IL DUCE NON È MORTO

Risultato immagini per il 9 maggio Prosperi"Pierfrancesco Prosperi è lo scrittore italiano di fantascienza & affini di più lungo corso (insieme a Renato Pestriniero, che però è di una generazione precedente) e maggior produzione con all’attivo centinaia di racconti e dozzine di romanzi, uno dei rari autori inoltre in cui la quantità non va a detrimento  della qualità, difficile che si trovi una storia mediocre o con idee banali” scrive all’inizio della postfazione de “Il 9 Maggio” Gianfranco de Turris, uno che di fantascienza se ne intende e ne scrive da anni.

Prosperi non è solo uno dei maggiori autori di fantascienza italiani, è anche uno dei pochi autori importanti di ucronie (tra le più celebri “Garibaldi a Gettysburg”).

Il 9 Maggio” (pubblicato a ottobre 2019 da Homo Scrivens) è, appunto, un esempio di storia alternativa. Il sottotitolo è molto esplicativo “Cosa sarebbe successo se Hitler fosse morto a Firenze nel 1938?”. Prosperi sovrappone alla visita effettivamente effettuata dal Führer in alcune città italiane, tra cui Firenze, l’organizzazione di un immaginario attentato alla sua vita.

Agli eventi del 1938 si alternano altri di anni successivi, in particolare il 1969, in cui vediamo che l’attentato ha avuto successo, Mussolini si è salvato e Hitler è morto. Ne consegue che non abbiamo la Seconda Guerra Mondiale e il fascismo in Italia non è abbattuto. Mussolini, quindi, ne rimane il leader fino alla morte.

La mia visione della storia e dell’ucronia mi porta a pensare che ogni piccola variazione porti dietro effetti crescenti. Anche Prosperi afferma qualcosa del genere in questo stesso libro, ma il mondo che descrive è più simile al nostro di quanto forse lo avrei dipinto io, immaginando la morte del dittatore tedesco e l’assenza di una guerra devastante come la Seconda.

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Pierfrancesco Prosperi

Non avrei, insomma, immaginato che alcuni politici e giornalisti avrebbero seguito le medesime carriere e professioni. La scelta di Prosperi è, però, io credo, volutamente ironica. Ci mostra infatti Fanfani e Andreotti militare nel Partito Fascista e persino Bocca e Scalfari inneggiare ai meriti del Duce! Qui credo, insomma, che l’intento satirico e il voler mostrare quanto la nostra politica possa essere “voltagabbana” sia prevalso sul desiderio della plausibilità storica e non posso che apprezzare la scelta, che ci rende così un romanzo che non solo fa riflettere (come sempre dovrebbe fare l’ucronia, che ci mostra la fragilità della storia e le sue infinite possibilità), ma anche sorridere.

La trama, già di per sé articolata, con i diversi piani temporali, si presenta per nulla scontata, con un colpo di scena suggestivo.

La ricostruzione di un Italia fascista non è una novità, si pensi a “Nero italiano” di Giampiero Stocco o “L’inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi e il periodo storico è quello più sfruttato dal genere allostorico (oltre che dallo stesso Prosperi, che ha di recente pubblicato, tra le altre cose, “Il Processo numero 13”), basti pensare al celeberrimo “La svastica sul sole” di Dick, a “Fatherland” di Harris o anche alle saghe “Invasione” e “Colonizzazione” di Turtledove, agli ironici film “Iron sky” e “I fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti e Igor Skofic, a “Bastardi senza gloria” di Tarantino. Prosperi riesce, però a fare una ricostruzione originale e a imbastirci sopra una narrazione coinvolgente, con dei personaggi che si fanno ricordare.

Il mondo che ne vien fuori ha i soliti difetti del nostro e non è poi tanto peggio. Non è, insomma, occasione per immaginare una distopia, ma neppure un’utopia e in questo si sente che il distacco da quegli anni è ormai grande, rispetto a quando ne scriveva Dick (1962) ed era impellente mostrare la differenza tra il presente e il passato.

L’idea sembra essere che Mussolini, senza Hitler, avrebbe fatto assai meno danni di come è stato.

