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ALL’INSEGUIMENTO DI UN SOGNO

IL SOGNO DEL RAGNO” di Carlo Menzinger di Preussenthal è un romanzo che ci trasporta in un altro mondo. Non un mondo alieno attorno a qualche pianeta lontano, ma il nostro, la nostra vecchia Terra.

Eppure questa Terra, oggi, ne “IL SOGNO DEL RAGNO” appare davvero molto diversa da come la conosciamo. Che cosa le è accaduto?

Sparta, sconfitta Tebe, distrutta Atene e soggiogata Roma, domina ormai Europa, Asia e gran parte dell’Africa e dell’America. Non ci sono mai state la Rivoluzione francese e la Rivoluzione Industriale! Le grandi nazioni europee non sono mai nate!

La storia si svolge dal 16/04/2009 al 14/07/2018. Inizia in parallelo a Napoli e in Grecia, a Sparta, con le due protagoniste che, ciascuna a modo suo combatte contro l’Impero di Sparta, che come un ragno (uno dei suoi simboli) ha allargato ovunque la sua tela. “Sparta ovunque” è una delle forme di saluto ora in voga. A Napoli, anzi, a Neapolis, Aracne, una schiava ilota di diciassette anni, violentata in strada per l’ennesima volta e rimasta incinta, sebbene le leggi di Sparta non lo permettano, fugge “Via da Sparta” (come si chiama la saga) per non essere punita per questa gravidanza e per cercare un nuovo mondo, un modo diverso di vivere e la libertà. È questo il sogno di Aracne (“ragno” in greco). È questo “IL SOGNO DEL RAGNO. Aracne si chiama così perché sin dalla nascita ha un ragno tatuato sulla fronte. Non sa perché, ma un grande mistero che la riguarda da vicino è celato in quel tatuaggio.

Al centro dell’Impero, a Sparta, che ora si chiama Lacedemone, un’altra ragazza, Nymphodora, poco più grande di lei, ma appartenente alla nobiltà, agli spartiati, e figlia di due delle persone più importanti dell’Impero, sogna di cambiare la città e studia una disciplina nuova, osteggiata da tutti: l’architettura. Sogna di costruire città diverse, perché Lacedemone è una grande metropoli del tutto sotterranea e lei sogna di costruire palazzi che si ergano verso il cielo, grattacieli.

Non solo questo è diverso a Sparta, rispetto al nostro mondo.

Uomini e donne vivono separati, non esistono le famiglie, sesso e amore sono diversi da come li conosciamo, la gente va in giro nuda, considerando i vestiti un deprecabile spreco, i malati e i vecchi vengono uccisi, il denaro e il lusso non esistono, la guerra non ha mai fine, l’arte è quasi inesistente, la meccanica è ai suoi inizi, l’elettronica non è neanche immaginabile, ma la genetica ha fatto grandi passi avanti e Sparta persegue la selezione della razza. La gente ancora adora gli antichi Dei greci e il cristianesimo non esiste, mentre una piccola setta di “Gesuisti”, seguaci di Gesù di Nazareth, si rifugia sull’appennino per sfuggire a Sparta.

Le ragazze si lanciano in due grandi sfide, molto più grandi di loro, scoprendo, assieme al lettore, aspetti sorprendenti dell’Impero di Sparta. Altri personaggi le affiancano con le loro storie e le loro esperienze, mentre le vicende delle due ragazze, passo dopo passo convergono verso una storia unica, in una grande epopea che è anche racconto di crescita, di scoperta del mondo e di se stessi. Una storia di tenacia e di perseveranza che forse ricorda quella di Cristoforo ne “Il Colombo divergente”, per questa ostinazione nel perseguire un sogno e un’idea, per questo desiderio di cambiare le cose nonostante ogni avversità. C’è, però, nelle giovani Aracne e Nymphodora una freschezza e un desiderio di vivere quali solo delle giovani come loro possono avere. Una tenacia e un attaccamento che sono soprattutto verso la vita, la propria e quella del bambino che deve nascere, l’amicizia, l’amore, quell’amore che Sparta rifiuta e non conosce, perché, non dimentichiamolo, questo mondo non ha mai conosciuto Saffo, Catullo, il romanticismo, i racconti cavallereschi e molto altro ancora su cui si è fondata la nostra visione dell’amore. Toccherà a queste due ragazze costruire tutto ciò dal nulla.

