L’UOMO GESÙ

Inchiesta su Gesù”, sottotitolo “Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo” è un’intervista effettuata dal giornalista Corrado Augias allo storico Mauro Pesce a ridosso del successo planetario del primo romanzo di Dan Brown “Il codice da Vinci”, più volte citato nel volume Risultati immagini per Inchiesta su Gesù(interrogandosi sul perché del successo di un’opera, a detta degli autori, tanto modesta).

Il libro risente di una certa mancanza di organizzazione nell’affrontare i vari temi e di un buon numero di ripetizioni. Questi probabilmente sono difetti in buona parte connessi alla forma letteraria (l’intervista) scelta per la realizzazione di questo saggio.

Tolto ciò, l’opera si presenta molto interessante e ben argomentata e apre interessanti quesiti sulla figura di Gesù, della madre, degli apostoli, su alcuni miti successivi, quali quello del Santo Graal, e sulle ragioni dell’antisemitismo.

Il volume cerca di mantenersi obiettivo, non volendo essere né un supporto per la fede, né uno strumento per combatterla, ma solo un resoconto sullo stato dell’arte nelle indagini sulla figura storica di Gesù di Nazareth, distinguendo il Gesù ebraico, figura reale, dal Gesù Cristo, figura fondante del Cristianesimo e frutto di rielaborazioni filosofiche e teologiche.

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Corrado Augias

Il testo non è scritto per studiosi o esperti della materia, ma vuole essere opera divulgativa e fornire informazioni di base sulle conoscenze storiche di questa figura e della sua epoca, anche avvalendosi di fonti diverse, quali le ben ridotte fonti romane e i numerosi vangeli apocrifi, gnostici o meno, molti dei quali scoperti e tornati alla luce solo negli ultimi decenni.

Interessanti anche i chiarimenti in merito ad alcuni errori di traduzione, che si sono trasformati in professioni di fede. Non si tratta solo del ben noto errore del cammello che non riesce a passare attraverso la cruna di un ago (mentre il termine originale voleva dire “grossa fune”), ma anche dell’equivoca interpretazione del passo Isaia in cui si annuncia la nascita di Emmanuele da una “vergine”, traduzione solo cristiana, mentre gli ebrei hanno sempre letto e continuato a leggere il termine solo come “giovane donna”. Da questo nasce e si sviluppa il tema della verginità della Madonna, con tutte le implicazioni.

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Mauro Pesce

Importante è la riflessione sulla profonda ortodossia ebraica di Gesù e sul suo grande rispetto della religione della sua terra, su come mai abbia dato segni di voler creare una nuova religione o di voler “evangelizzare” non ebrei, essendo il suo un messaggio di un ebreo verso altri ebrei. Ortodossia affiancata, però, dall’aver creato attorno a sé un gruppo di persone che si muoveva al di fuori delle istituzioni, sia il tempio, sia lo stato, sia la famiglia.

Appare in questo volume anche il concetto, non nuovo, che nulla è più lontano dal pensiero di Gesù di voler dare centralità alla famiglia, con i suoi inviti a lasciare mogli, figli e genitori per seguirlo, con il suo dire, quando la madre e i fratelli (ne aveva almeno 5) lo cercano, che la sua vera famiglia sono i suoi discepoli, con il suo respingere la madre, con la totale assenza di figure paterne tra gli apostoli (pur essendo alcuni di loro sposati e forse con figli), nel senso che sebbene tra di essi compaiano alcune figure che sembrerebbero essere fratelli di Gesù (per non parlare del suo ipotetico gemello), non vi compare il padre, né hanno un ruolo i padri degli altri apostoli.

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“Jesus Christ Superstar” musical citato da “Indagine su Gesù”

Insomma, un volume semplice, ma utile per una riflessione sulla storicità dei vangeli. Una lettura doverosa soprattutto per chi non ne abbia già fatte di simili.

LE RIFLESSIONI ANCORA ATTUALI DI SHECKLEY

Risultati immagini per la decima vittima sheckleyLa Decima Vittima” di Robert Sheckley, sebbene non sia un romanzo, ma una raccolta di racconti, edita nel 1965, si è rivelata una lettura davvero avvincente e per nulla antiquata, nonostante questo libro abbia quasi la mia età, ovvero oltre mezzo secolo. Mancano, infatti, (quasi) certe ingenuità tipiche della fantascienza degli anni d’oro. I racconti sono tutti molto attuali e moderni e la lettura e ancora oggi assai coinvolgente e ricco di spunti di riflessione sull’amore, la morte, il gioco, la sicurezza, l’intelligenza, la sopravvivenza, il tempo.

 

Il primo racconto (“Il premio del pericolo”) è una sorta di anticipazione di “Hunger Games” e dei reality con un tale che partecipa a trasmissioni televisive con giochi sempre più pericolosi, in una sorta di avanzamento di livello da videogioco. Non c’è il circo mediatico immaginato nella trilogia di Suzanne Collins, ma l’ultima prova dura una settimana e vede il coinvolgimento oltre che di una squadra di sicari, della popolazione.