Hitler a Firenze – Fotomontaggio di Lapeira

AAA – ASTROLOGIA E ANIMALI ASSASSINI

Guida il tuo carro sulle ossa dei mortiL’anno scorso il Premio Nobel per la Letteratura non fu assegnato per uno scandalo tra i giurati, così quest’anno abbiamo avuto la contemporanea proclamazione del premio per il 2018 e il 2019. Quello del 2018 è andato all’autrice polacca Olga Tokarczuk.

Ne ho, dunque, letto ora “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti”, titolo che si rifà a un verso di William Blake. Non a caso, perché la “trama secondaria” vede l’anziana protagonista intenta a tradurre con un amico i versi del poeta inglese.

Janina Duszejko (nome complicato per noi italiani, ma che anche la protagonista non ama), vive un po’ alla giornata, insegnando saltuariamente inglese e facendo la custode di una casa tra i boschi. Quasi fosse un giallo, vediamo la donna indagare su una serie di misteriose morti che, mediante l’astrologia e alcune tracce rinvenute, vedrebbero come colpevoli gli animali, in una sorta di vendetta verso cacciatori e allevatori particolarmente crudeli nei loro confronti.

La svolta finale è un rovesciamento di una regola del giallo, di cui proprio ieri sentivo parlare, dicendo “ovviamente questa è una cosa che in un giallo non può esserci”. Non voglio rovinarvi la lettura, per cui non dirò di cosa si tratta.

La motivazione del premio è stata “Per un immaginario narrativo che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita”. Di sicuro lo sviluppo narrativo di “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” è ricco di immaginazione. Quanto all’attraversamento dei confini, ovviamente la giuria non deve aver fatto riferimento al fatto che qui la storia si svolge al confine tra Polonia e Cechia, che gli animali attraversano più volte, ma piuttosto al superamento dei limiti tra i generei letterari, alla capacità di lanciare un messaggio ecologista con ironia, all’esaltazione della vita in ogni sua forma, con la protagonista che combatte con chi considera gli animali inferiori a noi o addirittura senz’anima. Forse il vero confine che dovremmo imparare ad abbattere davvero è quello tra umano e animale, tra civiltà e natura. Che cosa s’intenda per “passione enciclopedica”, da questo romanzo non traspare e probabilmente fa riferimento alla ricchezza della sua opera complessiva.

Devo dire che il Premio Nobel alternativamente mi delude e convince o mi lascia in una sorta di guado.

Olga Tokarczuk

Olga Tokarczuk, Premio nobel per la letteratura 2018.

Se quello a Peter Handke per il 2019 è più prossimo alla delusione, questo mi ha, invece, maggiormente convinto. Diciamo che il romanzo scorre bene, ha una sua trama, ha personaggi ben delineati e un’ambientazione valida. In particolare, la caratterizzazione mediante soprannomi dei personaggi, li rende ben caratterizzati, facilmente individuabili e meglio ricordabili. L’ambientazione essenziale, nei boschi e in poche case, ha una sua individualità ed è parte integrante della trama. Questa a sua volta, a parte le divagazioni su William Blake, che sono solo parzialmente giustificate, porta avanti con sapienza gli indizi per la soluzione finale, del tutto giustificata e ben anticipata, senza dilungarsi e senza fretta eccessiva. Insomma, un buon libro. Buono come molti altri che ho letto e che magari non hanno vinto alcun premio. Un’autrice di sicuro degna di lettura e rilettura. Addirittura da Premio Nobel? Lasciatemi leggere altro.

COME SCRIVERE GIALLI E NOIR

Anche il Quinto Incontro (29/10/2019) del GSF – Gruppo Scrittori Firenze all’ASD Laurenziana è stato quanto mai interessante.

Il giallista e saggista Sergio Calamandrei ha relazionato i presenti sul tema “La struttura nascosta sotto la superficie del giallo e del noir” ovvero “come scrivere, dal punto di vista tecnico, un giallo o un noir che catturi il lettore”.

