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L’ATROCE OMICIDIO ORDINATO DAL VESCOVO DI ALESSANDRIA

Era da quando vidi “Agorà” (il bel film del 2009 di Alejandro Amenábar con Rachel Weisz) che desideravo leggere il saggio “Ipazia” di Silvia Ronchey o, comunque, approfondire le mie conoscenze su questa filosofa e matematica alessandrina, barbaramente trucidata nel 415 d.c. dai cristiani (monaci parabolani) guidati dal vescovo Cirillo.

Si tratta, infatti, di una figura e di un momento storico di grande interesse.

Silvia Ronchey affronta un’analisi rigorosa (l’autrice è una bizantinista esperta), distinguendo ciò che realmente sappiamo della sua vita, del suo pensiero e del suo crudele assassinio, da ciò che poi è stato costruito e inventato su questa figura, trasformandola di volta in volta in martire della scienza, protofemminista, iniziatrice di una scuola di pensiero e persino, in netto contrasto con quanto noto, una simpatizzante del cristianesimo. Parrebbe anzi addirittura che la storia di Santa Caterina d’Alessandria (quella di cui Giovanna D’Arco sentiva la Voce e di cui parlo anche nel mio “Giovanna e l’angelo”) altro non sia che una trasposizione cristianizzata del suo martirio, perpetrato da cristiani su una filosofa pagana e non viceversa da pagani su una dotta cristiana. Considerata la dubbia veridicità della vicenda di Caterina, persino la Chiesa, per alcuni anni, la cancellò dall’elenco dei santi (martirologio).

Silvia Ronchey

Il volume della Ronchey, dunque risolve in poche pagine le notizie certe su Ipazia, in sostanza la sua appartenenza alla scuola platonica di Plotino, l’esser figlia di quel Teotecno (detto anche Teone) che insegnava filosofia e matematica nel Museo di Alessandria (come forse anche la figlia), l’essersi occupata di matematica e geometria, più che di filosofia, l’aver dato contributi di rilievo minore alla geometria (soprattutto la realizzazione di strumenti per l’insegnamento, mentre meno probabili sembrano quelli all’astronomia, come l’ipotesi che la vede come un antesignana del sistema copernicano), l’esser stata assassinata brutalmente mediante scorticazione e asportazione da viva di occhi e forse altri organi, tutto ciò indubbiamente a opera di cristiani, in prevalenza sacerdoti e per volontà del vescovo Cirillo (quindicesimo papa della Chiesa Copta), venerato come santo dalle Chiese Cattolica e Copta. Cirillo perseguitò i novaziani, gli ebrei e i pagani, fino a quasi eliminarli da Alessandria d’Egitto.

Insomma, in quei tempi la Chiesa (seppur Copta) si macchiava di delitti che non sfigurano in alcun modo di fronte alle atrocità commesse dallo Stato Islamico (ancora impropriamente chiamato ISIS) e ancora oggi non ha screditato chi di tali colpe si è macchiato, permettendo che sia persino considerato santo. Purtroppo, non è una religione o un’altra a essere più o meno intollerante e violenta, ma lo sono tutti gli estremismi e la fede, proprio per la sua irrazionalità, basandosi sulla credenza invece che sulla ragione e la logica, non riesce ad accettare ciò che va oltre i propri dogmi e genera così reazioni eccessive e pericolose.

In questo la storia di Ipazia è ancora oggi esemplare e deve ricordare a tutti i cristiani che non sono migliori dei fedeli di altre religioni, che è troppo facile criticare ciò che le altre fanno, senza ricordare quel che dal cristianesimo fu fatto in quei tempi ma anche in altre epoche.

Un’interessante affermazione della Ronchey è che l’assassinio di Ipazia non segni la fine della cultura greco-romana, ma sia l’inizio del millennio bizantino, periodo in cui Bisanzio conservò, preservò e sviluppò tale cultura, preparando e favorendo poi il suo ritorno modernizzato nell’Umanesimo e nel Rinascimento. Se dunque per lei è sbagliato vedere in Ipazia una protofemminista o un simbolo del martirio della scienza, sembrerebbe invece che vi riconosca una sorta di proto-umanista!

CHI HA TROPPO POTERE SIA ELIMINATO

Shakespeare - Giulio Cesare

Shakespeare – Giulio Cesare

La lettura attuale di un classico come il “Giulio Cesare” di William Shakespeare riesce a risultare più moderna e contemporanea di certi testi ottocenteschi, nonostante sia scritto da cinque secoli e narri di fatti di ben due millenni fa.

Giulio Cesare rimane una figura di primo piano nella storia nazionale e mondiale. I suoi pregi continuano a sopraffare i difetti nella memoria della gente, per cui può stupire, chi non conosca già l’opera, vedere come Shakespeare la inizi mostrando le vicende connesse all’omicidio del condottiero romano dal punto di vista dei congiurati, facendo di Bruto un eroe, pronto a sacrificare il suo affetto per l’amato Cesare pur di salvare la Repubblica e la Libertà.

Fa, infatti, dire a Bruto:

 

Se è cosa che riguarda il bene pubblico,

innanzi a un occhio mettimi l’onore,

innanzi all’altro mettimi la morte;

li guardo con la stessa indifferenza;

perché così m’aiutino gli dèi,

com’è vero ch’io amo più l’onore

Giulio Cesare di Shakespeare

Giulio Cesare di Shakespeare

E ancora, parlando di Cesare:

Per mia parte, non ho nessun motivo

per doverlo coprire di disprezzo;

ma si tratta del bene generale.

Vorrebbe farsi incoronare re.

Quanto ciò può cambiar la sua natura?

Ecco il mio dubbio… È la bella giornata

che fa uscire la vipera all’aperto.

E allora occorre agire con cautela.

Incoronarlo re!…

Già, ma così gli diamo in mano un pungolo

con cui potrà far danno quando vuole…

Del potere si abusa facilmente,

quando non sia congiunto alla pietà;

Julius Caesar

Giulio Cesare

E poi:

si deve pensare allora a Cesare

come a un uovo di serpe che, covato,

diverrebbe fatale per natura;

ed allora uccidiamolo nel guscio!

Shakespeare

Shakespeare

Insomma, quando un uomo acquista troppo potere (o sembra che ne possa acquistarne), ogni mezzo sembrerebbe lecito per toglierlo di torno. Poco conta, per Bruto, quanto Cesare si sia comportato bene sino ad allora e quanto egli stesso l’abbia amato. Se con il suo comportamento attenta alla libertà e al bene pubblici, ogni uomo diventa un pericolo e come tale va eliminato dalla vita sociale.

Viene da chiedersi se un così forte senso civico, un po’ anglosassone, sia mai esistito davvero in questa Italia, dove gli interessi personali e familiari continuano a prevalere su quelli nazionali o se non sia un altro dei tanti anacronismi shakespeariani come i corsetti, le vesti da camera, le alchimie e il rintoccar degli orologi che compaiono in questa stessa opera. Il Bardo è sempre il Bardo e questo e altro gli si perdona, sebbene, leggendo simili anacronismi in altri autori, saremmo inorriditi.

Fiumalbo 22/08/2012 

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