 

Il secondo racconto (“Il linguaggio dell’amore”) vede un simpatico protagonista incapace di esprimere i propri sentimenti in modo diretto, senza Risultati immagini per la decima vittima sheckleyperifrasi auto-contraddicenti. Costui si reca da uno studioso dell’antico Linguaggio dell’Amore che fu ideato dalla popolazione ormai estinta di un mondo lontano. Scoprirà così che i sentimenti non si possono studiare, ma solo vivere e che la causa dell’estinzione di questo popolo fu l’aver dedicato troppo tempo alla teoria, cessando di metterla in pratica.

 

Il terzo racconto (“Uccello da guardia”) affronta riflessioni analoghe a quelle portate avanti da Isaac Asimov con i suoi racconti e i suoi romanzi sui robot. A differenza di Asimov, che trova una soluzione ottimistica basata sulle celeberrime Leggi della Robotica, la risposta di Sheckley è pessimistica.

Le riflessioni concernono la possibilità di creare macchine intelligenti e in grado di imparare dalla propria esperienza e il rischio che queste possono creare dei danni agli uomini.

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Robert Sheckley (New York, 16 luglio 1928 – Poughkeepsie, 9 dicembre 2005) è stato un autore di fantascienza statunitense. Sheckley è stato insignito del titolo di Author Emeritus da parte della Science Fiction and Fantasy Writers of America nel 2001.

Sheckley immagina che siano creati degli Uccelli da Guardia robotizzati al fine di prevenire i crimini, tema che ricorda “Minority report” di Philip K. Dick (da cui fu tratto il film di Spielberg e una serie TV). La loro capacità di apprendimento dovrebbe servire a riconoscere sempre meglio gli intenti omicidi e a prevenirli. Anticipando il web, gli Uccelli da Guardia sono collegati mentalmente tra di loro e ciò che uno apprende lo trasmette a un altro.

Come i robot di Asimov s’interrogano su cosa sia un uomo, cosa sia il bene e se il bene di una comunità debba prevalere sul bene di un individuo, così gli Uccelli da Guardia di Sheckley elaborano una loro idea di morte e una loro idea di cosa sia la vita da preservare. Arrivano così a considerare l’interruzione di qualsiasi attività (sia la vita di un essere vivente, sia il moto di una macchina) come un omicidio e a cercare di impedire così che non solo un criminale uccida la sua vittima, ma anche che sia impedita la pena di morte, sia impedito a un chirurgo di operare, a un macellaio di uccidere, a una persona di schiacciare una mosca, a qualsiasi animale di uccidere la propria preda, a un erbivoro di nutrirsi, a un uomo di spegnere un’automobile o una radio, portando il mondo alla paralisi e interrompendo persino il normale ciclo di vita e morte tramite il quale la vita si perpetua.

 

Anche nel quarto racconto (“La scialuppa ammutinata”) i protagonisti si trovano alle prese con un’intelligenza artificiale che cerca di fare il loro bene, ma che avendo una concezione errata di cosa sia questo per l’uomo, tratta i due astronauti come se appartenessero a una razza aliena, con esigenze di temperatura, di alimentazione e sociali così diverse che il suo tentativo di aiutarli corrisponde al loro omicidio. L’artefice di questo errore è una scialuppa spaziale di salvataggio, acquistata di seconda mano dai due protagonisti, senza sapere che era stata tarata sulle esigenze di una razza non umana.

 

Il quinto racconto (“L’armatura di flanella grigia”) parla di una strana società che organizza incontri romantici, con l’ausilio di una radiolina a transistor che guida i potenziali innamorati verso incontri fatali e solo apparentemente casuali e preconizza una società futura in cui i sentimenti saranno pilotati da aziende specializzate.

 

Con il sesto racconto (“Potenziale”) Sheckley esplora i limiti della mente, prima mostrandoci un caso di amnesia e poi rivelandoci un incredibile progetto di colonizzazione mentale, da effettuarsi mediante trasferimento di coscienze dall’umanità in razze aliene, grazie al potenziale inespresso del cervello.

 

Il settimo racconto (“L’uomo impigliato”) si svolge su due piani, da una parte descrive una divertente trattativa commerciale tra un essere che ha appena creato un intero gruppo di Galassie (tra cui la nostra) e il suo committente che non ne è soddisfatto per una serie di difetti tra cui quello di contenere uno strappo nel tessuto dello spazio-tempo. Il secondo piano narrativo, vede un terrestre alle prese proprio con questa disfunzione, che dal suo appartamento di New York lo porta a entrare in un mondo preistorico o in alternativa in un futuro dall’atmosfera ormai irrespirabile.

 

Con l’ottava storia (“Se il rosso uccisore”) Sheckley s’interroga sulla morte, sul significato morale che possa avere la resurrezione quando è imposta. Il caso che ci sottopone è quello di un soldato che durante una guerra cruenta muore più volte e ogni volta è resuscitato contro la sua volontà espressa di restare morto.