Il tema è già stato trattato in più occasioni da Calamandrei e se ne può leggere sia nel numero 4 del 2010 della rivista IF – Insolito & Fantastico diretta da Carlo Bordoni (Tabula Fati Edizioni), sia sul sito www.calamandrei.it alla pagina http://www.calamandrei.it/la-struttura-profonda-del-giallo-e-del-noir/ .

Avevo già sentito questa relazione, trovandola molto utile, persino per chi come me non scrive gialli.

Per esempio, l’individuazione dei personaggi Archetipi dell’Eroe (Il Re / Demiurgo;           Il Guerriero; Il Mago / Ricercatore; L’Amante / Marito), le Stazioni della narrazione (sette obbligatorie e quattro facoltative), i Quattro Strumenti di Costruzione Espliciti (Buildings Tools), i Cinque Strumenti di Costruzione Nascosti (Hidden Tools), la Mousetrap e, soprattutto l’Ottagono Magico (il Risolutore, il Dissolutore, il Mentore, il Traditore / la Spia, il Razionale, l’Emotivo, lo Scettico, l’Entusiasta) possono essere applicati a qualunque genere di scrittura. Mi riprometto di tenerli presenti anche per il romanzo che sto scrivendo.

Abbiamo avuto il piacere di avere tra i nostri ospiti in sala anche Leonardo Gori, uno dei maggiori giallisti fiorentini (celebre la sua serie di romanzi con protagonista il Capitano Bruno Arcieri, citati dallo stesso Calamandrei), che ha contribuito con interessanti osservazioni e manifestando il proprio apprezzamento per l’intervento di Sergio Calamandrei e la condivisione di quanto descritto.

Gli incontri del GSF proseguiranno Martedì 12 Novembre, sempre alle ore 18,00 all’ASD Laurenziana di via Magellano 13 R, con Vanni Santoni (autore Mondadori, Feltrinelli, La Terza, ecc.), che già aveva partecipato sul tema “Come pubblicare con un grande editore” e che interverrà su “Dagli Interessi in comune ai Fratelli Michelangelo, Vanni Santoni racconta il suo ultimo libro e il percorso fatto per arrivarci dall’esordio”.

Qui è possibile vedere il video integrale dell’incontro.

Sergio Calamandrei all'ASD Laurenzina il 29/10/2019.

Sergio Calamandrei all’ASD Laurenzina il 29/10/2019.

LE PASSEGGIATE DI UN PREMIO NOBEL

Risultato immagini per Peter Handke

Peter Handke, Premio Nobel 2019

In questi giorni è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura sia per il 2019 che per il 2018.

Quello per l’anno in corso è andato all’austriaco Peter Handke, di cui conoscevo solo il film tratto dalla sua sceneggiatura “Il cielo sopra Berlino”, una delle opere cinematografiche che ho amato di più.

Leggo ora “Il grande evento”, che, per alcuni, dovrebbe essere l’opera più matura di questo maestro della letteratura. Vi si narra della giornata di un attore dal suo risveglio accanto a una donna che non ama ma con cui si trova bene, al suo peregrinare in giro. Alla fine la incontra di nuovo per caso.

Il suo sguardo è sempre molto attento ai dettagli, al senso delle cose, anche le più insignificanti. Il protagonista viene chiamato sempre solo così: l’attore. Nessuno, tranne un vicino che incontra, ha qui un nome, a volere evidenziare, posso immaginare, la “tipizzazione” degli esseri umani, che non sono più individui, ma raffigurazioni di ciò che rappresentano (l’attore, il vicino, il podista…), come a dire che viviamo in un’epoca che ha perso il senso dell’individualità.

L’attore si diletta di uno “sport da lui inventato” che è la camminata a ostacoli (andare dritto senza rallentamenti nel bosco, anche se qualcosa si frappone al cammino) o la sua variante che chiama “camminata didattica” durante la quale immagina che piccole cose che incontra possano essere altro, per poi scoprire che cosa realmente sono e quindi approfondirne la conoscenza.

Ebbene, Handke dimostra una pregevolissima attenzione al dettaglio e alla profondità delle cose, che mi pare in netto contrasto con l’epoca contemporanea (non fatemi dire “modernità”, perché non so neppure se oggi viviamo in un’epoca post-moderna, post-storica o post-nulla). Non intendo dire che questo non sia un ottimo libro, affascinante nel suo scoprire l’umanità nelle piccole cose, ma continuo a non credere che sia questo qualcosa di innovativo per la letteratura o che esprima il nostro tempo.

