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SECONDO LIVELLO DEL VIDEOGIOCO MORTALE

Dopo aver letto “Il labirinto” di James Dashner (da cui è stato di recente tratto il film “Maze runner”), fatta una breve pausa per leggere altro, ho ora letto il secondo episodio della saga: “La via di fuga”.

I ragazzi sono appena riusciti a uscire dal labirinto, con le sue mille insidie e pensano di essere in salvo, ma scoprono che la “Cattivo” ha in serbo per loro una seconda fase di prove.

Cambia l’ambientazione, da quella claustrofobica del primo episodio, passiamo a una più varia, che potrebbe dare qualche difficoltà alla trasformazione in film, dato che i primi minuti si svolgono completamente al buio e il seguito quasi sempre immersi in una luce accecante: un film “fisicamente inguardabile”!

Usciti dalle gallerie tenebrose, finiamo in ambiente che potrebbe dare problemi a chi soffre di agorafobia. Non incontriamo più i mostruosi Dolenti, ma avremo una doppia gamma di mostri, dai pseudo-zombie detti Spaccati a altre cose che non vorrei anticipare.

Le novità sono numerose e si succedono con un buon ritmo, senza annoiare il lettore, anche se devo dire che verso la fine del volume, all’ennesima sventura dei protagonisti, ho avuto un moto di stizza: ancora! Del resto, come autore di “Ansia assassina”, in cui in poche pagine faccio morire in modi diversi ben diciassette persone, non dovrei lamentarmi se anche qui, questi poveri ragazzi vengono falcidiati alla grande. Erano cinquanta o sessanta all’inizio de “Il labirinto” e rimangono presto in una dozzina e non sono i soli a morire!

I due romanzi si basano sulla suspance data dal desiderio dei protagonisti e dei lettori di scoprire cosa stia succedendo, perché e cosa significhi. Si scopre, infatti, solo poco per volta quale sia il contesto esterno al labirinto, chi siano davvero i protagonisti e i loro antagonisti. Si scopre molto lentamente e la tensione rimane alta. A dir il vero al termine di questo secondo volume sappiamo ancora poco. Del resto temo ci attendano almeno altri quattro romanzi per capirci davvero qualcosa!

James Dashner

In questo mi pare quasi di essere dalle parti de “La Torre Nera” di Stephen King, sebbene in questa serie i rivolgimenti e gli scenari siano assai più numerosi e vi siano componenti soprannaturali che mancano nei romanzi di Dashner, dove gli eventi portentosi paiono sempre frutto di una tecnologia particolarmente evoluta (come è spesso, ma non sempre nella saga di King).

Un po’ come nella saga di King, i personaggi faticano a distinguere la realtà dalla finzione, i trucchi dal vero, la verità dalla menzogna. Nulla è davvero come sembra. Non è facile capire chi ti è davvero amico e chi finge.

La difficoltà dei protagonisti (e dei lettori) di comprendere il contesto, di trovare delle risposte definitive che non siano subito contradette dai fatti successivi ricorda anche la più bella e affascinante delle serie televisive di tutti i tempi: “Lost”. Anche questa una storia infinita!

La saga cui questa somiglia di più, mi parrebbe piuttosto “Hunger Games” di Suzanne Collins, sia per la moria dei partecipanti (alla “ne rimarrà solo uno”, tipo “Highlander!”), sia per la presenza di osservatori esterni che scrutano le loro mosse, sia per il succedersi di nuove prove artificiali da superare, sia per i rapporti di amicizia che si sviluppano, sia per la giovane età dei personaggi principali. Anche il target di lettori pare analogo: adolescenti, sebbene entrambe le saghe siano godibilissime anche per un adulto. Le sfide, del resto, sono sempre stimolanti, basta essere ancora giovani dentro.

Maze Runner – il film

Come già scrivevo commentando il primo volume, siamo invece piuttosto lontani dallo spirito de “Il signore delle mosche”, sebbene anche qui abbiamo dei ragazzi che combattono per sopravvivere.

Ancor più di “Hunger Games”, la serie (per ora cinque romanzi, ma credo sia in arrivo il sesto) de “Il labirinto” sembra pensata per trasformarsi in un videogioco di quelli con prove da superare per passare da un livello e a quello successivo.

Non per nulla sono distopie basate (ed è forse questo a renderle interessanti) sulla confusione tra realtà e finzione, sindrome da videogioco.

Questo secondo volume perde qualcosa rispetto al primo, non solo per la minor freschezza delle idee, ma anche per la minor componente razionale. “Il labirinto” consisteva nel cercare la soluzione a un enigma, qui si tratta solo di superare un percorso a ostacoli, sebbene reso intellettualmente più stimolante dalla confusione tra verità e finzione.

L’OSSESSIONE PER IL TEMPO DI DICK

Dick - Tempo Fuori Sesto

Philip K. Dick – Tempo Fuori Luogo

Tempo fuor di sesto è un romanzo di fantascienza dello scrittore americano Philip K. Dick. Il titolo originale “Time Out of Joint è una citazione dell’Amleto di William Shakespeare. In Italia il libro, che negli Stati Uniti è stato pubblicato nel 1959, è stato tradotto con titoli diversi: “Il tempo si è spezzato, “L’uomo dei giochi a premio e “Tempo fuori luogo.

