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LA PRIMA NAVE GENERAZIONALE

Risultati immagini per universo heinleinVi è mai capitato di leggere un libro e dire “questo libro avrei voluto scriverlo io”?

Da anni vorrei scrivere un romanzo che descriva un viaggio interstellare verso un nuovo mondo. Non, però, la classica storia in cui le astronavi viaggiano più veloci della luce, grazie a qualche trucco come buchi neri, salti nell’iperspazio, ibernazione e simili diavolerie ben note alla fantascienza.

La storia che avevo in mente era quella di un viaggio lungo varie generazioni, a una velocità di poco superiore a quelle delle attuali navicelle spaziali. Avevo immaginato una nave immensa, in grado di ospitare almeno mille persone e tutto ciò che serve per farle vivere in modo del tutto autonomo per almeno mille anni. Avevo anche immaginato che in questi dieci secoli avvenisse quello che di norma avviene in un arco tanto lungo di tempo, in base a quel che ci insegna la storia: la civiltà decade. Avevo, dunque, immaginato una popolazione sprofondata in una sorta di medioevo spaziale, con il ricordo della Terra trasformato in leggenda.

Ebbene, per me questa storia è molto importante, non tanto perché la trovo narrativamente avvincente (è anche questo), ma perché credo che sia un concetto da inculcare nella mente della gente, perché è proprio questo che un giorno dovremo fare: costruire un’astronave immensa e partire verso altri mondi con la certezza che nessuno di coloro che partiranno arriverà di persona e neppure i loro figli, nipoti o pronipoti. Sarà un viaggio per trasportare la vita altrove. Non importerà chi arriverà. Importerà partire. Importerà riuscire a trasportare oltre lo spazio qualche scintilla di vita verso un mondo magari sterile ma che possa essere terraformato. Ho già scritto che credo che la tecnologia umana sia un’aberrazione, un cancro che corrode il nostro pianeta, aggredendone e distruggendone la biodiversità. Se la Vita, la Natura e la Terra sopportano tutto questo non può che essere per un fine superiore. Questo fine non è l’intelligenza umana, non sono l’arte, la musica e la poesia umane. La Vita, la Natura e la Terra non sanno cosa farsene del nostro genio artistico! Lo scopo dell’evoluzione è propagare la Vita. Per farlo verso altri pianeti, uno dei mezzi, forse il solo (salvo ammettere che alcuni batteri possano viaggiare per millenni senza morire) è una civiltà tecnologica. Noi esistiamo per questo e per nessun altro motivo. È nostro dovere morale verso la Natura, la Terra e la Vita partire alla ricerca di nuovi mondi in cui impiantare il seme della Vita. Non sarà necessario creare mondi in cui possa vivere l’uomo. Basterà trasformare un pianeta per consentire che vi attecchisca un batterio o un virus. Siamo portatori di vita, non di “umanità”.

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Robert A. Heinlein

Ebbene il libro che avrei voluto scrivere, a grandi linee, già esiste. Non è proprio come l’avrei scritto io, ma c’è una grande astronave in viaggio da generazioni verso Alpha Centauri e con un equipaggio sprofondato nella barbarie. Ci sono persino dei mutanti come nel mio “Via da Sparta”.

Questo romanzo, in realtà, l’avevo già letto moltissimi anni fa, ai tempi della scuola. Ricordavo di averlo letto, ma non il contenuto. Forse, però, deve aver lavorato sul mio inconscio per decenni! Si tratta di un classico della fantascienza del 1941: “Universo” (“Orphans of the sky”) di Robert Heinlein. Leggo anche che contiene uno dei primi esempi di “nave generazionale” e che a questa sono seguiti vari esempi del genere (che mi riprometto di leggere, in attesa di scrivere la mia versione), quali: “Viaggio senza fine” o “Non-stop” (1958) di Brian Aldiss, la trilogia degli “Esiliati” o de “L’astronave dell’esilio” (The Exiles Trilogy, 1971-1975) di Ben Bova, la serie “Rama” (1973-1993) di Arthur C. Clarke e Gentry Lee, “Eclissi 2000” (1979) di Lino Aldani, il romanzo “Colony” (2000) di Rob Grant, “Supernave” (Mothership, 2004) di John Brosnan.

Pur a distanza di anni è un romanzo che si legge molto bene anche se qualche debolezza ce l’ha, come la scarsa probabilità, in simili condizioni, di sbarcare su un mondo abitabile, ma è lo stesso Heinlein che nota l’estrema fortuna dei propri personaggi e fa notare quanto il gioco delle probabilità fosse contro di loro.

