POESIE PRATAIOLE

Oggi ho scovato tra i libri ancora da leggere un libricino scritto e prodotto da Guido De Marchi e illustrato da Elena Pongiglione. Si tratta de “I racconti del prato”, una raccolta di allegre poesiole per bambini, tutte rigorosamente in rima e di 4 versi, che parlano con delicata ironia, in stile filastrocca, di animali e piante del prato. Le illustrazioni sono forse un po’ troppo raffinate per un bambino, ma i quadretti poetici sono graziosi e piacevoli.

De Marchi è poeta e pittore che conosco ormai da vari anni e che ha anche collaborato alla mia gallery novel “Il Settimo Plenilunio”.

Risultato immagini per i racconti del prato di Guido De Marchi"

UN RIFUGIO UTOPISTICO CONTRO IL SURRISCALDAMENTO GLOBALE

L'ultimo rifugioC’è una nuova etichetta che è da poco più di un decennio è attribuita a una parte della fantascienza: “climate fiction”. Si tratta di storie che parlano delle problematiche legate alle variazioni climatica, in primo luogo il surriscaldamento globale, generato dal buco nello strato di ozono che protegge la nostra atmosfera, ma anche il suo opposto, ovvero improvvisi congelamenti del pianeta. La “climate fiction” puoi, poi, estendersi agli effetti collaterali del clima, come la perdita di biodiversità (vera emergenza della nostra civiltà), l’innalzamento del livello dei mari, gli incendi, la desertificazione e così via. A sua volta, può considerarsi parte dell’eco-fiction.

Persino nella mia ultima antologia “Apocalissi fiorentine” ci sono alcuni racconti che si potrebbero far rientrare nel genere e l’intero volume vuol essere un tentativo di portare vicino alle persone (parlando di una città italiana) le fragilità ambientali e, nello specifico, urbane.

Piero Dolara ha scritto un romanzo, “L’ultimo rifugio” (sotto titolo “Armageddon”, nel volume si parla, giustamente, spesso di warmageddon), che rientra a pieno titolo nella “climate fiction”.

Immagina, infatti, che in un futuro inquietantemente prossimo il 2029, le scorte alimentari della Terra si esauriscano per effetto, appunto, del surriscaldamento e che l’intera civiltà umana collassi.

Editor del volume, pubblicato da Porto Seguro, è stato Massimo Acciai Baggiani, che un giorno mi ha chiesto, per quale motivo sia Dolara, sia io nel mio racconto “La giusta paura”, di prossima uscita sulla rivista “L’area di Broca”, avessimo scelto il 2029 come anno per eventi similmente drammatici.

Nel mio caso è stato solo il desiderio di mostrare come l’emergenza climatica sia un problema attuale, nostro, e non di generazioni future. Posso immaginare che lo stesso valga per Piero Dolara.

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Piero Dolara

Il romanzo mescola questa situazione distopica con la creazione del tutto utopistica di una comunità di artisti e uomini di ingegno vario, che si è riunita in grandi grotte sui Monti Sibillini, vicino Roma, per preservare la cultura umana. Come antichi monaci atei, riproducono opere esistenti ma cercano anche di produrne di nuove, soprattutto in campo musicale e pittorico. Lo stesso ultimo rifugio è stato realizzato da un grande architetto, dando sfoggio di inventiva.

Questo volume andrebbe fatto leggere a chi sostiene che la fantascienza si dimentica troppo spesso dell’arte, come è stato di recente sostenuto in un convegno a Stranimondi (Milano, 12-13 ottobre 2019, “Michelangelo e la luna. Perché le arti hanno un ruolo così marginale nella fantascienza?”, relazione di Franco Ricciardello): è vero, ma ci sono delle eccezioni.

Incredibilmente questa comunità utopistica sopravvive per anni senza avere quasi contatti con l’esterno e senza saperne nulla. Quando, finalmente, si decideranno a uscire dal loro rifugio, scopriranno un mondo assai diverso da come lo avevano lasciato.