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Yul Brinner nel film originale “Westworld”

Con il nono racconto (“Modello sperimentale”) troviamo un’ulteriore riflessione sui limiti “morali” dell’intelligenza artificiale e sull’incapacità delle macchine di definire un limite alla propria azione paternalistica. Sheckley ci mostra un viaggiatore spaziale dotato di un “modello sperimentale” di macchinario, il Protec, che dovrebbe proteggerlo da ogni sorta di attacco, ma che lo mette in difficoltà nel suo tentativo di fare amicizia con una popolazione aliena, rivelandosi una trappola mortale.

 

Il decimo (“Nugent Miller e le ragazze”) è una simpatica storia post-apocalittica con l’ultimo uomo rimasto sulla Terra, che, quando ormai dispera di trovare altri esseri umani s’imbatte in quattro ragazze, controllate però da una ferrea istitutrice che odia gli uomini e non lo vuol far avvicinare. È occasione, come molte altre opere del genere, per una riflessione sugli impulsi animali che possono riemergere nell’uomo quando la civiltà crolla.

 

L’undicesimo (“Stagione morta”) ci racconta di un sarto cui vengono commissionati degli abiti dalle dimensioni molto particolari e sposta i toni verso il paranormale più la che fantascienza.

 

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Westworld – serie TV

Il dodicesimo (“Pellegrinaggio alla Terra”) dipinge una Galassia in cui la Terra, ormai priva di risorse, è trasformata in una sorta di parco divertimenti, dove tutto è permesso. Le maggiori “attrazioni” del pianeta sono la guerra e l’amore, sconosciuti nel resto della Galassia. In particolare, ci sono società specializzate nel vendere il vero amore e l’omicidio è liberalizzato.

 

L’ultimo (“La decima vittima”), che dà il titolo alla raccolta, è un altro esempio di futuro immaginato da Sheckley in cui la morte è, limitatamente, legalizzata. Aderendo a una certa associazione le persone ricevono una sorta di licenza di uccidere secondo una regola abbastanza semplice, per dieci volte possono essere il cacciatore, poi devono diventare la vittima. La vittima non sa chi sia il suo cacciatore.

 

Il premio del pericolo”, “L’armatura di flanella grigia”, “Pellegrinaggio alla Terra” e “La decima vittima” sono tutti esempi di un mondo in cui amore e morte sono stati mercificati e trasformati in intrattenimenti a pagamento. In questo Sheckley appare un precursore non solo di “Hunger games”, ma anche del film di Crichton del 1973 da cui è stata tratta la serie TV omonima “Westworld”. Nel 1965, quando Sheckley pubblicò la raccolta, probabilmente queste storie potranno essere apparse come pure fantasie, ma oggi, nel 2016, sentiamo che queste visioni sono ormai non troppo lontane dalla nostra realtà, in cui tutto è spettacolo.

TENTATIVI DI FANTASCIENZA DI UNA NOBEL TENTENNANTE

Risultati immagini per memorie di una sopravvissuta lessingAvevo già letto un romanzo di Doris Lessing, “Martha Quest”, e non ero rimasto entusiasta, ma avendo scoperto che quest’autrice, premiata con il Nobel nel 2007, aveva scritto anche fantascienza, ho voluto provare uno dei suoi libri che di solito sono catalogati in questo genere. Ho provato così a leggere “Memorie di una sopravvissuta” (1990). Amo la fantascienza, le storie di sopravvivenza e la buona scrittura, dunque, il romanzo si presentava con buone carte per piacermi, ma si è rivelato non essere nessuna di queste tre cose.

Non penso che basti descrivere un mondo futuro dalle caratteristiche distopiche per fare fantascienza. Non penso che basti parlare di un gruppo di persone che si arrabattano in un mondo degradato per avere una buona avventura di sopravvivenza. Soprattutto, non penso che questo libro sia un esempio di buona scrittura.

Se Doris Lessing, anziché una premio nobel, fosse stata un’esordiente, io il docente di un corso di scrittura creativa e lei fosse venuta da me portandomi questo romanzo, le avrei dovuto rispondere:

“Cara Doris, credo che tu abbia la stoffa per scrivere, ma ora prendi questo romanzo e ripuliscilo. Non indulgere in descrizioni generiche, ma mostra l’azione. Non raccontare, ma descrivi questo tuo mondo immaginario. Dovresti poi dare una bella potata al tuo libro, per renderlo più solido. Rileggilo e vedrai che l’hai riempito di aggettivi. Per ogni sostantivo ne metti quasi sempre almeno due e a volte di più. Spesso sono quasi sinonimi. Non servono tanti aggettivi, Doris! Concentrati sulla struttura del discorso: soggetto, verbo e complemento oggetto. La narrazione sta tutta lì. Gli aggettivi sono spesso inutili, gli avverbi anche più e indeboliscono la narrazione. Perché poi ripeti più volte lo stesso concetto, la stessa immagine, la stessa azione? L’hai già detto. Vedi, l’ho appena fatto anch’io. Era davvero necessario? Concetto, immagine e azione sono cose molto diverse, è vero, ma bastava che dicessi di non ripeterti. Avresti capito lo stesso, no? Non insultare il lettore. Il lettore è intelligente e capisce con una frase sola. Sta a te, autrice, trovare la frase perfetta e bruciante, quella che dice tutto in poche sillabe. È questa la professionalità di un autore. Un dilettante erra alla ricerca delle parole e delle espressioni migliori. Un professionista arriva dritto al punto. Un romanzo non è una lezione. Il maestro ripete. I narratori antichi ripetevano, ma avevano davanti ascoltatori, probabilmente distratti, di certo illetterati. Se il lettore, non ha capito, può rileggere. Se non capisce, probabilmente non hai saputo esprimerti. Il lettore non ha colpa. La colpa è sempre e solo dell’autore.”