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La Nave riesce ad attraversare lo spazio e, soprattutto, il tempo, perché i suoi “progettisti”, come spiega Heinlein, l’hanno realizzata senza parti in movimento che si usurano (salvo dettagli interni), rendendo così superflua la presenza di manutentori, e l’hanno resa facile da guidare, immaginando che i piloti del futuro non sarebbero stati esperti. Un incidente fa sì che il viaggio duri molto più a lungo del previsto, ma la Nave riesce a reggere meglio della sua popolazione, dilaniata da una guerra tra l’Equipaggio e i Mutanti (una parte della popolazione sottoposta ai raggi cosmici a causa della disattivazione degli scudi anti-radiazione della Nave).

Affascinante è come la storia si sia trasformata in leggenda e come sia mutata la visione dell’universo in una popolazione che da sempre vive in un ambiente ristretto e chiuso, dal quale non può vedere l’esterno, portando la gente a credere che la Nave sia l’intero universo e che nulla esista al di fuori.

Non meno affascinante è come un gruppetto di persone riesca a superare questi preconcetti e arrivare a intuire la vera natura della Nave e il significato tutt’altro che allegorico, come tutti credono, del Viaggio verso Alpha Centauri.

Dalla narrazione emerge uno studio antropologico non privo di importanza e di interesse in vista di possibili futuri viaggi spaziali, che saranno possibili solo quando avremo la possibilità di realizzare navi in grado di viaggiare non certo alla velocità della luce ma almeno a una velocità tale da permetterci di raggiungere un nuovo pianeta in un tempo inferiore a mille anni.Risultati immagini per nave generazionale

Il nuovo sistema planetario di TRAPPIST-1 si trova a 39 anni luce di distanza dalla Terra, che equivale a 369 mila miliardi di chilometri.

New Horizons è al momento la sonda più veloce mai lanciata dall’uomo. È arrivata oltre Plutone nel 2015 e ora è in viaggio fuori dal Sistema Solare, a una velocità di 14,31 chilometri al secondo, ovvero circa 51.499 Km/h. Avanzando a questo ritmo, New Horizons impiegherebbe circa 817mila anni per raggiungere TRAPPIST-1! Dovremmo insomma realizzare navi almeno mille volte più veloci e costruirne di così grandi da ospitare una popolazione autosufficiente. Si dice che, per assicurare una certa varietà genetica, l’equipaggio dovrebbe essere composto da almeno 500 persone. Io immagino che oltre a tale varietà, occorrerebbero anche diverse specializzazioni, dunque, forse un numero di mille viaggiatori sarebbe persino troppo piccolo. Ognuno di questi dovrebbe avere con sé spazio sufficiente per la produzione di cibo, aria e altri beni per la sopravvivenza. Insomma, dovrebbe essere una nave enorme e velocissima, dunque anche costosissima!

Eppure un giorno potremmo e, anzi, dovremo riuscire a costruirne non una ma varie, da lanciare verso possibili pianeti candidati. In quegli anni di un futuro lontano, che speriamo possa un giorno arrivare, “Universo” potrebbe venir riletto con attenzione ed essere considerato una pietra miliare della letteratura d’anticipazione.

 

I MONDI ASIMOVIANI A RITROSO VERSO LA GRANDE UTOPIA

Con “Fondazione e Terra” si conclude l’esalogia del Ciclo della Fondazione, il terzo e ultimo dei cicli asimoviani che descrivono la storia della Galassia e dunque anche tale insieme di romanzi e racconti. Si tratta del sequel pubblicato nel 1986, vari decenni dopo la trilogia originale della Fondazione, e dato che purtroppo ormai Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) non potrà scriverne altri, “Fondazione e Terra” è davvero il volume conclusivo di questi cicli che coprono due o tre decine di migliaia di anni di vicende.

Con “Fondazione e Terra” lo scrittore russo-americano Isaac Asimov ci fa rivedere, a ritroso, alcuni dei mondi che abbiamo incontrato nelle opere precedenti.

In questo romanzo incontriamo Golan Trevize e il professor Pelorat, già conosciuti nel precedente “L’Orlo della Fondazione” intenti nella ricerca della Terra, grazie alla cui scoperta Golan Trevize spera di trovare una spiegazione alla scelta da lui fatta nel precedente romanzo, tra il modello di Galassia fornito dalla psicostoria di Hari Seldon, con le sue Fondazioni, e il modello (Galaxia) preconizzato dal pianeta senziente Gaia: una Galassia in cui tutti i milioni di mondi popolati dall’umanità siano uniti come in un unico organismo autocosciente, dove ogni individuo, animale, pianta o minerale sia una cellula di un immenso organismo. Trevize, nel precedente volume, ha scelto il modello Galaxia al Secondo Impero verso cui tendono le Fondazioni e la psicostoria, eppure non si dà pace, incerto sulla validità della propria scelta.

Con l’aiuto del mitologo Pelorat cercano di risalire alle origini dell’umanità, forse sperando che, conoscendone l’inizio, possano poi scoprire in quale direzione debba orientarsi.