 

La scheda de IL SOGNO DEL RAGNO, sul mio sito è qui.

I post wordpress su IL SOGNO DEL RAGNO sono qui.

La scheda anobii de IL SOGNO DEL RAGNO è qui.

Se volete acquistarlo on-line potete farlo qui:

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Internetbookshop

La Feltrinelli

Mondadori Store

Libreria Universitaria

Per parlarne assieme all’autore puoi partecipare mercoledì 13 Dicembre alle 18,00 alla presentazione che si terrà al Ristorante i 5 Sensi (Via Pier Capponi, 3 – Firenze), in cui sarà presentato anche il romanzo “Un Etrusco tra i nuraghes – Vol. II” di Alberto Pestelli.

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VIAGGIARE VERSO L’IGNOTO SU NAVI ALIENE

La porta dell’infinito” di Frederik Pohl è un romanzo autoconclusivo che fa parte della serie degli Heechee. Gli Heechee sono una misteriosa Risultati immagini per la porta dell'infinito pohlevolutissima razza aliena ormai estinta, di cui l’umanità ha trovato su un piccolissimo mondo del sistema solare scoperto in ritardo una loro base spaziale, completa di numerose navi spaziali.

Il problema è che nessuno conosce la tecnologia Heechee e non si sa come pilotare le navi, per cui alcuni esploratori vi salgono sopra e si lasciano guidare alla volta di destinazioni imprevedibili, sperando di fare qualche importante scoperta, per le quali sarebbero ricompensati assai profumatamente dalla compagnia che organizza i viaggi. Il protagonista Robinette Broadhead, un uomo con nome da donna, è uno di questi “cercatori” (piuttosto che esploratori). Suo compagno di vita è un computer psicologo che cerca di fargli superare un certo complesso.

Il fascino di questo romanzo sta più che nella ricostruzione dei problemi psicologici di Robinette nella strana roulette russa rappresentata dai viaggi spaziali su navi aliene, dai quali molti non fanno mai ritorno o tornano cadaveri a bordo delle navi autopilotate e nella progressiva scoperta della misteriosa e superiore tecnologia Heechee.

I romanzi della serie sono:

  • La porta dell’infinito (Gateway, 1977)
  • Oltre l’orizzonte azzurro (Beyond the Blue Event Horizon, 1980)

    Risultati immagini per frederik pohl

    Frederik George Pohl Jr. (New York, 26 novembre 1919 – Palatine, 2 settembre 2013)

  • Appuntamento con gli Heechee (Heechee rendezvous, 1984)
  • Gli annali degli Heechee (Annals of the Heechee, 1987)
  • The Gateway Trip, 1990
  • The Boy Who Would Live Forever: A Novel of Gateway, 2004

Dopo aver finito il primo, la tentazione di cominciare il successivo e arrivare allo”Appuntamto con gli Heechee” è forte. Non per nulla “La porta dell’infinito” ha vinto tutti i principali premi di fantascienza: il Premio Hugo, il Premio Nebula, il Premio Campbell e il Premio Locus.

 

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SE BOCCACCIO AVESSE SCRITTO FANTASCIENZA

Risultati immaginiIl 28 Settembre 2017 ho incontrato per la prima volta Massimo Acciai Baggiani al convegno di Porto Seguro al Westin Excelsior, dove presentava un libro scritto a 6 mani con suo cugino Pino Baggiani, memoria storica della famiglia, e Italo Magnelli, illustratore del volume “Radici” sulla storia del Mugello e della famiglia Baggiani.

L’ho incontrato di nuovo il 16 Ottobre, alla presentazione di un altro libro al SMS di Rifredi, un’antologia di racconti dal titolo “La compagnia dei viaggiatori del tempo” giacché i racconti, spesso di fantascienza, sono ambientati in varie epoche del passato e del futuro e talora ci sono veri e propri viaggi attraverso il tempo. Massimo Acciai Baggiani, in tale occasione presentava anche una raccolta di poesie scritte negli ultimi 25 anni “25 – Antologia di un quarto di secolo”, con la quale ho completato la lettura de “La compagnia dei viaggiatori del tempo”. La cosa particolare di quest’antologia è che non è un libro ma l’editore Iskretiae l’ha stampata su un unico foglio A4, ripiegato poi nelle dimensioni di un biglietto da visita.