Da leggere per riflettere sul futuro e su quello che stiamo facendo (o non facendo) per il nostro pianeta.

 

illustrazione di Valentina Pellizzari, tratta da “Apocalissi fiorentine”.

PISA BOOK FESTIVAL E ALTRI EVENTI

Gli ultimi giorni sono stati tutti una successione di eventi letterari, che mi hanno visto coinvolto in vari modi.

Venerdì 8 Novembre 2019 sono stato ospite dell’Associazione Arcobaleno (Firenze) per la presentazione del volume collettivo “Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, curato da Massimo Acciai Baggiani, con la partecipazione di 11 autori, e i cui proventi vanno all’associazione stessa. È stata per me occasione per raccontare le mie esperienze di scrittura collettiva e le diverse tecniche di coordinamento usate in tali occasioni. “Perché non siamo fatti per vivere in eterno?” è stato, per esempio scritto con la tecnica del round robin, ovvero ogni autore riprende quanto scritto dagli autori precedenti e lo sviluppa. Tra gli undici autori c’è anche un misterioso K. Von Zin.

Poiché il romanzo presentato era  una storia di vampiri, ho anche fatto un piccolo approfondimento sulle motivazioni che spingono, a mio avviso, oggi gli autori a scrivere storie di licantropi e vampiri, riprendendo quanto da me scritto ai tempi della pubblicazione del volume collettivo illustrato da me curato “Il Settimo Plenilunio” (Ed. Liberodiscrivere, 2010). Da una parte credo che le creature della notte rappresentino un po’ la paura del diverso e siano espressione delle perplessità verso l’arrivo di “migranti”, dall’altra, credo che il successo del genere presso gli adolescenti deriva dal fatto che i giovani vivono in tale fase un forte mutamento e provano una sorta di paura-attrazione verso l’adulto che emerge in loro, che ricorda in qualche modo la mutazione in lupo del licantropo o la trasformazione in vampiro di chi è morso da uno di essi (non dimentichiamone le implicazioni sessuali a questo spesso connesse).

 

Paolo Ciampi e l’editore Luca Betti

Sabato 9 Novembre ero al Porto Seguro Show, che questo mese si è tenuto al Porto di Mare (Firenze). Come da consuetudine venivano presentati i nuovi autori del mese della casa editrice Porto Seguro, questa volta circa una ventina, più alcuni dei precedenti. Come di consueto, mi sono ritagliato un piccolo spazio per presentare la mia trilogia ucronica “Via da Sparta”, che descrive le avventure di una giovane schiava violentata e incinta in fuga attraverso un presente distopico in cui Sparta domina il mondo e la cultura ateniese è stata cancellata. A luglio, infatti, è uscito il terzo volume della saga “La figlia del ragno”. L’editore Paolo Cammilli mi ha coinvolto in un dibattito pubblico sul mondo dell’editoria. Non ha, infatti, condiviso l’analisi fatta durante il recente

Gaia Rau, vanni Santoni e Alberto Casadei

incontro da me organizzato assieme a Barbara Carraresi, per il GSF Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana con Vanni Santoni sul tema “Come pubblicare con un grande editore”, tema poi approfondito nel successivo incontro “Riflessioni sull’editoria”. Cammilli, sostiene, infatti, che le grandi casi editrici prendono in considerazione gli autori solo dopo che hanno venduto grandi numeri e che questi si possono fare anche con case editrici come Porto Seguro e che, anzi, alcuni loro autori già hanno raggiunto vendite significative. Nell’incontro della Laurenziana era stato sostenuto, invece, che alle grandi case editrici, si passa solo arrivando da certe riviste letterarie e da queste a case editrici di un  certo tipo.