Si parte così da Terminus, sede della Prima Fondazione e centro del Secondo Impero in formazione (visti nel Ciclo della Fondazione) in un viaggio a ritroso per i luoghi già conosciuti nelle opere precedenti, per sfiorare Trantor, il pianeta d’acciaio ormai decaduto, che fu capitale del Primo Impero ed è la sede segreta della Seconda Fondazione (conosciuto nel Ciclo dell’Impero), per arrivare a Baleyworld (ora ridenominato Comporellen), il primo pianeta di Coloni della Seconda Ondata, fondato da Ben Baley, il figlio di Elijah Baley (conosciuto ne “I robot e l’Impero” romanzo di congiunzione dei primi due Cicli), quindi su Aurora, ormai un mondo abitato solo da cani selvaggi, e su Solaria, l’ultimo dei 50 Mondi Spaziali (quelli che furono colonizzati dalla Prima Ondata), il solo ancora abitato, con una piccola popolazione di mutanti ermafroditi e misantropi, discendenti dal primo gruppo di coloni della Terra (mondi entrambi incontrati nel Ciclo dei Robot). Grazie alle informazioni raccolte i due amici, accompagnati da Bliss, un’abitante di Gaia, in continuo collegamento telepatico con il mondo pensante di cui è parte integrante e (dopo l’atterraggio su Solaria) da Fallon, un/a bambino/a ermafrodita solariano.

Isaac Asimov

Solaria è un altro dei mondi utopico / distopici descritti da Asimov. Utopico almeno dal punto di vista dei suoi abitanti che lo considerano il mondo ideale e vivono in totale isolamento gli uni dagli altri, al punto di essersi trasformati in ermafroditi per non avere neppure più contatti sessuali, sono assistiti da centinaia di robot e dispongono di enormi appezzamenti di terreno. Il loro isolazionismo e la loro totale mancanza di altruismo sono l’aspetto distopico.

Dopo una tappa sul desertico mondo spaziale Melpomenia, dove saranno aggrediti dalla forma di vita locale più evoluta, le muffe arrivano così sulla stella più vicina alla Terra, Alpha Centauri e scoprono che un suo pianeta ricoperto di acqua è stato terraformato dall’Impero per consentire agli ultimi abitanti della Terra di emigrarvi per abbandonare il pianeta d’origine dell’umanità ormai morente.

Alfa rappresenta, come altri pianeti asimoviani, un’utopia imperfetta. Ricoperto da un immenso oceano ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e il clima e di aspirare alla trasformazione in anfibi. Per quanto piccolo e isolato, il loro mondo ha una vita semplice e serena. L’accoglienza cordiale dei suoi pochi abitanti nasconderà però un’insidia che costringerà i protagonisti a fuggirne in fretta. Giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non farlo trovare ci deve essere un motivo. I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveremo l’anello mancante dei tre cicli asimoviani e la risposta a tutti i quesiti. (CHI NON VUOL CONOSCERE IL FINALE SI FERMI QUI.) Per l’appunto mentre leggevo e commentavo “L’Orlo della Fondazione” mi ero chiesto se nella creazione di Gaia, il “pianeta pensante” da cui viene Bliss, che si dice creato dai robot, non ci fosse per caso lo zampino di quel A. Daniel Olivaw che era scomparso così repentinamente, cedendo il ruolo di consigliere dell’Imperatore della Galassia a Hari Seldon in “Fondazione Anno Zero”. Da allora ne attendevo la ricomparsa, pur sapendo che nella Trilogia originale difficilmente sarebbe potuto comparire essendo l’idea di collegare i tre Cicli successiva e non prevedendo, all’inizio, i due Cicli finali la presenza di alcun robot. Come nei prequel della Fondazione avevamo scoperto che la psicostoria era guidata da questo robot telepate, a sua volta diretto dalla Legge Zero della Robotica che gli impone di fare il bene dell’umanità e come nei due prequel della Fondazione lo abbiamo visto fingersi umano, con altro nome e guidare l’Impero come consigliere dell’imperatore, così, in quest’opera conclusiva, comprendiamo come per A. Daniel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, la psicostoria non sia sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana e che il nuovo e superiore modello sia quello preconizzato dal pianeta pensante Gaia (da lui creato) e quindi dal Progetto Galaxia, la più grande delle utopie asimoviane: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte si muova per il bene comune, sia essa umana, animale, vegetale o minerale. A. Daniel Olivaw è esso stesso parte dell’utopia: un robot telepate ultraintelligente, guidato da delle leggi che lo spingono solo fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

Fondazione e Terra”, come alcuni dei romanzi scritti da Asimov nella seconda fase (quando, negli anni 1980-90 cioè creava delle storie di collegamento tra i vari cicli scritti negli anni 1940-50) si presenta più spigliato e unitario dei romanzi “classici”. Occorre dire che la mancata unitarietà delle storie originarie nasceva dal fatto di essere state concepite per le pubblicazioni a puntate sulle riviste di fantascienza dell’epoca sotto forma di racconti e solo in seguito riunite in romanzi, mentre i nuovi romanzi nascono già come tali e forti di un progetto ormai chiaro e delineato.