Possibile che si debba esser costretti a dire cose simili a una donna premiata con il massimo riconoscimento nel mondo della letteratura? Possibile che a Stoccolma ultimamente premiano autori così?

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Doris Lessing

Memorie di una sopravvissuta” ha una trama esile ma interessante: uno sconosciuto si presenta a casa della protagonista e le lascia una bambina ormai quasi adolescente. La donna rimane solo con la piccola e la alleva. La bambina è accompagnata da uno strano brutto cane dal muso di gatto. Nella casa, poi, c’è un misterioso muro che non potrei che definire magico e che si “schiude” su altri mondi. Siamo in un futuro imprecisato, in un luogo imprecisato. La civiltà sta degradandosi sempre più. Alcune bande passano attraverso il territorio.

Fin qui tutto ottimo. Si direbbe una trama intrigante da cui potrebbe nascere una grande storia. Ma Doris Lessing non è Stephen King che ne avrebbe fatto un agghiacciante capolavoro. Doris Lessing la prende alla larga… molto alla larga. Racconta di questo mondo, ma non ne fa vedere quasi nulla. Ci sono i personaggi della storia, ma sono sospesi in una nuvola di indeterminazione. Vediamo la casa della protagonista e quel poco che le sta attorno. Poco.

Peccato.

Se leggendo un libro non riesco a smettere, questo per me è il miglior segnale che ho davanti qualcosa di buono. Se, però, mentre leggo, non vedo l’ora di arrivare in fondo, non perché sono curioso, ma perché vorrei farla finita e passare a leggere altro, siamo sulla buona strada per dire che quel libro è tutt’altro che buono. Se la tentazione è di mollare la lettura, allora è davvero pessimo.

A metà di “Memorie di una sopravvissuta”, ho cominciato a chiedermi che cosa avrei potuto leggere dopo e a pensare che stavo perdendo tempo, che avrei potuto dedicare a letture migliori! Se non altro, però, non sono stato tentato di interrompere la lettura.

Vorrei dare ancora una chance a quest’autrice e alla sua fantascienza, ma dopo queste prime due prove sono davvero scoraggiato.

Il volume è corredato da una postfazione di Oriana Palusci che ci spiega, tra molte altre cose, che questo è un esempio di fantascienza sociologica, che uno degli autori cui si è ispirata maggiormente è Ballard, che il mondo dietro al muro ricorda quello di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che “Memorie di una sopravvissuta” fa parte del primo dei tre periodi che caratterizzano l’esperienza fantascientifica della Lessing.

Per fortuna la fantascienza sociologica ha prodotto ben altri risultati. Persino i recenti telefilm “The walking dead” e “Wayward Pines” ci offrono assai migliori descrizioni di tentativi di riorganizzazione sociale in un mondo degradato. I bambini selvaggi della Lessing non hanno neanche un po’ della vivacità e concretezza dei bambini de “Il Signore delle mosche”, anche questo citato dalla Palusci, e scritto da un premio nobel di ben altro livello, qual è William Golding. Se questa Lessing mi ha deluso, forse, sarà proprio per il suo ispirarsi a Ballard che, tra gli autori di fantascienza mi è parso uno dei più fumosi (anche lui però l’ho letto poco).

Se il confronto della Palusci con Golding non tiene, regge ancora meno quello con quel capolavoro assoluto della letteratura mondiale che è “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Dove sono le fantasie oniriche di Carroll e i suoi magici personaggi?

La considerazione che questo sia stato uno dei primi tentativi della Lessing di spostarsi verso la fantascienza, lascia una porta aperta alla speranza che con opere successive abbia poi effettivamente imparato a scrivere qualcosa di apprezzabile per gli amanti del genere.

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TIM BURTON E GLI ANELLI TEMPORALI DI RIGGS

Risultati immagini per la casa per bambini speciali di miss peregrineHo visto che sta per uscire in sala un nuovo film di Tim Burton, ispirato al romanzo “La casa per bambini speciali di Miss Peregrine”, scritto da Ramson Riggs. Ho voluto leggere il romanzo prima di vedere il film. Come per quel capolavoro che è “La fabbrica di cioccolato”, Tim Burton ha scelto un libro geniale per realizzare un film che spero sia altrettanto geniale del remake del film con Gene Wilder prodotto qualche anno fa.