 

Domenica 10 Novembre sono stato a visitare il Pisa Book Festival assieme a Massimo Acciai Baggiani, che ha già scritto un ampio resoconto della nostra giornata, cui rimando per chi ne volesse sapere di più. In sostanza, a parte il giro degli stand, soprattutto di case editrici di media e piccola dimensione, ho partecipato a quattro incontri, la presentazione dell’antologia di climate fiction “Antropocene” curata da Roberto Paura e Francesco Verso (era presente quest’ultimo); la presentazione della nuova antologia di racconti del poeta della narrativa di viaggio Paolo CiampiTra una birra e un racconto”; la presentazione dell’ultimo giallo di Vichi da parte del giallista Leonardo Gori (di recente incontrato alla relazione di Sergio Calamandrei sulla “Struttura nascosta del giallo e del noir”, tenuta alla Laurenziana per il GSF) e, infine, la presentazione del nuovo romanzo familiare di Vanni SantoniI fratelli Michelangelo”, edito da Mondadori, e della riedizione del romanzo “Gli interessi in comune” con Laterza (la prima edizione era Feltrinelli).

Con l’occasione ho conosciuto gli autori del Collettivo Scrittori Uniti e Claudio Secci è stato così gentile da farmi intervistare da Chiara De Muro

Francesco Verso

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal

Arrighetta Casini, Vincenzo Sacco e Clara Vella

 

Lunedì 11 Novembre mi sono recato presso la SMS di Rifredi dove le professoresse Clara Vella e Arrighetta Casini tenevano il loro consueto incontro letterario del lunedì e presentavano il nuovo romanzo di Vincenzo Sacco, già presidente del GSF Gruppo Scrittori Firenze,  “L’uguaglianza delle ossa”. Il romanzo giallo ambientato nella Napoli di fine XVIII secolo, ci porta nel mondo dei lazzeri napoletani. Ne avevo già una copia, che spero di leggere presto. Di Sacco, ho  apprezzato di recente “Come la sabbia nel deserto”.

 

Martedì 12, Vanni Santoni, reduce dal Pisa Book Festival, è stato di nuovo ospite del GSF Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana, questa volta per presentare, da me intervistato, i medesimi libri appena illustrati a Pisa “I fratelli Michelangelo” e “Gli interessi in comune”. Santoni c’ha raccontato come i personaggi de “Gli interessi in comune” si siano nel tempo sviluppati in altri tre romanzi e abbia quindi sentito l’esigenza di riproporre la storia di partenza. “I fratelli Michelangelo” sono, invece, un grande affresco familiare nel quale Santoni racconta di un padre con cinque figli, avuti da quattro madri diverse, che non si conoscono tra loro e, ormai adulti, sono chiamati a incontrarsi, per motivi misteriosi, da questo padre assente. È occasione per parlare di paesi diversi, spostando la scena in varie parti del mondo, e per descrivere il nostro tempo, così svuotato d’ideali. Il tema della droga, centrale ne “Gli interessi in comune”, come momento di sperimentazione ed esperienza, ritorna qui soprattutto nella sua accezione economica. Anche l’India che vi compare è più un contesto economico sociale, che non il mondo in cui nel secolo scorso, si andava alla ricerca di sé, di nuovi cammini spirituali o di esperienze con sostanze stupefacenti.

Come evidenziavo durante l’incontro, mi sono riletto la mia recensione del 2008 della prima edizione de “Gli interessi in comune”, dove concludevo: “E segnatevi questo nome: Vanni Santoni, perché ne sentirete parlare presto ancora”. Credo di non essermi sbagliato.

Carlo Menzinger presenta Vanni Santoni

Infine, ieri, mercoledì 13, sono stato ospite della più antica associazione ambientalista italiana, Pro Natura, di cui sono membro, per presentare il mio nuovo romanzo, pubblicato con il Gruppo Editoriale Tabula Fati, con marchio World SF Italia, uscito in occasione del festival Stranimondi 2019 di Milano, “Apocalissi fiorentine”.

Massimo Acciai Baggiani presenta “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger

Introdotto dal presidente di Pro Natura Firenze, Gianni Marucelli, Massimo Acciai Baggiani, già autore della mia biografia letteraria “Il sognatore divergente”, ha fatto un excursus sulle mie opere precedenti e introdotto il volume.

