviso, riesce assai bene, innanzitutto perché non manca di una buona dose di humour, ma, soprattutto perché la narrazione appare assai vivace.

La strana sensazione che mi ha lasciato, nonostante egli abbia affrontato alcune delle più cruente battaglie del secolo, quali due El Alamain e lo sbarco in Normandia e abbia combattuto su un gran numero di fronti, da quello italiano a vari fronti africani, alla Francia, è quella di un ragazzo che stia affrontando una vacanza piuttosto avventurosa e con parecchi inconvenienti. Sebbene egli sia più volte ferito, sembra conservare ogni volta intatto il suo ottimismo, la sua voglia di combattere, la sua curiosità, il suo amore per la vita.

Adrian Jucker nel 1938

E, tra una micidiale battaglia e l’altra riesce a trovare il tempo per cercare di migliorare la sua dieta, per rifornirsi di liquori, per farsi una bella cavalcata o per andarsene per mare su una barca, per il puro gusto di farlo. Del resto quando partì aveva solo 20 anni e la gioventù vede tutto in modo diverso. Eppure ci racconta che per 5 mesi di fila non si poté lavare, per tre anni non sentì la voce della moglie e vide la sua primogenita Angie solo dopo vari anni dalla sua nascita. Come avrete intuito, Adrian era inglese, sebbene la famiglia sia di origini svizzere, e avesse una nonna, Luisa Fontana, italiana. Nei suoi racconti si trova a combattere contro i tedeschi, ma come precisa a un certo punto, in realtà in battaglia aveva più spesso di fronte degli italiani. Una cosa che mi ha stupito è che nonostante le sue origini parzialmente italiane e il fatto che tutte e tre le sue sorelle, Sylvia, Nina e Angela, stessero con italiani e avessero già avuto alcuni figli altrettanto italiani, mi pare conservi un fiero patriottismo anglosassone  e anche quando gli italiani diventano alleati, continua a diffidarne. Ma questo è solo accennato, in realtà, perché alla fine nella narrazione prevale lo spirito di avventura e non si sente alcuna acredine o odio verso i nemici, sebbene sia fortissima la determinazione a combatterli.

Arruolandosi chiede di entrare in un corpo di sciatori e si ritrova in Africa nel deserto a fare lo sminatore, ma non per questo sembra demoralizzarsi. Dopo alcuni anni a togliere e mettere mine, costruire e far saltare ponti, decide di voler assaggiare la vera guerra (aveva già fatto due delle più sanguinose battaglie africane, ma pareva poca cosa per lui!) e chiede di arruolarsi nei paracadutisti. Pur di riuscirci rinuncia al grado di capitano e torna a fare il tenente. Tra l’altro, di lui si parlava a casa come di un capitano e mi ero sempre fatto, da bambino, l’idea che lo fosse di una nave!

E non si ferma lì. Torna tra i genieri e, a un certo punto divenne un “Desert Rat”, cioè un membro di un corpo speciale che operava nel deserto. Un altro “desert rat” compare nel volume ed è un vero topolino del deserto, Bert, da loro adottato, e cui davano da bere del gin, che l’animaletto pareva apprezzare molto. Oltre a un gran numero di ferite, Adrian  Jucker uscì dalla guerra con la decorazione di MC, titolo che nel libro non viene spiegato ma che leggo essere la Military Cross.

Oltre alle battaglie ci parla di avventure che potrebbero esser capitate anche in tempo di pace, come quanto si ritrova aggredito da numerose scimmie o quando costruisce un argano per tirar fuori il somaro di un contadino italiano da un pozzo e ci si cala nudo dentro per tirarlo fuori.

Insomma, una lettura, come dicevo vivace e mai truculenta o pessimista, che fornisce una visione della Guerra quanto meno inconsueta.

Adrian Jucker nel 1987

Mercoledì a Sesto Fiorentino parlo di Barbara Carraresi

Parlo di questo libro qui.

RADICI: LIBRO DI VIAGGIO, TESTIMONIANZA DI VITA CONTADINA E GUIDA TURISTICA

Radici”, il libro scritto da Massimo Acciai Baggiani, con la collaborazione di suo cugino Pino Baggiani e le foto di Italo Magnelli, pubblicato da Porto Seguro Editore, è tante cose assieme.

Innanzitutto è un libro di viaggio, giacché racconta di una giornata trascorsa assieme dai tre, partendo da Rifredi, a Firenze, verso e attraverso il Mugello alla ricerca delle radici della famiglia Baggiani, dei luoghi in cui visse per tanti anni la loro famiglia, o meglio quella della madre di Massimo Acciai, che ha aggiunto al proprio cognome quello materno per ricordare la comunanza che sente con questo ramo della famiglia.

I Baggiani erano gente di campagna, mezzadri e questo libro, oltre che racconto di un breve viaggio, è narrazione della vita contadina di quei tempi, con annotazioni sui metodi di coltivazione, sulle piante e gli animali alle basi dell’economia di quella terra e persino sulle tradizioni culinarie.

Pino Baggiani, Massimo Acciai Baggiani e Italo Magnelli all’Hotel Excelsior di FIrenze per la presentazione di “Radici” – 28 Settembre 2017

Radici”, poi, forse non è una vera guida turistica, ma leggendolo vien voglia di prendere questo libro e tenendolo in mano seguire le orme di questo terzetto, ripercorrere le strade di cui parlano. Non sarà una vera guida turistica ma le informazioni che dà su questi luoghi a volte sono forse persino più interessanti di quelle di certe guide.

Ho letto Radici sul treno da Firenze a Milano ed eccolo davanti al Duomo!

Si parte, si diceva, da Rifredi, dove sia Massimo Acciai che io viviamo, e si arriva alla fortezza medicea di San Martino a San Piero a Sieve e già ci stupiamo di scoprire una simile roccaforte a quella distanza dalla città. Nell’andare sono molti i luoghi che riconosco. Si arriva poi al castello di Trebbio, si visita il lago artificiale di Bilancino con i suoi reperti preistorici, si prosegue per Cafaggiolo, la pieve di San Giovanni in Petroio, Borgo San Lorenzo, Vicchio e i luoghi di Giotto e Cimabue, Ci si ferma per un po’ a parlare della famiglia Baggiani e del Podere del Colle in cui risiedevano, per poi riprendere il cammino verso Barbiana, il luogo della scuola di Don Milani, il prete ribelle, si ritrova altri luoghi della famiglia al Podere Albereta a Santa Maria a Vezzano e al podere Ontaneta a San Cresci e si chiude con un appendice sulla fortezza di San Martino.

Nell’andare si parla di arte, di letteratura, di animali, di piante, di vita familiare e di duro lavoro dei campi.

Radici”, infine, è un’altra cosa ancora: un’occasione per riscoprire quell’esistenza antica attraverso le parole di chi l’ha vissuta, attraverso i versi dello zio Giuliano Baggiani (che andrebbe aggiunto come quarto autore di questo volume), che con parole semplici, schiette e dirette ci mostrano nel modo migliore una testimonianza vivace e fresca di quel che era vivere in queste campagne, delle sensazioni che dava l’incontro quotidiano con la natura.

Radici” è, infine, un libro che si legge con piacere e curiosità e scorre via veloce, arricchito dalle foto di Italo Magnelli ma anche da alcuni documenti del tempo, come articoli di giornale.

Una prova letteraria per Massimo Acciai assai diversa da quella de “La compagnia dei viaggiatori del tempo”, nientemeno che una raccolta di racconti di fantascienza, ma non per questo meno coinvolgente.

L’AMORE (MANCATO) AI TEMPI DEL LICEO

Image result for la mia poltrona in riva al mareChi non ha mai pensato di scrivere un romanzo su quel tempo avventuroso e magico che è l’adolescenza, sugli anni del liceo, dei primi amori, delle grandi amicizie, delle pigre malinconie e delle pazze esaltazioni?

Francesco Marco Romano non si è limitato a pensarci e questo romanzo lo ha scritto e l’ha intitolato “La mia poltrona in riva al mare”. Il mare di cui si parla è quello di Napoli, visto da via Caracciolo. Il protagonista, Gianni, un ragazzino che ancora frequenta il liceo, ama questa via e ancor più ama il mare, malinconicamente. Forse perché ancora non ha conosciuto l’amore di una ragazza, come gli suggeriscono alcuni amici più smaliziati. Quello che definisce “La mia poltrona in riva al mare” è un pezzo di muretto sul lungomare, dove si ferma a pensare.

