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L’INDIA DELL’OPPIO

Risultati immagini per Mare di papaveriDopo aver letto un romanzo sulla povertà più profonda dell’India di metà del secolo scorso con “La città della gioia” di Lapierre, faccio ora un salto indietro di un altro secolo per tornare ai tempi delle colonie inglesi nelle pagine di un autore indigeno, Amitav Gosh, che nel suo “Mare di papaveri” ci parla di un Paese che sembra assai meno misero di quello descritto da Lapierre, ma che era già profondamente ferito e con una povertà diffusa. L’impostazione dei due romanzi non potrebbe, però, essere più diversa, perché “Mare di papaveri” è una grande avventura che, per brevi momenti, può persino farci venire in mente il nostrano Emilio Salgari e i suoi pirati. Non per nulla al centro di tutta la vicenda c’è una nave, la Ibis, adibita ora al trasporto di schiavi, ora al commercio di oppio. Come si capisce dal titolo, le vicende ruotano in gran parte attorno al mondo dell’oppio, ai suoi coltivatori, a chi lo commercia, a chi ne trae profitto e a chi lo consuma e ne è schiavo.

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Amitav Gosh

I protagonisti sono membri di ogni classe sociale, indigeni e coloni. Chissà se è un caso che anche qui, come ne “La città della gioia” ci sia una Lambert. La vita in questo “Mare di papaveri” è dura, a volte spietata. La sorte è fragile e può rovesciarsi come un fortunale in mezzo al mare.

In questo mondo si muovono personaggi con un loro spessore, una loro forza vitale, con sogni, speranze e desideri di sopravvivenza se non di rivalsa. Ci sono storie d’amore, amicizie impensabili, solidarietà, cameratismo a condire un’avventura corale che ci descrive un mondo esotico per epoca e lontananza geografica, ma con protagonisti così umani ma sentirli nostri fratelli. Non ci sono le emozioni forti de “La città della gioia”, ma il racconto è coinvolgente.

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