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MUTATIS MUTANDIS SEMPER SEX EST

Eccomi alla seconda antologia di racconti di Nadia Mogni. Dopo “La bambina surgelata”, ho letto ora la silloge a tema erotico “Storie senza mutande”. Il sottotitolo è “Piccoli racconti e altre amenità fantahorrorerotiche… un po’ cattive”: in realtà sono soprattutto racconti erotici, che oscillano tra lo Schnitzler di “Doppio sogno”, il James di “Cinquanta sfumature di grigio” e l’Aury di “Histoire d’O”. Anche se è vero che in un racconto compaiono un paio di licantropi, in un altro assistiamo all’esplosione surreale di un pene, la componente horror mi pare non rilevante. Maggior rilievo ha invece quella fantastica, nel senso che le fantasie erotiche descritte sfiorano, come nell’altra raccolta che ho letto, il surreale.

Nadia Mogni (alias Evaporata)

Nadia Mogni sa come si scrive e tutti i racconti scorrono via piacevolmente, se non si ha alcuna avversione per il porno, dato che spesso siamo da quelle parti e la bravura dell’autrice in questa raccolta sta propria nella capacità di sollevare la tensione erotica nelle poche pagine di ciascuna delle storie narrate, anche se alla fine, il succedersi di queste avventure sessuali finiscono quasi per essere legate tra loro, tale è la comunanza del tema centrale della silloge e, dunque, la tensione non cala quasi mai.

LA BAMBINA DEI SOGNI – 6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

Demetrio: «Ma siete proprio certi d’esser svegli?
O forse siamo ancora addormentati,
e quello che vediamo è tutto un sogno?»
(Sogno di una notte di mezza estate – William Shakespeare)

 
Eccomi salire in cima a una collina. C’era un vento fresco che agitava l’erba tutto attorno, come un mare verde in salita. Mi sentivo tranquillo e rilassato. Il cielo era limpido e azzurro. In lontananza scorsi una piccola nuvola nera. Mi voltai a guardarla, cercando di capire se si avvicinasse la pioggia. Veniva velocemente nella mia direzione. Non portava acqua e non era smog. Erano uccelli. Uno stormo di uccelli dalle lunghe ali nere. Forse corvi. Sì, mi parevano corvi. Riempirono l’aria con il loro gracchiare. Erano tanti. Tantissimi. Oscurarono il cielo. Volteggiavano ovunque senza scendere mai verso terra. Inquieto, presi a camminare in direzione del sentiero, deciso ad allontanarmi da lì. Lo raggiunsi. Era una stradina di sassi bianchi, che correva in mezzo ai prati. Sembrava condurre a una torre lontana. Scura contro il cielo. Il vento era aumentato e ora soffiava con forza, mentre i corvi volteggiavano da ogni parte. Non c’erano alberi o montagne in vista. Vedevo solo prati, corvi in cielo e ghiaia sotto di me. Verde, nero, azzurro e bianco.
Continuavo a camminare. In fondo alla strada scorsi una piccola sagoma. Era ferma nel mezzo. Non avanzava. Mi avvicinai più rapidamente di quanto pensassi fosse possibile e la riconobbi. Era Elena.
– Non devi sognare Maria − mi disse e subito i corvi presero a volteggiarmi più vicino. Uno dopo l’altro mi passarono davanti al viso, fissandomi con i vuoti occhi neri e minacciandomi con i becchi acuminati, mentre il frullare delle loro ali mi riempiva le orecchie.
– Non sono io a decidere i miei sogni – protestai, cercando di difendermi con le braccia da quel volteggiare minaccioso.

– Perché? − chiese la bambina e il suo stupore sembrava sincero e dolorosamente profondo.
– Perché le persone non possono decidere i propri sogni.
– Non è vero. Non sognare la donna cattiva.
I corvi s’avventarono su di me in un vorticare tempestoso di affilate penne nere, artigli acuminati e becchi aguzzi. Mi parve che alcuni fossero cavalcati da minuscole fate dagli occhi infuocati e dallo sguardo tagliente. Sentii una risata che derideva la mia ignoranza dell’eterno e dell’infinito. Intuii la presenza di creature ancestrali nelle viscere della terra. Esseri dalle forme inimmaginabili che premevano dagli abissi di pietra e magma sotto i miei piedi per emergere e tornare a dominare il tempo. Sentii la nullità del mio passaggio mortale nel mondo degli uomini. I corvi mi avvolgevano. Mi svegliai prima di essere travolto.