Come tutti i romanzi e i racconti della storia della galassia anche “Fondazione e Terra” è leggibile autonomamente dalle altre opere, ma caratterizzandosi come opera conclusiva ed esplicativa, è quella che maggiormente aiuta a comprendere la visione di Asimov della storia dell’umanità nei prossimi 20-30.000 anni. Troppi sono i presupposti (salti nell’iperspazio che fanno superare il limite della velocità della luce, una Galassia piena di pianeti abitabili ma priva di altre razze intelligenti, telepatia) su cui si basa che ci fanno capire che le cose non andranno mai come il grande maestro della fantascienza le ha sognate, ma fa comunque piacere che esista un’opera così ampia che tenti di raccontare il futuro come una grande avventura o meglio come un’imponente raccolta di avventure.

TRE (GENTIL)UOMINI IN PALLONE (PER NON PARLARE DEL PRETE MORTO)

L’edizione che lessi attorno al 1974

Nel romanzo che sto scrivendo compaiono dei palloni aerostatici. Mi è allora venuta in mente una lettura di circa quarant’anni fa, “Cinque settimane in pallone” (1863) di Jules Verne. Oltretutto ricordando la meraviglia con cui autori come Verne o Salgari parlavano delle innovazioni tecnologiche del loro tempo, dovendo descrivere una situazione culturale in parte simile, mi sarebbe piaciuto cogliere un po’ di quello stupore scientifico che nel XXI secolo abbiamo orami perso.

Ho così ripreso in mano il romanzo di Verne (questa volta in e-book, con il consueto TTS – Text To Speech, che certo avrebbe stupito non poco l’autore francese).

Non ne ho tratto grandi spunti narrativi, ma in ogni caso è stata comunque una lettura utile sulle trovate tecniche del personaggio Samuel Ferguson, che, nel 1862, risolve i problemi ascensionali con un sistema di riscaldamento dell’idrogeno, che gli consente di dotarsi di una zavorra ridotta, vista la lunga durata dell’impresa prospettata (l’attraversata dell’Africa). Un accorgimento che ho imitato è quello del doppio pallone, uno interno all’altro. Nel mio romanzo, infatti, gli aerostati vengono impiegati anche in battaglia e questo sistema li rende un po’ meno vulnerabili. Complessivamente tutta la lettura credo mi abbia ispirato solo una decina di nuove righe. Persino il cacciatore che avvista le prede dall’alto e che, pur potendole colpire, deve rinunciare, non potendole poi
recuperare, potrebbe sembrare che l’abbia copiata da Verne, ma era cosa che avevo già scritto.

Non penso invece sia possibile ripetere il senso di meraviglia ottocentesca per i prodigi della tecnologia, che oggi suonano un po’ ingenui (quante volte compaiono la parola “meraviglia” o altre simili?), né la visione dell’Africa come terra popolata di selvaggi “negri” “gnam gnam”, ovvero cannibali ferocissimi. Singolare è l’incontro con i cinocefali, figura leggendaria che non mi sarei aspettata da un autore tanto preciso e scientifico come Verne. Nello stesso romanzo, in effetti, egli stesso scrive, in un altro passaggio, che gli uomini dalla testa di cane sono solo una leggenda, ma non manca di far assalire i tre viaggiatori da un branco di scimmie umanoidi che definisce tali.

Le popolazioni locali, siano essi arabi (sempre definiti “negri”) o tribù dell’interno, reagiscono alla vista del pallone o adorandolo o scatenando istinti violenti.

I viaggiatori sono tre: il dottor Samuel Ferguson, il cacciatore Dick Kennedy e il servo Joe (il suo nome è Joseph Wilson, ma, in quanto servo, compare più spesso degli altri con il nome proprio). Tutti e tre si comportano con tipica nonchalance inglese anche nelle più grandi difficoltà, seppur in grado diverso. Il servo Joe dimostra rispetto e ammirazione incommensurabili per il suo padrone, al punto di rischiare o sacrificare la propria vita ogni volta che questo possa servire. Da parte sua il padrone Ferguson lo tratta con affetto, sebbene sembri quello rivolto a un cane fedele, e non manca di fare il possibile per salvarlo quando si trova in difficoltà. Un quarto personaggio viene salvato dai tre esploratori, anche se l’intervento dei tre si rivela tardivo e lo sfortunato missionario muore in viaggio.

Jules Verne

L’intero romanzo mescola alle imprese fantastiche del terzetto (per non parlar del prete morto, parafrasando Jerome K. Jerome) informazioni sulle conoscenze dell’Africa di quegli anni e sulle spedizioni che ne avevano tentato l’esplorazione e apre la serie dei viaggi fantastici che hanno fatto la fortuna di Verne, trasformandolo in uno dei massimi iniziatori della fantascienza.

