Posts Tagged ‘cinese’

LA CINA E IL TRAUMA DEL PROGRESSO – IL XX SECOLO VISTO DAL MIGLIOR PREMIO NOBEL DEL XXI SECOLO.

 

Tra tutti i vincitori di un premio Nobel nel corso di questo millennio, forse quello che sto apprezzando maggiormente è il cinese Mo Yan, vincitore nel 2012.

Di sicuro lo considero molto al di sopra di Doris Lessing, Orhan Pamuk, Alice Munro, Patrick Modiano o persino della recentemente premiata Svetlana Aleksievic. Tra i nobel di questo secolo il solo che potrebbe confrontarsi con un Mo Yan è forse Mario Vargas Losas, ma anche il peruviano è di sicuro inferiore al cinese.

Di Mo Yan, sinora, ho letto “Il supplizio del legno di sandalo” (2001), “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti” (1986) e, ora, “Grande seno, fianchi larghi” (1996), cui, se devo attribuire un difetto, direi che, con le sue oltre 900 pagine è davvero lungo, ma, per come scorre e per quanto è ricco, non sarebbe giusto dire che sia troppo lungo. Solo un grande autore poteva creare un’opera così monumentale senza annoiare e restando sempre diretto, chiaro, leggibile e coinvolgente.

Essere leggibile e coinvolgente è la maggior dote di un autore. Per una volta è un pregio che appartiene a un nobel. Anche questo rende Mo Yan superiore agli altri.

Ne ho apprezzato, soprattutto, la vivacità descrittiva, l’abbondanza di immagini vivide ed efficaci, la ricchezza delle storie che si dipanano attorno alla trama principale, che altro non è se non la vita del protagonista, che attraversa gran parte del XX secolo, mostrandoci l’evoluzione della Cina, dal periodo pre-rivoluzionario a quello contemporaneo. Eccezionali sono anche molti dei personaggi, dal protagonista ad alcuni minori, come i fratelli muti. Ottima l’idea di chiamare spesso le sorelle con un numero ordinale. Ci parla, infatti, di una Sorella Maggiore, una Seconda Sorella, una Terza Sorella e così via. Trattandosi di nomi cinesi si sarebbe, infatti, fatto fatica a riconoscerle l’una dall’altra, ma forse sarebbe stato complesso, anche conoscendo la lingua, dato che ciascuna delle prime sette sorelle ha nomi che si somigliano per significato, dato che se una si chiama con una parola che vuol dire “aspettare il fratellino”, un’altra “evocare il fratellino”, un’altra “ottenere il fratellino” e altre simili varianti[1].

Ogni sorella apporta alla trama la propria vicenda, il proprio matrimonio con personaggi pittoreschi ma realistici.

La Storia, quella ufficiale, quella dei grandi nomi e grandi eventi, rimane in secondo piano, ma vediamo l’evolversi del mondo e della Cina attraverso le vicende di una regione (quella di Gaomi in cui è nato lo stesso Mo Yan), della famiglia Shangguan e, in particolare, del nono figlio, Jingtong, il più inatteso e vezzeggiato ma anche il più inetto dell’enorme progenie della vedova Shangguan Lu. Si passa così dalle invasioni tedesche e giapponesi all’avvento del comunismo e alla sua trasformazione. Si vede la Cina trasformarsi da impero feudale in potenza industriale, ma sempre sullo sfondo delle vicende di questo personaggio, che vediamo nascere, primo maschio tanto atteso, dopo ben sette sorelle, più un’ottava, sua gemella.

Mo Yan (in cinese: 莫言S, Mò YánP), pseudonimo di Guan Moye (管謨業T, 管谟业S, Guǎn MóyèP; Gaomi, 17 febbraio 1955) è uno scrittore e saggista cinese. È considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 2012.

Assistiamo alle peripezie di sua madre (rimasta vedova subito dopo la sua nascita) per allevare così tanti bambini, cui presto si aggiungeranno anche i nipoti. Assistiamo ai matrimoni delle sorelle con i personaggi più disparati, ognuno di diversa appartenenza politica, così da permettere alla famiglia di cadere e risorgere più volte, al diverso soffiare della politica e della Storia.

