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LE PASSEGGIATE DI UN PREMIO NOBEL

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Peter Handke, Premio Nobel 2019

In questi giorni è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura sia per il 2019 che per il 2018.

Quello per l’anno in corso è andato all’austriaco Peter Handke, di cui conoscevo solo il film tratto dalla sua sceneggiatura “Il cielo sopra Berlino”, una delle opere cinematografiche che ho amato di più.

Leggo ora “Il grande evento”, che, per alcuni, dovrebbe essere l’opera più matura di questo maestro della letteratura. Vi si narra della giornata di un attore dal suo risveglio accanto a una donna che non ama ma con cui si trova bene, al suo peregrinare in giro. Alla fine la incontra di nuovo per caso.

Il suo sguardo è sempre molto attento ai dettagli, al senso delle cose, anche le più insignificanti. Il protagonista viene chiamato sempre solo così: l’attore. Nessuno, tranne un vicino che incontra, ha qui un nome, a volere evidenziare, posso immaginare, la “tipizzazione” degli esseri umani, che non sono più individui, ma raffigurazioni di ciò che rappresentano (l’attore, il vicino, il podista…), come a dire che viviamo in un’epoca che ha perso il senso dell’individualità.

L’attore si diletta di uno “sport da lui inventato” che è la camminata a ostacoli (andare dritto senza rallentamenti nel bosco, anche se qualcosa si frappone al cammino) o la sua variante che chiama “camminata didattica” durante la quale immagina che piccole cose che incontra possano essere altro, per poi scoprire che cosa realmente sono e quindi approfondirne la conoscenza.

Ebbene, Handke dimostra una pregevolissima attenzione al dettaglio e alla profondità delle cose, che mi pare in netto contrasto con l’epoca contemporanea (non fatemi dire “modernità”, perché non so neppure se oggi viviamo in un’epoca post-moderna, post-storica o post-nulla). Non intendo dire che questo non sia un ottimo libro, affascinante nel suo scoprire l’umanità nelle piccole cose, ma continuo a non credere che sia questo qualcosa di innovativo per la letteratura o che esprima il nostro tempo.

L’attore, nel suo camminare, nota alcune persone è vede come siano “tipizzate”, il podista, il corridore, il passeggiatore e così via e mostra una certa antipatia per questa loro “tipizzazione” così come per la loro distrazione (spesso simboleggiata dall’uso degli strumenti della nostra quotidiana disattenzione quali i cellulari) e si sente che l’autore si confonde in ciò con l’attore-protagonista. La tipizzazione è basilare per questo nostro mondo che si muove alla “superficie” sì, ma spaziando in “larghezza” (sacrificando la profondità) come non ha mai fatto prima. Lo stesso B2C (Business To Consumer) si basa proprio sulla “tipizzazione” degli individui, intesi come consumatori.Il grande evento - Garzanti

Sostengo che trama, personaggi e ambientazione debbano sempre equilibrarsi in un’opera di narrativa ma che la trama sia quella che regge tutto. Una trama, io credo, si compone di una serie di eventi. Non può limitarsi a riflessioni o osservazioni. A un certo punto l’attore incontra un branco di cani selvatici, ne è spaventato ma la cosa finisce lì, i cani vanno per la loro strada (uno per un po’ lo segue). Lo stesso l’incontro con il vicino malato, senza memoria, è un momento passeggero, una mosca impigliata nella rete, ma poi scivola via.

Va bene scrivere così come fa Handke, ma mi chiedo se sia giusto che un Premio della rilevanza del Nobel dia un riconoscimento a questo tipo di approccio. Certo non ho letto altro di Handke e sono fermamente convinto che un autore non si debba valutare da un’opera sola, dunque ne leggerò ancora, ma qui vorrei far finta che la sua scrittura sia tutta così, per interrogarmi sull’insegnamento che sembra voglia darci la giuria del Premio. Sembrerebbe cioè che ci dica di tornare indietro, verso quest’attenzione al dettaglio, alla profondità, all’attenzione verso le piccole cose. Eppure, il mondo va nella direzione opposta! La letteratura non dovrebbe allora esprimere questa direzione, magari preconizzarne il futuro? Che senso ha premiare chi guarda all’indietro verso il passato? Credo che nel suo saggio “I Barbari” Baricco abbia ben saputo illustrare il senso del nostro tempo: ci muoviamo alla superficie delle cose, sacrificando la profondità per una maggior “espansione”. Opere come questa, a mio avviso invece, non lo fanno. Forse, mi sbaglio e ciò che la giuria ha voluto premiare è altro. Leggo, dunque, la motivazione del Premio Nobel: “Per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”.

