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UNA PASSEGGIATA NEI BOSCHI CON UN POETA

Risultati immagini per per le foreste sacreHo appena finito di fare una passeggiata letteraria “Per le foreste sacre” con Paolo Ciampi, “un buddista nei luoghi di San Romualdo e San Francesco” (come recitano titolo e sottotitolo del libro di viaggio e riflessione dello scrittore e giornalista fiorentino).

C’è sempre tanta poesia e tanta riflessione nei libri di Paolo Ciampi.

Questo suo volume pubblicato, giustamente, da una casa specializzata nel genere la “Edizioni dei cammini”, racconta di un viaggio tra Toscana e Romagna, tra le foreste casentinesi.

Il viaggio parte non lontano da Firenze, da Castagno D’Andrea e San Benedetto in Alpe, si addentra nel parco nazionale, raggiunge Camaldoli e altri borghi, ma è soprattutto un andare tra boschi, di albero in albero.

Il volume è stato pubblicato nel marzo 2017. Il viaggio si svolge in questa parte dell’anno, ma non saprei di quale, forse il 2016 o il 2015, chissà! Mi stupisco a leggere del loro andare più o meno negli stessi giorni dell’anno, quasi che fossi davvero con Paolo Ciampi e i suoi amici. Ho letto, così, per esempio, il capitolo sul 1 maggio proprio durante la festa dei lavoratori. Perché lo dico? Perché questa, pur essendo solo una coincidenza, mi pare quasi un segno di comunanza tra me e questo scritto.

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Paolo Ciampi

Anche io amo camminare. Purtroppo di rado mi riesce farlo nei boschi ma è proprio lì che mi piace stare. Amo più la montagna e le sue foreste che le città o il mare. È quella l’aria che mi tonifica, è quello il silenzio in cui riesco a dormire, è quello il clima in cui mi sento a mio agio. E non è così comune, perché, scrive Ciampi, “c’è anche l’uomo che la natura non solo non la ascolta più, ma fa di tutto per togliersela di torno” e non posso non pensare alle nostre città a come ogni intrusione della natura sia vista come disordine e sporcizia, senza capire che a essere fuori posto è proprio la nostra città.

A farmi apprezzare queste pagine non solo una questione di luoghi e di un amore per l’andare, per l’osservare la natura, con il desiderio di comprenderla, (senza, nel mio caso, gli strumenti adeguati per farlo appieno), ma anche questa capacità di abbinare al cammino il pensiero e la riflessione, questo gusto per la citazione veloce, questa ricerca del senso delle parole, perché dietro di esse si nasconde anche il senso delle cose.

 

Di Paolo Ciampi ho già letto altro e ogni volta è un piacere. L’ho conosciuto come autore leggendo “Gli occhi di Salgari” e “Beatrice”, due belle biografie, così piene di poesia e l’ho riletto di recente in “L’aria ride”, un libro a metà tra la biografia e il racconto di viaggio.

Lo stile è riconoscibile, leggero come il passo di un viandante, colto come la parola di chi ama il pensiero e che è pronto a far propri quello altrui per farne germinare di nuovi, in sé e nei suoi lettori.

Eccolo allora qui citare un’anonima guida alpina con il bel “ho molto cammino dentro” su cui ci invita a riflettere. Mi pare quasi la chiave di lettura di questo libro. Aver cammino dentro è anche avere vissuto ed essersi scoperti, perché i viaggi “ci aiutano a scoprire qualcosa, anche di noi”. Eccolo citare Walt Whitman “non esiste la morte / E se mai è esistita, portava alla vita”. Eppure “ogni passo, in effetti, è prima di tutto un addio” (scrive Ciampi).

Eccolo cercare una comunione con il bosco e gli alberi, riflettendo sulle parole di John Muir “Quanto poco conosciamo ancora della vita delle piante: le loro speranze, paure, gioie e dolori!” Chi pensa in tal modo di una pianta? Oppure alla frase di Rilke “Alla felicità non si ascende, nella felicità si cade”.

Eccolo interrogarsi sul senso di parole (e di quel che significano veramente) come asceta, eremita, anacoreta, sacro, precario, decidere, edicola, tabernacolo, miracolo, foreste, forestieri o persino di termini stranieri come serendipity. Forse il motivo per cui ama esplorare così i nomi è nella frase di Antonio Tabucchi che cita “nei nomi c’è il tempo passato assieme”. Per amare e comprendere qualcosa o qualcuno ci vuole del tempo passato assieme.