Nell’edizione che ho letto, il titolo era “Tempo fuori luogo”.

Quest’opera anticipa di un buon decennio il più famoso (e direi maturo) “Ubik” pubblicato nel 1969, di cui ha in sé molti elementi, che saranno poi sviluppati nell’opera successiva.

In “Ubik è il tempo stesso a venire alterato. Qui ci troviamo invece semplicemente su un palcoscenico in cui il tempo è stato riportato indietro da un 1998 futuro agli anni ’50 a beneficio di una persona sola, Raggle Gum, un po’ come avviene nel film “The Truman Show” (guarda caso uscito nel 1998 reale).

Nel film di Peter Weir, Truman Burbank, impersonato da Jim Carrey, vive in questo mondo immaginario a beneficio del pubblico di una sorta di Grande Fratello televisivo (mi riferisco all’orrenda trasmissione, non al capolavoro di Orwell).

Il Raggle Gum di Dick vive risolvendo quiz su un giornale, ma facendo così, senza saperlo, salva il mondo. Dick immagina che nel 1992 la Luna sia stata colonizzata e si sia già ribellata alla Terra.

Raggle Gum è un genio delle previsioni balistiche, ma troppo stressato dalla responsabilità di dover salvare il mondo tutti i giorni. Per tranquillizzarlo gli hanno cancellato la memoria e si sono inventati un gioco che lui continua a risolvere, prevedendo così l’arrivo dei missili dei “lunatici”.

Risultati immagini per Philip K. Dick

Philip K. Dick

Raggle, come Truman, comincia a sospettare che qualcosa non torni in quel suo mondo perfetto, e decide di andarsene, scoprendo come stanno realmente le cose.

Quello che Dick comincia a fare in questo romanzo è mostrarci la progressiva alterazione del tempo, delle falle che lasciano entrare, come in “Ubik, nell’epoca in cui vive il protagonista elementi di un’altra.

Il concetto di alterazione del tempo, riveste dunque per Dick un’importanza cruciale. Direi che ne è ossessionato quasi quanto me! Non per nulla anche lui arriverà a scrivere un’ucronia come “La Svastica sul Sole”. Il tempo lineare non lo soddisfa. Sembra una visione troppo semplicistica. Con questo romanzo si prepara a riflessioni più approfondite sul tema. Mentre gran parte della fantascienza esplora, con i viaggi interplanetari, soprattutto i confini dello spazio, Dick, segue le orme di Wells, avventurandosi a mostrare le alterazioni del tempo.

 

Firenze, 10/03/2012

LA SCHIZOFRENIA STRANIANTE DI AGOTA KRISTOF

 Kristof è nata in Ungheria, ma dal 1956 al 2011 (anno della morte) ha vissuto in Svizzera. La Città Piccola e la Città Grande non hanno un vero nome e neppure il Paese in cui è ambientata la “Trilogia della città di K.” ma si sente che può essere un Paese dell’Europa dell’Est, probabilmente proprio l’Ungheria della Seconda Guerra Mondiale (anche il conflitto descritto non ha un nome) e del suo dopoguerra.

Si tratta di un romanzo strano, inquietante, che confonde volutamente il lettore.

È un romanzo sulla Realtà e sulla Menzogna.

Racconta più volte la stessa storia, ogni volta in modo diverso. Non solo da un punto di vista diverso, ma proprio con fatti diversi. Credo che per rendere l’idea della grande mescolanza di Realtà e Menzogna possa essere utile riportare un po’ di trama.

La prima parte è narrata in un’insolita prima persona plurale. Sono due gemelli, due bambini, che raccontano la propria infanzia di semi-orfani, con una madre che c’è ma scompare e una Nonna che non li ama ma li alleva con brutalità, pur rivelando un affetto inaspettato. Le immagini sono crude e violente. È un bel romanzo di guerra, visto dalla parte della popolazione civile. La Nonna (così viene chiamata) sembra una barbona, non si lava, piscia dove capita. I bambini sono maturi e intelligenti ma strani. Apparentemente insensibili. Tanto per dirne una, la Madre muore con la sorellastra appena nata e i figli ne appendono lo scheletro in casa.

Poi arriva il Padre. Prova a passare la frontiera proibita e i gemelli gli indicano la strada, così che muore su una mina. L’hanno ucciso veramente o è solo il desiderio di vendetta o una sorta di complesso di Edipo che li spinge a immaginarlo? Uno dei gemelli segue la via di fuga del Padre e scappa all’estero. L’altro rimane. Finisce così il volume detto “Il grande quaderno”.

