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LA FAMIGLIA SENZA NOMI

Risultati immagini per la sposa giovane BariccoIn Italia pochi hanno la capacità di Alessandro Baricco di usare le parole. In passato ricordo di aver letto il suo affascinate saggio “I barbari” sulla profondità e la superficialità, la piacevole riscrittura del classico “Omero, Iliade”, il romanzo “Oceano mare”, l’intenso monologo “Novecento”. In tempi meno recenti avevo molto apprezzato “Seta” e “Castelli di rabbia” e gradito “City”. La mia ultima lettura risale al 2015, con il romanzo “Mr Gwyn”. Torno a leggerlo dopo qualche tempo dall’ultima volta affrontando il suo romanzo “La sposa giovane” in cui riesce a creare, da una storia tutto sommato semplice, un racconto denso di magia e di atmosfera.

La ricchezza della sua scrittura forse sarà tecnica consumata, ma certo la rende qualcosa di peculiare.

I due “trucchi” principali di queste pagine, facilmente riconoscibili e uno persino evidenziato dall’autore all’interno del testo, sono il sovrapporsi di diverse voci narranti e la spersonificazione dei protagonisti mediante la perdita del nome proprio, sostituito dal nome generico che ne svolge la funzione. Abbiamo, cioè, personaggi che si chiamano semplicemente La Sposa Giovane, La Madre, Il Padre, La Figlia, Il Figlio e Lo Zio.

L’accavallarsi quasi scomposto di punti di vista e voci narranti ha un certo effetto spiazzante, ma regala alla lettura una mobilità e una vitalità apprezzabili. Tra le voci narranti c’è quella dello scrittore, che qui però non è un autore terzo e impersonale ma quasi un personaggio egli stesso. Baricco realizza, infatti, quasi un metaromanzo, con la differenza, però, che qui la storia interna è assai più ampia e rilevante della storia esterna, quella dello scrittore narrante, le cui vicende, comunque non s’intrecciano con quelle dei propri personaggi che restano immaginari rispetto al suo piano narrativo. Qualcosa di diverso, per dire, dalla storia cornice di “Hyperion” di Dan Simmons, che, invece, confluisce nei sei racconti che contiene.

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Alessandro Baricco (Torino, 25 gennaio 1958) è uno scrittore, saggista, critico musicale e conduttore televisivo italiano, vincitore del Premio Viareggio nel 1993.

A proposito di questo uso della voce narrante l’autore-personaggio scrive:

Ad esempio avrei dovuto riferire al vecchio amico come scrivendo della Sposa giovane mi succeda di cambiare più o meno bruscamente la voce narrante, per ragioni che lì per lì mi sembrano squisitamente tecniche, e tutt’al più blandamente estetiche, con l’evidente risultato di complicare la vita al lettore, cosa di per sé trascurabile, ma anche con un fastidioso effetto di virtuosismo che in un primo momento ho perfino cercato di combattere, arrendendomi però poi all’evidenza che semplicemente io non riuscivo a sentire quelle frasi se non facendole scivolare in quel modo, come se il solido appoggio di una voce narrante chiara e distinta fosse qualcosa a cui non credevo più, o che era diventato per me impossibile apprezzare.

Questa voce narrante serve a Baricco anche per lanciare alcuni accenni sulla scrittura, tema a lui certo caro e ben più centrale in “Mr Gwyn”.

Tra le riflessioni dell’autore-personaggio riporterei quest’ interessante considerazione, in cui mi rispecchio:

tutto quello che scriviamo c’entra naturalmente con cosa siamo, o siamo stati, ma per quanto mi riguarda non ho mai pensato che il mestiere di scrivere si possa risolvere nel confezionare in modo letterario gli affari propri, col penoso stratagemma di modificare i nomi e talvolta la sequenza dei fatti, quando invece il senso più giusto di quello che possiamo fare mi è sempre parso mettere tra la nostra vita e quel che scriviamo una distanza magnifica che, prima prodotta dall’immaginazione poi colmata dal mestiere e dalla dedizione, ci porta in un altrove dove risultano mondi, prima inesistenti, in cui quanto c’è di intimamente nostro, inconfessabilmente nostro, torna ad esistere, ma a noi quasi ignoto, e toccato dalla grazia di forme delicatissime, come di fossili o farfalle”.

