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IL FASCINO DELLA PERVERSIONE DEI POTENTI

Dopo “Libri da ardere” (1994) e “Antichrista” (2003), eccomi a leggere il mio terzo romanzo di Amélie Nothomb, la scrittrice belga nata a Kobe il 9/7/1967, “Barbablu” (2012), e penso che presto ne leggerò altri.

I tre libri hanno quantomeno in comune una certa suggestione dei titoli. Suggestione forse non condivisa da tutti i lettori, ma per me evocativa.

Barbablu” richiama la celebre fiaba del tale che si sposava molte volte e ogni volta proibiva alle mogli di aprire una certa porta, pena la morte. La curiosità femminea era sempre troppo forte e tutte le mogli soccombevano. La fiaba però si ispira a una storia vera e a un personaggio più che reale, addirittura storico, il Maresciallo di Francia Gilles de Rais, un degli uomini più vicini a Giovanna d’Arco e, in quanto tale, protagonista del mio romanzo “Giovanna e l’angelo”. Gilles de Rais però non uccideva le mogli, ma rapiva i figli dei propri contadini, li violentava e uccideva. Dunque la storia di Barbablu è una versione edulcorata della realtà.

Amélie Nothomb

Amélie Nothomb ambienta la favola ai giorni d’oggi e coglie l’occasione per dipingere un personaggio femminile forte e coraggioso e un protagonista maschile malato e folle, di cui la donna scopre passo dopo passo la psicologia, dando vita a un romanzo veloce ma intenso e carico di umanità, esplorata nelle sue perversioni, ma non per questo troppo lontana dal quotidiano.

Come in “50 sfumature di grigio” anche qui il protagonista è ricco e vizioso e anche qui pieno di fascino, a dimostrazione del fatto che la ricchezza riesce a rendere attraenti personaggi che se fossero poveri o gente comune sarebbero solo dei disgraziati, che guarderemmo con orrore e disgusto. Ammantati di potere e ricchezza possono persino ambire a diventare capi di partito o presidenti del consiglio, come la triste storia patria insegna.

 

Gilles de Rais – Barbablu

 

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L’OPPOSTO DI GIOVANNA D’ARCO

Michel Tournier - Gilles e Jeanne

Michel Tournier – Gilles e Jeanne

Michel Tournier ha pubblicato nel 1983 il romanzo storico “Gilles et Jeanne” (titolo originale). L’edizione italiana credo sia del 2009. Si tratta, dunque, di opera anteriore a “Giovanna e l’Angelo” (scritto nei primi anni del millennio e pubblicato nel 2007). Peraltro, sono venuto a conoscenza dell’opera del francese solo nel 2012.

Si tratta di opere diverse per numerosi motivi. Nel testo del francese il vero protagonista è Gilles De Rais, in “Giovanna e l’Angelo” è Giovanna D’Arco. Il primo è un romanzo storico, il secondo lo è solo per metà, divenendo poi un’ucronia.

Mi ha colpito però come in entrambi si sia immaginato di creare una figura che fosse il negativo della pulzella d’ Orléans.

Carlo Menzinger - Giovanna e l'Angelo

Carlo Menzinger – Giovanna e l’Angelo

In “Gilles e Jeanne” (titolo italiano), Tournier immagina che il Maresciallo di Francia Gilles De Rais nasca fondamentalmente con animo puro e rimanga tale fino al rogo di Giovanna D’Arco. Poiché si era invaghito della ragazza-maschio che l’eroina francese rappresentava, vederla finire tra le fiamme come un’eretica provoca in lui una reazione psicologica violenta che lo induce verso l’abominio della sua perfidia pedofila e assassina. Egli diviene malvagio per compensare il torto subito dalla santità della sua Jeanne. Ricerca in ogni ragazzo che violenta il corpo e il volto di Jeanne D’Arc.

In “Giovanna e l’Angelo” gli opposti di Giovanna D’Arco sono molteplici. Innanzitutto, la voce narrante è quella di un essere ignaro della propria natura, la fonte delle celebri Voci di Giovanna, un angelo che non conosce Dio. Un angelo maschio, anch’esso con uno sguardo un po’ pedofilo. Forse l’Arcangelo Michele. Quando Giovanna Barbablù muore sul rogo, nel suo sogno lei diviene maschio e l’angelo di muta in femmina e diviene Santa Caterina. Anche in “Giovanna e l’Angelo” c’è la contrapposizione con Gilles De Rais. Qui il ricco possidente viene visto come malvagio da sempre. Da sempre attento alla virtù e alla verginità di Giovanna/Jeanne. Lui solo, nella seconda parte onirica/ucronica del romanzo riconosce il cambiamento di Giovanna, lui solo ne contesta l’innaturalezza.