Provando a seguire con il satellite (Google Maps) il percorso dei tre avventurieri sono andato a cercare il lago Ciad, alla cui vista mi sono chiesto come fosse possibile che quella sorta di acquitrino che vedevo fosse l’imponente lago descritto da Verne. Purtroppo, soprattutto negli ultimi anni, il bacino si è sempre più prosciugato e ora, visto dal cielo, non sembra quasi più un lago! Al contrario, allargando la visuale, alla ricerca del deserto in cui i tre eroi hanno rischiato di morir di sete, vedo una fascia desertica (o quanto meno terre ingiallite) molto più estesa di come la ricordassi e che impegna nella sola Africa un’area più grande dell’intera Europa e prosegue poi in Asia, non solo nella penisola araba, ma fin quasi al Pacifico!

C’è chi nega gli effetti del surriscaldamento, ma probabilmente non ha mai dato uno sguardo dall’alto al nostro piccolo pianeta!

 

Ho completato la lettura del romanzo con quella dell’articolo scritto da Verne, una decina d’anni dopo la pubblicazione del romanzo, il 21 settembre 1873, a seguito di una sua esperienza di volo in pallone, “Ventiquattro minuti in pallone”, che di fatto conferma le intuizioni dell’autore che ha descritto con grande precisione il viaggio dei tra aeronauti senza aver mai volato prima.

 

I VIAGGI NEL TEMPO TRA SCIENZA E FANTASCIENZA

Vittorio Baccelli era un autore molto presente nelle community digitali e mi capitava di incrociarlo in vari spazi. Leggo con dispiacere che è mancato nel 2011. Mi è capitato ora sotto mano un suo libro e mi sono reso conto di non aver mai letto di lui altro che racconti o altri testi brevi. Ho individuato il suo “Filosofia dei viaggi nel tempo” nella mia ricerca di testi che parlino del tempo, che mi ha recentemente portato a leggere “Il libro dell’orologio a polvere” di Ernst Jünger e “Essere senza tempo” di Diego Fusaro.

Quello che sto cercando in tali libri è una definizione del tempo che somigli a quella che ho utilizzato nei miei romanzi ucronici, da “Il Colombo divergente” al ciclo di Jacopo Flammer e i Guardiani del Tempo, passando per “Giovanna e l’angelo”.

L’idea che sta alla base dell’esistenza di universi alternativi in cui il flusso temporale è diverso da quello reale è già esplicitata all’inizio del primo romanzo dove scrivevo:

Ogni gesto può esser compiuto

o non esserlo.

Così nasce un universo divergente.

Vittorio Baccelli

Nei romanzi di Jacopo Flammer specifico che il tempo non è lineare, ma un frattale, ovvero da ciascuno degli infiniti punti di ciascuna delle infinite linee temporali si dipartono infinite altre linee, con le medesime caratteristiche. In tal modo qualunque evento può essersi verificato lungo almeno una di queste linee temporali, che chiamo Universi Divergenti. L’incrociarsi di tali linee consente i passaggi da un tempo a un altro, seppure lungo diverse linee.

Vittorio Baccelli scrive un saggio che esamina assieme le principali teorie scientifiche che potrebbero giustificare e permettere eventuali viaggi nel tempo, sia l’uso che di queste teorie è stata fatta dalla fantascienza, sia nei romanzi che nei fumetti o nel cinema. Conclude l’opera con un suo interessante racconto fantascientifico sul tema, in cui immagina la nascita dell’universo generata da un paradosso dei viaggi nel tempo.

La cosa più vicina alla mia idea di Universi Divergenti che ho trovato nel saggio di Baccelli sono i Multiversi e la teoria delle bolle.

Il saggio si presenta comunque come un’affascinante carrellata tra worm-hole, buchi neri, acceleratori nucleari, pulsar, universi oscillanti, fisica subatomica. Un capitolo rilevante è dedicato al fisico serbo Nikola Tesla, riconosciuto per aver brevettato i motori a corrente alternata e che Baccelli insiste nel voler considerare come “l’inventore del Novecento” per la molteplicità delle sue invenzioni, delle sue intuizioni scientifiche, comprese alcune che potrebbero riguardare la manipolazione dello spazio-tempo. Le sue scoperte, secondo l’autore, furono considerate scomode dall’industria americana, che lo boicottò. Tra le sue invenzioni che poi furono attribuite ad altri ci sono la radio e il campo magnetico rotante, ma molte delle sue idee sono purtroppo rimaste sulla carta e altre sono state cedute per nulla all’industria. Interessante è che era affetto da allucinazioni, spesso collegate alle sue intuizioni scientifiche.  Mi viene allora da pensare alle riflessioni di Sacks (“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”) sui difetti neurologici che portano chi ne soffre ad accrescere certe capacità (potrebbe essere il caso di alcuni artisti e, forse, dello stesso Tesla).

