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SULLA SCRITTURA E LA VITA DEL RE

Quella che segue, più che una recensione, sono alcune riflessioni e appunti sui consigli di lettura inseriti nel volume di quello che considero uno dei migliori scrittori viventi, forse il migliore. Parlo di quello strano testo che è un misto di autobiografia e manuale di scrittura scritto da Stephen King e intitolato, anche nella versione italiana “On writing”. L’illuminante sotto titolo è “Autobiografia di un mestiere”. King è uno di quei rari fortunati che di mestiere fa lo scrittore e che guadagna abbastanza da non doverne fare altri, a parte, magari sceneggiare qualcuno dei numerosi film tratti dai suoi best-seller mondiali.

 

La prima parte di “On writing” è una sorta di autobiografia di Stephen King, particolarmente concentrata sugli anni dell’infanzia e, in secondo luogo, sulle prime esperienze di scrittura.

All’inizio non aveva fatto caso al sottotitolo del libro “Autobiografia di un mestiere”, per cui questa parte mi aveva lasciato un po’ interdetto, aspettandomi qualcosa di più simile a un manuale di scrittura. In effetti, disapprovo l’idea di mescolare due oggetti tanto diversi come un autobiografia e un manuale, anche se entrambi possono essere utili allo scopo di capire come scrive un grande autore. Nelle prime pagine, dunque, troviamo ben pochi suggerimenti diretti di scrittura, a parte forse i seguenti:Stephen King in 1952, 3 years after his father walked out on his family.

 

Non esiste un Deposito delle Idee, non c’è una Centrale delle Storie, un’Isola dei Best-Seller sepolti; le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punto in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d’incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo. Il tuo compito non è trovare queste idee ma riconoscerle quando si manifestano.

Altrove King scrive che le storie sono sepolte e che tocca a noi, come archeologi tirarle fuori con cura, evitando di rovinarle.

 

Il giorno in cui andai da lui a consegnare i miei primi due articoli, Gould mi disse qualcos’altro di molto interessante: scrivi con la porta chiusa, riscrivi con la porta aperta. In altre parole, ciò che scrivi comincia come una cosa tutta tua, ma poi deve uscire. Dopo che hai ben capito che storia è e la scrivi nella maniera giusta, o comunque al meglio di cui sei capace, appartiene a chiunque abbia voglia di leggerla. O criticarla.”

Questo è un concetto che ripete più volte nel volume: la prima stesura si fa in solitudine, ma poi occorre accettare le critiche altrui e prenderne atto, adattando la nostra creatura.

La sensazione che ho avuto nel leggere queste prime pagine è stata che King volesse dirci: la tua scrittura dipende dalla tua vita. Credo che questo sia in parte vero: quel che scriviamo, anche se non è per nulla autobiografico, in qualche modo riflette quel che siamo e noi siamo così perché abbiamo vissuto in un certo modo, in un certo posto e in un certo momento.

Ne deriva la considerazione scoraggiante “non potrò mai diventare un grande scrittore come Stephen King, perché la mia vita è stata molto più semplice e meno drammatica della sua”. È però un impressione errata. Provate a riscrivere la vostra infanzia allo stesso modo di King e vedrete che contiene non meno emozioni importanti della sua.

Un’altra cosa che emerge dall’autobiografia di King è il suo amore infantile per le storie horror. Non per nulla è noto come il Re del Brivido, anche se questa definizione è ingenerosa, essendo molto di più.

Ne deriva allora che da adulti scriveremo storie simili a quelle che amavamo da bambini?

Pensando a me stesso, la risposta parrebbe affermativa: da bambino amavo le storie di avventura (Salgari, Verne, London) e da adulto scrivo romanzi che hanno spesso una forte componente avventurosa (solo una componente, però, eh!). Da ragazzino amavo la fantascienza e da adulto scrivo storie fantastiche ma razionali (come dovrebbe essere la buona fantascienza).

Il corollario potrebbe essere che chi non amava leggere da bambino, non potrà mai diventare uno scrittore. Forse è così, ma penso che l’amore per la lettura possa essere sostituito dall’amore per qualche altro genere di storie, come quelle dei film.

Insomma, l’amore per la scrittura è amore per il racconto e l’amore per il racconto nasce con noi.

Aver messo questa parte all’inizio dovrebbe servire a far capire a chi legge che se non ha questo amore per le storie, è inutile che vada avanti con il libro, che nella seconda parte si addentra nelle tecniche di scrittura, pur non essendo mai davvero troppo tecnico.

 

La prima lezione ci fa capire quanto sia importante disporre, nella propria testa, di un buon vocabolario, ma anche e soprattutto come il più grande errore sia quello di fingere di disporre di un vocabolario più grande di quello che abbiamo: il lettore se ne accorgerà subito e tutto diverrà artificiale.

Tra le parole da cui diffidare, come ogni buon maestro di scrittura, King mette gli avverbi. Lui come altri ci dice: evitate gli avverbi. Se avete costruito bene la storia, sono inutili. Quel che dicono dovrebbe esser già stato detto dal contesto. Se servono, aggiungo io, interroghiamoci su quel che abbiamo scritto prima, che forse non è così buono. Concetto su cui devo ancora riflettere, perché amo il barocchismo degli avverbi, anche se credo di abusarne meno di quanto vorrei.

Un’altra lezione è sulla grammatica. Dobbiamo conoscerla, perbacco! Si può anche violare e a volte è necessario farlo (se ho un personaggio ignorante mica posso farlo parlare come un professore!), ma occorre conoscerla. Se la conosciamo poco, vale la regola del vocabolario: usiamo quella che conosciamo. Non lo dice King, ma lo dico io: se non sappiamo scrivere in modo complesso, scriviamo con periodi semplici.