Barbablù

Barbablù

Giovanna, in “Giovanna e l’Angelo” è, infine, contrapposta al re-bambino d’Inghilterra Henry. Nel sogno, quando Giovanna diviene uomo e parte alla conquista della Francia, il re-bambino diventa una giovane regina e si invaghisce di Jeanne ormai divenuta Jean.

Tournier fa morire Giovanna/Jeanne nelle prime pagine del suo romanzo. A lui interessa soprattutto mostrare gli effetti di questa morte sull’animo debole e contorto di Gilles. È lui che segue con il suo racconto. A lui vediamo affiancarsi la perversione teologica del fiorentino Prelati e la condiscendenza dei suoi servi nell’opera di sterminio, che ci viene descritta nei dettagli, con tutti quei ragazzi violentati e fatti morire a completamento del piacere perverso del più ricco Signore di Francia.

Michel Tournier

Michel Tournier

Dalla sua malvagia brama sessuale nascerà poi la fiaba edulcorata di Barbablù, in cui la violenza sarà incanalata trai binari del matrimonio e dell’eterosessualità, fingendo che nelle cantine del Signore non vi fossero i resti maciullati di decine di ragazzi strappati alle loro povere famiglie, ma i corpi delle numerose mogli di Barbablù.

Nel leggere queste pagine, a loro modo originali e suggestive, continuo a ripensare con irritazione all’interpretazione di questa favola fatta da Clarissa Pinkola Estés in “Donne che corrono con i lupi”, in cui l’autrice si dimentica totalmente delle origini del mito e lo mostra come archetipo della violenza sulla donna!

Il Maresciallo Gilles de Rais

Il Maresciallo di Francia Gilles de Rais

La versione di Tournier mi pare, invece, rispettosa della Storia, per come la conosco, con la sola eccezione dell’aver sorvolato, pur accennandole, sulle sventure familiari di Gilles, allevato dal nonno, che a me parrebbero causa sufficiente a spiegarne la perversione, senza ricorrere, come poeticamente fa il francese, all’idea del contrappasso della vendetta psicologica verso Dio e gli uomini, per l’ingiusta morte della pastorella che conquistò Orléans.

Firenze, 1/4/2012

Giovanna d'Arco

Giovanna d’Arco

DONNE CHE SCRIVONO COME BESTIE

Clarissa Pinkola Estés - Donne che corrono con i lupi

Clarissa Pinkola Estés – Donne che corrono con i lupi

Il tema della “donna selvaggia” (ma anche quello dell’”uomo selvaggio”) è molto interessante. Le aspettative verso il libro “Donne che corrono con i lupi”, che si ripromette di analizzarlo, mostrando come sia stata trattato da diverse culture antiche, erano dunque, per me, molte.

Eppure affrontare le prime pagine, la lettura si è rivelata uno sforzo non indifferente, perché l’autrice Clarissa Pinkola Estés scrive in modo a dir poco indisponente: ripete lo stesso concetto decine di volte con parole diverse e rigira la stessa parola in elenchi interminabili di sinonimi o circonlocuzioni simili.

Forse in questo è condizionata dal tema trattato. Nella narrazione orale dei popoli antichi, infatti, la ripetizione serviva a fissare le idee e le immagini in lettori poco abituati all’uso della parola e quindi distratti. I primi elenchi della letteratura li troviamo in Omero (ma non sono mai di facile fruizione). Forse Pinkola pensa che anche il lettore moderno sia tendenzialmente distratto, rispetto a quello degli ultimi secoli, essendo sommerso di informazioni e “correndo” su di esse, passando da una all’altra. Se così è, però confonderebbe una “distrazione antica”, dovuta alla disabitudine alla parola con una “distrazione moderna”, basata sulla capacità di elaborare e digerire un gran numero di informazioni. L’uomo del XXI secolo vuole poche informazioni, chiare e precise. Il contrario opposto degli elenchi ripetitivi che ci propina costei! Il lettore moderno vuole un solo termine che condensi tutto. Preferisce l’inglese all’italiano per la sua capacità di sintesi e imbastardisce la lingua di Dante con termini anglosassoni in onore della precisione espressiva di certi termini tecnici.