Paul Delvaux – Shadows-1965

Titania, Queen of Faeries by TheIronRing

Quando sopraffatto dalla stanchezza finalmente mi riaddormentai, tornai a sognare la ragazza mora, quella che citava “Sogno di una notte di mezza estate”. Era ancora in compagnia del tipo che l’aveva abbordata nel sogno precedente. Erano in un bar e chiacchieravano. Non avevano lasciato la stazione e si sentiva il rumore dei treni che arrivavano e partivano. Alle loro spalle un piccolo LCD trasmetteva una partita di campionato, ma non lo guardavano. I loro boccali avevano solo un residuo schiumoso di birra. Evidentemente non c’era stato nessun caffè oppure il suo tempo era già scivolato via, per cedere il passo a bibite più impegnative.
– Come ti chiami? – stava chiedendo lei.
– Oberon – insistette lui.
– Il tuo vero nome, intendo. Quello è il nome che ti ho dato io. Lascia stare Shakespeare. Come ti chiamava tua madre… per esempio? – scherzò senza allegria.
– Mia madre? Non ne ho mai avuta una – la gelò – sono figlio di una stella e del magma o forse di un demone e di una fata.
Lei abbassò lo sguardo confusa, forse persino un po’ offesa da quella risposta all’apparenza improbabile.
– Quell’uomo non ti meritava – cambiò argomento lui, confondendola ancor più.
– Di quale uomo parli?
– Di quello per cui stavi piangendo.
– Non piangevo… − tentò di difendersi.
– Un uomo senza carattere − insistette − che non ha neppure avuto la forza di trattenerti quando l’hai lasciato e che si è perso una simile fortuna: una ragazza bella, sensibile e intelligente.
– Non volevo… non volevo essere trattenuta… ma cosa dico? Di cosa parlo? Cosa ne sai tu? Perché parlo con te? Non so neppure chi tu sia, figlio delle stelle.
– Io conosco tutti i tuoi sogni e anche i tuoi incubi.
– Sei uno sbruffone! – protestò – Non conosci nulla.
– Io conosco anche il tuo futuro.
– L’hai letto in un sogno? Pensi forse che i sogni possano predire il futuro?
– Lo conosco perché il tuo futuro sono io – la placcò romantico.
– Tu? Cosa pensi di avere a che fare, tu, con la mia vita?
– Tutto. La tua vita mi appartiene. La mia vita ti appartiene.
– Sembra una proposta…
– È una certezza.
– Lo sarà per te. Io neppure ti conosco.
– E lui lo conoscevi bene?
– Sì, certo… − esitò. Un frullo d’ali le fece alzare per un istante lo sguardo.
– Eppure alla fine era diverso da come credevi. Io non potrò essere diverso. Io sono così. Sarò sempre così.
Un corvo volò dietro di loro.
– Così? Così come? Non so nulla di te. Neppure il tuo vero nome. E magari ora mi dirai anche che mi ami?
– Certo: ti amo e anche tu mi ami. Ti amo come si ama il proprio destino. O forse ti odio così tanto da non poter fare a meno di te. Questo è l’amore più grande e sincero. Non c’è sincerità tra gli amanti. Solo tra chi si odia.
– Mi ami? Bella presunzione, detta da uno sconosciuto a una sconosciuta. Mi odi? Perché allora non mi lasci stare? Cosa vuoi da me? Non sai neppure chi sono.
– Abbiamo tutto un futuro davanti per conoscerci. Io di te però ho già sognato tutto.
– Tutto? Conosci tutto di me? Sei proprio un buffone. Dimmi almeno il tuo nome. Pretendi di sapere ogni cosa di me e non vuoi che io sappia nulla di te. Come potrà mai esserci qualcosa tra di noi? Come potrà esserci un futuro, se non hai un passato e neppure un presente?
– Il mio nome è quello che mi hai dato tu: Oberon. Io sarò sempre quello che tu vorrai io sia. Sarò il re dei tuoi sogni.
– Allora torna dalla tua Titania.

Risvegliandomi mi chiesi come mai fossi tornato a sognare l’incontro tra questi due sconosciuti. Non mi pareva un sogno come gli altri. Sembrava troppo vero. Un piccolo film. Doveva avere qualcosa a che fare con Elena, ma ancora non capivo cosa. Di sicuro, per un motivo inspiegabile, mi avevano messo addosso il desiderio di rivederla. Erano sogni che sempre mi riconducevano con la mente verso di lei. Erano sogni che non mi davano riposo. Un’altra notte come quella e i miei nervi ne sarebbero usciti a pezzi.
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I VIAGGI NEL TEMPO TRA SCIENZA E FANTASCIENZA

Vittorio Baccelli era un autore molto presente nelle community digitali e mi capitava di incrociarlo in vari spazi. Leggo con dispiacere che è mancato nel 2011. Mi è capitato ora sotto mano un suo libro e mi sono reso conto di non aver mai letto di lui altro che racconti o altri testi brevi. Ho individuato il suo “Filosofia dei viaggi nel tempo” nella mia ricerca di testi che parlino del tempo, che mi ha recentemente portato a leggere “Il libro dell’orologio a polvere” di Ernst Jünger e “Essere senza tempo” di Diego Fusaro.

Quello che sto cercando in tali libri è una definizione del tempo che somigli a quella che ho utilizzato nei miei romanzi ucronici, da “Il Colombo divergente” al ciclo di Jacopo Flammer e i Guardiani del Tempo, passando per “Giovanna e l’angelo”.

L’idea che sta alla base dell’esistenza di universi alternativi in cui il flusso temporale è diverso da quello reale è già esplicitata all’inizio del primo romanzo dove scrivevo:

Ogni gesto può esser compiuto

o non esserlo.

Così nasce un universo divergente.

Vittorio Baccelli

Nei romanzi di Jacopo Flammer specifico che il tempo non è lineare, ma un frattale, ovvero da ciascuno degli infiniti punti di ciascuna delle infinite linee temporali si dipartono infinite altre linee, con le medesime caratteristiche. In tal modo qualunque evento può essersi verificato lungo almeno una di queste linee temporali, che chiamo Universi Divergenti. L’incrociarsi di tali linee consente i passaggi da un tempo a un altro, seppure lungo diverse linee.

Vittorio Baccelli scrive un saggio che esamina assieme le principali teorie scientifiche che potrebbero giustificare e permettere eventuali viaggi nel tempo, sia l’uso che di queste teorie è stata fatta dalla fantascienza, sia nei romanzi che nei fumetti o nel cinema. Conclude l’opera con un suo interessante racconto fantascientifico sul tema, in cui immagina la nascita dell’universo generata da un paradosso dei viaggi nel tempo.

La cosa più vicina alla mia idea di Universi Divergenti che ho trovato nel saggio di Baccelli sono i Multiversi e la teoria delle bolle.

Il saggio si presenta comunque come un’affascinante carrellata tra worm-hole, buchi neri, acceleratori nucleari, pulsar, universi oscillanti, fisica subatomica. Un capitolo rilevante è dedicato al fisico serbo Nikola Tesla, riconosciuto per aver brevettato i motori a corrente alternata e che Baccelli insiste nel voler considerare come “l’inventore del Novecento” per la molteplicità delle sue invenzioni, delle sue intuizioni scientifiche, comprese alcune che potrebbero riguardare la manipolazione dello spazio-tempo. Le sue scoperte, secondo l’autore, furono considerate scomode dall’industria americana, che lo boicottò. Tra le sue invenzioni che poi furono attribuite ad altri ci sono la radio e il campo magnetico rotante, ma molte delle sue idee sono purtroppo rimaste sulla carta e altre sono state cedute per nulla all’industria. Interessante è che era affetto da allucinazioni, spesso collegate alle sue intuizioni scientifiche.  Mi viene allora da pensare alle riflessioni di Sacks (“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”) sui difetti neurologici che portano chi ne soffre ad accrescere certe capacità (potrebbe essere il caso di alcuni artisti e, forse, dello stesso Tesla).

Tra le opere cinematografiche più diffusamente esaminate da Baccelli c’è “Donnie Darko”, un’intricata storia di viaggi nel tempo e multiversi che mi ripropongo ora di vedere.

Da ucronico, ho poi apprezzato la parte dedicata questo genere letterario.

Anche se la mescolanza di teorie scientifiche ufficiali, semi-ufficiali e non ufficiali e i rimandi alla fantascienza rendono difficile farsi un’idea precisa dell’attendibilità delle ipotesi descritte, questo volume stampato da Lulu per Tesseratto Editore nel dicembre 2010 si presenta comunque come una lettura stimolante per approfondire altrove le tematiche affrontate.

INATTESA SORPRESA

Ieri ho ricevuto dall’Editore Tabula Fati due copie del n. 18 della rivista “IF – Insolito & Fantastico“. Ogni numero è sempre dedicato a un tema specifico. Questa era la volta di “Star Trek“. Sebbene abbia seguito anni fa le prime stagioni, non ritenendo avere nulla di originale da dire sul tema, questa volta non avevo inviato nulla da pubblicare all’editore.

E’ stata così una piacevole sorpresa scoprire, mentre censivo il volume su anobii, che tra gli autori c’era anche un certo Carlo Menzinger! lo vedete nella copertina qui accanto.

Giugno 2014

Carlo Menzinger di Preussenthal (Roma, 3 Gennaio 1964)

Menzinger?” mi sono detto? Come è possibile? Guardando all’interno ho scoperto che avevano pubblicato il mio racconto ucronico “L’altra Gerusalemme“, in cui si immagina che alla fine della Seconda Guerra Mondiale sia stato costituito uno Stato per gli ebrei non in Palestina ma in Germania. Il racconto si svolge in due momenti diversi: la prima ad Hannover nel 1948, durante la nascita dello Stato di Israele, e la seconda nel 2014, mostrando come è cambiato il mondo.

Come immaginate che sarebbe stata la situazione in Medio Oriente? E in Europa? Non vi dico come l’ho immaginata io: leggetela su “IF – Insolito & Fantastico n. 18“.

Per ricevere il volume o abbonarsi: rivistaif@yahoo.it

Vedi anche: http://insolitoefantastico.blogspot.it/

 

LA MODERNITÀ DEL SURREALE

...Che cosa rende la lettura di un racconto o di un romanzo piacevole? La sua capacità di creare situazioni nuove, originali e lontane dal quotidiano. La critica letteraria è rimasta scioccamente inchiodata per decenni al concetto che la letteratura di qualità debba essere realistica, ma questo, come ho scritto anche altrove, mi pare un assurdo. La letteratura migliore è quella più creativa, quella che sa creare situazioni che non ritroviamo nella normalità. I suoi livelli massimi li troviamo nella realizzazione di interi universi letterari alternativi, nella capacità di rendere credibili ambientazioni e personaggi che mai potrebbero esistere veramente.

Troppo facile è descrivere l’uomo per quello che è, il mondo come ci appare. Questo è già stato fatto. La letteratura che oggi rifiuti il fantastico e il surreale sarebbe come la pittura che si fosse fermata al realismo ottocentesco e non avesse conosciuto nulla dell’arte moderna, della sua capacità di descrivere ciò che siamo mostrando altro.

Nadia Mogni

La letteratura moderna è e deve essere non realistica. Lasciamo ai cronisti la descrizione del grigiore da telegiornali.

Non saprei se Nadia Mogni condivida questo tipo di riflessioni, ma la sua scrittura va esattamente in questo senso. Di lei ho letto solo la raccolta di racconti “La bambina surgelata” e posso dire che in ciascuno vi è questo modernissimo gusto per il surreale, per una sorta di magia che a volte potremmo definire paranormale,  ma che è la poesia del quotidiano che trascende nell’onirico, delle psicosi e delle ossessioni che si concretizzano.

Vi troviamo ambientazioni che ricordano la città dei gatti di 1Q84 di Murakami, racconti in cui l’orrore sfuma nel grottesco, storie in cui una burocrazia fantascientifica va oltre il kafkiano. Dietro tutto ciò, si nascondono però sentimenti e passioni umanissime, che sembrano non osare mostrarsi apertamente, quasi che il fantastico possa essere per loro una sorta di protezione.

Quale grande editore ha pubblicato questi racconti? La Libreria Ticinum Editore, perché è solo grazie a case editrici minori come questa che piccoli grandi autori poco noti come Nadia Mogni possono riuscire a farsi conoscere.

 

Leggi anche:

Nadia Mogni – Storie senza mutande

L’EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA – Intervista a Carlo Menzinger

Ieri su Postpopuli è uscita un’intervista che mi ha fatto Giovanni Agnoloni, che riporto di seguito.

 

  • Hai deciso di dedicarti soprattutto alla narrativa per bambini e ragazzi. Perché?

    L’intervistatore Giovanni Agnoloni

A dire il vero amo scrivere storie molto diverse e le mie prime esperienze sono state con romanzi per adulti. Come età, intendo, non certo a “luci rosse”. Decisi di scrivere il primo volume della serie di romanzi per ragazzi “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” quando mia figlia di sette anni mi chiese se avevo scritto qualcosa che le potessi leggere. Cominciai così a scrivere le avventure di un bambino della sua età (poi aumentata a 8 anni, per adeguarla alla sua, che era cresciuta) che si ritrova  a vivere in una preistoria alternativa. Scelsi la preistoria perché era nel programma di quell’anno della scuola dell’infanzia. Volli infatti fare un romanzo che fosse sia divertente per un bambino, sia utile come strumento didattico, sia gradevole per un lettore adulto. Chiamai il romanzo “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale”. Purtroppo prima che riuscissi a pubblicarlo, mia figlia era già molto più grande! Comunque in seguito ho scritto anche il secondo volume “Jacopo Flammer nella terra dei suricati” e abbozzato il terzo.

Giugno 2014

Carlo Menzinger -Nato a Roma il 3 Gennaio 1964 (Foto giugno 2014)

Non c’è comunque nessuna scelta di dedicarmi in modo esclusivo a questo gruppo di lettori. Con altri autori ho scritto la gallery novel (un romanzo scritto a più mani e illustrato da 17 artisti) “Il Settimo Plenilunio” che uscì precorrendo i tempi di “Twilight” e che parla di un conflitto tra umani, vampiri e licantropi. Lo considero il solo romanzo adolescenziale da me scritto. I thriller “Ansia assassina” e “La bambina dei sogni” sono invece per un pubblico maturo e non impressionabile e che ricerca letture lineari e immediate. Romanzi come “Il Colombo divergente” e “Giovanna e l’angelo” sono invece per un pubblico più attento e meditativo. Se “Ansia assassina” si potrebbe definire un “fast-book”, questi sono certo “slow-book”.

 

  • Al centro delle tue storie c’è soprattutto il tema dell’ucronia, già oggetto di un’ampia tradizione letteraria. Che cosa vi trovi di particolarmente affascinante?

Il mio primo romanzo, “Il Colombo divergente”, scritto nella prima metà degli anni ’90, è un’ucronia, ma devo confessare che quando lo scrivevo non sapevo di scrivere qualcosa che potesse essere catalogato in tal modo, del resto l’ucronia è solo uno degli aspetti che lo caratterizzano. Fu mentre già scrivevo “Giovanna e l’angelo” (un’altra ucronia, più onirica), che cominciai a scoprire il genere.

Sebbene l’ucronia abbia le sue radici nel XIX secolo con Geoffroy Louis (Histoire de la Monarchie universelle: Napoléon et la conquête du monde”  – 1836 -, rivisto come “Napoleone apocrifo”– 1841) e con Renouvier (“Uchronie” del 1857) che ha dato il nome al genere, e precedenti addirittura in epoca romana (un breve brano di Tito Livio), in realtà è fondamentalmente un genere piuttosto nuovo e tolti alcuni esempi precedenti come “La svastica sul sole” di Dick (1962) e “L’ultima tentazione di Cristo” (1955) di Nikos Kazantzaki, si può dire che il genere sta riscontrando solo di recente (dopo la scrittura de “Il Colombo divergente”) un certo seguito tra autori e lettori, con opere di Saramago (“Il vangelo secondo Gesù Cristo” del 1991, di Harris (“Fatherland” del 1992), King (“22/11/’63” del 2011) o Silverberg (“Roma Eterna” del 2004), solo per citarne alcuni.

Fu proprio quando scoprii l’impressionante potenziale narrativo dell’allostoria e l’incredibile quantità di ucronie che possono essere narrate, che decisi di fare il possibile per far conoscere questo genere ancora tanto ristretto e creai un gruppo di 18 scrittori e assieme realizzammo l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”, con la quale abbiamo cercato di coprire, a grandi linee, un po’ tutte le epoche storiche. La maggior parte dei romanzi ucronici è, infatti, purtroppo focalizzata su nazismo e fascismo o al massimo sulla storia romana, ma c’è grande carenza di divergenze medievali o di altre epoche.

Il grande fascino di questa forma narrativa è proprio la possibilità di descrivere un’enorme quantità di storie diverse, unendo il rigore del romanzo storico alla creatività della fantascienza. È un genere ancora tutto da sviluppare, anche se molti nomi di rilievo ci si stanno avvicinando.

 

  • I tuoi romanzi hanno nella meraviglia e nello straniamento due effetti fondamentali. Trovi che siano due elementi carenti, nella narrativa per adulti di stampo realistico?

La letteratura, come il cinema, devono stupire, meravigliare e portarci in mondi lontani. La letteratura come cronaca del quotidiano, dell’ordinario, del reale spesso viene considerata come più “importante”, ma credo che sia un grande fraintendimento. Più un’opera è creativa, immaginifica, fantasiosa più affascina, trascina, coinvolge. Fantastico non vuol dire lontano da ciò che ci tocca veramente. Significa trascurare la materialità dei problemi e delle vicende reali, per dare attenzione al cuore, all’anima, al sogno, all’essenza stesa dell’essere umano, che si differenzia dagli altri esseri viventi proprio per questa sua capacità di vivere con la mente, per questa imprescindibile necessità di sognare.

Quale autore è più grande di quello che riesce a creare mondi alternativi, che riesce a farci dimenticare i problemi di ogni giorno e ci trascina nelle pagine del suo libro, facendoci, per poco, quasi credere di essere altrove?

 

  • La tua scelta del copyleft a cosa è dovuta? Alle difficoltà del mondo editoriale o a un’istanza ideale di tipo educativo?

Purtroppo dobbiamo prendere atto che, soprattutto in Italia, gli autori che vivono dei propri libri, solo di quelli, sono davvero pochissimi. Qualcuno parlava di una decina. Questo non vuol dire che con qualche libro non si possa guadagnare qualcosa di significativo, ma riuscire a farlo sistematicamente è cosa per pochi. Inoltre, ho potuto constatare per esperienza personale che i piccoli e medi editori non hanno le risorse per investire sui libri che pubblicano in termini di revisione dei testi, promozione e marketing. Cosa me ne faccio allora di una casa editrice? Rappresenta una garanzia di maggior qualità del libro edito? Purtroppo neanche questo. I piccoli editori a pagamento pubblicano di tutto. I piccoli editori non a pagamento selezionano un po’ di più, ma persino i grandi editori pubblicano libri vergognosi.

Constatato che dando i propri libri a pagamento ai lettori, gli incassi per l’autore sono spesso poca cosa, il passaggio successivo, allora, non può che essere quello di autopubblicarsi e regalare i propri libri.

Usare il copyleft con un editore è, infatti, più difficile, dato che questo, per definizione, è un’impresa e come ogni azienda mira a un profitto e quindi non può certo regalare i libri.

L’autore, invece, se scrive per sé e per essere letto, può farlo: può regalare i propri libri. Può usare il copyleft.

Certo per regalare libri cartacei occorre essere piuttosto ricchi (qualcosa come un mecenate alla rovescia, un autore che finanzia il suo committente!). La stampa ha costi che non possono certo essere azzerati e che, anzi, se le copie stampate sono poche, per ciascuna sono piuttosto elevati.

Il copyleft è invece reso possibile dall’e-book. Ogni libro, anche un e-book ha dei costi, che sono innanzitutto quello dell’impegno dell’autore, ma anche quelli dell’editing e della promozione, ma un e-book non ha costi di stampa e di distribuzione. Immaginando che l’autore regali il proprio lavoro, rimane il problema dell’editing, che ho risolto con una cosa che chiamo “web-editing”, ovvero faccio leggere prima della stesura finale i miei libri a decine di persone con il preciso intento di correggerli e migliorarli.

Con e-book, web-editing e copyleft superiamo la catena autore-editore-distributore-negozio-lettore, mettendo in contatto diretto e immediato autore e lettore, con scambio continuo e costante di confronti. I miei romanzi in copyleft vengono continuamente adattati e revisionati sulla base dei consigli dei lettori. De “La bambina dei sogni” non ho fato due o tre edizioni ma un numero enorme di micro-edizioni, che non ho mai contato. Per ogni refuso corretto potevo fare un nuovo e-book! Questo migliora anche la qualità, ma non si può fare con le logiche di un editore.  Scrivere non è più un mestiere (se mai lo è stato), ma comunicazione diretta con il mondo.

 

  • Nelle tue opere adotti uno stile semplice e fluido. È una scelta che vuole rifuggire da certi stilemi intellettuali del mondo letterario o solo un riflesso dell’età media dei tuoi lettori?

Il mio primo romanzo edito, “Il Colombo divergente”, credo sia piuttosto complesso e articolato. Ha diversi piani di lettura, giochi di parole, allusioni al misticismo e non solo, simbolismi non svelati, personaggi da scoprire, riferimenti a diverse teorie storiografiche, riflessioni, la narrazione in una difficile seconda persona, l’uso del presente per una storia passata. Tale complessità però era inserita in una trama (la scoperta dell’America) abbastanza semplice e in un racconto che poteva essere letto anche solo come un’avventura. Già allora mi preoccupavo di essere “leggibile”.

Il romanzo successivo su Giovanna D’Arco, “Giovanna e l’angelo”, ripeteva per stile e impostazione la struttura de “Il Colombo divergente”, aggiungendoci l’elemento onirico, il mutamento dei personaggi e la descrizione dell’indifferenza del mondo davanti al mutamento.

Fu proprio la constatazione di essere arrivato a livelli troppo complessi a spingermi in un percorso di semplificazione della mia scrittura. La prima occasione mi fu data dal mio editore di allora “Liberodiscrivere” che mi chiese la pubblicazione di un romanzo di poche pagine. Ne approfittai per scrivere un veloce pulp-thriller (“Ansia assassina”) che, innanzitutto, spostava la scena dal passato al presente e al mondo di oggi, tornava a una più canonica terza persona e rinunciava all’approfondimento psicologico dei personaggi, che venivano presentati in una rapida carrellata, dove le vicende di uno erano subito sostituite da quelle di un altro e dove le azioni di ciascuno (e non certo i loro pensieri) descrivevano il vero protagonista, assente fino all’ultimo capitolo, ma centrale in tutti gli altri.

Il mio percorso verso la semplicità non era completo. Quale libro meglio di uno per ragazzi, per tornare a uno stile semplice, con una trama cronologica, un punto di vista esterno focalizzato sul protagonista, descrizioni a volte quasi didattiche! Nasce così il primo volume della serie “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”, ovvero “Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati”. Nel frattempo, lungo la stessa strada c’era stato anche il romanzo per adolescenti “Il Settimo Plenilunio”, ma essendo opera di scrittura a 6 mani e di illustrazione a 34 mani, si pone un po’ fuori da tale percorso personale. Credo che la semplicità in letteratura sia un enorme conquista e che solo i più grandi autori la raggiungano. In poesia gli haiku ne sono uno splendido esempio e tra le raccolte di versi ne ho pubblicata anche una in cui tento di approcciare questa forma poetica: “Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”. Quanta complessità nella semplicità di soli tre versi! Mi piacerebbe molto riuscire a scrivere opere non banali ma semplici come “Il piccolo principe”, “Il gabbiano Jonathan Livingstone”, “L’alchimista”, “Candide” o il recente “The giver”, ma credo che il mio percorso in tal senso ora si sia interrotto e dovrò cercare di conciliare la mia vocazione naturale verso il complesso con uno stile il più possibile lineare e diretto. Questo, del resto, era nelle mie intenzioni sin dall’inizio: cercare la semplicità per tornare verso il complesso.

Quello che amo è il complesso che si cela dietro il semplice. La magia di un atomo che pare indivisibile, ma al suo interno contiene un universo!

 

  • Hai mai pensato di scrivere un romanzo realistico? E quali sono adesso i tuoi progetti narrativi?

Nulla è più reale della fantasia. Come ho già detto rispondendo a una domanda precedente, considero il genere fantastico decisamente superiore a quello realistico, e gli autori fantastici più abili di quelli realistici ma questo non toglie che a volte abbia la tentazione di scrivere un romanzo calato nella realtà di oggi, per poter descrivere in modo diretto il mondo che ci circonda. Ne ho persino in bozza uno che parla della maleducazione degli italiani e dell’arroganza di alcune persone nel nostro Paese, ma non so se lo completerò mai.

Carlo Menzinger_inverno_1967

Carlo Menzinger nel 1967

Al momento (ovvero negli ultimi anni) sto cercando di scrivere una nuova ucronia, un po’ per colmare l’assurda situazione che fa sì che io sia considerato un autore ucronico, quando i miei due romanzi ucronici li ho scritti prima di conoscere il genere e dopo, come ucronie, ho scritto solo racconti o le storie di fantascienza con Jacopo Flammer, che non sono certo ucronie pure.

Il Colombo divergente” e “Giovanna e l’angelo” narrano il momento in cui la Storia muta il suo corso. Quello che voglio fare ora è scrivere un’ucronia in cui si vedano gli effetti di una divergenza temporale a distanza di secoli. Dirò solo che questa variazione è avvenuta nell’antica Grecia e che la storia è ambientata oggi. Questo comporta la difficile ricostruzione di un mondo con in mezzo due millenni e mezzo in cui le cose sono andate diversamente. Tutto deve essere diverso, ma, per poter essere accettabile e comprensibile per i lettori, non troppo!

Di progetti, per quando l’avrò finito, ne ho moltissimi altri, alcuni appena abbozzati. Mi piacerebbe scrivere di fantascienza (ho in mente, per due romanzi diversi, un’apocalisse “speciale” e un mondo post-apocalittico di cui non dico nulla). Sono anche tentato di scrivere un seguito a “La bambina dei sogni” (anche se il suo finale aperto è tale per restare tale) e mi sento un po’ in dovere di proseguire le avventure di Jacopo Flammer.

DISTOPIA WEB

Probabilmente è un effetto della prolungata crisi economica avviatasi sul finire del 2007, che si innesta su una generale crisi del sistema occidentale di più lunga durata, ma negli ultimi tempi mi pare di notare una certa ripresa dei romanzi e dei film distopici e apocalittici. Di solito le distopie vengono presentate come effetto di regimi autoritari, ma questo è più la caratteristica delle grandi distopie del secolo scorso come “Noi” di Zamjatin, “1984” di Orwell o “Il mondo nuovo” di Huxley o“Fahreneit 451” di Bradbury, distopie nel più puro dei sensi, essendo il contrario, politicamente parlando, delle utopie alla Tommaso Moro e Tommaso Campanella.

Ultimamente le distopie tendono a essere l’effetto di qualche evento apocalittico o a non definire le cause della variazione ambientale (vedi “Il labirinto” di James Dashner, “La strada” di Cormac McCarthy, “La Torre Nera” di Stephen King).

Le apocalissi immaginate sono generalmente legate alla paura di catastrofi indotte da virus mortali (la serie TV “L’esercito delle dodici scimmie”, “The walking dead”, “Io sono leggenda” di Matheson) o da altre malattie (“Cecità” di José Saramago), crisi climatiche (“The day after tomorrow”, “Cielo di sabbia” di Joe Lansdale, “Deserto d’acqua” di James G. Ballard, il film “Waterworld”), guerre (“Libri da ardere” di Amélie Norhomb, “The day after”), collisioni spaziali (“Armaggedon”, “Deep impact”) o, addirittura, invasioni aliene, di cui la fantascienza è piena. Talora nascono da distorsioni dell’apparato sociale (“Hunger games”) che usa in modo perverso la scienza (“Non lasciarmi” di Ishiguro, “Il donatore” di Lowry)

Giovanni Agnoloni  (foto di Antonio Ancarola)

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Il romanzo “Sentieri di notte” di Giovanni Agnoloni è una distopia con elementi apocalittici, ma presenta interessanti elementi di originalità e novità. Innanzitutto, pur avendo evidenti caratteristiche distopiche, descrivendo un’Europa quasi asservita a una multinazionale e per molti aspetti già in forte degrado, ci mostra l’inizio del processo apocalittico. La novità risiede nel fatto che questa non è innescata né da virus, né da bombardamenti cosmici, ma da un blocco totale della distribuzione di energia elettrica (questo elemento spesso associato alle apocalissi in narrativa) e, fatto nuovo, della rete internet.

Per noi che siamo nati prima del web, può sembrare che tornare indietro a quei tempi non sia poi così traumatico, ma immaginate il vostro lavoro e la vostra vita oggi senza la rete. Non come era in passato, ma come diverrebbe se all’improvviso non ci fosse più: niente e-mail, niente streming, niente TV On-demand, niente community, niente facebook, niente whatsapp, niente PEC, niente smartphone. Pensate a tutto il commercio e al business che oggi gira e si basa su internet: quanta parte della nostra economia collasserebbe? Sarebbe una crisi economica come non ne abbiamo mai viste, il blocco di tutte le comunicazioni. Il web è forse qualcosa di ancora troppo nuovo perché lo si consideri come una delle fondamenta della nostra civiltà, ma se sparisse all’improvviso, questa andrebbe in crisi.

Il romanzo è l’inizio di una trilogia già interamente edita (non saprei se siano previsti ulteriori volumi) e il primo volume non ci dice molto di come reagisca il mondo, ormai aduso alla navigazione web, alla comunicazione elettronica e al commercio digitale nel momento in cui ne rimane privo, ma ci mostra gli sforzi di uno strano drappello di eroi per bloccare la multinazionale che ha generato il blocco per asservire l’Europa. Incontriamo un enigmatico professore, che sebbene conosciamo già morto, pare abbia tessuto le fila della resistenza, un androide da lui creato, un informatico cieco ma con la capacità di percepire la rete, uno studioso irlandese di teologia e altri personaggi che convergono da varie parti del continente per arrestare il processo distopico.

L’atmosfera fantascientifica, a tratti con toni da prima science-fiction, si inserisce sulla descrizione di un’Europa quanto mai concreta e reale (da Berlino a Cracovia a Lucerna), con riferimenti alla Storia più o meno recente, aggiungendo, con riferimenti religiosi, ambientazioni che sfiorano il metafisico, come la misteriosa nebbia bianca che minaccia il cuore dell’Europa.

Incuriosisce capire come la vicenda sarà portata avanti dall’autore e quali sviluppi seguiranno.

 

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