A proposito, King ci parla anche dei paragrafi, che per lui sono il cuore della narrazione, più delle frasi o dei periodi. Devono avere una loro unitarietà e coerenza. Un paragrafo può durare una riga, come molte pagine, ma deve avere una sua vita.

King ci spiega anche che crede poco nella trama. Questo lì per lì mi ha un po’ spiazzato, basti pensare agli “ingredienti magici” della scrittura come li avevo individuati nell’analisi dei romanzi della Rowling, un’altra delle migliori autrici viventi e che poi ho utilizzato per esaminare la scrittura di molti altri autori, compreso lo stesso King, che ho raffrontato persino con la Rowling stessa. Ho sempre pensato che un romanzo senza trama parta già male, poi ho capito cosa intendesse: la trama viene su da sola. L’errore è la trama precostituita. King dice che le storie si devono scavar fuori dal terreno. Vengono fuori un pezzo per volta. Capisco allora che ha perfettamente ragione. Anche io non scrivo mai una trama per esteso, in dettaglio, prima di cominciare. Parto da un concetto, da una scena, da un personaggio. Ci immagino sopra una direzione, più che una trama. Questa, che poi è un sinonimo di intreccio, si sviluppa da sola. Le sue varie linee si mescolano, uniscono e dividono. Magari, posso pensare di alternarle (parlare ora di un personaggio, ora di un altro e poi di entrambi assieme, per esempio), di tendere verso un finale, ma non so mai bene dove vado veramente e per quale percorso. Alla fine, però, ci sarà una trama da poter raccontare e descrivere, dico io e, aggiungo sempre io, se alla fine non avremo tirato fuori un bell’intreccio, che con le sue corde sorregga tutta la storia e i personaggi, rischieremmo di veder venir tutto giù.

Mi permetto di raccontare come è nato il mio ultimo racconto: dall’abbinamento di una frase di Mark Rowlands che parlava dell’intelligenza utilitaristica delle scimmie e dall’invito a partecipare a un concorso sul tema del futurismo. Mi è bastato mettere assieme le due parole “scimmia” e “futurismo”, rileggermi il Manifesto di Marinetti ed è nata la storia. La trama è venuta dopo, riga per riga.

A proposito dei dialoghi, King ci invita a essere naturali. Come sono difficili i dialoghi! Quando facciamo parlare qualcuno non siamo più noi a parlare, ma lui. Non è possibile che in un romanzo tutti parlino allo stesso modo, a meno che non siano personaggi tutti con la stessa origine, tipo gli alunni di una classe, i membri di una famiglia. Anche in questi gruppi così stretti, ci sono sempre differenze. Moglie e marito hanno origini diverse. Nella classe ci possono essere ragazzi di fuori città. Non è una questione di usare forme dialettali (odio il dialetto!), ma di diversi modi di usare il vocabolario e la grammatica, le forme retoriche, i cliché, le ripetizioni, le pause…

Lo stesso discorso vale per i personaggi. Per essere veri non possono essere solo delle macchiette o, peggio, non avere nessuna caratteristica. Ci vuole equilibrio tra i due estremi. Occorre caratterizzarli quando basta da non farli confondere l’uno con l’altro e, possibilmente, da crearne almeno uno o due che siano indimenticabili.

King ci dice di osservare chi ci sta intorno, che i personaggi dei libri non vengono direttamente dal mondo reale, ma ne prendono gli elementi. Non è facile però costruire un personaggio mettendo assieme le caratteristiche di persone reali, anche perché di solito sono tra loro incompatibili, come in quel gioco per bambini in cui uno disegna una testa, uno il busto e uno le gambe e poi le tre parti vengono messe assieme, creando dei mostri che di solito suscitano l’ilarità dei bambini. Di solito però non è quello l’obiettivo di un autore. Mi pare di capire che King sia più per creare ex-novo i propri personaggi, “decorandoli” magari con qualche elemento preso dalla realtà.

Nello scrivere dobbiamo sempre cercare di essere “reader-friendly”: questo credo sia un concetto fondamentale, ma di non facile applicazione Stephen King, 1967quando si vuole essere “sofisticati”. Una scrittura spontanea e immediata, però, raggiunge molto meglio il suo scopo di una arzigogolata o artificiosa. Questo non deve voler dire apparire scialbi, ma cercare di essere in sintonia con il lettore. Come ricorda King:

Io non credo che debba essere concesso a un racconto o un romanzo uscire dalla porta del vostro studio o della vostra stanza di scrittura se non siete convinti che sia ragionevolmente reader-friendly. Non potete soddisfare sempre tutti i lettori; non potete soddisfare sempre nemmeno alcuni dei vostri lettori, ma dovete sforzarvi in ogni modo di soddisfare almeno alcuni lettori qualche volta. Credo sia stato William Shakespeare a dirlo.

 

King ci parla anche dell’importanza degli elementi “decorativi” del romanzo, come il simbolismo. Sul simbolismo non possiamo costruire la nostra storia, ma potrebbe esser questo a dargli un diverso spessore. L’autore cita il simbolismo del sangue nel suo “Carrie”. Io penso, invece, ai numerosi simboli nascosti nel mio “Il Colombo divergente”. Per aiutare il lettore a scoprirli ho inserito persino delle parti in corsivo, che compaiono nel mezzo della narrazione e che forniscono la chiave per scoprire i simboli nascosti, ma quasi nessun lettore che mi ha recensito mi pare essersene accorto! In un certo senso l’obiettivo era quasi questo: il simbolismo doveva arricchire la trama, ma non invaderla. Diciamo che i simboli servono soprattutto all’autore e a pochi lettori, dato che gli altri leggono senza badarvi. Difficilmente un testo viene esaminato come fosse la “Divina Commedia”. Non certo quello di un autore sconosciuto o presunto commerciale. Dunque, il simbolismo serve soprattutto a lui, all’autore. Serve all’autore, perché per applicarli porta la storia in nuove direzioni, in cui non si sarebbe orientato senza la presenza dei simboli. Come ogni elemento che aggiungiamo a una storia, ci apre nuove porte, che possiamo decidere (come lettori e come autori) di aprire o meno.