Era presente anche il professor Marcello Scalzo, curatore delle immagini che arricchiscono il volume con rielaborazioni grafiche della città di Firenze, che ha illustrato il progetto grafico portato avanti con i suoi studenti per vari anni, di cui il volume riporta solo una selezione.

Apocalissi fiorentine” è un’antologia di racconti distopici che, in ordine cronologico, affronta momenti di crisi della città di Firenze, dalla sua fondazione a un futuro immaginario, con l’intento di evidenziare la fragilità della storia, delle città e del mondo nel suo insieme, in una sorta di piccolo campanello d’allarme per le tante problematiche che ci minacciano, quali perdita di biodiversità, surriscaldamento, deforestazione, desertificazione, inquinamento, tensioni sociali, terrorismo, guerre. Il volume si muove così tra ucronie, fantascienza, climate fiction e surreale.

La serata è stata intensa e le tematiche affrontate hanno scatenato un acceso dibattito.

Carlo Menzinger intervistato da Chiara Di Muro

Come risultato di queste intense giornate letterarie, la già lunghissima lista dei libri da leggere si è arricchita di nuovi volumi che vanno ad aggiungersi ai miei scaffali (per fortuna che ora leggono soprattutto e-book, perché gli spazi vanno scarseggiando):

  • Lamberto Burgassi – Social control – La verità di Tim Works – PSE
  • Renato Campinoti – Non mollare Caterina – PSE
  • Marcovalerio Bianchi – Il precipizio – PSE
  • Vincenzo Sacco -L’uguaglianza delle ossa – PSE
  • Roberto Paura e Francesco Verso, a cura di – Antropocene – Future fiction
  • Jean-Pierre Filiou – Le apocalissi nell’Islam – O barra O Edizioni
  • Paolo Ciampi – Tra una birra e una storia – Betti
  • Vanni Santoni – I fratelli Michelangelo – Mondadori
  • Alberto Pestelli – Un etrusco tra i nuraghes – Vol. III – Youcanprint

Oggi poi mi è arrivato per posta anche:

  • Pierparide Tedeschi – La mutazione – Edizioni Solfanelli

Di seguito i link ai video:

Chiara Di Muro intervista Carlo Menzinger al Pisa Book Festival

Presentazione di Apocalissi fiorentine

Presentazione di “Perché non siamo fattio per vivere in eterno?”

L’ATTRICE E IL BAMBINO SCOMPARSO SOTTO LA MONTAGNA DI SALE

Risultato immagini per la montagna di sale handke"Torno a leggere un libro di Peter Handke, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 2019, dopo la lettura de “Il grande evento”, che mi aveva lasciato un po’ perplesso, sebbene avessi invece molto amato il film “Il cielo sopra Berlino” di cui fu sceneggiatore.

Ho appena finito di leggere “La montagna di sale”, che mi ha convinto persino meno de “Il grande evento”. Il problema è il medesimo: non riesco (di sicuro è un problema mio) ad appassionarmi ai romanzi la cui trama sia troppo esile e in cui non ci sono eventi (nonostante l’enunciato del titolo).

Entrambi i romanzi sono di “osservazione”. Handke più che narrare qualcosa, ci mostra quel che il suo protagonista vede. Ne “La montagna di sale” l’ambientazione ha una sua originalità, dato che vi è descritta una comunità che vive attorno a una cava di sale (una delle ultime “miniere di sale a disposizione verticale”). Lavorare in questo luogo, cambia gli uomini:

E racconta ancora: «Ai tempi della costruzione della Torre di Babele, che avrebbe dovuto raggiungere il cielo, Dio, per punire un simile sacrilegio, confuse la lingua dei lavoratori addetti alla costruzione, così nessuno capì più la lingua del proprio vicino e la realizzazione della torre venne interrotta. Qui ho appurato in prima persona che quanto più in profondità si trovano le gallerie, tanto meglio e più chiaramente chi lavora e vive lì sotto capisce la lingua degli altri, anche se in superficie gli era più che estranea. Almeno provvisoriamente, provvisoriamente. Provvisoriamente, una bella parola, no?