Si riesce a proseguire nella lettura di “Donne che corrono con i lupi” solo per la promessa dell’autrice di mostrarci presto alcuni esempi di storie antiche (quante volte ci ripete, però, che sono degli archetipi! Basta!). Quando però i racconti arrivano, non riesce a tener chiusa quella sua boccaccia e continua a parlarci sopra. È come guardare un film con accanto un chiacchierone che non fa altro che commentare! Se alcuni autori (ho appena letto, ad esempio, una raccolta di Asimov) riescono a introdurre i propri racconti citando fatti personali con leggerezza e simpatia, le continue allusioni alla propria formazione “scientifica” e “umana” fatta dall’autrice ne mostrano solo la latente insicurezza e ce la rendono sempre più antipatica.

L’idea che in ogni donna ci sia un elemento selvaggio represso (che dovrebbe tornare alla luce) mi pare bello e corretto, ma perché questa donna si dimentica o ignora che questo è vero anche per l’uomo? Perché considera le donne una “razza” a parte, che paragona a quelle dei lupi e degli orsi?

L’essere umano non è forse composto di maschile e femminile?

Questo è altri aspetti minori, danno la sensazione della scarsa scientificità del saggio, anche se non mi sento titolato per valutarlo professionalmente. Le mie sono solo impressioni da lettore profano. Se ci si aggiunge la caoticità della scrittura, davvero non si riesce a capire il successo che ha sinora riscosso questo libro.

Ho comunque resistito fino alla parte in cui l’autrice comincia a raccontarci qualcuna di queste storie antiche, ma – orrore! – sceglie come “archetipo” la storia di Barbablu. Senza addentrarmi nelle infinite considerazioni che ci imbastisce sopra, trattando il racconto come una metafora psicologica della donna ingenua che cede alle lusinghe del maschio cacciatore e infido, cadendone preda, il mio disagio nasce dalla scelta di una fiaba con precise origini storiche, che ben poco mi fanno pensare al tanto strombazzato “archetipo”.

Il caso vuole che conosca abbastanza bene questa fiaba, avendo studiato il personaggio di Gilles De Rais quando scrivevo il romanzo “Giovanna e l’angelo” su Giovanna D’Arco, di cui Gilles fu Maresciallo.

Posso anche credere che la storia del pedofilo francese sia stata reinventata e trasformata nella fiaba di Barbablù con l’intento di farne il simbolo di concetti e istinti primordiali, ma quando rifletto sulle sue origini, mi riesce difficile immaginarla come frutto di una tradizione popolare femminile, con le quali le donne “istruivano” e mettevano in allarme altre donne dalla malvagità maschile.

Per quello che si sa, Gilles De Rais, nel suo castello, violentava, seviziava e uccideva i ragazzini – maschi – figli dei suoi contadini e ne conservava le ossa negli stessi scantinati in cui li aveva assassinati con la complicità di alcuni servi.

Questa storia fu edulcorata e i bambini divennero le numerose mogli di Barbablù, inquadrando quindi la storia tra due binari di normalità: il matrimonio e l’eterosessualità.

Sapendo che quando nella fiaba si dice “moglie”, si deve leggere “ragazzino”, mi riesce
davvero ostico accettare l’interminabile spiegazione della Pinkola sul femminino.

Clarissa Pinkola Estés

Clarissa Pinkola Estés

Annoiato e irritato, abbandono dunque, almeno per ora (ma forse per sempre), la lettura di questo libro, gesto che non compivo da circa quarant’anni, quando alle
elementari abbandonai la lettura di un romanzo di Verne intitolato Mrs Branican. Non so se sarà l’ultimo libro che abbandonerò, perché qualcosa sta cambiando in me. Finora consideravo impossibile abbandonare un libro prima dell’ultima pagina. Oggi mi pare che, grazie agli e-book e a internet, ci sia un’offerta così sterminata di libri che perder tempo dietro dei testi insulsi sia un vero peccato.

Firenze, 28/02/2012

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