Il simbolismo non è solo un elemento decorativo, dunque, ma è una porta per nuovi mondi, una chiave per una diversa comprensione, uno stimolo intellettuale.

Il più delle volte scorgo la possibilità di aggiungere i particolari estetici e i tocchi ornamentali quando la narrazione in sé è pressoché finita.scrive King. Anche in questo il mio modo di scrivere somiglia al suo (avrei voluto aggiungere “maledettamente”, ma oggi voglio essere diligente e eviterò l’avverbio). Non so lui, ma io scrivo per stratificazioni successive. A volte mi limito ad aggiungere solo frasi qua e là, altrove volte sono proprio elementi che più che decorativi sono unificanti: decorazioni che fungono da richiamo, che creano non una struttura, ma una cornice per la storia, elementi che ritornano a dare un ritmo, nuovi personaggi che mutano il senso della storia. Per “Il Colombo divergente” cambiai addirittura la persona in cui era scritto (dalla terza alla seconda singolare) e il tempo. L’ultimo racconto che ho scritto, di cui parlavo prima, nasce di 10.000 caratteri e diventa alla fine di 20.000. Nella prima stesura il secondo personaggio è appena accennato, nella seconda lo delineo maggiormente. Nella prima ci sono meno allusioni al futurismo, meno dettagli sulla mentalità delle scimmie.

King ci parla poi dei retroscena. Possono essere utili per presentare una situazione, un personaggio, ma tendono a essere divagazioni e come tali ci portano lontano dalla storia. In linea di massima è bene evitarli. Mi vengono in mente i romanzi di Hugo, grande e gradevole autore, ma che aveva il viziaccio di scrivere interi lunghissimi capitoli su cose che non c’entravano nulla con la trama principale, tipo la descrizione delle fogne parigine, la vita conventuale delle suore, quella di Bonaparte, l’argot, come ne “I miserabili”. Tutti temi che hanno ben poco a che fare con la storia principale, sebbene interessanti, ben documentati e ben scritti. Bisogna rifuggire dalla paura di essere semplici. Alcuni autori sembrano nascondersi dietro le loro digressioni, per mettersi in mostra e dire “guardate come sono colto, quante cose so. Non scrivo mica solo storielle”. Però sbagliano (e forse sono colpevole anche io, soprattutto nei miei primi romanzi), perché non è quello che chiede il lettore.

Una parte importante del volume è dedicata ai momenti della scrittura e riscrittura. Come detto nella prima parte, la prima stesura, per King, deve avvenire tutta d’un fiato, a porte chiuse, senza che nessuno interferisca, la revisione deve invece avvenire a porte aperte, accogliendo i consigli di alcuni lettori fidati, amici per King, mentre io preferisco affidarmi ai lettori impersonali della rete, più liberi di “aggredire” le mie opere, senza paura di offendermi, a volte persino nascosti dietro nickname o il totale anonimato. Alcuni autori non accettano le critiche esterne e credono che adattare la propria opera a tali suggerimenti sia come prostituirsi. Io concordo con King nel dire che autori così farebbero bene a lasciare i propri libri nel cassetto. Se non si accetta i commenti, buoni o cattivi, del pubblico, tanto vale non pubblicare. Le critiche se non arrivano prima della pubblicazione, arriveranno dopo e sarà troppo tarsi per porre rimedio. King ritiene che 6 o 7 lettori siano sufficienti. Io ne preferisco alcune decine, ma anche perché i lettori del web sono meno attenti degli amici e quindi occorre compensare, anche se poi, di solito tra 50 lettori distratti, di solito ne trovo sempre 4 o 5 che contribuiscono in modo importante.

King di solito fa una prima bozza, una seconda bozza e revisioni successive. Dice che la seconda bozza dovrebbe essere del 10% più corta della prima.

Tagliare i ragionamenti che dovrebbe fare il lettore, non l’autore. Tagliare l’elaborazione dell’ovvio e i retroscena. Gli elementi importanti nello sviluppo della trama, vanno anticipati. Tagliare gli avverbi.

King suggerisce di scrivere per un lettore ideale. Lui scrive per la moglie. Ritiene importane immaginarne la reazione durante la lettura. È una tecnica che non ho mai sperimentato. Personalmente scrivo per me e riscrivo e revisiono per un pubblico generico. Solo i romanzi per ragazzi, in particolare il primo con protagonista Jacopo Flammer li avevo scritti appositamente per mia figlia, creando personaggi della sua età allora e immaginando le cose che le piacevano, ma anche quelle che piacevano a me alla sua età.

C’è anche una parte sui consigli per trovare un editore e un agente. In sostanza, è bene conoscere il mercato e contattare solo soggetti potenzialmente interessati alla nostra produzione. Per King è importante avere un agente. Personalmente ho considerato l’ipotesi, ma non ne trovavo i vantaggi, dato che i migliori sono altrettanto irraggiungibili delle migliori case editrici e i peggiori possono trovarmi un editore peggio di come potrei farlo da me. In America forse, poi, sarà utile fare indagini di mercato per trovare un editore. Da noi la situazione mi pare piuttosto semplice: ci sono 5 o 6 editori con cui può essere interessante pubblicare, anche se pubblicare con loro non è una garanzia di successo, poi ci sono una ventina circa di editori medio grandi con cui può valer la pena fare un contratto e poi una miriade di piccoli editori che non sono in grado di dare alcun contributo a quel che scriviamo in termini di editing, promozione e distribuzione. Se ci si sa muovere e se non si riesce a farsi pubblicare dai migliori editori, tanto vale autopubblicarsi. King parla di pubblicare sulle riviste ma non sono convinto che in Italia sia utile per farsi conoscere nell’ambiente. In Italia è una lunga strada in cui solo pochissimi arrivano in fondo!