 

La storia è palesemente ambientata in Italia e vari luoghi geografici, per esempio l’Argentina o Marina di Massa, sono nominati espressamente, ma il luogo esatto delle vicende, come i nomi dei protagonisti rimane indeterminato, contribuendo a creare la sensazione di essere in una sorta di spazio magico che può essere qui come altrove.

A questo contribuisce senz’altro la stranezza della famiglia in cui approda la diciottenne Sposa Giovane per ottemperare a una promessa di matrimonio fatta al Figlio quando era ancora quindicenne. Il Figlio, però, è assente, e la ragazza resta a lungo nella casa ad attenderlo, scoprendone poco per volta i molti segreti, le ossessioni e le paure.

L’atmosfera della casa è misteriosa, con strane regole, come il divieto di leggere, ossessione di derivazione contadina, che considera perdita di tempo una simile attività, la paura della notte, essendo la famiglia convinta che ciascuno di loro dovrà morire tra il tramonto e l’alba; con il servitore Modesto (lui ha un nome, anche se è un aggettivo!) che comunica con una sorta di alfabeto morse fatto di colpi di tosse e che custodisce con eleganza inappuntabile i segreti della famiglia; con le lunghissime colazioni che durano fino al pomeriggio con il transito di innumerevoli visitatori, quasi postulanti in una reggia; con quello Zio, che non è parente di nessuno, che dorme senza posa eppure partecipa alla vita familiare; con quel Figlio, che tale non è, assente ed eternamente in arrivo, che fa consegnare in casa ogni giorno gli oggetti più strani; con la Figlia storpia ma bellissima; con il Padre affetto da una ”inesattezza del cuore” che lo costringe a una vita senza emozioni; con la Madre un tempo bellissima puttana.Risultati immagini per la sposa giovane Baricco

I personaggi, seppure senza nome, acquistano via via forma e spessore man mano che la Sposa Giovane ne scopre le storie e i segreti (e rivela i propri), mettendo alla luce aspetti imprevedibili delle loro personalità e da quest’atmosfera, che appare quasi rarefatta, emergono prepotenti e concreti. Nello scoprire quel piccolo mondo la Sposa Giovane muta e cresce e da vergine pura, finisce con lo scoprire le meraviglie del sesso e la ritroviamo persino a lavorare in un bordello. Eppure la vicenda fa sì che vi sia una strana leggerezza in questa sua attività così come nel suo primo masturbarsi con la Figlia, nel suo essere istruita concretamente al sesso dalla Madre, nell’essere condotta al bordello dal Padre per rivelarle i segreti di famiglia, nel risvegliare i sensi e l’anima dell’eternamente dormiente Zio.

LO SCRITTORE DI RITRATTI

Smettere di scrivere? Quale autore non l’ha mai pensato, sia egli di successo o meno? “Mr Gwyn”, il protagonista dell’omonimo romanzo di Alessandro Baricco non si è limitato a farlo, ma l’ha dichiarato alla stampa e poi ha davvero smesso di scrivere, nonostante fosse un autore amato dal pubblico.

Per fare cosa? Per cambiare vita e mestiere, ma senza sapere bene come. Poi capisce che vorrebbe fare il Copista? Ma cos’è un Copista ai giorni d’oggi? Nel medioevo l’avremmo visto in un convento copiare antichi testi in bella calligrafia. Nel XXI secolo il termine mi fa pensare all’equivalente moderno dei monaci copisti: un creatore di e-book, quell’oscura figura di pirata informatico che ricopia digitalmente romanzi, saggi, antologie e quant’altro e trasforma tutto in epub, mobi, pdf o altri formati idonei alla lettura su e-reader.  Un antico copista medievale preservava i libri dall’usura del tempo e li tramandava ai posteri. Un creatore di e-book moltiplica all’infinito i libri che tocca, in una sorta di miracolo tecnologico e li consegna al libero scambio, fuori da ogni logica commerciale e di copyright, rendendo, per la seconda volta nella storia, la letteratura popolare e fruibile. Se la stampa a caratteri mobili di Gutenberg aveva creato il libro economico, l’e-book dona al mondo il libro gratuito o semigratuito, rendendo la cultura accessibile a tutti e libera come l’aria.