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Ramson Riggs

La casa per bambini speciali di Miss Peregrine” è il primo volume di una trilogia (almeno per ora) pubblicato da questo giovane autore statunitense nato nel Maryland nel 1980 e, in effetti, il finale è piuttosto aperto e lascia presagire un seguito (che ho scoperto esistere veramente solo a lettura ultimata).

Si tratta di un piccolo capolavoro di avventure di ragazzi e per ragazzi, ma non solo. Credo che si presterà bene alla regia visionaria di Tim Burton. La scena dei bambini che guardano le bombe cadere sulla loro casa cantando canzoncine e indossando maschere antigas mi ha fatto ricordare oltre a “The Wall” dei Pink Floyd, le canzoni degli Umpa Lumpa ne “La fabbrica di cioccolato”, autentica chicca di umorismo macabro.

Il romanzo, per quanto non lungo, è complesso e ricchissimo di colpi di scena e trovate. Riesce a essere, nel contempo, storia sui rapporti generazionali all’interno di una famiglia, storia di mostri (autentici freaks da circo ma anche esseri spettrali da cinema horror), interessante variazione sui viaggi nel tempo e sulle ipotesi di tempo circolare (che possono derivare dal concetto di spazio-tempo multidimensionale, con alcune dimensioni ricurve), descrizione delle dinamiche di una comunità separata dal resto del mondo, avventura, raffigurazione delle difficoltà della crescita e dell’inserimento nel mondo.

Il romanzo è illustrato da alcune curiose foto d’epoca e pare sia stato costruito proprio attorno ad esse.Risultati immagini per la casa per bambini speciali di miss peregrine

Vivace, ricco di personaggi affascinanti, fantasioso è stato una splendida scoperta e spero davvero che Burton possa averne tratto un film degno e che possa dar modo a un pubblico più ampio di scoprire questo piccolo gioiello letterario.

Certo, ci sono immagini che sembra di aver già visto, come Miss Peregrine (una vecchia signora nel libro, un’avvenente giovane donna nel trailer) che si trasforma in falco pellegrino come Minerva McGranitt nei romanzi su Harry Potter si muta in gatto o, meglio, la protagonista di Ladyhawke, i Vacui dalle lingue prensili come nel telefilm “The Strain”, il ragazzo invisibile e la ragazza che produce fuoco e la ragazza fortissima come ne I Fantastici Quattro (manca solo quello che si allunga come un elastico) e la stessa casa pare una via di mezzo tra Hogwarth e il ritrovo degli X-Men, ma l’insieme è fresco e sembra persino spontaneo.Risultati immagini per la casa per bambini speciali di miss peregrine

DOVE STA ANDANDO A FINIRE IL PREMIO NOBEL?

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Bob Dylan

Oggi, 13 Ottbre 2016, è stato assegnato al cantautore americano Bob Dylan il Premio Nobel per la Letteratura. La mia prima impressione a caldo è stata di sdegno e ho pensato che davvero stiano screditando questo premio.

Mi è sembrato quasi di essere Doc in “Ritorno al futuro” quando Marty gli dice che Ronald Reagan diventerà Presidente degli Stati Uniti d’America! Bob Dylan, nobel per la letteratura: non mi prendere in giro!

Senza nulla togliere ai canzonieri, forse dice bene Baricco che le canzoni non sono letteratura e dico io che Baricco, sebbene non in corsa, lo avrebbe meritato dieci volte più di Dylan. C’erano, comunque, candidati ben più autorevoli ancora non insigniti, basti pensare all’eterno candidato Murakami (della cui genialità ancora non capisco i limiti) o ad autori mai neppure presi in considerazione come il grandioso King o magari un Lansdale, un Roth (anche lui più volte candidato), un Eugenides o un JonassonEco, purtroppo, ci ha lasciato prima di poterlo vincere e non mi risulterebbe si possano dare assegnazioni postume. Tra i nomi circolati c’erano Don De Lillo, il siriano Adonis, il keniota Ngugi wa Thiong, Joyce Carol Oates, Richard Ford e il notevole Thomas Pynchon. Se si voleva dare un segnale di rottura e novità, perché non premiare qualche autore di genere, sdoganando finalmente, per esempio, la fantascienza, il fantasy, il thriller, il noir. Perché non premiare magari un Dan Simmons o una J.K. Rowling?

Non è certo la prima volte che il premio è assegnato ad autori deludenti, ma almeno erano scrittori! Certo, si può dire che un cantautore è anche un poeta e che anche nell’antichità musica e parole erano spesso abbinati. Insomma, la scelta si può giustificare, ma mi pare un inutile strizzare gli occhi al grande pubblico, quasi che sia il Nobel a cercare pubblicità piuttosto che essere un premio destinato a sostenere autori meritevoli. Anche in passato il nome del menestrello rock era apparso trai possibili papabili, ma l’ipotesi era stata liquidata dai più come un’idea balzana. Questa volta, invece, l’ha ottenuto! Se la letteratura si apre alla musica, possibile che il suo massimo rappresentante sia lui? Lasciando da parte i morti, forse che i Rolling Stones o i Beatles hanno fatto meno storia di lui? È autori più impegnati come i Genesis o i Pink Floyd? Toccherà a qualcuno di loro la prossima volta? Allora, dice bene Baricco che dovrebbero dare il Grammy Awards a qualche scrittore e, aggiungo io, il premio Oscar a un architetto.