 

Ci sarebbe persino un evento su cui costruire un romanzo, la scomparsa di un bambino, ma la vicenda non trova l’approfondimento che in altri tipi di romanzo ci saremmo aspettati e anche il ritrovamento è assai poco eclatante.

Semmai è occasione per riflessioni come questa, in cui, in poche righe si parla di vergogna, di anima, del rapporto con gli altri, in un flusso di pensiero che stupisce e confonde:

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Peter Handke, premio nobel per la letteratura 2019.

Oh voi bambini, introvabili, incastrati nei tubi di calcestruzzo. E voialtri: vergognatevi di vivere. Ma no, voi non vi vergognate, non riuscite più a vergognarvi. È il tempo dell’insolenza, del non-riuscire-più-a-vergognarsi. La vergogna non è sopravvissuta. Noi di adesso siamo i primi ad aver perso le nostre anime e non ne soffriamo affatto, al massimo siamo infastiditi. Fastidio del mondo! Ah, chi avrebbe pensato che il mondo potesse infastidirmi. Tutto il mio ridere e piangere non sono serviti a nulla: desolazione e siccità. Subito via da qui, via dall’Angolo Morto, verso il delta del Mekong, il delta del Niger. Oh, tutti i delta che non conosco. E cosa significa: ho perso la mia anima? Significa che non c’è più nessuna membrana tra me e l’altro. La membrana è lacerata. E cos’è allora l’altro, un tempo l’alfa e l’omega, per me? Rumore. Certo, c’è anche rumore piacevole. Rumore sano. Ma questo…».

 

Ed ecco il ritorno del bambino, che quasi pare una descrizione come le altre:

Poi fuori, dai campi, si sentì un gridio di corvi, stranamente tenero, quasi uno zufolare; la porta sul lato ovest della chiesa si aprì e nell’ingresso si videro due figure, quella di una donna e quella di un bambino. A parte il fatto che entrambi, da capo a piedi, erano completamente coperti di neve, non si riusciva a riconoscere nessun particolare. Soltanto in controluce, come semplice profilo apparve il bambino ritrovato, persino ora che la porta era stata richiusa, e d’altronde io non volevo affatto vederlo in modo diverso.”

Se neanche la riapparizione del bambino, la cui sparizione era “il grande evento” di questo libro, passa così leggera, sembra che Handke ci dica che nulla, in fondo, importa, che tutto si risolva in immagini e apparenza.

Handke dunque descrive questa comunità non mediante narrazioni o azioni particolari, ma piuttosto con una serie di piccoli quadri verbali, una serie di scorci, filtrati dagli occhi della protagonista, un’attrice, come attore era il protagonista de “Il grande evento”. Mi chiedo, allora quanto questo loro ruolo sia importante e simbolico.

Se ne “Il grande eventoHandke rimarcava la “tipizzazione” degli individui, forse questo suo individuare, senza una particolare connessione con il narrato, in personaggi del mondo dello spettacolo i propri protagonisti, forse vuol dire che viviamo ormai in un mondo in cui siamo tutti solo attori, che recitano la propria vita, piuttosto che viverla oppure che viviamo (in questo mondo di social network) sotto lo sguardo di tutti. Queste interpretazioni mi parrebbero, però, azzardate, giacché nulla nel loro agire ci fa pensare che sia metafora della recitazione. Non sono, per dire, “falsi”, né amano mettersi in mostra. Sarà allora solo una coincidenza o espressione di una qualche vicinanza di Handke al mondo degli attori. Non per nulla la sua carriera è iniziata scrivendo pezzi teatrali.

È un libro, insomma, che va goduto così, per le suggestioni delle immagini che ci lascia.

