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IL CONFLITTO EDIPICO IN AGOTA KRISTOF COME IN “GUERRE STELLARI”

Di Agota Kristof, l’autrice ungherese naturalizzata svizzera scomparsa nel 2011 avevo letto l’affascinante romanzo schizofrenico “La Trilogia della Città di K.” (1998). Leggo ora “Ieri” (2002), opera certo inferiore, ma comunque notevole e degnissima di lettura. La trama si basa sul classico tema edipico del figlio che uccide il padre (o quasi) e, qui, s’innamora della sorella (piuttosto che della madre). Il tema è stato così sfruttato che potremmo quasi considerarlo un cliché e mi fa, tristemente, venire in mente tante telenovelas, nonché la rediviva saga di “Star Wars”. Ebbene sì, seppure in contesto del tutto diverso, anche qui abbiamo un figlio Tobias (come Luke Skywalker) che uccide il padre e maestro e si innamora della sorella Line (come Leia). Abbiamo persino un mutamento di nome del protagonista Tobias che diventa Sandor come Anakin diventa Darth Vader in “Guerre Stellari”.

Perché questi mutamenti di nome? Forse la cosa ha a che fare con il potere biblico dato all’Uomo di “dare un nome”? Dando un nome alle cose, l’Uomo le ricrea. Mutando il proprio nome, l’uomo diventa diverso da se stesso e può dire: non sono stato io, Sandor, a uccidere mio padre, ma Tobias, Line che io amo non è mia sorella ma sorella di un Tobias che non esiste più. Non c’è peccato, non c’è colpa, perché io non sono più lo stesso.

Agota Kristof

Se “Guerre Stellari”, con la terza serie, abusa del cliché della parentela e delle coincidenze improbabili, questo breve romanzo della Kristof ha il pregio di trattarlo con maggior delicatezza e profondità, creando una storia che parte da un’infanzia difficile, con una madre prostituta e un padre menzognero, che vorrebbe aiutare il figlio illegittimo (portandolo dal suo “Lato della Forza”, ovvero tra le persone che studiano), ma non osa abbandonare o tradire la famiglia ufficiale, per arrivare a un nuovo amore impossibile tra i due fratellastri, in cui Line, per quanto innamorata e per quanto ignara della parentela (che Tobias invece conosce) rifiuta l’amore del Tobias divenuto Sandor per la differenza sociale che li separa, lei insegnante, lui operaio, lei di buona famiglia, lui figlio di prostituta.

Tobias rifiuta il padre e il suo mondo, tenta di uccidere lui e la madre e fugge, perdendosi in un mondo in cui non sarà mai come la sorella (Line non diventa una principessa come Leia di Guerre Stellari, ma comunque sarà un’insegnante, mentre Tobias resterà un operaio, due mondi sociali diversi).

La storia si gioca sui disvelamenti delle identità e su piccole schizofrenie derivanti dal ricorso a questi cambi di nome, sul senso di straniamento di gente fuggita dal proprio Paese, sugli amori impossibili. Il risultato è una storia che emana calore da ogni pagina, pur celando un gelo interiore che si percepisce, un gelo che nasce dall’amarezza della vita, che non sembra concedere speranze.

Luke Skywalker combatte con Darth Vader in Guerre Stellari

LA SCHIZOFRENIA STRANIANTE DI AGOTA KRISTOF

 Kristof è nata in Ungheria, ma dal 1956 al 2011 (anno della morte) ha vissuto in Svizzera. La Città Piccola e la Città Grande non hanno un vero nome e neppure il Paese in cui è ambientata la “Trilogia della città di K.” ma si sente che può essere un Paese dell’Europa dell’Est, probabilmente proprio l’Ungheria della Seconda Guerra Mondiale (anche il conflitto descritto non ha un nome) e del suo dopoguerra.

Si tratta di un romanzo strano, inquietante, che confonde volutamente il lettore.

È un romanzo sulla Realtà e sulla Menzogna.

Racconta più volte la stessa storia, ogni volta in modo diverso. Non solo da un punto di vista diverso, ma proprio con fatti diversi. Credo che per rendere l’idea della grande mescolanza di Realtà e Menzogna possa essere utile riportare un po’ di trama.

La prima parte è narrata in un’insolita prima persona plurale. Sono due gemelli, due bambini, che raccontano la propria infanzia di semi-orfani, con una madre che c’è ma scompare e una Nonna che non li ama ma li alleva con brutalità, pur rivelando un affetto inaspettato. Le immagini sono crude e violente. È un bel romanzo di guerra, visto dalla parte della popolazione civile. La Nonna (così viene chiamata) sembra una barbona, non si lava, piscia dove capita. I bambini sono maturi e intelligenti ma strani. Apparentemente insensibili. Tanto per dirne una, la Madre muore con la sorellastra appena nata e i figli ne appendono lo scheletro in casa.

Poi arriva il Padre. Prova a passare la frontiera proibita e i gemelli gli indicano la strada, così che muore su una mina. L’hanno ucciso veramente o è solo il desiderio di vendetta o una sorta di complesso di Edipo che li spinge a immaginarlo? Uno dei gemelli segue la via di fuga del Padre e scappa all’estero. L’altro rimane. Finisce così il volume detto “Il grande quaderno”.