L’attore, nel suo camminare, nota alcune persone è vede come siano “tipizzate”, il podista, il corridore, il passeggiatore e così via e mostra una certa antipatia per questa loro “tipizzazione” così come per la loro distrazione (spesso simboleggiata dall’uso degli strumenti della nostra quotidiana disattenzione quali i cellulari) e si sente che l’autore si confonde in ciò con l’attore-protagonista. La tipizzazione è basilare per questo nostro mondoRisultato immagini per Peter Handke il grande evento che si muove alla “superficie” sì, ma spaziando in “larghezza” (sacrificando la profondità) come non ha mai fatto prima. Lo stesso B2C (Business To Consumer) si basa proprio sulla “tipizzazione” degli individui, intesi come consumatori.

Sostengo che trama, personaggi e ambientazione debbano sempre equilibrarsi in un’opera di narrativa ma che la trama sia quella che regge tutto. Una trama, io credo, si compone di una serie di eventi. Non può limitarsi a riflessioni o osservazioni. A un certo punto l’attore incontra un branco di cani selvatici, ne è spaventato ma la cosa finisce lì, i cani vanno per la loro strada (uno per un po’ lo segue). Lo stesso l’incontro con il vicino malato, senza memoria, è un momento passeggero, una mosca impigliata nella rete, ma poi scivola via.

Va bene scrivere così come fa Handke, ma mi chiedo se sia giusto che un Premio della rilevanza del Nobel dia un riconoscimento a questo tipo di approccio. Certo non ho letto altro di Handke e sono fermamente convinto che un autore non si debba valutare da un’opera sola, dunque ne leggerò ancora, ma qui vorrei far finta che la sua scrittura sia tutta così, per interrogarmi sull’insegnamento che sembra voglia darci la giuria del Premio. Sembrerebbe cioè che ci dica di tornare indietro, verso quest’attenzione al dettaglio, alla profondità, all’attenzione verso le piccole cose. Eppure, il mondo va nella direzione opposta! La letteratura non dovrebbe allora esprimere questa direzione, magari preconizzarne il futuro? Che senso ha premiare chi guarda all’indietro verso il passato? Credo che nel suo saggio “I Barbari” Baricco abbia ben saputo illustrare il senso del nostro tempo: ci muoviamo alla superficie delle cose, sacrificando la profondità per una maggior “espansione”. Opere come questa, a mio avviso invece, non lo fanno. Forse, mi sbaglio e ciò che la giuria ha voluto premiare è altro. Leggo, dunque, la motivazione del Premio Nobel: “Per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”.

Ebbene, devo dire che questo si ritrova nel romanzo che ho appena letto. La scrittura è linguisticamente evoluta (per quel che si può intuire dalla traduzione) e il nostro attore si muove in un mondo periferico, con occhio attento a scrutare le esperienze umane che incontra lungo il suo cammino. Insomma, mi pare che il riconoscimento sia proprio per le stesse caratteristiche della sua scrittura che ho notato.

Mentre scrivo queste righe ho già iniziato a leggere “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” di Olga Tokarczuk (Nobel nel 2018), che mi sta appassionando di più: se non altro comincia con una morte misteriosa e dei personaggi molto intensi.

Quanto a libri che parlano di camminate ma che sono anche momenti di riflessione, devo dire che preferisco quelli del nostrano Paolo Ciampi come “L’aria ride” o “Per le foreste sacre”, “Il cammino di Santiago” di Paulo Coelho o “L’arte di correre” (correre non è camminare ma quasi!) di Haruki Murakami, che forse sarebbe stato un candidato più significativo per il premio.

LA FANTASCIENZA IN LATINO

Legio AccipitrisDi sicuro non sono molte le storie di fantascienza ambientate nel passato e molte di queste riguardano viaggi nel tempo. Ben più rari sono gli incontri con alieni. Quando avvengono siamo più dalle parti dell’ucronia, come nel notevole ciclo “Invasione” di Harry Turtledove e nel suo seguito “Colonizzazione”, in cui un’invasione aliena interrompe la Seconda Guerra Mondiale.