Scopriremo poi come il presunto padre di una simile progenie fosse in realtà sterile e come la madre, per accontentare marito e suocera, sia andata a ricercare di volta in volta un nuovo padre nella speranza di generare alfine il tanto atteso maschio.

Ne viene fuori una carrellata di personaggi che, nell’insieme sembrano mostrarci le molteplici facce della Cina.

Se l’abbondanza di donne potrebbe far pensare a un’opera al femminile, tra tutti spicca per la sua particolarità il protagonista Jingtong, prima per il suo rifiuto di abbandonare il seno materno e accettare, persino da grande, altro cibo che non sia il latte, prima materno e poi caprino, poi per il lasciarsi andare alla sua malata passione per i seni, divenendo, grazie all’aiuto di un nipote, proprietario di un negozio e poi di una fabbrica di reggiseni. Attraverso di lui, Mo Yan ci lascia una singolare ode al seno femminile e al suo potere evocatore.

Mo Yan dunque ha l’abilità di dipingere una grande saga familiare dal sapore ottocentesco e con un numero di pagine non meno ottocentesco, ma con un piglio narrativo così visivo e intenso da ricordare piuttosto il cinema contemporaneo. La capacità che più colpisce è quella di sommergere il lettore con immagini dettagliate e vivaci, senza per questo essere superflue per la trama, ma costituendone anzi la sostanza.

Se “Il supplizio del legno di sandalo” era certo più crudo e violento, anche qui proviamo sensazioni forti, accanto ad altre poetiche e non manca qualche tocco magico, sebbene non si possa dire di essere dalle parti del soprannaturale, poiché la magia che ci offre questo poeta (tale è spesso Mo Yan, sebbene scriva in prosa) è quella del quotidiano e delle superstizioni popolari ed è tutta nelle menti dei personaggi.

Come ne “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti”, anche qui Mo Yan ci parla della difficoltà di un popolo di contadini che si è visto proiettato nel giro di meno di un secolo dal medioevo nell’età moderna. La violenza che troviamo nelle sue opere nasce da qui, dal dolore di questo popolo plurimillenario e dal suo dolore per questa crescita inumana. La magia che ci regala è quella antica, quella dell’anima e della Storia, che il progresso sta violentando e uccidendo.

Non oserei dire che le sue siano opere di denuncia delle contraddizioni del progresso, ma ne sono certo una delle più eccelse testimonianze.

[1]  Aspettare il Fratellino – Laidi
Evocare il Fratellino – Zhaodi
Ottenere il Fratellino – Lingdi
Pensare al Fratellino – Xiangdi
Desiderare il Fratellino – Pandi
Sognare il Fratellino – Niandi
Implorare il Fratellino – Qiundi

Annunci

IL METODO MILITARE DI SUN TZU

Nell’antichità non era raro che alcuni testi nascessero dalla trasmissione orale e da una serie di progressive e successive trascrizioni. Nella nostra tradizione ne sono un esempio l’Iliade e l’Odissea, la cui attribuzione a Omero è, sostanzialmente, una semplificazione. Analogamente la Bibbia e lo stesso Vangelo riportano affermazioni, discorsi e parabole il cui autore non è la stessa persona che li scrive (senza considerarne qui l’ispirazione divina).

Un esempio di tali testi provenienti dalla Cina è il Sūnzǐ Bīngfǎ, 孫子兵法 (“Metodo militare di Sun Tzu”), da noi comunemente noto come “L’arte della guerra” e attribuito a Sun Tzu.

Sun Tzu è un mitico generale del IV Secolo. Non fu lui a scrivere questo manuale, ma i suoi discepoli o discepoli di questi, in una sorta di “ipse dixit”.

Si ritrovano quindi versioni differenti del libro. Comunemente è diviso in tredici capitoli, ne sono però citati decine di altri, forse posteriori. Completano l’opera, di per sé, nella versione più nota, piuttosto snella numerosi commentari dei secoli successivi. Nelle varie versioni alcuni concetti vengono però persino rovesciati, a seconda della sensibilità del tempo in cui sono stati scritti.

Un esempio è il testo standard:

Se ti difendi sei più debole.

Se attacchi sei più forte:

In una versione antica scritta su bambù e scoperta di recente si legge, invece, al contrario:

Se ti difendi sei più forte.