Il romanzo ci parla del difficile rapporto dei ragazzi con l’altro sesso, delle tante occasioni mancate, spesso solo per pura goffaggine, tipica dell’età. Gianni sfiora l’amore di varie ragazze ma ogni volta queste gli sfuggono di mano, scivolando via, come acqua che torni al mare.

Pian piano, però, si avvicina a quel “sorriso d’amore”, all’inizio solo immaginato.

Francesco Romano

La mia poltrona in riva al mare” è una serie serrata di dialoghi tra ragazzi, a volte intervallate dalle riflessioni melanconiche del protagonista, ma persino una discesa in slittino sulla neve è resa tramite un dialogo (e questi non sono mai malinconici).

Se lo spazio geografico in cui si svolge la storia è ben chiaro (Napoli e, per poche pagine, Roccaraso), il tempo non è esplicitato chiaramente, ma questi ragazzi non sono certo i giovani d’oggi, così diversi nel loro rapportarsi e così tecnologici. Anche i personaggi famosi cui i ragazzi alludono probabilmente i quindicenni d’oggi non saprebbero chi fossero. Il tempo in cui vivono Gianni e i suoi amici ricorda assai più il mio che quello di mia figlia oggi ventenne, ma forse andrebbe spostato anche un poco più indietro, diciamo all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. Anni strani in cui la televisione magari c’era ma non era poi così importante, tanto che non vi compare mai, in cui la gente si incontrava per strada e non sullo smartphone o nelle chat. Un mondo che abbiamo attraversato solo ieri, ma che ai giovani d’oggi sembra già tanto alieno, al punto che potrebbero quasi leggere questo racconto come un “romanzo storico”. Oggi, loro, tutte quelle discussioni le avrebbero fatte con veloci messaggini su whatsapp!

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LA VANITÀ DEL MONDO

Risultati immagini per la fiera della vanità NewtonLa trama de “La Fiera delle Vanità” (Vanity Fair: A novel without a Hero) di William Makepeace Thackeray potrebbe forse essere riassunta come una delle più banali e coinvolgenti per una storia d’amore, con una fanciulla che si innamora di un giovanotto, lo sposa nonostante l’ostilità della famiglia, rimane incinta, lui muore, l’amico di lui, da sempre innamorato di lei la corteggia ma lei resiste per diciotto anni, forte dell’amore per l’amico scomparso. Quando ormai il corteggiatore sta per cedere, un’amica le rivela cose che non avrebbe voluto sapere del marito defunto, piegandone finalmente la resistenza.

Questa “vana” trama che ruota attorno ad Amelia Sedley, affiancata da altre che riterrei minori (come le vicende dell’arrivista Rebecca Sharp, pronta a tutto per conquistarsi un posto in società), serve, però, a questo autore classico della letteratura inglese del XIX secolo come base per descrivere un mondo di vanità, “La Fiera delle Vanità” del titolo, qual’era la civiltà inglese ai tempi della caduta di Napoleone Bonaparte e delle guerre con la Francia, una fiera che anticipa molti aspetti della nostra attuale decadenza, un mondo fatto di complessi rapporti e liti familiari, di delicati e intricati rapporti sociali, di guerre, di feste, di mondanità.

Oggi tutto ciò si legge soprattutto come un documento di come fosse il mondo allora, di come vivessero gli inglesi in quell’inizio di XIX secolo, ormai ben duecento anni fa. Interessante per me cercare di capire il valore della sterlina allora assai maggiore di adesso, scoprire come gli avanzamenti di grado nell’esercito venissero normalmente acquistati in denaro e in nessun modo questo suonasse come una forma di corruzione, ma somigliasse un po’ al sistema con cui oggi acquista una licenza un tassista, un negoziante o un gondoliere. Suonandomi ben strana la pratica, mi viene dunque oggi da riflettere su quanto siano realmente “giuste” le analoghe pratiche moderne appena citate.