La Regola Principe per King (su cui concordo in pieno per scrivere bene è: “scrivere molto e leggere molto”. Come si può pretendere di scrivere se non si legge e come si può pretendere di partecipare a una gara, se non ci si è allenati? Che cosa legge King? “Tutto quello che mi capita sottomano”. La mia risposta non sarebbe molto diversa: di tutto. Comunque King fa anche un elenco piuttosto lungo (considerato che ne ho letti ben pochi, potrebbe impegnarmi non poco leggere quelli che mi mancano). Quel che leggo io lo potete vedere leggendo la mia Libreria su aNobii o il mio blog.

Un’altra regola importante è: “L’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto”.

 

Il finale, come l’inizio del volume, viene nuovamente “invaso” dall’autobiografia di King, che ci parla dell’allora recente incidente in cui ha rischiato di perdere la vita (fu investito da un minivan blu), portandogli grande paura e dolore. La vicenda viene narrata in modo molto simile anche nella saga della Torre Nera, quando il protagonista Roland incontra il proprio autore. La (troppo lunga) narrazione qui credo serva per dirci che anche dopo le peggiori sciagure, ci si può (deve) rimettere a scrivere, perché questo serve a “rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole”. “Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene”. Questa è una visione della scrittura come terapia quotidiana che non condivido, anche se capisco che per molti è così. Mi stupisce possa esserlo anche per un grande autore come King, ma chiaramente ci sono diversi livelli della cosa. In un certo senso, per tutti noi che amiamo scrivere la scrittura serve a “Darsi felicità” come scrive King. “Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratuita. Dunque bevete. Bevete e dissetatevi.

Se la prima parte dell’autobiografia poteva avere un qualche senso, questa ripresa mi pare del tutto superflua. Se King voleva scrivere la propria autobiografia non aveva che da farlo e avrebbe certo trovato moltissimi lettori interessati a farlo, senza mascherarla con consigli di scrittura, dato che la sua penna può scrivere mirabilmente anche di questo. Non c’aveva appena messo in guardia dalle digressioni? Sarebbe stato meglio fare due volumi: “On writing” e “Autobiografia di un mestiere”.

 

SOCIAL BOOK NETWORK – Intervista a Carlo Menzinger per tesi di Laurea

Margherita Corradi

Margherita Corradi

Su anobii ho incontrato Margherita Corradi, una studentessa universitaria che sta preparando una tesi intitolata “Leggere social. Social book network e social reading” per il corso di laurea in Cultura e Storia del Sistema Editoriale dell’Università degli Studi di Milano. Mi ha chiesto di contribuire alla sua tesi facendomi intervistare in merito al mio rapporto con i Social Book Network. Ecco la trascrizione dell’intervista.

Ciao e grazie mille per la tua disponibilità a rispondere a questa breve intervista. Prima di tutto presentati brevemente, mettendo in luce la tua esperienza e la tua carriera editoriale.

Grazie a te. Spero che il resoconto della mia esperienza ti possa essere utile. Sono uno scrittore dilettante, nel senso che non vivo dei proventi dei miei libri, ma del mio lavoro in banca. Ho, peraltro, pubblicato vari libri sia come autore singolo, sia come co-autore, curatore o partecipando ad antologie o pubblicando su riviste. Te ne vorrei parlare dal punto di vista del contributo del web alla mia attività di scrittura, pubblicazione, promozione e distribuzione di libri. Il mio editore principale è una casa editrice genovese, Liberodiscrivere, che dispone anche di un sito di scrittura preesistente alla sua attività editoriale. Il mio romanzo “Il Colombo Divergente” nel 2001 fu selezionato dai frequentatori del sito e fu uno dei primi 5 romanzi pubblicati da Liberodiscrivere, che ormai conta centinaia di titoli. Mi considero quindi, fin dall’inizio, un autore internet. Il laboratorio di scrittura di www.liberodiscrivere.it è stato per me molto importante, perché al suo interno ho potuto sviluppare vari progetti. Il volume “Parole nel Web”, per esempio, riunisce tre brani scritti da me, tramite internet ed e-mail, con altrettanti autori, due dei quali conosciuti sul sito www.scritturafresca.org dove i testi hanno cominciato a prendere forma, per essere poi sviluppati su www.liberodiscrivere.it, che li ha anche pubblicati. Sempre sul sito della casa genovese ho riunito 18 autori e realizzato un’antologia di racconti, da me curata, intitolata “Ucronie per il Terzo Millennio”. Su Liberodiscrivere e tramite il mio blog sulla piattaforma (ora chiusa) di Splinder ho realizzato la mia prima “gallery novel”, come mi piace chiamare questo tipo di romanzi collettivi illustrati da diversi artisti. “Il Settimo Plenilunio” riuniva tre autori e 17 artisti, tra disegnatori, pittori e fotografi, che hanno contribuito a illustrare la storia. Un altro lavoro che senza la rete non sarebbe mai nato. Più di recente ho sottoposto il mio romanzo “La Bambina dei Sogni” al web per farlo revisionare e farmi suggerire come migliorarlo prima di pubblicarlo. Ho chiamato la cosa “web-editing”. La revisione è avvenuta in spazi diversi: Liberodiscrivere, Facebook, Splinder, Anobii (dove ho costituito il Gruppo “Web-Editing”). Alla fine ne ho realizzato due edizioni cartacee, autopubblicate mediante i siti Lulu e IlMioLibro (La Repubblica), e un e-book in vari formati, che regalo in copyleft. Attualmente, dopo averlo sottoposto al web-editing, sto facendo illustrare anche il secondo volume della serie “I Guardiani dell’Ucronia”, intitolato “Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati”. Altri lavori, invece, sono nati senza un particolare supporto della rete, come il thriller “Ansia Assassina” o i romanzi “Giovanna e l’Angelo” o “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale” (i due illustratori, però, li ho trovati sulla piattaforma per blog Splinder).   Quali sono i social book network che frequenti? Sei iscritto anche a social network di altro genere (Facebook, Twitter, Linkedin, Google+…)? Frequento soprattutto anobii, ma sono iscritto anche a Goodreads. Oltre ai siti di lettura frequento però anche quelli di scrittura, da un po’ di anni soprattutto www.liberodiscrivere.it.

anobii

anobii

A quando risale la tua iscrizione ai social book network?