 

Alessandro Baricco

Il libro di Baricco però non parla per nulla di questo. Mr Gwyn non ha intenzione di diventare un paladino del copyleft. Non sa cosa voglia dire fare il copista, pur desiderando essere proprio questo. Un giorno poi scopre, grazie a una vecchia signora, che si trasformerà in una sorta di “amica immaginaria” con cui confidarsi, che per lui fare il Copista significa “copiare le persone”! Ma come si possono copiare le persone? Immagina allora di far loro dei ritratti. Non sapendo dipingere ma scrivere, saranno ritratti scritti.

La scrittura e la pittura si sono spesso imitate a vicenda e scambievolmente, ma di solito imitando i risultati, gli effetti finali, le sensazioni provocate, i temi narrati o viceversa le premesse, le motivazioni, la cause scatenanti. Difficilmente imitano l’una gli strumenti dell’altra.

Mr Gwyn, invece, vuole fare questo e così si prepara un incredibile studio-loft in cui fare i suoi ritratti letterari, scrivendo “dal vero”, con un modello vivo da ritrarre. La sola descrizione dello studio vale già la lettura del romanzo, ma è solo poca cosa rispetto al resto!

Comincia così la sua avventura alla scoperta di se stesso, di un nuovo mestiere e di una nuova visione della scrittura.

Vediamo così Gwyn inventarsi un modo suo per “scrivere ritratti” e già questo basterebbe a fare uno splendido racconto, ma Baricco ci stupisce poi proseguendo oltre il primo ritratto fino a una svolta che parrebbe conclusiva e con la quale il libro sarebbe potuto finire, essendo già così un ottimo romanzo, ma alla svolta ne segue un’altra e come in una passeggiata in montagna, all’improvviso, dietro una curva, scopriamo una vista sulle vette che non ci saremmo aspettati e una splendida passeggiata si trasforma in una gita indimenticabile. Tre parti di un tutto, che se fossero state più lunghe sarebbero stati tre episodi di un ciclo, ognuno con la sua autonomia, ma Baricco ce li regala tutti assieme, in un numero di pagine saggiamente limitato. Spesso i libri migliori hanno una simile concisione, non facile da trovare. Saper moderare la lunghezza dei romanzi è dote di pochi.

Insomma, se l’incipit mi aveva affascinato, la prima parte mi ha fatto pensare a un piccolo capolavoro, la seconda a qualcosa di più, con la terza mi sono convinto di poter mettere questo libro tra i migliori romanzi che io abbia avuto la fortuna di leggere. Il finale? Lascerebbe spazio a un’ulteriore svolta, a un nuovo sviluppo, ma Baricco, direi con sapiente moderazione, decide di non abusare e si ferma lì.

Ritratto di Monet eseguito da Manet

Il risultato complessivo è un romanzo che ci parla della scrittura, senza insegnarci come scrivere, anche perché l’esperimento di Gwyn mi parrebbe difficilmente riproducibile nella realtà, ma l’analisi che Baricco fa di questo processo è acuta e affascinante e si pone accanto alla sua originale visione della cultura moderna espressa nel saggio “I barbari”. Se Gwyn scrive ritratti dei suoi clienti, Baricco dipinge il ritratto della Scrittura. Se i clienti di Gwyn si ritrovano e riconoscono nei suoi ritratti, come autore mi vedo ritratto in queste pagine, pur non avendo io nulla a che vedere con Mr Gwyn e non somigliandogli affatto.

Ancora una volta, con questa brillantissima e originale prova, Baricco dimostra di essere uno dei migliori e più intelligenti autori italiani viventi.

LA GUERRA DI ODISSEO

Sono passati appena sei mesi da quando ho letto per l’ultima volta una riscrittura moderna (e italiana) della “Iliade” di Omero. Mi riferisco a “Iliade, Omero” di Alessandro Baricco. In questi giorni ho, invece letto, “Il mio nome è nessuno – Il giuramento”, il primo dei due volumi con cui Valerio Massimo Manfredi ripercorre la vita di Ulisse, prima e dopo i fatti della guerra di Troia. Sebbene i fatti narrati siano i medesimi, l’intento dei due autori è diverso e diverso è il risultato, sebbene in entrambi i casi apprezzabile. Baricco aveva l’intento di fare una sintesi dell’Iliade, per leggerla in pubblico. Manfredi ci mostra i fatti di Ilio con lo sguardo del più moderno dei suoi protagonisti: Odisseo. Manfredi, poi, in realtà, anche solo in questo primo volume (il secondo dovrebbe essere incentrato sulla “Odissea”) non ci parla esclusivamente dell’Iliade, ma la prima parte del volume ci racconta della gioventù di Ulisse e dei miti che lo hanno influenzato, primo fra tutti, il viaggio degli argonauti alla ricerca del Vello d’Oro, ma anche le imprese di Ercole. Miti che Manfredi non presenta come tali, ma come imprese eccezionali seppur non soprannaturali di uomini contemporanei o quasi di Odisseo. Solo raramente indulge al fantastico, ma solo per riferire di credenze, come quando racconta del nonno di Ulisse, creduto da chi lo conosceva un licantropo, spiegandoci razionalmente come questa credenza sia nata.

Dunque i romanzi di Manfredi e di Baricco hanno in comune l’aver spogliato l’epos omerico delle sue divinità e della sua antica magia, ma Manfredi è capace di rendergliene una rinnovata, più moderna, quella della narrazione di tempi e fatti a tutti ben noti ma così lontani nel tempo e nel sentire quotidiano da rivestirsi di un’aura esotica e arcaica.

Valerio Massimo Manfredi

Come già ho avuto modo di notare leggendo la trilogia su “Alexandros” o “Lo scudo di Talos”, Manfredi è un autore che ben conosce i fatti narrati, che scrive con leggerezza e precisione e non manca di saper dare quel tocco in più che trasforma la Storia in una buona storia da essere narrata (dove la scomparsa della maiuscola non vuol essere in senso negativo, ma solo differenziare l’oggetto dello studio degli storici dall’esercizio narrativo). Doti che non sempre si riscontrano in autori stranieri più famosi, che a volte indulgono nelle descrizioni “folcloristiche” o si limitano a descrivere i personaggi storici senza aggiunger loro alcuno spessore.

L’Odisseo di Manfredi, è invece personaggio che spicca tra gli eroi di Troia più di quanto si notasse nei versi omerici e viene quasi da pensare che il vero protagonista di quella guerra in fondo fu lui, più di Achille, Elena, Paride, Agamennone, Menelao, Aiace o altri. Solo che nella “Iliade” non era messo bene in luce. Quasi che attendessimo l’opera di Manfredi per illuminarlo correttamente, sebbene fosse tutto già lì, nei versi di Omero.

 

RISCRIVERE L’ILIADE

Non è passato molto tempo dall’ultima volta che ho riletto l’Iliade in una traduzione classica, ma l’idea di leggerne una riscrittura sintetica (“Omero, Iliade”) realizzata da uno dei nostri migliori autori viventi mi ha incuriosito.

Alessandro Baricco ha, infatti, pubblicato un volumetto di 163 pagine nel quale riscrive e racconta uno dei libri più celebri e letti della storia dell’umanità.

L’intento è quello di trasformare il testo in qualcosa che possa essere letto davanti a un pubblico in sala in un tempo ragionevole. In tal senso, forse, il volume, pur sintetico per i contenuti trattati, mi parrebbe anche troppo esteso.

Nell’introduzione Baricco spiega di non aver tagliato quasi nessuna scena, tranne le apparizioni degli Dei. Scelta questa che rende il volume più snello e moderno, ma certo anche più lontano dal suo spirito originario.

Il maggior pregio di questo lavoro mi pare sia quello di fornire un testo gradevole e di veloce lettura che meglio di qualunque traduzione ci aiuta a calarci nella trama dell’Iliade. Pur avendo letto in vari modi questo libro, le sue tante digressioni mi hanno sempre reso difficile focalizzare la trama nelle sue linee essenziali. Questa versione è di grande aiuto in tal senso. Gli eventi, finalmente, si succedono con moderna regolarità e ogni cosa sembra estremamente chiara e semplice. Persino le battaglie si snodano con lineare precisione.

Insomma, un ottimo testo soprattutto per gli studenti più pigri che vogliono entrare facilmente tra queste pagine immortali o per chi, come me, si illude di conoscere questa storia ma voglia provare a vederla con una diversa angolazione o per chi voglia tornare a rivivere la più celebre delle battaglie ma non abbia il tempo per affrontare il testo integrale. Forse anche un’occasione per sentirsi spinti a leggerlo o rileggerlo in una traduzione più completa.

 

LA VOCE E GLI OCCHI DEL MARE

Risultati immagini per Oceano mare BariccoSono vari anni che non leggo un romanzo di Alessandro Baricco. L’ultima sua opera che ho apprezzato, parecchio tempo fa, è infatti un saggio (“I barbari”), che lessi quando uscì a puntate con La Repubblica e che trovai pieno di intuizioni interessanti se non geniali. Anche i romanzi letti in precedenza mi erano piaciuti molto, sebbene la mia sensibilità letteraria all’epoca fosse certo diversa da adesso.

Ho affrontato dunque ora la lettura di “Oceano Mare”, romanzo che credevo di aver già letto ma che ho scoperto essere per me ancora nuovo. Come spesso mi accade quando leggo un romanzo da cui mi aspetto molto (in questo caso apprezzandone l’autore), anche questa volta sono rimasto un po’ deluso.

L’incipit mi ha incuiriosito, rafforzando le mie ottimistiche attese.

“Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare il mare nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord. La spiaggia. E il mare.

Potrebbe essere la perfezione immagine per occhi divini mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità verità ma ancora una volta é il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.”

Nella prefazione c’è una discreta sintesi del tema di questo romanzo:

“Molti anni fa, sulla riva di un qualche oceano, arrivò un uomo. L’aveva portato lì una promessa. La locanda in cui si fermò si chiamava Almayer. Sette stanze. Degli strani bambini, un pittore, una donna bellissima, un professore dal nome strano, un uomo misterioso, una ragazza che non voleva morire, un prete buffo. Tutti lì, a cercare qualcosa, in bilico sull’oceano. Molti anni fa, questi e altri destini incontrarono il mare e ne tornarono segnati. Questo libro li racconta perché, ad ascoltarli, si sente la voce del mare.”

In questo abbozzo di trama si legge il fascino della storia, ma anche il suo limite: troppi personaggi e, forse, un obiettivo un po’ troppo pretenzioso: far sentire nelle storie di alcune persone la voce del mare. Che sia obiettivo arduo lo deve sapere anche Baricco, tanto è vero che quello che definirei il personaggio principale è un pittore, ex-ritrattista, che per anni cerca invano di dipingere il mare, firmando ogni volta tele bianche o quasi. Da ritrattista, cerca gli occhi del mare e non li trova, come forse l’autore cerca la voce del mare e la trova solo a tratti.

Alessandro Baricco

Il risultato è un romanzo intrigante, con personaggi singolari, ma privo di unitarietà e, appunto, forse un po’ troppo lontano dalla sua stessa anima. Una storia che lì per lì incuriosisce ma che tende a svanire veloce nella memoria, al punto che finito il libro, senza aver trovato reminiscenze in alcun passo, mi chiedo ora se davvero non l’avessi già letto, come pensavo, e poi dimenticato, come rischio di fare di nuovo.

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