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Dario Fo

Sebbene apprezzi sia Bob Dylan che l’appena scomparso Dario Fo per quello che hanno fatto, rispettivamente, nel campo della musica e del teatro, in entrambi i casi, l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura mi è parso fuori luogo. Fo, se non altro aveva il merito di aver inventato quella sorta di meta-lingua, fatta di suoini e assonanze e, comunque, il teatro da sempre è abbinato alla letteratura, pur essendo cosa diversa. I testi delle canzoni sono poesia? Forse sì. Anzi, a volte sono più poetici di certe “poesie” ufficiali, ma musica e letteratura sono arti diverse. Anche nei cantautori il testo non dovrebbe essere distinto dalla musica. Un premio a Dylan allarga gli orizzonti della definizione di letteratura. Sarà un bene? Diciamo che le etichette servono solo ai critici, dunque potremmo chiamare letteratura anche molte altre cose, se ci aggrada o se fa piacere ai giudici di Stoccolma.

Purtroppo, anche nel caso di veri scrittori, negli ultimi anni sono stati insigniti autori ben inferiori ad altri in circolazione. Un vero peccato per questo riconoscimento, che si sta trasformando quasi in un premio Oscar, che è un’altra cosa. Con questo non voglio criticare in nessun modo né Fo, né Dylan e con tristezza apprendo la scomparsa di questo grande guitto che da ragazzo ho molto amato.

Non ho certo letto tutti gli autori insigniti del Premio in passato e di alcuni ho letto solo poche cose, ma se ho amato alcuni di loro, altri mi hanno profondamente deluso. Mi pare incredibile che un Premio che è stato assegnato a nomi come Carducci, Kipling, Mann, Pirandello, Hesse, Gide, Eliot, Hemingway, Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Neruda, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, SaramagoGrass e Solženicyn, possa essere riconosciuto anche a  Doris Lessing, Orhan PamukAlice MunroPatrick Modiano.

Di recente il solo nome valido, mi è parso Mo Yan.  Tra i nobel di questo secolo il solo che potrebbe confrontarsi con Mo Yan è forse Mario Vargas Losas, ma anche il peruviano è di sicuro inferiore al cinese.

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Svetlana Aljaksandraŭna Aleksievič

Quanto a Svetlana Aleksievic mi pare che siamo di nuovo dalle parti del quesito su Fo e Dylan: cosa c’entra il giornalismo con la letteratura?

Insomma, le scelte sono due:

  1. Accettare l’autorevolezza del Comitato di Stoccolma e cercare di convincersi che i confini della letteratura ormai sono assai più ampi e comprendono il teatro istrionico di Fo, le canzoni di Dylan, i saggi dell’Aleksievic e, in futuro, chissà che cos’altro, magari anche i graffiti dei
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    Bob Dylan

    writers, il cinema o i video fatti con lo smartphone;

  2. Rendersi conto che questa giuria a volte si lascia condizionare da scelte poco comprensibili e che la portano a premiare talora autori minori che vorrebbe far conoscere, talora autentici artisti, talora personaggi il cui nome serve soprattutto al Premio per farsi notare dal pubblico.

Purtroppo, non so quale delle due soluzioni mi piaccia meno. Se in genere ho sempre creduto poco nella validità di qualsiasi premio artistico, spesso pilotati da esigenze e volontà economiche, per un po’ mi ero illuso che almeno il riconoscimento svedese fosse fuori da queste logiche e potesse rappresentare un faro per illuminare le nostre scelte di lettura. Ma serve illuminare un cantautore già ben noto a livello planetario? Non avremmo piuttosto bisogno di riflettori su autori minori, meritevoli ma privi del dovuto riconoscimento del pubblico?

 

LA HOGWARTH DIVERGENTE E IL FIGLIO UCRONICO DI HARRY POTTER 7 e ¾

Risultati immagini per harry potter e la maledizione dell'eredeQuando si legge il sequel inatteso di un ciclo di sette romanzi che rappresentano una serie dichiarata dall’autrice conclusa e quando questa serie è la più letta e amata di sempre, la prima domanda che si ha in testa è: sarà questo libro all’altezza dei precedenti?

I sette romanzi in questione sono quelli della saga miliardaria di Harry Potter, dei cui pregi ho già avuto modo di parlare. Mi limito qui a dire che J.K. Rowling vi ha fatto un uso magistrale di tutte le fondamentali componenti di un romanzo d’avventura.

Il nuovo libro in questione è il recentemente pubblicato “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. La seconda domanda che un lettore affezionato alla serie si pone, immagino possa essere: che cosa potrà mai essersi inventata J.K. Rowling per una storia la cui caratteristica era descrivere le avventure di un ragazzo in una scuola di magia e le sue battaglie contro un mago malvagio, quando il ragazzo in questione ha ormai ultimato gli studi e il perfido Voldermort è defunto e sconfitto definitivamente?