Ce ne sono alcune che fanno riflettere, come questa:

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Kali, montagna di sale in Germania

E d’altra parte talvolta mi basta soltanto vederlo, vederlo così innocente, appunto, e mi sento spinto a picchiare mio figlio, il mio discendente, e al tempo stesso ho paura di farlo. La sola consapevolezza che questo piccolo individuo, con una rosa di capelli dietro la testa, ne ha persino due di queste rose, con la bocca triste, gli occhi che brillano senza motivo, è mio figlio, sangue del mio sangue, mi spinge a sbatterlo a calci fuori dalla porta, se possibile nella peggior sozzura là fuori. E a pensarci non mi sento nemmeno la coscienza sporca: perché un giorno, in chiesa, la pastora ci ha letto un capitolo dell’Antico Testamento dove si dice grosso modo che il padre, anzi, qualunque padre deve tirar fuori il male dal figlio a suon di botte… non da una figlia, non da una bambina, solo da un bambino… ovvero prima che questo si manifesti, o almeno così l’ho capita io. Qualunque padre deve picchiare già in anticipo il figlio ancora incorrotto, ancora del tutto innocente, da mattina a sera, a ogni occasione, di punto in bianco, sistematicamente, come prevenzione: questo picchiare impedirebbe in seguito l’insinuarsi del male nel figlio; poiché una volta penetrato nell’uomo, il male non lo si può più estirpare.»

Buona scrittura, in conclusione, riflessiva e intensa, ma non coinvolgente, per i miei gusti.

 

SCRIVERE IN UNDICI

Perchè non siamo fatti per vivere in eterno?I modi per collaborare in un’opera di narrativa possono essere molti. Da quando c’è il web, credo che la tentazione di scrivere assieme per gli autori sia aumentata, essendo più facile sentirsi, scambiarsi idee e testi. Non per nulla ricordo di aver tentato già all’inizio degli anni ’90 a scrivere qualcosa in una dozzina di autori. Gestire un numero così elevato di teste nella realizzazione di un’opera unitaria è tutt’altro che facile e, all’epoca non riuscimmo a realizzare nulla. Erano però gli anni di Luther Blisset e poi di Wu Ming e questi esperimenti qualcosa partorivano. Io stesso nel 2007 pubblicai un romanzo scritto in tre e illustrato da 17 artisti (“Il Settimo plenilunio”) e un’antologia di cose scritte a quattro mani (“Parole nel web”). Devo dire che nel caso de “Il Settimo plenilunio” ci fu molto lavoro preparatorio per decidere cosa scrivere e poi molti scambi di e-mail per capire come andare avanti.

Perché non siamo fatti per vivere in eterno?” (Porto Seguro, Settembre 2019) è un romanzo gotico collettivo, scritto da una dozzina di autori (“I già dimenticati“, nome da me suggerito), che nasce con la tecnica del round-robin applicata in modo quanto mai semplice.

Il primo autore (Massimo Acciai) ha scritto il primo capitolo (in cui un gruppo di ragazzi decide di partire per una gita) e l’ha passato al secondo (il “misterioso” K. Von Zin) che ha integrato quanto già scritto e sviluppato il seguito (immaginando una meta più lontana, la Transilvania e allargando il gruppo dei personaggi), passando poi il testo a chi veniva dopo, e così via fino all’ultimo. C’è stata, infine, un’opera di correzione del testo finale da parte dei due curatori Massimo Acciai Baggiani e Federica Milella.

Stupisce dunque che la storia sia riuscita a giungere a conclusione, dato che gli autori non hanno avuto alcuno scambio tra di loro! Eppure, ne è venuto fuori qualcosa: una storia nata come racconto di viaggio, mutatasi poi in storia gotica di vampiri, nello stile più classico.