Come dice il titolo inglese (Vanity Fair: A novel without a Hero) – e come viene detto all’interno dell’opera –  visto che questo è un romanzo senza un eroe, lasciate che abbia almeno un’eroina, ma Amelia ha ben poco di eroico, è piuttosto una vittima della società, della mondanità e della propria ingenuità. Questa appare dunque, come certo desiderato dall’autore, come un’opera senza eroi, ma se non ci sono, difficilmente può esserci avventura e senza siamo nel grigiore della quotidianità, seppure imbellettata dall’ambientazione storica e dal perfido contesto mondano. Questo, penso, sia una delle cose che mi ha reso più pesanti la lettura.

L’epoca narrata è antecedente a quella dell’autore, seppure non di molto, e questo lo porta a descrivere quegli anni come un’epoca già diversa dalla sua. “La Fiera delle Vanità”) uscì, infatti, a puntate mensili tra il 1847 e il 1848 e, poi, unitariamente, alla fine di tale anno.

La novità per quell’epoca pare fosse avere una protagonista non più tutta virtù o vizio e il descrivere una nuda realtà quotidiana in cui vale più il buon senso che un vacuo sentimentalismo.

Il romanzo non si può definire prolisso (dato che è vivace e ricco di scenette) come mi sono parse altre opere ottocentesche, ma le 662 pagine dell’edizione Newton Compton mi sono parse davvero tante, anzi decisamente troppe, soprattutto per una trama come quella descritta all’inizio che riscuote in me un interesse quasi nullo. Ho letto opere assai più lunghe, magari divise nei numerosi volumi di una saga, ma parlare delle vanità del mondo e degli amori di una ragazzetta scialba per così tanto, francamente mi ha un po’ stancato e devo dire di aver tratto un sospiro di sollievo quando sono finalmente arrivato all’ultima pagina.

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William Makepeace Thackeray (Calcutta, 18 luglio 1811 – Londra, 24 dicembre 1863) è stato uno scrittore inglese, noto soprattutto per le sue opere satiriche, in particolare La fiera delle vanità. È pure noto per essere l’autore del romanzo Le memorie di Barry Lyndon, da cui è stato tratto il film Barry Lyndon di Stanley Kubrick.

La lunghezza di quest’opera, tra l’altro, mi ha portato a fare qualcosa che non avevo mai fatto prima in vita mia: abbandonare la versione cartacea e passare all’e-book.

Mantengo, infatti, normalmente, in lettura almeno un libro su carta e uno in formato elettronico, dato che quelli in e-book li posso leggere in T.T.S. e quindi in circostanze ben diverse dai cartacei (mentre guido, cammino, sono in palestra, cucino…). Il tempo per leggere su carta per me si è ridotto ogni anno di più, dunque la percentuale di libri letti, anzi ascoltati, con Text To Speech, sono ormai divenuti ampia maggioranza. Rendendomi, dunque, conto di non riuscire a progredire molto nella lettura dell’opera di Thackeray, ho deciso di lasciare il cartaceo e riprendere la lettura in e-book, riuscendo così a completarlo. Se non l’avessi fatto, me lo sarei trovato in attesa di essere finito forse ancora quest’estate. Le sue dimensioni fisiche, tra l’altro, mi rendevano anche scomodo portarmelo dietro in quelle occasioni in cui spesso leggo su carta, come in fila in qualche ufficio, pratica peraltro che mi capita sempre meno da quando moltissime attività che un tempo richiedevano uno spostamento di persona si possono fare on-line.

Insomma, questo libro segna una nuova tappa del mio abbandono di quel supporto desueto che è la carta. Fenomeno questo che mi sorprende per la sua rapidità, se penso che il primo libro che lessi in elettronico fu “L’eleganza del riccio”, nell’agosto del 2010 (lo feci al PC, non avendo ancora un e-reader). Trascorse poi un anno, fino al settembre 2011, prima che mi decidessi ad acquistare il primo e-reader, di cui apprezzai da subito la possibilità di leggere in T.T.S. Nel 2012 gli e-book erano 43 su 64 letture. Insomma, in meno di sette anni, sto ormai quasi per rinunciare alla lettura su carta, se non fosse che ho ancora tanti cartacei da leggere. Se dovessi riservare anche a questi volumi l’approccio seguito con “La Fiera della Vanità” o addirittura iniziarli direttamente in elettronico, penso che finirò per abbandonare del tutto la carta.

 

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