Per capire e valutare quest’opera occorre dire che J.K. Rowling ha, in parte, tenuto fede alla sua promessa di non scrivere un altro romanzo del ciclo ormai concluso.

Harry Potter e la Maledizione dell'Erede

Gli attori della versione teatrale di “Harry Potter e la maledizione dell’erede”

In effetti, non ha scritto un romanzo. “Harry Potter e la maledizione dell’erede” è solo una sceneggiatura per uno spettacolo teatrale, già andato in scena. Inoltre, il protagonista è più che Harry, suo figlio Albus Severus Potter e tra gli autori figurano oltre alla donna più ricca d’Inghilterra anche Jack Torne e John Tiffany. La forma narrativa è importante, infatti, un romanzo è di sicuro più adatto alla lettura. Inoltre, la struttura temporale tipica dell’eptalogia qui si perde, dato che nello stesso (piuttosto breve) testo troviamo condensati i primi anni di scuola di Albus Severus Potter, anziché avere la classica struttura un anno/un libro.

I richiami ai romanzi precedenti sono numerosi e questo può far piacere ai fan della serie e aiutare chi non li conosca, ma sembra anche un trucchetto per riempire una storia. Mi irrita un po’, per esempio, vedere ancora una volta i bambini varcare titubanti il muro del binario 9 e ¾. In realtà, questi richiami hanno un preciso senso e una ragione d’essere e, per spiegarli, dobbiamo dire anche quale sia la vera novità di questo libro rispetto al resto del ciclo.

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Rupert Grint, Emma Watson, e Daniel Radcliffe

I precedenti erano soprattutto libri di varia magia. Anche quest’opera teatrale lo è, ma potrebbe ben essere definita una storia sui viaggi nel tempo. Anche nel ciclo troviamo la giratempo, un oggetto magico mediante il quale Hermione Granger aumenta il tempo per studiare e che, assieme, a Harry, usa per una delle loro imprese, ma in “Harry Potter e la maledizione dell’erede” la giratempo è l’elemento centrale. Bisogna dire che mi è quasi parso di essere dentro un “Ritorno al Futuro IV”, piuttosto che in un “Harry Potter 7 e ¾”! Veniva quasi da chiedersi che fine avessero fatto Marty e Doc!

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Doc e Marty in “Ritorno al futuro”

In ogni caso, devo dire che ho letto il libro con piacere e con una gran voglia di continuare a leggerlo e credo che non ci sia pregio maggiore. Tutto sommato fa persino piacere vedere Harry, Ron, Hermione e Ginny adulti e impegnati con preoccupazioni da genitori, anche se forse i brani su i dubbi paterni di Harry e la sua conversazione finale con il ritrovato Albus Severus potevano anche esserci risparmiati e parlo da genitore. Posso immaginare quanto poco possano esser piaciuti a un ragazzino, ma forse sbaglio.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany

Se si accetta, dunque, di essere in un altro tipo di storia, in cui si parla molto di conflitto padri-figli, in cui i protagonisti sono altri, la forma narrativa è diversa, i ritmi sono nuovi, si potrà allora accettare questa Hogwart divergente, in cui la verità non esiste, in cui tutto è possibile, in cui Draco Malfoy e Harry Potter possono fare amicizia, in cui Harry Potter può morire, in cui Voldermort può tornare, in cui Severus Piton può salvare una seconda volta il mondo, in cui Ron può sposare Hermione oppure no, in cui i figli di Draco e Harry possono essere grandi amici, in cui tutto è possibile e il contrario di tutto, se, insomma, si apprezza questa versione matura e ucronica di Harry Potter, allora si può anche leggere con piacere questa sceneggiatura e aspettare che Daniel Radcliffe compia quarant’anni per poter fare prossimo film.

24 Settembre 2016

24/09/2016 – uscita dell’edizione italiana

CHIEDERE DI DIO AL DIAVOLO

Risultati immagini per La caduta di Hyperion SimmonsIl romanzo pluripremiato e iper-apprezzato “Hyperion” di Dan Simmons è il primo volume di un ciclo di quattro romanzi fantascientifici denominati “I Canti di Hyperion”, ispirati alla figura del poeta ottocentesco John Keats e alle sue opere, in particolare gli omonimi “Iperione” (opera incompleta, poi riscritta come “La caduta di Iperione”) e “Endymion”.

La quadrilogia di Dan Simmons comprende:

  1. Hyperion” (id., 1989)
  2. La caduta di Hyperion” (The Fall of Hyperion, 1990)
  3. “Endymion” (id., 1995)
  4. “Il risveglio di Endymion” (The Rise of Endymion, 1997).

Oltre ai quattro romanzi principali vi sono un romanzo breve, “Gli orfani di Helix” (Orphans of the Helix, 1999; premio Locus 2000), ambientato 481 anni dopo la tetralogia, e due racconti brevi, “Remembering Siri” e “The Death of the Centaur”.