Tra le opere cinematografiche più diffusamente esaminate da Baccelli c’è “Donnie Darko”, un’intricata storia di viaggi nel tempo e multiversi che mi ripropongo ora di vedere.

Da ucronico, ho poi apprezzato la parte dedicata questo genere letterario.

Anche se la mescolanza di teorie scientifiche ufficiali, semi-ufficiali e non ufficiali e i rimandi alla fantascienza rendono difficile farsi un’idea precisa dell’attendibilità delle ipotesi descritte, questo volume stampato da Lulu per Tesseratto Editore nel dicembre 2010 si presenta comunque come una lettura stimolante per approfondire altrove le tematiche affrontate.

DUE SETTIMANE A MONACO

Sono stato per due settimane a Monaco di Baviera con mia moglie e mia figlia. Devo dire che due settimane sono il tempo giusto per visitare questa città che offre davvero molto, se si vogliono visitare musei, palazzi, chiese. Ha anche un gran numero di bei parchi che l’attraversano e meritano qualche ora ciascuno. Per chi ama lo shopping  il centro della città non può certo deludere, con negozi di ogni livello e enormi centri commerciali.

Mia figlia la mattina frequentava un corso di tedesco alla BWS Germanlingua, in pieno centro, ad Hackenstrasse 7. Mi pare ne sia rimasta abbastanza soddisfatta.

Abbiamo alloggiato presso la Pension Seibel in Reichenback strasse 8, a 30 metri da Viktualienmarkt e a mezzo WP_20150804_09_29_03_Prochilometro da Marienplatz. Insomma difficile trovare una posizione più centrale. L’hotel offriva un’ampia colazione in una saletta arredata in stile bavarese. Pur essendo l’offerta di pietanze abbastanza ampia, in due settimane del nostro soggiorno non è mai variata. Sui tavoli c’era una caraffa di caffè e frutta fresca (non sempre ben assortita) e sul tavolo a buffet piatti, solo freddi, salati e dolci. In sostanza un paio di formaggi, uno tipo brie e uno tipo gorgonzola, philadelphia classico e alle erbe e sottilette, vari affettati, verdure secche (pomodori, peperoni, ecc), uova sode condite e no, caprese, pani bavaresi di vario tipo, una decina di dolci diversi, succo di arancia e di mela, yogurt bianco, alla fragola e ai cereali, varie marmellate, miele e credo di aver detto quasi tutto.

La prima stanza che ci hanno offerto (n. 46) , pur essendo una tripla (eravamo tre) era molto piccola e l’accesso al terzo letto era difficoltoso. Ci è stata prontamente sostituita con una quadrupla (n. 51), più spaziosa ma all’attico (quinto piano con ascensore) e quindi assolata. Dopo i primi giorni, con un modesto sovrapprezzo (€ 20 al giorno) ci siamo fatti spostare nella suite (n.31), un appartamentino di tre stanze decisamente più moderno come arredi, con cinque letti, ampio divano angolare con chaise longue, poltrona di vimini, tavolino con TV a schermo piatto, quattro sedie, cucina (ma senza pentole e con ben pochi piatti – che non abbiamo usato minimamente), due letti matrimoniali e un singolo, tre armadi, bagno nuovo (quello della n.51 meritava un completo rinnovo) con vasca, tutto molto meglio che nell’altra camera. Ottima soluzione, sebbene al terzo piano, senza ascensore, cosa che per me va benissimo, essendo abituato a fare le scale a piedi anche quando è possibile evitarlo.

Le ragazze che pulivano le stanze ci sono parse un po’ in affanno e difficilmente riuscivano a completare il giro prima delle 13,00. Ho fatto presente la cosa alla proprietaria che subito ci ha fatto pulire l’appartamento entro le 9,00. Insomma, l’hotel ha fatto il possibile per venire incontro alle nostre richieste, pur nei limiti di una struttura familiare di poche stanze.

Avevo tre guide con me:

  • Monaco Cartoville – Touring Editore
  • Low Cost Monaco – Morellini Editore
  • Germania – Le Guide Mondadori

Ho usato la guida Mondadori soprattutto per le escursioni fuori città (escursione al lago Chiemsee con visita al palazzo Herrenchiemsee – imitazione di Versailles – e giro in battello tra Stock, Herren e FruenInsel, il castello da fiaba Neuschanstein e l’adiacente Hohenschwangau, i paesi di Füssen, Augusburg e Oberammergau, nonché il campo di concentramento di Dachau). La consultavo poi la sera anche per le visite in città. Amo molto le guide Mondadori, per la presenza di foto e piante tridimensionali.
In tasca tenevo, invece, sempre la guida Touring Cartonville. Ogni zona della città ha la sua cartina (dalla A alla F), con indicazione di ristoranti, locali, negozi e, ovviamente, monumenti. Piccola e maneggevole, è stata utilissima soprattutto come stradario.