Jeremy Irons in “Inseparabili”

Inizia il secondo romanzo, “La prova”. Cambia il punto di vista. Fino a quel momento i gemelli non avevano nome. Ora seguiamo la vita di Lucas, il gemello rimasto. La storia è in terza persona. Sembra più oggettiva, più vera. Il ragazzo sembra schizofrenico. È mai esistito il fratello? Sebbene lo si sia seguito per le precedenti 137 pagine, anche noi ne dubitiamo. È solo un fratello immaginario, creato dalla mente malata e ferita di Lucas. Pensiamo, allora, che quello che si diceva ne “Il grande quaderno” fossero solo le fantasie malate di un bambino dall’animo ferito.

Lucas è diventato grande e vive con una ragazza, Yasmine, e il figlio di lei, Mathias. La ragazza li lascia come la madre aveva lasciato i gemelli. Lucas alleva il bambino come fosse il suo, anche se ha un handicap.

Il bambino si uccide, impiccandosi accanto agli scheletri della madre e della sorella di Lucas.

I due gemelli scrivevano la loro storia sul grande quaderno. Lucas continua.

Le frontiere si riaprono, dopo decenni torna Claus, il gemello scomparso. Vive in albergo, si indebita. Viene arrestato. Dichiara di essere nato lì, ma le autorità non trovano tracce né di lui, né del fratello. Lucas è mai esistito? Lucas o Claus sono mai stati nella Città? La Nonna non era veramente la madre della Mamma.

Ed eccoci a “La terza menzogna”.

Dalla terza persona torniamo alla prima persona, ma questa volta singolare. Claus è ancora in prigione e racconta di sé, la sua versione della Verità. Viveva con i suoi genitori e aveva quattro anni quando sua madre, infuriata per una relazione extra-coniugale del marito, gli spara. Una pallottola colpisce Lucas che rimane paralizzato. Resterà handicappato (come Mathias!) per anni. Il Padre muore. La Madre impazzisce. Il bambino rimane solo. L’amante del Padre, Antonia (aumentano i nomi a farci credere che questa sia la Verità), lo prende con sé. Presto nascerà la sorellastra di Claus, Sarah. Claus, più grande se ne innamora. Antonia lo scopre e li separa. Altrove sembra che i due si siano sposati, ma forse è solo un sogno.

Agota Kristof

Ágota Kristóf (Csikvánd, 30 ottobre 1935 – Neuchâtel, 27 luglio 2011) è stata una scrittrice ungherese naturalizzata svizzera.

Anche questa volta Claus da ragazzo passa la frontiera, ma dietro a uno sconosciuto (non al Padre), che salta su una mina. La storia si complica con flashback e sogni. Tutto quel che sapevamo diventa incerto.

La terza menzogna” è divisa in due parti. Nella seconda parte è Lucas a tornare a casa e a cercare suo fratello (che ora si chiama Klaus). Klaus non vuole credere che Lucas sia vivo. Vive con Mamma, ma vuol far credere al fratello che la donna sia Antonia, sua suocera, dato che avrebbe sposato la sorellastra Sarah. È davvero la madre pazza o è Antonia? E Antonia è l’amante del Padre o è proprio Mamma? Anche perché Klaus sembra avere una vita da scapolo. È Lucas a dichiarare di essere sempre vissuto da solo (ma l’avevamo visto con Yasmine e suo figlio Mathias!).

Klaus dopo essere stato allontanato da Antonia torna dalla Mamma pazza e la accudisce.

Klaus scrive poesie con lo pseudonimo Klaus Lucas. Lucas scrive storie. Il loro padre si chiamava Klaus Lucas. Anche i nomi sembrano fatti apposta per creare confusione. Claus è anagramma di Lucas. Mathias si confonde con Claus. Il padre è il figlio e viceversa.

Lucas dopo aver incontrato Klaus si suicida e chiede di essere sepolto accanto ai genitori che il fratello gli fa credere morti, ma la Madre è viva (o no?). Lucas lo seppellisce accanto al padre e progetta di uccidersi anche lui.

I gemelli Weasley in Harry Potter

I gemelli Weasley in Harry Potter

Insomma questo è uno dei romanzi più coraggiosi che abbia letto, forse dai tempi di Kafka. È coraggioso perché sfida la logica, porta il lettore sull’orlo della confusione, rischia in ogni istante di trasformarsi in una storia caotica e senza senso, ma non è mai così. Vince la sua sfida. È un romanzo appassionante, denso, intenso, che esprime in pieno il nostro tempo, gli orrori e i dolori della Guerra, dell’occupazione, della miseria e della fame ma anche e, soprattutto, e in questo c’è la maggior novità, riesce a esprimere la schizofrenia del mondo contemporaneo, la confusione delle giovani generazioni tra Reale e Virtuale e lo fa senza parlare neanche una volta di computer, avatar, nickname, 3D e delle altre espressioni del nostro sdoppiamento elettronico, ma esprimendone pienamente il morbo. Lo straniamento è forte. Raramente è stato espresso in modo simile.

La prima parte, anche presa a sé, può essere considerata un’opera basilare sull’infanzia, con quell’insolito doppio punto di vista sincrono.

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Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.” (pag. 210)

Firenze, 23/04/2011

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