 

Hyperion” è un contenitore di sei, affascinanti, romanzi brevi, retti da una cornice comune. La maggior debolezza di questo primo volume è la sua incompiutezza, dato che le sei storie convergono nella “cornice comune”, ovvero nel viaggio dei sei protagonisti (i “pellegrini”) sul pianeta Hyperion, senza trovare una vera unità narrativa. Tale debolezza può esser perdonata, considerata la grande fantasia del volume, pensando che nei volumi successivi le sei storie potranno trovare tale unità e le molte domande aperte avere risposte. Leggendolo, insomma, mi sono quasi aspettato che questo primo volume fosse solo una premessa del secondo, che avrebbe rappresentato il cuore della quadrilogia e in cui le sei storie avrebbero trovato un’immediata unità e parziale spiegazione (pur essendo consapevole che altri due volumi attendevano per completare la trama).

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Dan Simmons (Peoria, 4 aprile 1948)

Questo, però, avviene in modo molto ridotto con il secondo volume “La Caduta di Hyperion”. Non abbiamo qui più la struttura a racconti incastonati nella cornice generale, ma quest’ultima diviene la storia portante, riunendo per un po’ i sei personaggi, che, però, tornano presto a dividersi. Inoltre, una seconda storia si sviluppa in parallelo allo “sviluppo della cornice”, avendo come protagonista un nuovo cibrido collegato alla personalità artificiale di John Keats. La centralità del poeta e delle sue opere già riscontrata nel primo romanzo, qui acquista ancora maggior rilievo.

Il cibrido è un essere umano creato artificialmente e con una personalità ricostruita sulla base di quella del poeta morto alcuni secoli prima e presente in una sorta di rete internet evoluta. In uno dei sei racconti del primo libro, abbiamo visto come il cliente e amante della detective Brawne Lamia fosse un cibrido con la personalità (e il nome) di John (Johnny) Keats. Quando il cibrido viene distrutto, trasferisce la propria personalità nella mente della donna. Il suo corpo viene, invece “riciclato” per dare vita a un nuovo cibrido, che prenderà nome di Joseph Severn (nel mondo reale costui era un’artista amico del poeta inglese ottocentesco). Joseph Severn, che diviene il ritrattista di Meina Gladstone (primo funzionario dell’impero galattico chiamato Egemonia dell’Uomo) e una sorta di suo consigliere, conserva memorie della vecchia personalità del cibrido John Keats e “sogna” i sei pellegrini che su Hyperion stanno per incontrare il mitico mostro tecnologico noto come Shrike. I suoi sogni riportano in realtà fedelmente i movimenti dei pellegrini e il loro scontro con il mostro proveniente da un imprecisato futuro.

Questo romanzo, che deve essere letto unitariamente a “Hyperion” (di cui è l’immediato seguito e sviluppo) e, presumo, agli altri romanzi del ciclo, conferma la ricchezza di contenuti del primo, sia per gli importanti riferimenti letterari, sia per l’intensa riflessione su Dio, la morte, il tempo, il dolore, la tecnologia e il futuro.

I riferimenti a religioni reali e immaginarie sono importanti e l’opera, che fa riferimento al keatsiano conflitto tra Titani e Dei olimpici, mostra qui il conflitto tra umani, nuovi umani (Ouster) e, soprattutto, intelligenze artificiali presenti in una rete che somiglia a un web iper-potenziato e autocosciente (il TecnoNucleo). Assistiamo a un conflitto tra tre fazioni di IA (intelligenze artificiali), Stabili, Volatili e Finali (ma non pensate a nulla di simile all’adolescenziale “Divergent” di Veronica Roth con i suoi Candidi, Eruditi, Pacifici, Abneganti, e Intrepidi; siamo in un altro genere di letteratura) intorno alla generazione di un nuovo Dio (IF – Intelligenza Finale), da generare dalla Rete, con l’umanità ridotta a pedina di un gioco assai più grande.

Il fascino del primo volume, per me, era soprattutto nelle storie che parlavano dei misteriosi e primitivi Bikura o in quella della ragazza per la quale il Risultati immagini per La caduta di Hyperion Simmonstempo ha preso a scorrere alla rovescia, facendola tornare bambina, ma questo secondo volume ricorda assai di più il racconto delle imprese belliche del colonnello Kassad e  trasforma il ciclo in una “space opera”, assai di più di quanto si potesse immaginare leggendo il solo “Hyperion”, proiettandoci nel mezzo di un’epica ed estrema guerra interstellare tra umani tradizionali e i mutanti e multiformi Ouster da una parte, tra le varie fazioni dell’IA dall’altra, tra gli umani e il TecnoNucleo da un’altra parte ancora.

La creativa e l’immaginazione di questi libri fanno di Dan Simmons di sicuro uno degli autori di fantascienza più fantasiosi e geniali.

Anche quest’opera, però, presenta un finale alquanto incompiuto e ci spinge a leggere i volumi successivi, ma la tensione narrativa creata da “Hyperion”, cala in modo rilevante con “La caduta di Hyperion”. Rimane comunque la sensazione di essere davanti a uno degli ultimi capolavori del XX secolo, che per essere compreso e valutato appieno andrebbe letto unitariamente in tutte le componenti del ciclo, cosa che spero di poter fare abbastanza presto.

 

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