L’arrivo di alieni nell’antichità mi pare ancor più raro, anche perché la fantascienza tende a occuparsi molto di più del futuro che del passato e quando lo fa, è per spiegare magari le origini di una civiltà o dell’intera evoluzione umana come in “2001 Odissea nello spazio” le cui prime scene sono addirittura nella preistoria e mostrano l’incontro dei nostri antenati scimmieschi con una civiltà extraterrestre superiore.

Dunque, il racconto lungo di Vittorio PiccirilloLegio accipitris” (Edizioni Tabula Fati) ha il pregio dell’originalità in questo campo. Se si è ispirato a dei modelli, credo sia piuttosto alle storie su presunti incontri nell’antichità con visitatori di altri mondi, come raccontato in vari libri da Peter Kolosimo, portando a testimonianze varie raffigurazioni del passato, le cosiddette “teorie degli antichi astronauti”.

Piccirillo immagina infatti l’incontro di un gruppo di legionari romani con carri volanti e creature provenienti da un’altra dimensione.  I romani si interrogano se siano dei o demoni. Noi ci chiediamo piuttosto se siano alieni antropomorfi alla Star Trek o una donna e dei robot venuti da un lontano futuro.

Parlandone con l’autore, prima di leggere il libro, mi ero fatto l’idea che fossero extraterrestri, ma dato che stento a credere che possano essercene di antropomorfi, propenderei per la seconda ipotesi.

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Vittorio Piccirillo

Legio accipitris” (“La legione del Falco”) ha un’altra peculiarità che lo rende speciale nel panorama della fantascienza: ha il testo a fronte in latino!

Non posso allora non pensare agli Asterix tradotti in tante lingue, tra cui, per l’appunto anche il latino, ma, di nuovo, nell’ambito della fantascienza questa è una vera rarità, che rende, a mio avviso, il volume consigliabile per quei docenti che volessero avvicinare alla lingua dei romani i propri studenti con un testo semplice e lineare, su un argomento che penso possa attirarli di più di un’orazione ciceroniana. Rispetto alle traduzioni liceali, il racconto ha il pregio di descrivere vicende avventurose e concrete.

Per esempio l’incipit suon “Severus legatus constitit et signum dedit. Iulius tribunus atque Decio centurio, qui iuxta eum procedebant, constituerunt una com legione quae stricto agmine sequebatur” e subito ci cala nel movimento dei militari, con termine diretti e immediati.

La narrazione è stata fatta da Piccirillo in italiano e poi tradotta in latino da Giancarlo Giuliani. La presenza del testo a fronte permette di passare con facilità dalla lettura di alcune frasi in latino, al proseguimento della storia in italiano.

Prima di leggerlo chiesi a Piccirillo se la sua fosse un’ucronia e mi disse che certo non lo è. In effetti, per esserlo questo incontro avrebbe dovuto portare con sé il mutamento della Storia e del mondo come lo conosciamo, ma i visitatori ripartono senza più tornare e i romani decidono di tenere per sé la vicenda: “«Enimvero, quae acciderunt fere incredibilia sunt,» annuit legatus. «Talia ut trahant sed etiam dubium moveant in quibus non adfuerint.»”.

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L’ASCENSORE PER LE STELLE DI TABROBANA

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Arthur C. Clarke

C’è un altro modo per raggiungere lo spazio oltre a missili e astronavi?

Nel 1894 il fisico russo Konstantin Ciolkovskij immaginò si potesse fare mediante un elevatore o ascensore spaziale, ma fu lui stesso a riconoscerne l’inattuabilità pratica, sebbene teoricamente possibile, soprattutto per la mancanza di materiali abbastanza resistenti a realizzare una struttura di varie decine di migliaia di chilometri.