Questo approccio, privo di scambi collaterali e di comunicazione nel gruppo, ha fatto sì che la storia divenisse qualcosa del tutto diversa da come era stata immaginata all’inizio. Difficile, io credo, per ciascun autore riconoscersi nel libro, che di fatto è figlio di tutti loro e di nessuno, ma sorprendente appare il risultato di un simile esperimento.

Qui il video della presentazione del 21/10/2019.

IL DUCE NON È MORTO

Risultato immagini per il 9 maggio Prosperi"Pierfrancesco Prosperi è lo scrittore italiano di fantascienza & affini di più lungo corso (insieme a Renato Pestriniero, che però è di una generazione precedente) e maggior produzione con all’attivo centinaia di racconti e dozzine di romanzi, uno dei rari autori inoltre in cui la quantità non va a detrimento  della qualità, difficile che si trovi una storia mediocre o con idee banali” scrive all’inizio della postfazione de “Il 9 Maggio” Gianfranco de Turris, uno che di fantascienza se ne intende e ne scrive da anni.

Prosperi non è solo uno dei maggiori autori di fantascienza italiani, è anche uno dei pochi autori importanti di ucronie (tra le più celebri “Garibaldi a Gettysburg”).

Il 9 Maggio” (pubblicato a ottobre 2019 da Homo Scrivens) è, appunto, un esempio di storia alternativa. Il sottotitolo è molto esplicativo “Cosa sarebbe successo se Hitler fosse morto a Firenze nel 1938?”. Prosperi sovrappone alla visita effettivamente effettuata dal Führer in alcune città italiane, tra cui Firenze, l’organizzazione di un immaginario attentato alla sua vita.

Agli eventi del 1938 si alternano altri di anni successivi, in particolare il 1969, in cui vediamo che l’attentato ha avuto successo, Mussolini si è salvato e Hitler è morto. Ne consegue che non abbiamo la Seconda Guerra Mondiale e il fascismo in Italia non è abbattuto. Mussolini, quindi, ne rimane il leader fino alla morte.

La mia visione della storia e dell’ucronia mi porta a pensare che ogni piccola variazione porti dietro effetti crescenti. Anche Prosperi afferma qualcosa del genere in questo stesso libro, ma il mondo che descrive è più simile al nostro di quanto forse lo avrei dipinto io, immaginando la morte del dittatore tedesco e l’assenza di una guerra devastante come la Seconda.

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Pierfrancesco Prosperi

Non avrei, insomma, immaginato che alcuni politici e giornalisti avrebbero seguito le medesime carriere e professioni. La scelta di Prosperi è, però, io credo, volutamente ironica. Ci mostra infatti Fanfani e Andreotti militare nel Partito Fascista e persino Bocca e Scalfari inneggiare ai meriti del Duce! Qui credo, insomma, che l’intento satirico e il voler mostrare quanto la nostra politica possa essere “voltagabbana” sia prevalso sul desiderio della plausibilità storica e non posso che apprezzare la scelta, che ci rende così un romanzo che non solo fa riflettere (come sempre dovrebbe fare l’ucronia, che ci mostra la fragilità della storia e le sue infinite possibilità), ma anche sorridere.

La trama, già di per sé articolata, con i diversi piani temporali, si presenta per nulla scontata, con un colpo di scena suggestivo.

La ricostruzione di un Italia fascista non è una novità, si pensi a “Nero italiano” di Giampiero Stocco o “L’inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi e il periodo storico è quello più sfruttato dal genere allostorico (oltre che dallo stesso Prosperi, che ha di recente pubblicato, tra le altre cose, “Il Processo numero 13”), basti pensare al celeberrimo “La svastica sul sole” di Dick, a “Fatherland” di Harris o anche alle saghe “Invasione” e “Colonizzazione” di Turtledove, agli ironici film “Iron sky” e “I fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti e Igor Skofic, a “Bastardi senza gloria” di Tarantino. Prosperi riesce, però a fare una ricostruzione originale e a imbastirci sopra una narrazione coinvolgente, con dei personaggi che si fanno ricordare.