Ebbene, devo dire che questo si ritrova nel romanzo che ho appena letto. La scrittura è linguisticamente evoluta (per quel che si può intuire dalla traduzione) e il nostro attore si muove in un mondo periferico, con occhio attento a scrutare le esperienze umane che incontra lungo il suo cammino. Insomma, mi pare che il riconoscimento sia proprio per le stesse caratteristiche della sua scrittura che ho notato.

Mentre scrivo queste righe ho già iniziato a leggere “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” di Olga Tokarczuk (Nobel nel 2018), che mi sta appassionando di più: se non altro comincia con una morte misteriosa e dei personaggi molto intensi.

Quanto a libri che parlano di camminate ma che sono anche momenti di riflessione, devo dire che preferisco quelli del nostrano Paolo Ciampi come “L’aria ride” o “Per le foreste sacre”, “Il cammino di Santiago” di Paulo Coelho o “L’arte di correre” (correre non è camminare ma quasi!) di Haruki Murakami, che forse sarebbe stato un candidato più significativo per il premio.

CAMMINARE RIFLETTENDO

Qualcuno considera Paulo Coelho un autore sudamericano minore e più “commerciale” rispetto ai Borges, Marquez e Amado. Qualche mese fa ebbi però la fortuna di leggere il suo “L’Alchimista”  e rimasi affascinato dall’estrema semplicità (una grande dote per uno scrittore, forse più del suo opposto) di questo romanzo, che sapeva andare a fondo su uno degli interrogativi fondamentali: sto portando avanti un progetto di vita? Ne ho mai avuto uno?Il Cammino di Santiago

Con quel libro nel cuore ho affrontato “Il Cammino di Santiago”, che è però cosa assai diversa. Innanzitutto se ne “L’Alchimista” ci sono elementi di riflessione, sono però inseriti in una storia, una piccola favola. Qui più che di un romanzo si tratta di un racconto di viaggio. Un cammino che è, nel contempo, un percorso fisico e mentale, in cui la riflessione spirituale è parte centrale della narrazione.

Lo stesso Coelho ci spiega che “il primo millennio del Cristianesimo conobbe tre rotte sacre; chiunque ne percorresse una accedeva a una serie di benedizioni e indulgenze. La prima conduceva alla tomba di San Pietro, a Roma: i pellegrini di questo cammino avevano come simbolo una croce e venivano chiamati “romei”. La seconda portava al Santo Sepolcro di Cristo, a Gerusalemme, e coloro che seguivano questo percorso erano chiamati “palmieri”, poiché avevano come simbolo le palme con cui Cristo fu salutato quando entrò in città. Infine esisteva un terzo cammino, che conduceva fino ai resti mortali dell’apostolo San Giacomo, sepolti in un luogo della penisola iberica dove, una notte, un pastore aveva visto una stella brillare sopra un campo. (…omissis…) Ai viandanti che percorrevano la terza rotta sacra fu dato il nome di “pellegrini”, e come simbolo ebbero la conchiglia.” (pag. 17-18)

Il protagonista affronta questa terza via assieme a un Maestro, che chiama Petrus (ma non è il suo vero nome).

Questa rotta, forse anche per merito del successo del libro, è ora tornata di moda, assai più che negli anni in cui scriveva (prima edizione 1987) l’autore brasiliano e sempre più spesso si sente di dire di qualcuno che l’ha seguita.

Il percorso parte da Saint-Jean-Pied-de-Port, nei Pirenei francesi e arriva a Santiago de Compostela, sulla costa atlantica della Spagna. Secondo Google Maps sono 769 chilometri: un bel viaggetto da farsi a piedi, senza contare le varie deviazioni e i giri a vuoto che faranno i due pellegrini.

Il percorso più duro sarà però quello dello spirito, dato che il diavolo è in agguato e non mancherà di rivelarsi.

Avrà però modo di insegnare al suo discepolo una serie di esercizi spirituali, dettagliatamente riportati in varie schede all’interno del libro, con cui fortificare la propria anima e coglierne il soffio. Sono esercizi che chiunque può tentare di ripetere. Quanto agli esiti, fatemi sapere, perché non li ho provati!

Importante rimane, almeno, l’insegnamento che “l’uomo non può mai smettere di sognare. Il sogno è il nutrimento dell’anima, come il cibo è quello del corpo” (pag. 55).

I sogni però possono morire. Secondo Petrus i sintomi della morte dei sogni sono:

  1. la mancanza di tempo (riempiamo la nostra vita di cose da fare, dimenticandoci il nostro obiettivo);
  2. le nostre certezze (ci sembra di aver già raggiunto quello che ci serve);
  3. la pace (ci sentiamo realizzati).

Che cos’altro mi è rimasto di questo libro? La voglia di fare un lungo viaggio a piedi!

Il cammino di Santiago

Il cammino di Santiago

Firenze, 23/08/2011

 

 

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