Se attacchi sei più debole:

Eppure le due versioni sono in linea con lo spirito generale dell’opera: non c’è un metodo assoluto, non c’è una verità assoluta, occorre conoscere i cinque fattori e agire di conseguenza.

Il primo fattore è il Tao, il secondo è il cielo, il terzo è la terra, il quarto è il generale, il quinto è il metodo”.

Perché

Se conosci il nemico e conosci te stesso,

nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo”.

E

Questi sono gli stratagemmi militari vittoriosi dei nostri avi.

Non possono essere tramandati in anticipo.

Ogni situazione è diversa, occorre valutarla e decidere di conseguenza.

La grande immediatezza e semplicità dei consigli militari, ne fanno un manuale sempre attuale non solo come principi base per una vera campagna di guerra, ma per l’applicazione a qualunque tipo di conflitto tra organizzazioni, quali per esempio delle moderne aziende.

L’attualità di questo insegnamento credo si possa riassumere soprattutto in questa affermazione:

Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità”.

Affatto scontato, per il comune pensare, è il messaggio contenuto in queste due affermazioni:

Non è abile chi prevede una vittoria che chiunque potrebbe conseguire.

Vincere una battaglia universalmente considerata difficile non è vera abilità”.

La vera abilità consiste nel vincere chi si può battere facilmente.

Così le battaglie degli esperti si risolvono senza vittorie straordinarie, senza acquisire grande fama derivante dalla propria saggezza e dal proprio coraggio”.

Il buon comandante è come un sasso che colpisce un uovo. Prima si accerta della sicurezza della propria vittoria e poi attacca. Troppo spesso attribuiamo valore a chi vince in imprese considerate impossibili. Si darebbe cioè, erroneamente, valore a chi mettendo a rischio se stesso, i suoi uomini e le sue risorse abbia rischiato un’impresa con una forte probabilità di insuccesso. Premiamo dunque la fortuna e non l’abilità. L’abilità sta nell’agire con le probabilità a proprio vantaggio.

Sun Tzu

Sun Tzu

Vorrei concludere con un’ultima riflessione sulle modalità con cui questo libro fu scritto, in cui ritrovo un’insolita modernità. Se un tempo la collaborazione di più mani (e voci e menti) portava alla nascita di testi come “L’arte della guerra”, oggi la scrittura ha cessato di essere l’atto di un singolo per divenire frutto di collaborazioni complesse. Spesso compare il nome di un solo autore, ma, specie nei grandi bestseller, accanto a lui ci sono decine di collaboratori che lo istruiscono e consigliano e gli forniscono dati e informazioni, spesso attingendo da altri testi o da internet, al punto che si può dire che i romanzi e i saggi moderni siano tornati a essere frutto di più menti, alcune come collaboratrici dirette, altre come sub-strato culturale dell’opera. Questo rende particolarmente difficile l’ingresso nel mercato, creando una vera e propria barriera concorrenziale, agli autori minori privi di una squadra. Per cercare di ovviare a questa difficoltà ho immaginato il processo che chiamo “web-editing”: una collaborazione tra lettori e autore per migliorare l’opera prima della sua pubblicazione. Un po’ come se, viaggiando in rete, prima di sedimentarsi sulla carta o in e-book, il testo potesse arricchirsi come si arricchivano nei vari passaggi i testi nati dalla tradizione culturale. La modernità ci riporta, in un certo senso, indietro verso la tradizione!

Firenze, 29/09/2013

LA MAGIA VIOLENTA DELLA CINA RURALE

Del Premio Nobel cinese Mo Yan, ho letto di recente l’eccezionale romanzo “Il Supplizio del Legno di Sandalo”, che mi ha affascinato per lo stile narrativo e la trama, che mescola magia, realtà, vita quotidiana e un’immensa violenza.

L’Uomo che allevava i Gatti e Altri Racconti”, dello stesso autore, ha in buona parte le stesse caratteristiche, ma essendo una raccolta di racconti e non un romanzo, perde in profondità, articolazione e ricchezza narrativa.