La guida della Morellini mi è servita solo come lettura generale e mi ha suggerito la visita del quartiere Jugend still di Schwabing, che era meno valorizzata sulle altre guide, seppur comunque indicata. Sostanzialmente però, avendo le altre due guide, avrei potuto farne a meno.

I ristoranti li abbiamo scelti “a naso”, senza consultare guide o web.

Abbiamo cercato di cenare quasi sempre bavarese e quasi sempre in pieno centro, non lontano da Viktualienmarkt, dove c’è una scelta notevole di esercizi. Alcuni dei locali in cui siamo stati sono i seguenti (il prezzo è per 3 persone):

  • Zum Dürnbraü – Dürnbraustrasse, 2 – € 82,00 – 1 agosto – bavarese;
  • Altes Hackerhaus Famillie Pongratz – Sendlinger Strasse, 14 – € 59,20 – 2 agosto – bavarese;
  • Bratwurstherzl am Viktualienmarkt – Dreifaltingkeitsplatz, 1 – € 46,50 – 3 agosto – bavarese;
  • Haxnbauer – Sparkassenstrasse – € 62,00 – 4 agosto – bavarese;
  • Der pschorr – Viktualienmarkt, 15 – € 72,10 – 5 agosto – bavarese;

    Schloss Neuschawnstein

    Schloss Neuschwanstein

  • Tarullo’s – Kreutzstrasse, 18 – € 55,01 – 6 agosto – italiano;
  • Maredo München – Frauenplatz 7 – € 57,70 – 7 agosto – spagnolo;
  • Laurin – S.Riedl & M. Augustburger GbR – Heiliggeiststrasse, 6 – € 67,20 – 8 agosto – bavarese;
  • Yum Thai Kitchen & bar – Utzschneiderstrasse 6 – € 85,20 – 10 agosto – thailandese;
  • Winter Garten – Elisabethplatz 4b – € 41,20 – 11 agosto – bavarese;
  • Restaurant Zum Alten Markt – Dreifaltigkeitsplatz 3 – € 49,20 – 12 agosto – bavarese;

Abbiamo mangiato bene in tutti e non vale la pena di fare particolari descrizioni di ognuno. Quasi ovunque, per questa categoria di prezzo, i tavoli sono senza tovaglia, gli ospiti si succedono sullo stesso tavolo senza che venga pulito e spesso la gente si siede dove trova posto libero, senza chiederlo al cameriere. Questi sono quasi tutti frettolosissimi (e sostanzialmente poco simpatici). Danno per scontato che si voglia solo bere (birra ovviamente) e una volta che gli hai ordinato le bevande scappano via e si fa sempre fatica a ordinare anche da mangiare. Le birre arrivano in fretta, ma il cibo tende ad arrivare con lentezza. Ci siamo ostinati a ordinare acqua frizzante, nonostante il prezzo che è quasi pari a quello della birra e il disprezzo più o meno evidente dei camerieri per “l’acqua miserabile” come l’ha persino chiamata uno di loro (in italiano) portandoncela, credendosi, forse, spiritoso. Nei locali bavaresi di solito i menù sono in tedesco, ma i camerieri capiscono bene l’inglese. Talvolta abbiamo trovato menù anche in inglese o persino in italiano.

Hohenschwangau

Hohenschwangau

L’unico locale con camerieri cortesi e attenti, tovaglie e un’apparecchiatura decente (di solito tovaglioli e posate stanno in boccali al centro della tavola e ognuno li prende da sé) è stato quello thailandese.

In molti locali (quasi tutti) i tavoli vengono condivisi. Se siete in tre e il tavolo è da sei, aspettatevi di dividerlo con altre due o tre persone.

A parità di prezzo in Italia si mangia meno, e soprattutto meno carne (o pesce), ma il servizio di norma è ben superiore. Sulla qualità del cibo, nulla da dire, se uno ama, carni e salumi.

Nei ristoranti è sempre stato possibile pagare con la carta di credito. Non così nei negozi. In uno hanno persino detto che non la accettavano sotto gli € 150! Gli ho lasciato l’acquisto sul bancone! Spesso nei negozi non la accettavano sotto 20 o 30 €.

Cosa abbiamo visto?