Il mondo che ne vien fuori ha i soliti difetti del nostro e non è poi tanto peggio. Non è, insomma, occasione per immaginare una distopia, ma neppure un’utopia e in questo si sente che il distacco da quegli anni è ormai grande, rispetto a quando ne scriveva Dick (1962) ed era impellente mostrare la differenza tra il presente e il passato.

L’idea sembra essere che Mussolini, senza Hitler, avrebbe fatto assai meno danni di come è stato.

Hitler a Firenze – Fotomontaggio di Lapeira

AAA – ASTROLOGIA E ANIMALI ASSASSINI

Guida il tuo carro sulle ossa dei mortiL’anno scorso il Premio Nobel per la Letteratura non fu assegnato per uno scandalo tra i giurati, così quest’anno abbiamo avuto la contemporanea proclamazione del premio per il 2018 e il 2019. Quello del 2018 è andato all’autrice polacca Olga Tokarczuk.

Ne ho, dunque, letto ora “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti”, titolo che si rifà a un verso di William Blake. Non a caso, perché la “trama secondaria” vede l’anziana protagonista intenta a tradurre con un amico i versi del poeta inglese.

Janina Duszejko (nome complicato per noi italiani, ma che anche la protagonista non ama), vive un po’ alla giornata, insegnando saltuariamente inglese e facendo la custode di una casa tra i boschi. Quasi fosse un giallo, vediamo la donna indagare su una serie di misteriose morti che, mediante l’astrologia e alcune tracce rinvenute, vedrebbero come colpevoli gli animali, in una sorta di vendetta verso cacciatori e allevatori particolarmente crudeli nei loro confronti.

La svolta finale è un rovesciamento di una regola del giallo, di cui proprio ieri sentivo parlare, dicendo “ovviamente questa è una cosa che in un giallo non può esserci”. Non voglio rovinarvi la lettura, per cui non dirò di cosa si tratta.

La motivazione del premio è stata “Per un immaginario narrativo che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita”. Di sicuro lo sviluppo narrativo di “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” è ricco di immaginazione. Quanto all’attraversamento dei confini, ovviamente la giuria non deve aver fatto riferimento al fatto che qui la storia si svolge al confine tra Polonia e Cechia, che gli animali attraversano più volte, ma piuttosto al superamento dei limiti tra i generei letterari, alla capacità di lanciare un messaggio ecologista con ironia, all’esaltazione della vita in ogni sua forma, con la protagonista che combatte con chi considera gli animali inferiori a noi o addirittura senz’anima. Forse il vero confine che dovremmo imparare ad abbattere davvero è quello tra umano e animale, tra civiltà e natura. Che cosa s’intenda per “passione enciclopedica”, da questo romanzo non traspare e probabilmente fa riferimento alla ricchezza della sua opera complessiva.

Devo dire che il Premio Nobel alternativamente mi delude e convince o mi lascia in una sorta di guado.

Olga Tokarczuk

Olga Tokarczuk, Premio nobel per la letteratura 2018.

Se quello a Peter Handke per il 2019 è più prossimo alla delusione, questo mi ha, invece, maggiormente convinto. Diciamo che il romanzo scorre bene, ha una sua trama, ha personaggi ben delineati e un’ambientazione valida. In particolare, la caratterizzazione mediante soprannomi dei personaggi, li rende ben caratterizzati, facilmente individuabili e meglio ricordabili. L’ambientazione essenziale, nei boschi e in poche case, ha una sua individualità ed è parte integrante della trama. Questa a sua volta, a parte le divagazioni su William Blake, che sono solo parzialmente giustificate, porta avanti con sapienza gli indizi per la soluzione finale, del tutto giustificata e ben anticipata, senza dilungarsi e senza fretta eccessiva. Insomma, un buon libro. Buono come molti altri che ho letto e che magari non hanno vinto alcun premio. Un’autrice di sicuro degna di lettura e rilettura. Addirittura da Premio Nobel? Lasciatemi leggere altro.

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