Carlo Menzinger con alcuni libri scritti da Paolo Ciampi

Si rammarica allora Ciampi perché “non ho tempo passato insieme a questo albero che ora vorrei sentire parte di me”. Oggi non ho più un rapporto “personale” con degli alberi, ma da ragazzo ne ho piantati tanti e curati a lungo. Erano alberi cui non avevo dato un nome, ma che conoscevo uno per uno. Mia madre diceva degli alberi che aveva curato, che per lei erano come dei figli. Questo si può creare, se si passa del tempo assieme. Anche con un albero. Del resto “Dio pose l’uomo in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” osserva Ciampi citando la Genesi. E io mi chiedo quanto  cristiani, ebrei e mussulmani (per tutti loro quel libro, che li accomuna, dovrebbe essere sacro) abbiano rispettato questo compito. Come abbiamo curato il nostro giardino?

Eccolo raffrontare il pensiero di santi cattolici a quello di sapienti buddisti e trovarvi assonanze. E quando cita il buddismo dicendo “per quanto corra una bella differenza tra me e questo abete entrambi siamo manifestazione di Myo, la legge mistica. Tutto lo è, tutto contiene tutto” mi vengono in mente diverse parole ma dal significato simile che ho da poco letto in un saggio di Bergson, il filosofo nobel per la letteratura (“L’evoluzione creatrice”) quando dice che non esistono specie differenti, ma che siamo tutti manifestazione di un’essenza unitaria che è la Vita. È lo stesso impulso iniziale della Vita che ha generato animali, piante e funghi, quell’albero e questo uomo. Siamo tutti parte della stessa cosa. I grandi pensieri, come l’impulso della vita, tendono a convergere e a creare risultati simili lungo percorsi diversi.

Eccolo ricordarci che “se la vita è complicata, io potrei provare a esserlo un po’ meno”: quanti “Uffici Complicazione Cose Semplici” ci sono attorno a noi, mi chiedo.

Eccolo ammonirci, con l’insegnamento buddista “Se accendi una lanterna per un altro, anche la tua strada ne sarà illuminata”: quanta verità in questo concetto così semplice e così disatteso!

E trova persino l’occasione per buttare lì, con noncuranza, un’osservazione economica di non poco conto “ci sono molti modi di fare impresa: e uno, scontato, è approfittare della terra dove sei, fino a derubarla; l’altro è restituire a quella terra qualcosa di ciò che hai guadagnato, magari in cultura, magari in solidarietà”.

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Paolo Ciampi

Insomma, è stato un vero piacere fare questo cammino, seppur virtuale, con Paolo Ciampi e, come lui, “arrivato alla meta, sbircio la meta dopo”, perché ogni risultato è solo l’inizio di un nuovo cammino e “beato l’uomo che ha sentieri nel cuore” perché avrà sempre un luogo dove andare.

 

Il volume è corredato  da alcune informazioni sul Parco Nazione delle Foreste Casentinesi, sulla Cooperativa In Quiete (www.cooperativainquiete.it) che organizza passeggiate nella natura ma non solo e, soprattutto, da una bibliografia commentata di alcuni testi che mi sono subito segnato per prossime letture (e c’è l’imbarazzo della scelta).

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A EST DEL SURYPANTA

Image result for Sempre a est Massimo Acciai BaggianiCredo che “Sempre a est” sia il primo romanzo pubblicato da Massimo Acciai Baggiani. Per me, però, si tratta del quinto testo scritto da lui che leggo (dopo “La compagnia dei viaggiatori del tempo”, “L’ultima regina d’Inghilterra”, “Radici” e , “25 – Antologia di un quarto di secolo”),  trattandosi di un fantasy, ho la conferma della versatilità e della varietà di questo autore. “La compagnia dei viaggiatori del tempo” è, infatti, una silloge di racconti prevalentemente fantascientifici; “L’ultima regina d’Inghilterra” è un racconto ucronico con aspetti sociologici e fantascientifici; “Radici” è nel contempo racconto di viaggio, guida turistica, storia familiare; “25 – Antologia di un quarto di secolo” è, infine, una sintetica antologia poetica. So, poi, che Massimo Acciai Baggiani ha scritto anche altro, in particolare, dei saggi.

Questa mia quinta lettura è, dunque, anche il primo romanzo di Acciai che leggo.

Andare “Sempre a est” è uno dei due indizi fondamentali del protagonista nel suo viaggio alla ricerca del perduto surypanta. L’altro indizio è la parola “raccoglitore”.

Davvero molto poco per avviare una difficile e avventurosa caccia al tesoro. In effetti, anche la mia Aracne, la protagonista de “Il sogno del ragno –Via da Sparta” parte con una sola, vaga, meta: il nord. Come Aracne, anche Hinreck, il protagonista di “Sempre a est” dispone anche di un oracolo, per aiutarlo in quest’impresa.

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Massimo Acciai Baggiani

Entrambi partono soli ma entrambi trovano presto qualcuno per accompagnarli.

Nel caso di Hinreck si tratta di un’altra ragazza, anche lei alla ricerca del proprio perduto surypanta. Ritroverà poi un’altra giovane, la donna che stava per sposare ma che, poco prima fuggì con il suo surypanta, abbandonandolo. Ma non è lei ad avere la creatura. Si crea così uno strano terzetto, con il protagonista e due belle ragazze.

Insomma, che cos’è questo surypanta che fa quasi pensare a qualche divinità indù? Si tratta di una creatura magica, rarissima, simile a un gatto in miniatura, ma con grandi poteri e capace di canti meravigliosi.

Sempre a est” si snoda, dunque, in una serie di combattimenti, magie, incontri, ricerche e misteri da svelare nel più classico stile fantasy, ma senza le creature classiche dell’universo di Tolkien, Lewis o Rowling (elfi, hobbit, troll, draghi…), creando un proprio universo, che nel finale sfocia in un inatteso sviluppo dai toni fantascientifici.

UN INATTESO OLTRETOMBA

Image result for fiume vita farmerL’inizio de “Il fiume della vita” di Philip José Farmer (Terre Haute, 26 gennaio 1918 – Peoria, 25 febbraio 2009), mi ha subito entusiasmato, con il protagonista che si risveglia, un po’ come anni dopo vedremo in Matrix (The Wachowski Brothers – 1999), sospeso tra tanti corpi di gente nuda e addormentata, che poi comincia a “piovere” letteralmente giù. Lui solo è sveglio e cosciente. E non si tratta di un personaggio qualunque bensì di una figura storica realmente esistita, l’esploratore Richard Burton.

Rubo alla solita wikipedia la seguente descrizione “Richard Francis Burton (Torquay, 19 marzo 1821 – Trieste, 19 ottobre 1890) è stato un esploratore, traduttore e orientalista britannico.

Viaggiò da solo e sotto travestimento alla Mecca, tradusse Le mille e una notte, Il giardino profumato e il Kama Sutra, viaggiò con John Hanning Speke alla scoperta dei grandi laghi africani e della sorgente del Nilo, visitò Salt Lake City insieme a Brigham Young, viaggiò in lungo e in largo, e scrisse molto. Fu probabilmente il terzo miglior spadaccino europeo del suo tempo. Servì come console britannico a Trieste, Damasco e Fernando Poo. Fu nominato cavaliere nel 1886.”

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Philip José Farmer

A grandi linee questo è proprio l’uomo che l’autore ha scelto come proprio protagonista per navigare non il Nilo ma un misterioso fiume lungo cui sono disseminati uomini di ogni etnia ed epoca. Un signore che, dalle foto d’epoca, con i suoi baffoni, non ha propriamente un’aria amichevole.

Ebbene, dopo essersi ritrovato in questo strano luogo, il nostro Burton immaginario si risveglia, di nuovo, in una strana terra, sulla riva di un fiume. Non ha più i suoi amati baffoni e alcun altro capello o pelo corporale ed è ancora completamente nudo. Lo stesso le persone che incontra.

Cosa ancor più strana, lui e tutti gli altri sono ben consapevoli di essere morti, ma quel mondo in cui si trovano non sembra nessuno degli aldilà immaginati da religioni o fantasie umane e la loro esistenza è quanto mai corporea, al punto che devono mangiare,  espletare le comuni esigenze fisiche e, soprattutto, possono morire. Possono fare sesso ma non avere figli. Che oltretomba è mai questo in cui si continua a morire?

Le meraviglie di questa storia non finiscono qui. L’ambiente, pur semplice, è quanto mai originale: una valle all’apparenza infinita, solcata da un fiume e delimitata da catene montuose ripide e invalicabili. In questa valle fluviale sono capitate persone morte in ogni epoca, con concentrazioni particolari in alcuni punti del fiume di gente della medesima epoca e provenienza geografica. Burton si trova soprattutto con italiani morti alla fine del 1800, con altri inglesi e americani ma anche con un ominide appartenente a un’altra specie della famiglia homo e con un alieno vissuto sulla Terra nei primi anni del nostro terzo millennio. Il romanzo, infatti, primo volume del Ciclo del Mondo del Fiume fu pubblicato nel 1971 e scritto anni prima (penso attorno al 1953), dunque il 2000 rappresentava ancora il futuro.

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Richard Burton

Il nostro Burton non è il solo personaggio famoso a ritrovarsi nella valle. Burton, per esempio, continua a incontrare il gerarca nazista Hermann Göring.

Credo che questo romanzo consenta di collocare Farmer in quella ristretta ed eletta cerchia di autori che sono stati capaci di creare interi mondi immaginari, con loro regole e caratteristiche specifiche. Costruire mondi credo sia la forma più creativa e geniale di letteratura. Se in un libro amiamo riconoscerci, vogliamo farlo però in storie che siano il più possibile lontane dal quotidiano, in ambientazioni che siano il più possibile diverse e stupefacenti. In questo Farmer dimostra qui di essere un grande maestro e la sua bibliografia mi pare confermare questa sensazione.

 

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Hermann Goering

Mi trovo così con molti altri libri da mettere in programma per letture future: innanzitutto i volumi successivi del Ciclo del Mondo del Fiume, ma anche altre opere di Farmer, quali il ciclo dei Fabbricanti di Universi.

 

Mi segno qui l’elenco dei volumi del Mondo del Fiume:

  • Il fiume della vita (To Your Scattered Bodies Go, 1971).
  • Alle sorgenti del fiume (The Fabulous Riverboat, 1971).
  • Il grande disegno (The Dark Design, 1977).
  • Il labirinto magico (The Magic Labyrinth, 1980).
  • Gli dei del Fiume (The Gods of Riverworld, 1983).
  • Raccolta di racconti “Il mondo di Philip José Farmer (Riverworld and Other Stories, 1979).
  • Raccolta di racconti “Gli avventurieri di Riverworld” (1994).

 

Ma penso che meriti leggere anche “Il fabbricante di universi”, l’antologia “Relazioni aliene”, “Gli amanti di Siddo” e “Il figlio del sole”.

VIAGGIO AL CENTRO DI UN’ANTARTIDE ALIENA

Immagine trovata per le montagne della folliaSono arrivato alla mia quarta lettura di Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937) e, forse, alla migliore “Le montagne della follia” (1931), sebbene non possa certo definirsi un romanzo moderno, al punto che mi ha fatto molto pensare a Jules Verne (Nantes, 8 febbraio 1828 – Amiens, 24 marzo 1905) e questo viaggio attraverso l’antartide, spingendosi nelle profondità del ghiaccio e della terra, mi ha subito richiamato alla mente il suo “Viaggio al centro della terra” (1864). Come nella pre-ucronia verniana incontriamo nelle più profonde viscere della Terra esseri preistorici sopravvissuti allo scorrere del tempo, così, infatti, ne “Le montagne della FolliaLovecraft ci fa scoprire sotto i ghiacci dell’antartide, i resti di una civiltà antecedente addirittura alla nascita della vita sul nostro pianeta. Non solo i resti, a dir il vero, sono sopravvissuti al passaggio di milioni di anni!

Lo stile di Lovecraft qui è quanto mai ottocentesco, scritto in forma di diario, con il protagonista che si rivolge direttamente al lettore. Non si può non notare poi una sovrabbondanza di aggettivi e frasi volti a creare nel lettore aspettativa e meraviglia e un girare attorno alle cose sorprendenti a lungo annunciate prima di mostrarle.

Abbondano, insomma, frasi come:

Ci parlò dell’ineffabile grandiosità della scena e delle straordinarie sensazioni”.

Le sensazioni che Pabodie e io provammo all’arrivo di questi rapporti sono indescrivibili”.

“Il sistema nervoso era così complesso e sofisticato da lasciare sbalordito Lake”.

“Molti ci giudicheranno pazzi”.

“Lo shock provocato dalla visione”.

E aggettivi o avverbi quali “incommensurabile”, “sorprendentemente”, “sconcertanti”, “strane”, “mostruosa”, “incredibile”, “inumana”.Immagine trovata per le montagne della follia

Non sempre, purtroppo, a tale preparazione, segue l’evento grandioso che uno potrebbe aspettarsi. L’uso di tali espressioni, del resto valse a Lovecraft le sue prime stroncature (ogni scuola di scrittura, oggi, insegna a non abusare di aggettivi e, soprattutto, avverbi). Eppure ora possiamo leggere in queste esagerazioni lovecrtaftiane proprio l’impronta del suo stile immaginifico.

La descrizione del loro viaggio attraverso la perduta città degli Antichi conserva il gusto ottocentesco dell’esplorazione scientifica che tanto bene si può vedere in Jules Verne. Dall’analisi dei reperti antichi e dei corpi riescono (e questa è la cosa davvero sorprendente) a ricostruire in breve con grande precisione la storia di milioni di anni di questa razza per due terzi animali e per un terzo vegetale che, giunta sulla Terra da mondi alieni vi portò per la prima volta la vita, creandola per i propri fini, che sulla Terra combatté contro altre creature aliene e che, infine, decadde fino a ritirarsi nel solo antartide, dove fu sopraffatta da degli esseri mostruosi da loro stessi creati, gli shoggoth.

 

Quel poco che ho letto sinora di Lovecraft, mi pare confermare la rilevanza del tema di creature intelligenti vissute prima dell’uomo.

Ne “La casa stregata” gli esseri primordiali che popolarono un tempo la Terra sono detti Vecchi, qui sono chiamati Antichi. Non sono le stesse creature, ma sono comunque esseri alieni, diversi dall’umanità. Anche ne “L’ombra venuta del tempoLovecraft immagina esseri arcaici e arcani vissuti prima di tutti i tempi, solo che in questo romanzo hanno la capacità di reincarnarsi in altri corpi e di attraversare a piacere il tempo, per cui alcuni di loro assumono sembianze umane.

Ne “Le montagne della follia” compare il celeberrimo pseudobiblion “Necronomicon”, un antico testo immaginario che parlerebbe di creature primordiali che avrebbero abitato la Terra prima dell’uomo, opera più volte citata da H.P. Lovecraft e che già avevo incontrato leggendo la raccolta di racconti “Il guardiano dei sogni”, ma che qui trova una centralità assai maggiore e, i protagonisti, con la loro esplorazione, ne convalidano la fondatezza.

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Howard Phillips Lovecraft

La presenza del Necronomicon e degli Antichi fa collocare il romanzo all’interno del Ciclo di Cthulhu, nome citato anche in queste pagine. Necronomicon e Antichi appaiono anche nelle Storie Oniriche, ma la chiave fantascientifica meglio identifica il Ciclo di Cthulhu rispetto a queste altre più “weird fiction” (come Lovecraft definiva la propria opera).

Grandioso e geniale è comunque il mondo creato, con esseri così diversi da noi, e con questo romanzo Lovecraft si pone di certo ai primissimi tra i grandi “creatori di universi” e di sicuro un precursore di tutti costoro.

Se le mie precedenti letture mi avevano fatto dubitare sulla collocabilità di Lovecraft nel filone della fantascienza, quest’opera dimostra invece che, pur con un gusto dell’horror e del magico suoi propri, Lovecraft può ben porsi accanto, per esempio, a Jules Verne e Herbert George Wells (Bromley, 21 settembre 1866 – Londra, 13 agosto 1946) e Mary Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851) come uno dei fondatori di questo genere, oltre, che ovviamente, come uno degli autori più interessanti del XX secolo.

Se numerosi sono i suoi racconti i principali romanzi sono:

 

Il primo e il più lungo dei racconti de “Il guardiano dei sogni” si chiama “Alla ricerca dello sconosciuto Kadath” e credo sia il primo di questo elenco con diverso titolo. Penso che proverò a leggerne presto qualcun altro.

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ALL’INSEGUIMENTO DI UN SOGNO

IL SOGNO DEL RAGNO” di Carlo Menzinger di Preussenthal è un romanzo che ci trasporta in un altro mondo. Non un mondo alieno attorno a qualche pianeta lontano, ma il nostro, la nostra vecchia Terra.

Eppure questa Terra, oggi, ne “IL SOGNO DEL RAGNO” appare davvero molto diversa da come la conosciamo. Che cosa le è accaduto?

Sparta, sconfitta Tebe, distrutta Atene e soggiogata Roma, domina ormai Europa, Asia e gran parte dell’Africa e dell’America. Non ci sono mai state la Rivoluzione francese e la Rivoluzione Industriale! Le grandi nazioni europee non sono mai nate!

La storia si svolge dal 16/04/2009 al 14/07/2018. Inizia in parallelo a Napoli e in Grecia, a Sparta, con le due protagoniste che, ciascuna a modo suo combatte contro l’Impero di Sparta, che come un ragno (uno dei suoi simboli) ha allargato ovunque la sua tela. “Sparta ovunque” è una delle forme di saluto ora in voga. A Napoli, anzi, a Neapolis, Aracne, una schiava ilota di diciassette anni, violentata in strada per l’ennesima volta e rimasta incinta, sebbene le leggi di Sparta non lo permettano, fugge “Via da Sparta” (come si chiama la saga) per non essere punita per questa gravidanza e per cercare un nuovo mondo, un modo diverso di vivere e la libertà. È questo il sogno di Aracne (“ragno” in greco). È questo “IL SOGNO DEL RAGNO. Aracne si chiama così perché sin dalla nascita ha un ragno tatuato sulla fronte. Non sa perché, ma un grande mistero che la riguarda da vicino è celato in quel tatuaggio.

Al centro dell’Impero, a Sparta, che ora si chiama Lacedemone, un’altra ragazza, Nymphodora, poco più grande di lei, ma appartenente alla nobiltà, agli spartiati, e figlia di due delle persone più importanti dell’Impero, sogna di cambiare la città e studia una disciplina nuova, osteggiata da tutti: l’architettura. Sogna di costruire città diverse, perché Lacedemone è una grande metropoli del tutto sotterranea e lei sogna di costruire palazzi che si ergano verso il cielo, grattacieli.

Non solo questo è diverso a Sparta, rispetto al nostro mondo.

Uomini e donne vivono separati, non esistono le famiglie, sesso e amore sono diversi da come li conosciamo, la gente va in giro nuda, considerando i vestiti un deprecabile spreco, i malati e i vecchi vengono uccisi, il denaro e il lusso non esistono, la guerra non ha mai fine, l’arte è quasi inesistente, la meccanica è ai suoi inizi, l’elettronica non è neanche immaginabile, ma la genetica ha fatto grandi passi avanti e Sparta persegue la selezione della razza. La gente ancora adora gli antichi Dei greci e il cristianesimo non esiste, mentre una piccola setta di “Gesuisti”, seguaci di Gesù di Nazareth, si rifugia sull’appennino per sfuggire a Sparta.

Le ragazze si lanciano in due grandi sfide, molto più grandi di loro, scoprendo, assieme al lettore, aspetti sorprendenti dell’Impero di Sparta. Altri personaggi le affiancano con le loro storie e le loro esperienze, mentre le vicende delle due ragazze, passo dopo passo convergono verso una storia unica, in una grande epopea che è anche racconto di crescita, di scoperta del mondo e di se stessi. Una storia di tenacia e di perseveranza che forse ricorda quella di Cristoforo ne “Il Colombo divergente”, per questa ostinazione nel perseguire un sogno e un’idea, per questo desiderio di cambiare le cose nonostante ogni avversità. C’è, però, nelle giovani Aracne e Nymphodora una freschezza e un desiderio di vivere quali solo delle giovani come loro possono avere. Una tenacia e un attaccamento che sono soprattutto verso la vita, la propria e quella del bambino che deve nascere, l’amicizia, l’amore, quell’amore che Sparta rifiuta e non conosce, perché, non dimentichiamolo, questo mondo non ha mai conosciuto Saffo, Catullo, il romanticismo, i racconti cavallereschi e molto altro ancora su cui si è fondata la nostra visione dell’amore. Toccherà a queste due ragazze costruire tutto ciò dal nulla.

 

La scheda de IL SOGNO DEL RAGNO, sul mio sito è qui.

I post wordpress su IL SOGNO DEL RAGNO sono qui.

La scheda anobii de IL SOGNO DEL RAGNO è qui.

Se volete acquistarlo on-line potete farlo qui:

Amazon

Internetbookshop

La Feltrinelli

Mondadori Store

Libreria Universitaria

Per parlarne assieme all’autore puoi partecipare mercoledì 13 Dicembre alle 18,00 alla presentazione che si terrà al Ristorante i 5 Sensi (Via Pier Capponi, 3 – Firenze), in cui sarà presentato anche il romanzo “Un Etrusco tra i nuraghes – Vol. II” di Alberto Pestelli.

VIAGGIARE VERSO L’IGNOTO SU NAVI ALIENE

La porta dell’infinito” di Frederik Pohl è un romanzo autoconclusivo che fa parte della serie degli Heechee. Gli Heechee sono una misteriosa Risultati immagini per la porta dell'infinito pohlevolutissima razza aliena ormai estinta, di cui l’umanità ha trovato su un piccolissimo mondo del sistema solare scoperto in ritardo una loro base spaziale, completa di numerose navi spaziali.

Il problema è che nessuno conosce la tecnologia Heechee e non si sa come pilotare le navi, per cui alcuni esploratori vi salgono sopra e si lasciano guidare alla volta di destinazioni imprevedibili, sperando di fare qualche importante scoperta, per le quali sarebbero ricompensati assai profumatamente dalla compagnia che organizza i viaggi. Il protagonista Robinette Broadhead, un uomo con nome da donna, è uno di questi “cercatori” (piuttosto che esploratori). Suo compagno di vita è un computer psicologo che cerca di fargli superare un certo complesso.

Il fascino di questo romanzo sta più che nella ricostruzione dei problemi psicologici di Robinette nella strana roulette russa rappresentata dai viaggi spaziali su navi aliene, dai quali molti non fanno mai ritorno o tornano cadaveri a bordo delle navi autopilotate e nella progressiva scoperta della misteriosa e superiore tecnologia Heechee.

I romanzi della serie sono:

  • La porta dell’infinito (Gateway, 1977)
  • Oltre l’orizzonte azzurro (Beyond the Blue Event Horizon, 1980)

    Risultati immagini per frederik pohl

    Frederik George Pohl Jr. (New York, 26 novembre 1919 – Palatine, 2 settembre 2013)

  • Appuntamento con gli Heechee (Heechee rendezvous, 1984)
  • Gli annali degli Heechee (Annals of the Heechee, 1987)
  • The Gateway Trip, 1990
  • The Boy Who Would Live Forever: A Novel of Gateway, 2004

Dopo aver finito il primo, la tentazione di cominciare il successivo e arrivare allo”Appuntamto con gli Heechee” è forte. Non per nulla “La porta dell’infinito” ha vinto tutti i principali premi di fantascienza: il Premio Hugo, il Premio Nebula, il Premio Campbell e il Premio Locus.

 

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SE BOCCACCIO AVESSE SCRITTO FANTASCIENZA

Risultati immaginiIl 28 Settembre 2017 ho incontrato per la prima volta Massimo Acciai Baggiani al convegno di Porto Seguro al Westin Excelsior, dove presentava un libro scritto a 6 mani con suo cugino Pino Baggiani, memoria storica della famiglia, e Italo Magnelli, illustratore del volume “Radici” sulla storia del Mugello e della famiglia Baggiani.

L’ho incontrato di nuovo il 16 Ottobre, alla presentazione di un altro libro al SMS di Rifredi, un’antologia di racconti dal titolo “La compagnia dei viaggiatori del tempo” giacché i racconti, spesso di fantascienza, sono ambientati in varie epoche del passato e del futuro e talora ci sono veri e propri viaggi attraverso il tempo. Massimo Acciai Baggiani, in tale occasione presentava anche una raccolta di poesie scritte negli ultimi 25 anni “25 – Antologia di un quarto di secolo”, con la quale ho completato la lettura de “La compagnia dei viaggiatori del tempo”. La cosa particolare di quest’antologia è che non è un libro ma l’editore Iskretiae l’ha stampata su un unico foglio A4, ripiegato poi nelle dimensioni di un biglietto da visita.

 

La raccolta di racconti strutturata come il Decamerone, cioè con dodici amici che si raccontano una storia per uno, facendo due giri, per un totale di 24,  inizia con la storia che fa da cornice nel fiorentino bar di Piazza della Repubblica, Le Giubbe Rosse, un  tempo ritrovo di scrittori e artisti.

La cornice più che al Decamerone fa pensare ai commenti di Asimov in certe sue raccolte di racconti o di Hitchcock ai suoi telefilm: sono spesso occasione per spiegare qualcosa del racconto che segue o precede.

Il primo racconto (“Il Genio”), ascoltato anche al SMS, ci ricorda che se si viaggia nel tempo è ben  preoccuparsi non solo del “quando”, ma anche del “dove” si va.

Il secondo, “la città della bellezza”, ci parla di una Firenze futura trasformata in un luogo incontaminato, una specie di “riserva di bellezza”, dove per

Carlo Menzinger con “La compagnia dei viaggiatori nel tempo” di Massimo Acciai Baggiani

bellezza si intende quella più tipicamente fiorentina, ovvero quella rinascimentale. Eppure anche questa città così dedita alla bellezza nasconde sorprese.

“Quando arrivò la fine del mondo” immagina un viaggio nel tempo collettivo, di tutta l’umanità che si sposta avanti negli anni, lasciando la Terra vuota!

È questo l’ultimo dei tre racconti che i ragazzi si scambiano alle Giubbe Rosse. La scena della cornice si sposta quindi a Pisa.

A cominciare è proprio l’ospite Loriano con il suo “Conto alla rovescia”, più che una storia, un’idea: un calendario che funzioni alla rovescia, facendo la conta dei giorni che mancano a una data scadenza.

Una narratrice, poi ci porta a scoprire come potrebbe essere “Firenze nel XXII secolo”. Con Massimo Acciai siamo vicini di casa e qui scopro una Firenze in cui sono solito muovermi anche se portata avanti nel tempo. Se ne vede, però forse un po’ poca, dato che il racconto è incentrato sulla conversazione tra la protagonista, viaggiatrice nel tempo, e un suo nipote ritrovato molto invecchiato nel futuro.

Massimo Acciai Baggiani al SMS di Rifredi per la presentazione delle sue antologie.

“The show must go on” ci manda avanti di ben mille anni, a una competizione canora cui partecipa il clone di un cantante del XX secolo.

“La notte” ci porta in un cimitero che è anche una sorta spartiacque temporale, ma solo di dieci anni.

Con “Paternità” ci s’interroga sui rischi del web per quel che riguarda il moltiplicarsi di versioni diverse degli stessi libri. Ma è davvero un problema? In fondo è proprio quello che ho fatto quando ho pubblicato “La bambina dei sogni”: ogni settimana ne facevo uscire una versione leggermente diversa e ora se due persone dicono di averlo letto difficilmente hanno davvero letto lo stesso libro.

“La vita di un uomo” immagina uno sfasamento temporale dei sensi di una persona. Qualcosa di simile a “L’occhio del purgatorio” di Jacques Spitz o a “Il marchio di Caino” di Elisabetta Modena.

In “Sai tenere un segreto?” a bordo di un’auto, che fa pensare a quella di “Ritorno al futuro”, ci si sposta invece attraverso lo spazio.

“Marte” non ha nulla a che fare con i viaggi nel tempo, salvo che i tre protagonisti rimangono isolati dalla Terra per 3 anni e vi tornano, quindi, un po’ come se non avessero solo attraversato lo spazio da Marte, ma anche quei tre anni, in cui l’intero mondo è del tutto cambiato: sono rimaste solo donne, perché un virus ha sterminato tutti gli uomini. Un racconto simpatico, che mi pare una tipica fantasia maschile, ma stranamente Acciai ha immaginato che a scriverlo sia stata una donna del gruppo.

Il primo giro di racconti si chiude con uno strano viaggio su “Il pianeta” da parte di un uomo solo e della strana personificazione di questo mondo alieno e la mente mi corre a quel capolavoro assoluto che è “Solaris” di Stanislaw Lem.

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Massimo Acciai Baggiani

Nell’introdurre il primo racconto del secondo giro, si accenna all’ucronia e s’immagina un viaggio di Colombo attraverso un mare che non contenga alcun America tra Europa e Asia. Dopo aver scritto il mio romanzo “Il Colombo divergente”, in cui immagino che il navigatore non riesca a comunicare la propria scoperta, avevo pensato di farne un seguito-espansione, scrivendo una serie di altre storie alternative sulla non-scoperta dell’America e tra le idee possibili ce n’era una uguale. In questo volume, come nella mia mente, rimane un progetto inespresso.

Quello che segue (“Il ramo secco”) è un racconto fantascientifico ma di ispirazione ucronica (per essere vera ucronia non ci dovrebbe essere il viaggio nel tempo, che invece c’è) in cui Adolf Hitler quattordicenne viene portato avanti di un secolo per essere “rieducato”. Se lo avessi scritto io, avrei immaginato un finale diverso, ma il racconto è comunque uno dei più interessanti, sarà perché mi ricorda il mio “Il pittore di Branau” (Leggibile nella raccolta “Ucronie per il terzo millennio”, in cui immagino che Hitler da ragazzo consegua dei successi scolastici che la storia gli negò, diventando così un pittore, anziché un politico.

“Fuga in sol minore” ci lascia sospesi tra un improbabile viaggio su Marte e il sospetto che si asolo il frutto di una mente folle e non posso non pensare alle incredibili avventure del Barone di Münchhausen o di Cyrano di Bergerac.

“Immortalità” ci introduce al difficile tema della clonazione come soluzione per la prosecuzione della vita umana.

Italo Magnelli, Massimo e Pino Acciai presentano “Radici” all’Excelsior

Il gruppo si sposta poi a Lucca, dove, dopo un’interessante riflessione sull’importanza dei titoli dei libri, è la volta del racconto “L’uomo più stonato del mondo” che ci parla della casualità della vita, che è poi il principio dell’ucronia: sarebbe bastato poco perché le vite di Marco, Vincenzo, Luigi e Vittoria fossero diverse e si mescolassero in altro modo. La storia stessa ne sarebbe mutata del tutto, perché, come scrivevo ne “Il Colombo divergente”, può bastare il piccolo gesto di un uomo a cambiare la storia del mondo intero. Il battito d’ali di una farfalla in Australia può provocare un terremoto in America, si dice, o qualcosa di simile.

Le “Macchine pensanti” del racconto che segue, ricordano i robot umanoidi di Isaac Asimov, se non gli androidi di “Blade Runner”. Il racconto s’incentra su un fatto linguistico e offre l’occasione per una discussione sull’Esperanto, quella lingua artificiale che vari decenni fa sembrava la soluzione per trovare un idioma universale e che tanto mi affascinava da bambino, pur rivelandosi poi un perfetto fallimento di cui immagino che i giovani d’oggi abbiano perso il ricordo.

“Persi nel tempo” è uno dei racconti più lunghi della raccolta e, forse, il migliore, con questa coppia che si cerca nel proprio passato, incontrando il propri alter ego bambini.

Dopo il racconto, il narratore s’interroga su quando si debba scrivere un’autobiografia e se abbia senso farlo. Il mio consiglio sarebbe di non farlo mai, perché autobiografie e diari sono spesso quanto mai noiosi. Uno scrittore deve creare qualcosa che non abbia troppo a che fare con la propria vita. Se non lo fa, è uno scrittore a metà. I migliori autori sono quelli che creano mondi diversi da quelli in cui vivono.

I narratori si spostano quindi a Montebello.

“Il bambino che parlava con un raggio di luna” è una breve fiaba.

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Macchina del tempo

“24/8/79” ci porta molto più indietro di quanto si possa immaginare, a un’antica catastrofe.

“Cena a S.Aimone” racconta di uno strano esperimento sociale in cui una piccola comunità decide di vivere come se il Medioevo non fosse mai finito.

Ci si sposta, infine, a casa del narratore, che ci spiega come un tempo vivesse al Poggetto (dove io ora vivo) e di quanto gli manchi quel luogo. Da quel che so di Massimo Acciai Baggiani, la nota dovrebbe essere autobiografica.

“L’estinzione delle zanzare” ci parla di un mondo utopico. Singolare l’idea di connotarlo con la fine delle zanzare, quasi che fossero il peggiore dei mali del nostro tempo. In effetti, però, anche io ho scritto un racconto apocalittico incentrato su questi odiosissimi animali e un articolo in cui spiego come rappresentino un pericolo ben più grave di quanto si creda comunemente.

“Nato d’Agosto” è una riflessione sull’immortalità e “Duemilassessantuno”, che chiude la raccolta, è una sorta di tributo alla collina del Poggetto di Firenze.

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