Neu Rathaus

Neue Rathaus

Tutto il centro, un gran numero di musei (il tecnologico Deutches, i bavaresi Müncher Stadtmuseum e Bayerisches Nationalmuseum, quelli dedicati all’arte moderna Haus der Kunst, Neue Pinakothek, Pinakothek der Moderne, Museum Brandhorst, Lenbachhauss e Schack Galerie e quelli di arte antica come la Glyptothek piena di statue romane, la Staatliche Antikensammlungen e l’imperdibile Alte Pinakothek), i due municipi (Altes e Neues Rathaus, quest’ultimo un imponente edificio tardo-gotico), molte chiese (Frauenkirche, Peterskirche, Heilinggeiskirche, Mikaelskirche, la barocchissima Asamkirche, St.Paulkirche e la decentrata St. Georgekirche), vari palazzi (Alte Hof, l’immensa Residenz, le terme Müller’sches Volksbad, Maximillianeum, Villa Stuck in jugenstill, come le case del quartiere Alt-Schwabing, il grandioso Schloss Nymphemburg con i suoi immensi giardini e l’adiacente quartiere di Neuhausen ), giardini (Hofgarten, Westermülbach, gli enormi Englischer Garten con lago e fiumi in cui i tedeschi facevano surf), piazze (Marienplatz con il municipio tardogotico che sembra Notre Dame, Viktualienmarkt con il suo mercato alimentare, Theresienwiese dove fanno l’Oktoberfest, la fiorita Gartenplatz vicino al nostro hotel, St.Anna con le due chiese omonime, Königplatz con i due musei e la porta in stile greco) porte torri e monumenti (Isartor, Sendlinger Tor, Friedensengel) e persino cimiteri (Alter Südicher Friedhof).

Loggia dei Lanzi a Firenze

Odeonplatz

Odeonplatz

Insomma, in due settimane c’è poco da fermarsi e quasi tutto quel che abbiamo visto meritava. Magari si potevano evitare la Schack Galerie e l’Haus der Kunst, avendo già visto altri tre musei di arte moderna. Imperdibili le visite fuori porta ai castelli nel sud della Baviera Neuschanstein e Hohenschwangau, ma anche la Residenz con l’adiacente loggia che imita quella dei Lanzi a Firenze, Marienplatz, Schloss Nymphemburg, Villa Stuck e gli Englischer Garten. In questo parco è incredibile cosa non riescano a fare i tedeschi: si tuffano nei fiumi dagli alberi, nuotano in correnti fortissime e gelide, fanno surf, rischiando di spaccarsi la testa contro gli argini strettissimi del fiume, prendono il sole in piena città come fossero al mare!

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Cinghiale davanti al museo della caccia e della pesca a Monaco

“Porcellino” della Loggia del Mercato Nuovo a Firenze

A proposito della Loggia di Odeonplatz che imita quella fiorentina, bisogna dire che ci hanno copiato anche il porcellino, quello della Loggia del Mercato Nuovo. Davanti al museo della caccia e della pesca (Jagd-und-Fischereimuseum di Neuhauserstrasse 2) ce n’è uno identico! Va detto però che il nostrano cinghiale (impropriamente detto “porcellino”) deriva da una copia romana di un marmo ellenistico, dunque i bavaresi potrebbero aver copiato uno di questi e non quello del Mercato Nuovo.

Per quanto bella, Monaco è in parte imitazione di cose di altre epoche, dall’imponente Neues Rathaus che, edificato tra il 1867 e il 1909, si rifà a uno stile gotico ormai superato, a Königplatz con i due musei e la porta che somigliano a templi greci. Quando poi si va sull’isola di Herren nel lago Chiemsee, il palazzo è un’autentica copia, incompleta, del palazzo di Versailles, ancor più somigliante della Reggia di Caserta.

Per quanto riguarda il viaggio, ci siamo mossi in auto (Firenze, Modena, Brennero, Inssbruck, Monaco), attraversando l’Austria (fa un po’ rabbia

Surf a Englischner Gartner

Surf a Englischner Gartner

dover acquistare le “vignette” per l’autostrada che durano 10 giorni minimo, quando l’attraversata si risolve in circa un’ora!).

La partenza di sabato 1 agosto, come temevo, ci ha trascinati nel pieno del traffico e, comprese pause per circa 1 ora, abbiamo impiegato più o meno 10 ore e mezza. Il ritorno è stato più veloce, con traffico solo in Germania, ma comunque di 8 ore e mezza, con la solita oretta di soste.

Per muoversi a Monaco sono quasi sempre sufficienti i piedi, avendo un hotel centrale come il nostro, comunque abbiamo preso due abbonamenti settimanali per le zone 1 e 2. Forse poteva bastare la sola zona 1, ma le poche puntate nella 2 erano quelle che più difficilmente si potevano fare a piedi.

L’auto è impossibile parcheggiarla in centro. Non solo è caro, ma davanti all’hotel non si possono mettere monetine per più di 2 ore di seguito (tranne la notte)! Ho quindi lasciato l’auto al parcheggio Riemer See P+R al capolinea della Linea U2 di Messestadt-Ost. Costa € 1 il primo giorno ed € 3 i giorni successivi, più il prezzo per l’estensione dell’abbonamento alla metro di altre 2 zone (€ 5,40 ogni viaggio).

Conclusioni? Ottima vacanza, ottima location dell’albergo, ottima scelta della durata del soggiorno, ottimo il cibo. Interessante e piacevole il tutto.

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