Nel suo romanzo del 1979, “Le fontane del paradisoArthur Clarke (l’autore di “2001 Odissea nello spazio), immagina che grazie a un materiale super-resistente, realizzato nello spazio in assenza di gravità, sia possibile edificare un simile elevatore. In contemporanea alla costruzione di questa torre ascensionale, nel romanzo, assistiamo alla visita di una sonda intelligente aliena, che, senza rivelare nuovi segreti tecnologici all’umanità, mette però in serio dubbio tutte le fedi terrestri. Questo mentre l’elevatore realizzato dall’ingegner Morgan viene realizzato su una montagna sacra nella Risultati immagini per Clarke fontane paradisomitica isola di Taprobana. Tale isola corrisponderebbe all’attuale Sri Lanka, ma Clarke, volutamente, sposta l’isola sull’equatore, perché un buon elevatore spaziale dovrebbe partire da lì per sfruttare al massimo l’energia centrifuga in modo da controbilanciare quella gravitazionale. Apprezzabile è il connubio tra tanta tecnologia e l’antica cultura monastica della montagna su cui sorgerà l’ascensore.

Il romanzo serve soprattutto a divulgare quest’idea, ancora irrealizzata e forse irrealizzabile, più che a intrattenere il lettore con una storia, ma la maestria di Clarke riesce comunque a creare alcune avventure che aiutano a tenere vigile l’attenzione del lettore, anche se questa non è certo la miglior opera della fantascienza e neppure di Clarke.

AMORI SPEZZATI SOTTO LA TORRE ANTICA

Intorno al mistero di un orologio su una torre fermo da troppo tempo, Alfredo Betocchi snoda alcune storie in epoche diverse, dal 1288, al 1796, al 1957 (e anni poco precedenti o successivi) in cui alcune coppie di giovani amanti s’incontrano, conoscono, amano e perdono. Dal desiderio di Risultati immagini per l'orologio della torre antica Betocchivendetta e dall’odio vediamo nascere delle streghe (una che vuole vendicare l’amato assassinato e l’altra che cerca la vendetta per una violenza subita) e scaturire una serie di malefici. Dallo scontro tra queste forze magiche, tra la saggia Maga Tara e la strega Elodia, si arriva al finale e si scopre quindi il segreto de “L’orologio della torre antica”. Tale è il titolo di questo primo romanzo di una saga fantasy in tre volumi realizzata di questo simpatico e cordiale autore fiorentino, conosciuto con il GSF alle Serate Letterarie della Laurenziana. Il sottotitolo, assai esplicativo, è “Storia di streghe, di morte e d’amore”, Edizioni Il Campano.

La vita, a volte, pone l’incredulo di fronte a strane esperienze nelle quali le sue certezze si fanno più sfumate e nulla pare più essere quello che sembra” è l’incipit che ci prepara a questo romanzo in cui l’ambientazione storica fa da sfondo a vicende sovrannaturali.

Vi troviamo descrizioni di figure come questa:

Correva l’anno 1795 ed il ricchissimo Tegrimo II dei Conti Guidi, omonimo del capostipite della dinastia ma ormai non più Signore del territorio, era il proprietario dello storico immobile. Questi era un compassato signore di cinquant’anni, di statura medio alta con i capelli folti brizzolati, un viso aperto e volitivo sul quale gli occhi mostravano uno sguardo severo, ma giusto”.

O scene di cruenti scontri campali come questa:

Ad un tratto, un gigantesco guerriero arabo si parò innanzi al giovane.

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Alfredo Betocchi

Impugnava un’affilata scimitarra rossa di sangue mentre, con l’altra mano, trascinava per i capelli una giovane donna, terrorizzata: la sua preda di guerra.”

Sarà lo stesso orologio a condurre a morte una delle streghe:

Senza una parola gli spettri spinsero con forza il pendolo che si trovava proprio dinanzi a loro e quello iniziò ad oscillare. Le ruote si mossero all’istante, stritolando tra i loro giganteschi denti Elodia, che emise dalla sua gola un urlo disumano”.

La ricetta per il fantasy del Betocchi ha, insomma, come ingredienti ambientazioni di varie epoche, amori giovanili, magia, mistero e vendetta.

Che cosa ci riserveranno le prossime avventure “La maga Tara” e “Selina, l’ultima strega”?

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