I racconti sono:

  • Il vecchio fucile
  • Il fiume inaridito
  • Il cane e l’altalena
  • Esplosioni
  • Il neonato abbandonato
  • Il tornado
  • La colpa
  • Musica popolare
  • L’uomo che allevava i gatti
Mo Yan

Mo Yan

Vi incontriamo un uomo che va a cacciare con il fucile con cui sua madre uccise suo padre, una ragazza rimasta cieca che ha sposato un muto, liti attorno ad aborti e bambini abbandonati (effetti delle politiche di contenimento demografico della Cina), un vecchio e un ragazzino che affrontano un vento imprevisto, un mendicante cieco che con la sua musica fa la fortuna e la disgrazia di una donna divorziata, un uomo che alleva gatti per far soldi.

Certo la violenza non raggiunge i livelli de “Il Supplizio del Legno di Sandalo” in cui uno dei personaggi centrali era un boia torturatore, ma questa non è quasi mai del tutto assente. La Cina che ne esce fuori, non è davvero “un paese per vecchi”, è un mondo persino più spietato di quelli di McCarthy, anche perché si percepisce come reale. È una Cina fatta di contadini o di figli di contadini, che ancora stentano ad adattarsi alla vita moderna, di cui cominciano appena ad intravedere gli agi. Non sono, però, morte le leggende e la magia del passato, con le volpi che fabbricano pillole dell’immortalità e gli spiriti che si muovono nelle campagne.

Firenze, 21/03/2013

RIFLETTERE SENZA STUDIARE È PERICOLOSO

Massime - Maestro Kong

Confucio – Massime

Mentre in Grecia l’occidente poneva le basi della propria cultura, tra il 451 e il 479 a.c., in Cina, Maestro Kong, da noi noto come Confucio (da Kong fuzi, dove “fuzi” vuol dire appunto “maestro”), sviluppava il proprio pensiero, che sarebbe stato fondamentale per la filosofia orientale.

Il volumetto intitolato “Massime” e curato da Paolo Santangelo per la Newton riunisce una selezione di pensieri tratti da “I Dialoghi” (“Lunyu”).

Sono brevissimi brani, caratterizzati da un linguaggio semplice e diretto, spesso con riferimenti concreti.

Santangelo li ha riuniti per argomento in capitoli:

  • Il progresso morale;
  • Studio ed educazione;
  • Pietà filiale e famiglia;
  • La religiosità laica;
  • Riti e norme tradizionali di condotta;
  • L’impegno politico;
  • Consigli pratici e valutazioni varie.

Confucio non sviluppa una propria teoria organica e articolata, ma fa spesso riferimento al pensiero precedente e sostiene i valori della tradizione (“Gli antichi erano molto cauti nel parlare, perché si sarebbero vergognati se le loro azioni non fossero state all’altezza dei discorsi”), sostiene una vita saggia e morale (“L’uomo superiore è calmo senza essere arrogante; l’uomo dappoco è arrogante senza essere calmo”; “Di uno che non dubita mai sul da farsi, io non so che farmene”), rifiutando gli eccessi (“Eccedere equivale a difettare”), riconoscendo i propri difetti (“non vergognarsi di correggersi dei propri errori”) e impegnandosi per eccellere (“Ma se un uomo a quaranta o cinquanta anni non è riuscito a farsi notare, non merita alcun rispetto”).

Maestro Kong

Confucio (Maestro Kong)

Disprezza le ricchezze (“Se fosse degno correre dietro alle ricchezze, le perseguirei, anche a costo di fare il carrettiere. Ma poiché non ne vale la pena, faccio ciò che mi aggrada”) e sostiene lo studio (“non si vergognava di domandare agli inferiori e ai più giovani”; “Studiare senza riflettere è inutile. Riflettere senza studiare è pericoloso”; “Non è facile trovare uno che studi per tre anni senza pensare di guadagnare uno stipendio”) e la vera saggezza (“Chi non cambia è solo il saggio più elevato o lo sciocco più ignorante”).

Avendo ricoperto cariche politiche, talora si occupa anche di politica (“Quando il paese è ben governato, si può ricevere lo stipendio; quando invece è in disordine badare allo stipendio è vergogna”; “Bisogna agire quando si è in servizio, e sapersi ritirare quando si è messi in disparte”).

A volte si possono cogliere analogie con il pensiero cristiano (“Ripaga l’odio con la rettitudine, e con la benevolenza ricambia la benevolenza”) o con quello greco (“Riconosci di sapere quel che sai e di non sapere quello che non sai. Questa è la sapienza”), ma le differenze rimangono importanti.