Jeremy Irons in “Inseparabili”

Inizia il secondo romanzo, “La prova”. Cambia il punto di vista. Fino a quel momento i gemelli non avevano nome. Ora seguiamo la vita di Lucas, il gemello rimasto. La storia è in terza persona. Sembra più oggettiva, più vera. Il ragazzo sembra schizofrenico. È mai esistito il fratello? Sebbene lo si sia seguito per le precedenti 137 pagine, anche noi ne dubitiamo. È solo un fratello immaginario, creato dalla mente malata e ferita di Lucas. Pensiamo, allora, che quello che si diceva ne “Il grande quaderno” fossero solo le fantasie malate di un bambino dall’animo ferito.

Lucas è diventato grande e vive con una ragazza, Yasmine, e il figlio di lei, Mathias. La ragazza li lascia come la madre aveva lasciato i gemelli. Lucas alleva il bambino come fosse il suo, anche se ha un handicap.

Il bambino si uccide, impiccandosi accanto agli scheletri della madre e della sorella di Lucas.

I due gemelli scrivevano la loro storia sul grande quaderno. Lucas continua.

Le frontiere si riaprono, dopo decenni torna Claus, il gemello scomparso. Vive in albergo, si indebita. Viene arrestato. Dichiara di essere nato lì, ma le autorità non trovano tracce né di lui, né del fratello. Lucas è mai esistito? Lucas o Claus sono mai stati nella Città? La Nonna non era veramente la madre della Mamma.

Ed eccoci a “La terza menzogna”.

Dalla terza persona torniamo alla prima persona, ma questa volta singolare. Claus è ancora in prigione e racconta di sé, la sua versione della Verità. Viveva con i suoi genitori e aveva quattro anni quando sua madre, infuriata per una relazione extra-coniugale del marito, gli spara. Una pallottola colpisce Lucas che rimane paralizzato. Resterà handicappato (come Mathias!) per anni. Il Padre muore. La Madre impazzisce. Il bambino rimane solo. L’amante del Padre, Antonia (aumentano i nomi a farci credere che questa sia la Verità), lo prende con sé. Presto nascerà la sorellastra di Claus, Sarah. Claus, più grande se ne innamora. Antonia lo scopre e li separa. Altrove sembra che i due si siano sposati, ma forse è solo un sogno.

Agota Kristof

Ágota Kristóf (Csikvánd, 30 ottobre 1935 – Neuchâtel, 27 luglio 2011) è stata una scrittrice ungherese naturalizzata svizzera.

Anche questa volta Claus da ragazzo passa la frontiera, ma dietro a uno sconosciuto (non al Padre), che salta su una mina. La storia si complica con flashback e sogni. Tutto quel che sapevamo diventa incerto.

La terza menzogna” è divisa in due parti. Nella seconda parte è Lucas a tornare a casa e a cercare suo fratello (che ora si chiama Klaus). Klaus non vuole credere che Lucas sia vivo. Vive con Mamma, ma vuol far credere al fratello che la donna sia Antonia, sua suocera, dato che avrebbe sposato la sorellastra Sarah. È davvero la madre pazza o è Antonia? E Antonia è l’amante del Padre o è proprio Mamma? Anche perché Klaus sembra avere una vita da scapolo. È Lucas a dichiarare di essere sempre vissuto da solo (ma l’avevamo visto con Yasmine e suo figlio Mathias!).

Klaus dopo essere stato allontanato da Antonia torna dalla Mamma pazza e la accudisce.

Klaus scrive poesie con lo pseudonimo Klaus Lucas. Lucas scrive storie. Il loro padre si chiamava Klaus Lucas. Anche i nomi sembrano fatti apposta per creare confusione. Claus è anagramma di Lucas. Mathias si confonde con Claus. Il padre è il figlio e viceversa.

Lucas dopo aver incontrato Klaus si suicida e chiede di essere sepolto accanto ai genitori che il fratello gli fa credere morti, ma la Madre è viva (o no?). Lucas lo seppellisce accanto al padre e progetta di uccidersi anche lui.

I gemelli Weasley in Harry Potter

I gemelli Weasley in Harry Potter

Insomma questo è uno dei romanzi più coraggiosi che abbia letto, forse dai tempi di Kafka. È coraggioso perché sfida la logica, porta il lettore sull’orlo della confusione, rischia in ogni istante di trasformarsi in una storia caotica e senza senso, ma non è mai così. Vince la sua sfida. È un romanzo appassionante, denso, intenso, che esprime in pieno il nostro tempo, gli orrori e i dolori della Guerra, dell’occupazione, della miseria e della fame ma anche e, soprattutto, e in questo c’è la maggior novità, riesce a esprimere la schizofrenia del mondo contemporaneo, la confusione delle giovani generazioni tra Reale e Virtuale e lo fa senza parlare neanche una volta di computer, avatar, nickname, 3D e delle altre espressioni del nostro sdoppiamento elettronico, ma esprimendone pienamente il morbo. Lo straniamento è forte. Raramente è stato espresso in modo simile.

La prima parte, anche presa a sé, può essere considerata un’opera basilare sull’infanzia, con quell’insolito doppio punto di vista sincrono.

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Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.” (pag. 210)

Firenze, 23/04/2011

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