Ho frequento vari siti di scrittura come Scritturafresca, Liberodiscrivere, FIAE almeno dal 2000, ma ho scoperto i veri social book network (che sono invece soprattutto siti di lettura), direi intorno al 2008. Non ne ho mai trovato un altro completo e funzionale come anobii, che, nonostante parecchi problemi tecnici, rimane un ottima community. In passato, in realtà, c’erano alcune piattaforme generiche di blog, come Splinder che ho frequentato per alcuni anni, che svolgevano egregiamente la funzione di community per lettori e scrittori, bastava crearsi la giusta cerchia di contatti. Poi è arrivato Facebook è ha assassinato i blog, un po’ come i supermercati cancellano i piccoli negozi. Sopravvivono solo quelli fortemente specializzati come, appunto, anobii.

Da autore, come utilizzi questi siti? Pensi sia importante monitorare le recensioni che pubblicano i lettori relativamente ai tuoi libri?

Goodreads

Goodreads

Ho tentato forme di promozione tradizionale, come presentazioni, interviste, articoletti su giornali, ma i ritorni erano modesti. La rete invece mi consente di raggiungere quei lettori che amano il genere di libri che scrivo e, con sforzo minore, posso raggiungerne numerosi. Seguo sempre con interesse i commenti dei miei lettori, soprattutto quelli negativi, perché mi aiutano a migliorarmi. Inoltre, vedere quante recensioni e quanti lettori hanno i miei libri su anobii mi dà un’idea di quanto si sta diffondendo il libro. L’ultimo romanzo, per esempio, “La Bambina dei Sogni” ha già superato le 45 recensioni e i 200 lettori e questo mi fa sperare che i lettori effettivi possano essere almeno mezzo migliaio se non il doppio. Non posso saperlo con certezza perché distribuisco il volume in copyleft, quindi ognuno può scaricarlo e copiarlo gratis. Un libro che dichiara migliaia di lettori ed è presente solo in cento Librerie di anobii per me non è credibile. C’è qualcosa che non torna. Le recensioni dei miei libri sono quasi sempre positive e questo mi induce ad andare avanti, anche se, non avendo un editore importante, non riesco ad accedere alla grande distribuzione e alla promozione e le vendite sono ridotte. Ogni recensione è utile: se sono positive danno la forza per continuare, se sono negative ci aiutano a correggerci.

Nell’estate 2012, Goodreads ha avuto problemi di “bullismo”: alcuni autori si sono sentiti bersaglio non solo di critiche, ma anche di attacchi personali da parte di utenti del social book network. Ti è mai capitato di sentirti “attaccato” da un lettore?

Assolutamente mai, in tanti anni. Credo che se si ha un comportamento corretto e si accettano le critiche intavolando un dialogo, difficilmente si rimane vittime di questi nervosismi della rete. Purtroppo ho visto spesso autori che si irritano se le loro opere vengono criticate, ma questo è sempre sbagliato. Non si può pensare di piacere a tutti, ma ogni critica va analizzata, perché contiene sempre una certa dose di verità. È solo cogliendola che riusciamo a migliorarci. La rete è una cosa stupenda, che ci aiuta a crescere in tanti modi, ma dobbiamo imparare a usarla correttamente.

I gruppi e le discussioni che si sviluppano sono un buon veicolo per farsi conoscere?

Carlo Menzinger di Preussenthal

Carlo Menzinger di Preussenthal

Io credo che siano praticamente la sola strada valida per autori esordienti che non siano già famosi e non abbiano alle spalle una grande casa editrice che li sostiene come uno dei libri di punta dell’anno. Non ci si può aspettare crescite vertiginose, ma una crescita costante e regolare. Non riesco a capire quando si dice di alcuni libri che in poche settimane, da sconosciuti, vendono un milione di copie con il solo passaparola. Se si fanno due conti, mi pare matematicamente impossibile. Raggiungere cento lettori nella prima settimana è un’impresa quasi impossibile per un autore che si muove da solo, ma, mettiamo che qualcuno lo aiuti e ci riesca, pensate che questi cento lettori leggano il libro nel corso della settimana? Direi che prima che la metà di loro lo abbia letto sarà passato almeno un mese, a essere molto ottimisti. Di questi cinquanta lettori, ammesso che il libro sia un piccolo capolavoro, quanti lo avranno apprezzato? Dato che è un capolavoro, diciamo quaranta (i gusti sono gusti e ci sono autori bravissimi disprezzati da vari lettori). Quanti di questi quaranta pensate faranno passa parola? Sempre a essere ottimisti, diciamo dieci e immaginiamo che riescano a contattare ciascuno altri dieci lettori (sempre ottimistico). Sono cento lettori contattati. Quanti acquisteranno il libro? Dato che i commenti dei loro amici erano entusiastici, diciamo una decina. Cinque di loro lo leggeranno nel corso del mese e due lo suggeriranno ad altri venti amici. Insomma, come vedete si arriva in fretta al milione di copie! Questo è invece possibile solo se vengono collocate subito migliaia di copie, cosa che un esordiente che pubblica con una casa minore non potrà mai fare. Nei Gruppi di lettura in rete, invece, ci si conosce poco per volta, si fa amicizia e i libri buoni trovano un loro spazio, anche se di nicchia.  

Ogni quanto accedi ai social book network?

Mi collego ad anobii quasi tutti i giorni, come per il social network generalista Facebook, e ogni due o tre giorni a WordPress, che, pur non essendo un SBN, può essere utilizzato come tale, selezionando i post con etichette specifiche come “libri” o “letture”.  

Quali sono, a tuo parere, i punti di forza e di debolezza dei social book network a cui sei iscritto? Secondo te come evolveranno nel tempo?

Anobii è uno spazio molto grande in cui si possono incontrare persone con ogni tipo di gusto letterario, ma non è dispersivo, perché chi ha gli stessi gusti si riunisce in appositi Gruppi, su ogni tipo di tema. Purtroppo il sito ha alcuni malfunzionamenti tecnici che ne rendono l’uso a volte difficile, ma trovo ottima la possibilità di sapere chi ha un libro e se è disposto a scambiarlo. In questo modo si riescono a trovare testi non facilmente reperibili nelle librerie. È positiva anche la possibilità di dialogare sia nelle Librerie dei vari utenti, in base alle letture di questi, sia nei Gruppi, per argomenti. Mi piace molto il Gruppo “Due Chiacchiere con gli Autori” in cui si può entrare in contatto diretto con chi scrive o,se sei un autore, dialogare con i propri lettori. Sono molto utili anche le Catene di Lettura di questo Gruppo: libri offerti in prestito e passati di mano in mano. Ora stanno predisponendo una versione Beta di anobii. Ne so poco, ma credo che sarà più commerciale, qualcosa tipo Amazon o InternetBookShop. La cosa mi interessa meno. La tendenza è quella di far rendere i siti e incorporarci le vendite dei libri, purtroppo, è qualcosa che sarà difficile evitare, come la comparsa della pubblicità (molto cresciuta su Facebook ma ancora assente da Anobii).

I siti che utilizzi forniscono funzioni o possibilità particolari pensate per gli autori?

Come scrivevo sopra, in Anobii ci sono alcuni Gruppi dedicati agli autori. La possibilità di presentarsi direttamente ai lettori è importante. Non ci sono però spazi di Laboratorio per la scrittura. Per questo mi rivolgo ancora a Liberodiscrivere, anche se, negli ultimi anni si è molto ridimensionato come numero di utenti. Li ho un mio spazio, con scheda autore, elenco dei volumi pubblicati con loro e brani on-line. Il Laboratorio permette anche di selezionare i brani per genere.  

Sei soddisfatto dei servizi forniti dalle piattaforme che frequenti o vorresti esplorarne di nuove? Esse, se ben utilizzate, sono un mezzo utile per un autore che desideri emergere?

Wordpress

WordPress

Purtroppo non riesco a seguire più di poche piattaforme per volta. Uso Google Sites per il mio sito personale www.menzinger.too.it e WordPress per il mio blog https://carlomenzinger.wordpress.com/  (che parlano solo di libri, anche se le piattaforme non sono dedicate). Come Social Book Network, a parte i problemi tecnici, Anobii è ottimo. La mia Libreria è http://www.anobii.com/menzinger/books. Come laboratorio di scrittura uso invece Liberodiscrivere, dove ho una Scheda personale qui: http://www.liberodiscrivere.it/autori/schedaAutore.asp?AnagraficaID=1207. Come vetrina verso il mondo, una sorta di ripetitore, uso Facebook (http://www.facebook.com/carlo.menzinger).   Ogni spazio ha la sua funzione, ma credo che un autore debba essere presente almeno in uno per ciascuna categoria. Per farsi conoscere il migliore è anobii, ma va usato linkando a sito, blog e laboratorio, dove è possibile avere una maggior personalizzazione. Uno spazio che facesse tutto ciò sarebbe il massimo.

Conosci siti di social reading che consentono la condivisione di sottolineature e annotazioni nel testo? Se non li utilizzi ancora, pensi possa essere un servizio di tuo interesse e perché?

Anobii consente di inserire note, citazioni, commenti e recensioni ai libri letti, però sul sito ci sono soprattutto schede dei libri, non ebook scaricabili come su IBS o Amazon. Ora, però, i gestori di Anobii stanno attivando anche uno spazio per scaricare gratis gli ebook senza copyright.  

Secondo la tua opinione personale, le potenzialità di Internet possono aiutare il mondo dell’editoria a uscire dalla cosiddetta ‘crisi della lettura’ (-8,7% per la vendita di libri in Italia nel 2012) o, al contrario, rischiano di peggiorare la situazione? Come mai secondo te, se ci sono sempre meno lettori, i servizi di social book network e social reading sono in crescita?

Il modo di leggere sta cambiando radicalmente e le case editrici mi pare non l’abbiano ancora compreso pienamente. Non è solo questione di passaggio da un supporto cartaceo a uno elettronico. Questo è il primo passo. L’e-book apre la prospettiva di un diverso tipo di editoria. Gli editori devono capire che gli e-book devono avere prezzo zero e che questo  non vuol dire non poter guadagnare. Vendere oggi un e-book a un qualsiasi prezzo, anche pochi centesimi è come pretendere che qualcuno paghi per accedere a un sito. In passato ci hanno provato, ma i siti a pagamento sono sempre stati dei fallimenti. Non ne ricordo che abbiano funzionato. Per i libri sarà lo stesso. La carta rimarrà per le edizioni di lusso, la fotografia, l’arte e poco più. Il resto sarà elettronico e dovrà essere gratuito. Come? Mi pare l’uovo di Colombo, per come la soluzione è banale eppure non capisco perché non ci si sia ancora arrivati: la pubblicità. Gli e-book, ma anche i cartacei, si dovranno ripagare mediante la pubblicità veicolata. Ormai è elementare riuscire a trovare e-book di ogni tipo gratuitamente, un po’ come per la musica. Negli e-book, però, è più facile inserire réclame. Non puoi interrompere una canzone di tre minuti con un avviso promozionale. Si deve mettere all’inizio. Nei libri è possibile averne all’inizio, alla fine e, con moderazione, all’interno. Nessuno si stupisce della pubblicità nei giornali: perché dovrebbe essere un tabù averla nei libri? La TV sempre più evoluta ruba certo spazio alla lettura, ma non ho la percezione che ci siano meno lettori. Credo siano le vendite a precipitare, perché gli editori non hanno ancora capito il semplice concetto che ho appena illustrato. Gli e-book circolano gratuitamente in rete. Non si riesce più a sapere in quanti li leggono. Il solo modo per capire se vengono letti per me sono siti come anobii. Se un libro è presente in cento librerie, forse ha venduto, poniamo, un migliaio di copie. Anobii rappresenta solo una porzione di lettori, ma dà un’idea di quali libri tirino veramente. Quando vedo un titolo molto letto e commentato, mi incuriosisco. Leggo i commenti e magari mi procuro il libro. Tutto gira lì. Non ho bisogno di altri canali per informarmi. La libreria come luogo fisico ha la vita breve. I libri si scelgono sugli scaffali virtuali dei nostri amici virtuali e a volte sono loro a farceli avere. Conta di più un loro parere di una recensione su un giornale. Qualcuno ha provato a immettere in rete commenti fasulli, ma la gente si conosce. Se un editore si inventa cento avatar e commenta solo i suoi libri, si capisce subito. La rete è limpida. Le informazioni sono più attendibili delle recensioni mercenarie sui media. C’è poi un altro fenomeno che l’editoria non ha ancora compreso: il TTS, il Text-To-Speech, la possibilità data dai sistemi di intelligenza artificiale per il riconoscimento dei testi, mediante i quali un e-reader riesce a riconoscere un testo in qualunque formato e a trasformalo in voce! Io nel 2012 ho cominciato a leggere mediante TTS e la quantità di libri che riesco a leggere in tal modo continua a crescere! Usando il viva-voce o l’auricolare, ascolto pdf, epub, mobi, doc e ogni altro tipo di file, letti da una voce sintetica. Questo mi permette di dedicare all’audio-lettura il tempo in cui guido o cammino o faccio sport! Ore guadagnate per i libri! Eppure sono ancora pochi gli e-reader ad avere il TTS (io uso Leggo di IBS) e quasi nulla è la promozione di questo strumento, che potrebbe far aumentare di buone percentuali letture e vendite!

Grazie per aver dato un contributo alla mia ricerca. Concludi liberamente, con una riflessione finale, un appunto o un messaggio che desideri veicolare attraverso questo lavoro di tesi.

Recensione Leggo IBS PB603 e-Reader

Leggo IBS PB603 e-Reader

Da amante dei libri, come autore e lettore, non posso che sperare che la grande rivoluzione in atto, per me superiore a quella dell’invenzione della stampa a caratteri mobili e forse persino a quella della carta o della scrittura, possa portare a una fortissima democratizzazione della lettura. Credo che, come Gutemberg ha reso possibile portare i libri, prima retaggio della nobiltà e del clero, nelle famiglie borghesi, così l’e-book potrà portarli nelle tasche, negli e-reader, nei tablet e nei cellulari della gente di tutto il mondo, avviando un processo di alfabetizzazione culturale senza pari. Penso, più che all’Europa, alla Cina, all’India e a tutto quello che chiamavamo il Terzo Mondo, dove i figli di persone analfabete potranno tenere in tasca, tutti assieme, migliaia di volumi, reperiti gratuitamente in rete e disporre così di immense biblioteche quali solo pochi potevano avere o usare nell’antichità.  

Buona giornata e ancora grazie!

Margherita 🙂              

Grazie a te e buone letture!

Carlo.

PERCHE’ JACOPO FLAMMER?

Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale - Carlo Menzinger

Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale – Carlo Menzinger di Preussenthal

Dopo aver scritto romanzi complessi e densi di significati, spesso stratificati come piani di lettura e contenuti, con marcate scelte stilistiche, come “Il Colombo divergente” (giugno 1995-agosto 1997) e “Giovanna e l’angelo” (dicembre 2000-gennaio 2006), desideravo fare un percorso verso la semplicità e la linearità narrativa. Il primo passo, ancora un po’ inconsapevole, fu la stesura di “Ansia assassina” (luglio-ottobre 2006), un romanzo veloce e leggero, senza la pretesa di lanciare messaggi, ma solo con il desiderio di scrivere una storia. C’è stata allora (senza considerare i racconti e romanzi brevi di “Ucronie per il terzo millennio” e “Parole nel web”)  la scrittura a sei mani del romanzo “Il Settimo Plenilunio” (marzo 2006-marzo 2007), un tentativo di scrivere per un target di lettori giovanile e non particolarmente sofisticato.

Il vero passaggio verso la “narrazione per la narrazione”, mi parve però potesse essere la stesura di un romanzo per ragazzini. Mia figlia nel 2005 aveva otto anni, cominciava a interessarsi alla lettura e mi chiedeva dei miei libri, che però ancora non si prestavano a esser letti da lei. La sua richiesta di una storia a sua misura coincideva con il mio desiderio di semplificare la scrittura, fu così che mi cimentai con la stesura di un’avventura fantascientifica: “Jacopo Flammer e il Popolo delle amigdale” (novembre 2005-giugno 2007). Purtroppo il tempo che ho a disposizione per la scrittura è poco e così mia figlia cresceva più in fretta del protagonista, Jacopo Flammer, che nella prima stesura aveva otto anni e che feci invecchiare a nove, per adattarlo a lei.

Essendo un romanzo per ragazzi, mi sembrava doveroso illustrarlo. Cominciai così la ricerca di un disegnatore che mi piacesse. Dopo un paio di tentativi a vuoto, che mi fecero perdere tempo, perché la persona prescelta, pur essendosi mostrata interessata, non produceva i disegni richiesti, trovai su internet (Splinder) il bravo, preciso e creativo, Ludwig Brunetti, che si mise subito al lavoro producendo le prime tavole. Il tempo però continuava a passare. Fu così che il progetto del romanzo “Il Settimo Plenilunio” si trasformò da semplice romanzo collettivo in quella che chiamai una “gallery novel”: una storia illustrata da 17 artisti con 117 immagini, tra dipinti, disegni e foto.

Grecia 2012 - Carlo  Menzinger

Carlo Menzinger

Tra gli illustratori c’era il bravo, veloce e fantasioso Niccolò Pizzorno, cui chiesi di affiancare Ludwig Brunetti per completare i disegni di “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale”. Siamo così arrivati a luglio del 2010, quando Liberodiscrivere (l’editore dei romanzi precedenti) accetta di pubblicare questo mio nuovo libro, anche se “dopo l’estate”. Ed eccoci a novembre 2010, con il libro stampato e pronto per essere distribuito! Peccato solo che mia figlia ormai abbia tredici anni e per lei sia forse più adatto “Il Settimo Plenilunio”, anche se confido che “Jacopo Flammer” possa piacere a lettori di qualunque età, purché amino le avventure in nuovi mondi di fantasia. Si tratta, in fondo, di un romanzo di fantascienza, con un bel viaggio nel tempo, fughe e scontri e tutte le avventure che possono capitare a tre ragazzini dispersi da soli nella preistoria. Che poi sia una preistoria un po’ particolare, perché visitata non solo dai protagonisti, ma anche da altre, misteriose e pericolose presenze provenienti da un tempo ucronicamente mutato, penso possa aggiungere ulteriore interesse alla storia. Ma spero possiate dirmi voi stessi cosa ne pensate.

Tra dicembre 2005 e ottobre 2006 ho scritto anche il seguito di questo libro, “Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati”. Tra il 2009 e il 2011, mentre il primo episodio aveva la storia che dicevo, l’ho revisionato più volte.

Nel frattempo, ho scritto anche “La Bambina dei Sogni (dal 20/02/2007 al 29/09/08), di nuovo una storia per adulti. Una sorta di thriller come “Ansia assassina”, ma più articolato e più ricco di riferimenti letterari, insomma una risalita verso il tipo di scrittura de “Il Colombo Divergente” e di “Giovanna e l’angelo”, ma per un’altra strada.

Per evitare gli errori e i refusi che sempre emergono quando un autore non dispone di un buon editor che lo corregga, ho deciso di sottoporre (01/09/2011-14/04/2012) il romanzo alla revisione on-line, un processo che ho chiamato “web-editing” e che vede il coinvolgimento di vari lettori disponibili a fornire ciascuno il proprio apporto per migliorare la stesura prima della pubblicazione.

Il volume l’ho autoprodotto il 4 febbraio 2012 con Lulu e il 29 luglio 2012 con Ilmiolibro de La Repubblica. Il web-editing è un processo che continua ancora, dato che il volume, essendo autoprodotto, può venir corretto anche dopo la prima pubblicazione. Inoltre, ne ho fatto un’edizione ebook, che distribuisco in copy-left e che posso modificare all’istante. Di fatto, però, a oggi il libro è lo stesso del 14 aprile 2012.

Vista la positiva esperienza di web-editing de La Bambina dei Sogni, sto ora applicando lo stesso metodo a “Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati”.

Spero che vorrete partecipare anche voi con i vostri consigli! Vi aspetto qui.

NESSUNO SCRIVE DA SOLO

Avete mai provato a guardare la pagina dei ringraziamenti di un best-seller o di un libro di successo recente?
Riportano spesso lunghe liste di ringraLa bambina dei sogni - dipinto di Angelo Condelloziamenti. Nessun libro oggi nasce senza un team.  Gli autori maggiori dispongono del supporto di case editrici importanti che mettono a disposizione lettori per l’editing, consulenti promozionali e altro. Hanno poi quasi sempre un agente, che non solo cura i rapporti con l’editore, ma spesso contribuisce all’editing iniziale. Ci sono poi spesso numerosi consulenti sugli aspetti più “tecnici” trattati nel libro (studiosi ed esperti di varie materie).
Un piccolo autore parte dunque svantaggiato anche in questo nella competizione con i grandi nomi.
Cosa può fare allora?
Credo che la rete possa essere una risorsa. Nel web si possono trovare altri autori disposti a leggere un testo, segnalarne debolezze, ingenuità, errori e refusi. Questo magari in cambio di analogo lavoro sui propri testi.
L’idea è che potremmo essere ciascuno il team dell’altro. 

Ho alcuni romanzi ancora inediti. Uno di questi si chiama “LA BAMBINA DEI SOGNI”. Lo sto pubblicando, capitolo per capitolo nello Spazio Autori di Liberodiscrivere http://www.spazioautori.it/autori/schedaAutore.asp?AnagraficaID=1207

Trovate qui i primi capitoli:
1 – Undergound’baby
2 – L’Isola dei bambini perduti
3 – La bambina del sogno
4- la visita

Poiché frequento anche il bel Gruppo “Due chiacchiere con gli autori” su aNobii, anche lì ho aperto una Discussione:

http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3174439#new_thread

Vi aspetto dunque tutti e aspetto i vostri commenti, con la speranza che siano spietati, perché l’obiettivo è quello di fare le pulci al romanzo, individuandone ogni minima pecca.
Anche una frase ballerina lo può rovinare. A volte basta cambiare la posizione di un aggettivo o di una virgola per trasformare un brano. Non fatevi scrupoli!

Grazie a chi vorrà partecipare.
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L’immagine è un dipinto a olio di Angelo Condello, realizzato come copertina per il romanzo “LA BAMBINA DEI SOGNI”.

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