Firenze, 24/08/12

LA NARRAZIONE CONCENTRICA DEL NOBEL CINESE

Mo Yan - Il Supplizio del Legno di Sandalo

Mo Yan – Il Supplizio del Legno di Sandalo

Mo Yan, Colui che Tace, pseudonimo di Guan Moye, ha da poco vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Questo di per sé non mi spinge sempre a leggere un autore, ma l’occasione ha suscitato la mia curiosità. Si tratta di uno scrittore che ancora non conoscevo, ma avevo visto e apprezzato anni fa la trasposizione cinematografica del suo “Sorgo Rosso”. Mi sono allora procurato “Il Supplizio del Legno di Sandalo”, senza saperne molto altro. Il titolo ha un sapore esotico, ma non ho pensato subito che si riferisse a una vera tortura. Mi venivano in mente, piuttosto, immagini di giovani donne cinesi che camminano con scomodi zoccoli di legno. Nulla di tutto ciò. Si tratta della storia di una donna cinese, figlia di un attore dell’Opera dei Gatti (una forma di recitazione popolare), sposata con lo scemo del paese, che ritrova dopo anni il proprio suocero, di mestiere boia, ed è amante del suo padrino, un importante magistrato. Sarà il padrino a ordinare a suo suocero di uccidere suo padre.

Tutto questo lo intuiamo già dalla prima pagina del libro. L’intera trama del romanzo è già lì. È questa la vera magia di Mo Yan: ci offre subito tutta la sua storia, con le cause e la conclusione, ma poi allarga la visione e ci dona nuovi dettagli e ogni dettaglio ne contiene uno nuovo, che più avanti sarà dilatato e sviluppato, in un crescendo che, poco per volta, ci fa scoprire tutta la complessità di un mondo. Una struttura affascinante, che di per sé merita la lettura.

Nel prologo leggiamo alcuni versi dell’Opera dei Gatti in cui si dice tutto quello che sarà raccontato di centinaia di pagine:

Mo Yan

Che orrore spaventoso!

Catturano mio padre e lo gettano in prigione,

e mio suocero, col legno di sandalo compie l’esecuzione.

Scopriremo così, passo dopo passo, perché ogni personaggio è come è e fa quello che fa.

Non è un romanzo per cuori teneri. Si parla spesso del boia e del suo mestiere e non immaginatevi i “buoni” boia della nostra tradizione, con cappuccio nero e ghigliottina o mannaia. No! Quelli in confronto erano dei gentiluomini, che cercavano di rendere la morte veloce e precisa.

impalazione

I boia cinesi (e stiamo parlando della Cina di un secolo fa!) erano dei veri torturatori. La condanna a morte indicava il modo in cui il condannato doveva morire e non era una scelta tra fucilazione e sedia elettrica. Il condannato doveva soffrire, la scelta era solo su quanto grande e lunga dovesse essere tale sofferenza. Nel libro vengono presentati vari esempi di esecuzioni/ torture. Ne cito solo uno per rendere l’idea: la condanna a essere tagliati in 500 pezzi (nella Cina antica potevano essere anche molti di più!). L’arte del boia stava nello scegliere con cura quali parti tagliare e quando, perché il condannato doveva assolutamente morire solo al cinquecentesimo taglio, non prima e non dopo, pena il disonore del boia o magari la sua stessa condanna. Considerate che questa esecuzione, e non è la sola, occupa svariate pagine. Quella che dà il titolo al romanzo è, invece, una versione “raffinata” dell’impalazione. Il boia deve cercare di tenere in vita la sua vittima per vari giorni.

Certo vederlo al cinema potrebbe essere sconvolgente, ma Mo Yan è uno che sa davvero scrivere e riesce a essere un elegante cronista di un mondo per noi quasi sconosciuto, un mondo di cui riesce a mostrarci la magia, dove la magia è una visione delle cose particolare, come quella che ha il marito sciocco di Meiniang usando il suo (falso) baffo di tigre, grazie a cui, il suo cervello malato, vede le persone sotto forma di animali, ma anche la magia di un mondo sospeso, di uno sguardo sorpreso, come quello di un bambino che, pian piano, mette a fuoco le cose e le comprende, anche se le aveva sotto gli occhi da tempo.

Firenze, 26/11/2012

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: