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L’ATTRICE E IL BAMBINO SCOMPARSO SOTTO LA MONTAGNA DI SALE

Risultato immagini per la montagna di sale handke"Torno a leggere un libro di Peter Handke, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 2019, dopo la lettura de “Il grande evento”, che mi aveva lasciato un po’ perplesso, sebbene avessi invece molto amato il film “Il cielo sopra Berlino” di cui fu sceneggiatore.

Ho appena finito di leggere “La montagna di sale”, che mi ha convinto persino meno de “Il grande evento”. Il problema è il medesimo: non riesco (di sicuro è un problema mio) ad appassionarmi ai romanzi la cui trama sia troppo esile e in cui non ci sono eventi (nonostante l’enunciato del titolo).

Entrambi i romanzi sono di “osservazione”. Handke più che narrare qualcosa, ci mostra quel che il suo protagonista vede. Ne “La montagna di sale” l’ambientazione ha una sua originalità, dato che vi è descritta una comunità che vive attorno a una cava di sale (una delle ultime “miniere di sale a disposizione verticale”). Lavorare in questo luogo, cambia gli uomini:

E racconta ancora: «Ai tempi della costruzione della Torre di Babele, che avrebbe dovuto raggiungere il cielo, Dio, per punire un simile sacrilegio, confuse la lingua dei lavoratori addetti alla costruzione, così nessuno capì più la lingua del proprio vicino e la realizzazione della torre venne interrotta. Qui ho appurato in prima persona che quanto più in profondità si trovano le gallerie, tanto meglio e più chiaramente chi lavora e vive lì sotto capisce la lingua degli altri, anche se in superficie gli era più che estranea. Almeno provvisoriamente, provvisoriamente. Provvisoriamente, una bella parola, no?

 

Ci sarebbe persino un evento su cui costruire un romanzo, la scomparsa di un bambino, ma la vicenda non trova l’approfondimento che in altri tipi di romanzo ci saremmo aspettati e anche il ritrovamento è assai poco eclatante.

Semmai è occasione per riflessioni come questa, in cui, in poche righe si parla di vergogna, di anima, del rapporto con gli altri, in un flusso di pensiero che stupisce e confonde:

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Peter Handke, premio nobel per la letteratura 2019.

Oh voi bambini, introvabili, incastrati nei tubi di calcestruzzo. E voialtri: vergognatevi di vivere. Ma no, voi non vi vergognate, non riuscite più a vergognarvi. È il tempo dell’insolenza, del non-riuscire-più-a-vergognarsi. La vergogna non è sopravvissuta. Noi di adesso siamo i primi ad aver perso le nostre anime e non ne soffriamo affatto, al massimo siamo infastiditi. Fastidio del mondo! Ah, chi avrebbe pensato che il mondo potesse infastidirmi. Tutto il mio ridere e piangere non sono serviti a nulla: desolazione e siccità. Subito via da qui, via dall’Angolo Morto, verso il delta del Mekong, il delta del Niger. Oh, tutti i delta che non conosco. E cosa significa: ho perso la mia anima? Significa che non c’è più nessuna membrana tra me e l’altro. La membrana è lacerata. E cos’è allora l’altro, un tempo l’alfa e l’omega, per me? Rumore. Certo, c’è anche rumore piacevole. Rumore sano. Ma questo…».

 

Ed ecco il ritorno del bambino, che quasi pare una descrizione come le altre:

Poi fuori, dai campi, si sentì un gridio di corvi, stranamente tenero, quasi uno zufolare; la porta sul lato ovest della chiesa si aprì e nell’ingresso si videro due figure, quella di una donna e quella di un bambino. A parte il fatto che entrambi, da capo a piedi, erano completamente coperti di neve, non si riusciva a riconoscere nessun particolare. Soltanto in controluce, come semplice profilo apparve il bambino ritrovato, persino ora che la porta era stata richiusa, e d’altronde io non volevo affatto vederlo in modo diverso.”

Se neanche la riapparizione del bambino, la cui sparizione era “il grande evento” di questo libro, passa così leggera, sembra che Handke ci dica che nulla, in fondo, importa, che tutto si risolva in immagini e apparenza.

Handke dunque descrive questa comunità non mediante narrazioni o azioni particolari, ma piuttosto con una serie di piccoli quadri verbali, una serie di scorci, filtrati dagli occhi della protagonista, un’attrice, come attore era il protagonista de “Il grande evento”. Mi chiedo, allora quanto questo loro ruolo sia importante e simbolico.

Se ne “Il grande eventoHandke rimarcava la “tipizzazione” degli individui, forse questo suo individuare, senza una particolare connessione con il narrato, in personaggi del mondo dello spettacolo i propri protagonisti, forse vuol dire che viviamo ormai in un mondo in cui siamo tutti solo attori, che recitano la propria vita, piuttosto che viverla oppure che viviamo (in questo mondo di social network) sotto lo sguardo di tutti. Queste interpretazioni mi parrebbero, però, azzardate, giacché nulla nel loro agire ci fa pensare che sia metafora della recitazione. Non sono, per dire, “falsi”, né amano mettersi in mostra. Sarà allora solo una coincidenza o espressione di una qualche vicinanza di Handke al mondo degli attori. Non per nulla la sua carriera è iniziata scrivendo pezzi teatrali.

È un libro, insomma, che va goduto così, per le suggestioni delle immagini che ci lascia.

Ce ne sono alcune che fanno riflettere, come questa:

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Kali, montagna di sale in Germania

E d’altra parte talvolta mi basta soltanto vederlo, vederlo così innocente, appunto, e mi sento spinto a picchiare mio figlio, il mio discendente, e al tempo stesso ho paura di farlo. La sola consapevolezza che questo piccolo individuo, con una rosa di capelli dietro la testa, ne ha persino due di queste rose, con la bocca triste, gli occhi che brillano senza motivo, è mio figlio, sangue del mio sangue, mi spinge a sbatterlo a calci fuori dalla porta, se possibile nella peggior sozzura là fuori. E a pensarci non mi sento nemmeno la coscienza sporca: perché un giorno, in chiesa, la pastora ci ha letto un capitolo dell’Antico Testamento dove si dice grosso modo che il padre, anzi, qualunque padre deve tirar fuori il male dal figlio a suon di botte… non da una figlia, non da una bambina, solo da un bambino… ovvero prima che questo si manifesti, o almeno così l’ho capita io. Qualunque padre deve picchiare già in anticipo il figlio ancora incorrotto, ancora del tutto innocente, da mattina a sera, a ogni occasione, di punto in bianco, sistematicamente, come prevenzione: questo picchiare impedirebbe in seguito l’insinuarsi del male nel figlio; poiché una volta penetrato nell’uomo, il male non lo si può più estirpare.»

Buona scrittura, in conclusione, riflessiva e intensa, ma non coinvolgente, per i miei gusti.

 

LE PASSEGGIATE DI UN PREMIO NOBEL

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Peter Handke, Premio Nobel 2019

In questi giorni è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura sia per il 2019 che per il 2018.

Quello per l’anno in corso è andato all’austriaco Peter Handke, di cui conoscevo solo il film tratto dalla sua sceneggiatura “Il cielo sopra Berlino”, una delle opere cinematografiche che ho amato di più.

Leggo ora “Il grande evento”, che, per alcuni, dovrebbe essere l’opera più matura di questo maestro della letteratura. Vi si narra della giornata di un attore dal suo risveglio accanto a una donna che non ama ma con cui si trova bene, al suo peregrinare in giro. Alla fine la incontra di nuovo per caso.

Il suo sguardo è sempre molto attento ai dettagli, al senso delle cose, anche le più insignificanti. Il protagonista viene chiamato sempre solo così: l’attore. Nessuno, tranne un vicino che incontra, ha qui un nome, a volere evidenziare, posso immaginare, la “tipizzazione” degli esseri umani, che non sono più individui, ma raffigurazioni di ciò che rappresentano (l’attore, il vicino, il podista…), come a dire che viviamo in un’epoca che ha perso il senso dell’individualità.

L’attore si diletta di uno “sport da lui inventato” che è la camminata a ostacoli (andare dritto senza rallentamenti nel bosco, anche se qualcosa si frappone al cammino) o la sua variante che chiama “camminata didattica” durante la quale immagina che piccole cose che incontra possano essere altro, per poi scoprire che cosa realmente sono e quindi approfondirne la conoscenza.

Ebbene, Handke dimostra una pregevolissima attenzione al dettaglio e alla profondità delle cose, che mi pare in netto contrasto con l’epoca contemporanea (non fatemi dire “modernità”, perché non so neppure se oggi viviamo in un’epoca post-moderna, post-storica o post-nulla). Non intendo dire che questo non sia un ottimo libro, affascinante nel suo scoprire l’umanità nelle piccole cose, ma continuo a non credere che sia questo qualcosa di innovativo per la letteratura o che esprima il nostro tempo.

L’attore, nel suo camminare, nota alcune persone è vede come siano “tipizzate”, il podista, il corridore, il passeggiatore e così via e mostra una certa antipatia per questa loro “tipizzazione” così come per la loro distrazione (spesso simboleggiata dall’uso degli strumenti della nostra quotidiana disattenzione quali i cellulari) e si sente che l’autore si confonde in ciò con l’attore-protagonista. La tipizzazione è basilare per questo nostro mondoRisultato immagini per Peter Handke il grande evento che si muove alla “superficie” sì, ma spaziando in “larghezza” (sacrificando la profondità) come non ha mai fatto prima. Lo stesso B2C (Business To Consumer) si basa proprio sulla “tipizzazione” degli individui, intesi come consumatori.

Sostengo che trama, personaggi e ambientazione debbano sempre equilibrarsi in un’opera di narrativa ma che la trama sia quella che regge tutto. Una trama, io credo, si compone di una serie di eventi. Non può limitarsi a riflessioni o osservazioni. A un certo punto l’attore incontra un branco di cani selvatici, ne è spaventato ma la cosa finisce lì, i cani vanno per la loro strada (uno per un po’ lo segue). Lo stesso l’incontro con il vicino malato, senza memoria, è un momento passeggero, una mosca impigliata nella rete, ma poi scivola via.

Va bene scrivere così come fa Handke, ma mi chiedo se sia giusto che un Premio della rilevanza del Nobel dia un riconoscimento a questo tipo di approccio. Certo non ho letto altro di Handke e sono fermamente convinto che un autore non si debba valutare da un’opera sola, dunque ne leggerò ancora, ma qui vorrei far finta che la sua scrittura sia tutta così, per interrogarmi sull’insegnamento che sembra voglia darci la giuria del Premio. Sembrerebbe cioè che ci dica di tornare indietro, verso quest’attenzione al dettaglio, alla profondità, all’attenzione verso le piccole cose. Eppure, il mondo va nella direzione opposta! La letteratura non dovrebbe allora esprimere questa direzione, magari preconizzarne il futuro? Che senso ha premiare chi guarda all’indietro verso il passato? Credo che nel suo saggio “I Barbari” Baricco abbia ben saputo illustrare il senso del nostro tempo: ci muoviamo alla superficie delle cose, sacrificando la profondità per una maggior “espansione”. Opere come questa, a mio avviso invece, non lo fanno. Forse, mi sbaglio e ciò che la giuria ha voluto premiare è altro. Leggo, dunque, la motivazione del Premio Nobel: “Per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”.

Ebbene, devo dire che questo si ritrova nel romanzo che ho appena letto. La scrittura è linguisticamente evoluta (per quel che si può intuire dalla traduzione) e il nostro attore si muove in un mondo periferico, con occhio attento a scrutare le esperienze umane che incontra lungo il suo cammino. Insomma, mi pare che il riconoscimento sia proprio per le stesse caratteristiche della sua scrittura che ho notato.

Mentre scrivo queste righe ho già iniziato a leggere “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” di Olga Tokarczuk (Nobel nel 2018), che mi sta appassionando di più: se non altro comincia con una morte misteriosa e dei personaggi molto intensi.

Quanto a libri che parlano di camminate ma che sono anche momenti di riflessione, devo dire che preferisco quelli del nostrano Paolo Ciampi come “L’aria ride” o “Per le foreste sacre”, “Il cammino di Santiago” di Paulo Coelho o “L’arte di correre” (correre non è camminare ma quasi!) di Haruki Murakami, che forse sarebbe stato un candidato più significativo per il premio.

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