 

La raccolta di racconti strutturata come il Decamerone, cioè con dodici amici che si raccontano una storia per uno, facendo due giri, per un totale di 24,  inizia con la storia che fa da cornice nel fiorentino bar di Piazza della Repubblica, Le Giubbe Rosse, un  tempo ritrovo di scrittori e artisti.

La cornice più che al Decamerone fa pensare ai commenti di Asimov in certe sue raccolte di racconti o di Hitchcock ai suoi telefilm: sono spesso occasione per spiegare qualcosa del racconto che segue o precede.

Il primo racconto (“Il Genio”), ascoltato anche al SMS, ci ricorda che se si viaggia nel tempo è ben  preoccuparsi non solo del “quando”, ma anche del “dove” si va.

Il secondo, “la città della bellezza”, ci parla di una Firenze futura trasformata in un luogo incontaminato, una specie di “riserva di bellezza”, dove per

Carlo Menzinger con “La compagnia dei viaggiatori nel tempo” di Massimo Acciai Baggiani

bellezza si intende quella più tipicamente fiorentina, ovvero quella rinascimentale. Eppure anche questa città così dedita alla bellezza nasconde sorprese.

“Quando arrivò la fine del mondo” immagina un viaggio nel tempo collettivo, di tutta l’umanità che si sposta avanti negli anni, lasciando la Terra vuota!

È questo l’ultimo dei tre racconti che i ragazzi si scambiano alle Giubbe Rosse. La scena della cornice si sposta quindi a Pisa.

A cominciare è proprio l’ospite Loriano con il suo “Conto alla rovescia”, più che una storia, un’idea: un calendario che funzioni alla rovescia, facendo la conta dei giorni che mancano a una data scadenza.

Una narratrice, poi ci porta a scoprire come potrebbe essere “Firenze nel XXII secolo”. Con Massimo Acciai siamo vicini di casa e qui scopro una Firenze in cui sono solito muovermi anche se portata avanti nel tempo. Se ne vede, però forse un po’ poca, dato che il racconto è incentrato sulla conversazione tra la protagonista, viaggiatrice nel tempo, e un suo nipote ritrovato molto invecchiato nel futuro.

Massimo Acciai Baggiani al SMS di Rifredi per la presentazione delle sue antologie.

“The show must go on” ci manda avanti di ben mille anni, a una competizione canora cui partecipa il clone di un cantante del XX secolo.

“La notte” ci porta in un cimitero che è anche una sorta spartiacque temporale, ma solo di dieci anni.

Con “Paternità” ci s’interroga sui rischi del web per quel che riguarda il moltiplicarsi di versioni diverse degli stessi libri. Ma è davvero un problema? In fondo è proprio quello che ho fatto quando ho pubblicato “La bambina dei sogni”: ogni settimana ne facevo uscire una versione leggermente diversa e ora se due persone dicono di averlo letto difficilmente hanno davvero letto lo stesso libro.

“La vita di un uomo” immagina uno sfasamento temporale dei sensi di una persona. Qualcosa di simile a “L’occhio del purgatorio” di Jacques Spitz o a “Il marchio di Caino” di Elisabetta Modena.

In “Sai tenere un segreto?” a bordo di un’auto, che fa pensare a quella di “Ritorno al futuro”, ci si sposta invece attraverso lo spazio.

“Marte” non ha nulla a che fare con i viaggi nel tempo, salvo che i tre protagonisti rimangono isolati dalla Terra per 3 anni e vi tornano, quindi, un po’ come se non avessero solo attraversato lo spazio da Marte, ma anche quei tre anni, in cui l’intero mondo è del tutto cambiato: sono rimaste solo donne, perché un virus ha sterminato tutti gli uomini. Un racconto simpatico, che mi pare una tipica fantasia maschile, ma stranamente Acciai ha immaginato che a scriverlo sia stata una donna del gruppo.

Il primo giro di racconti si chiude con uno strano viaggio su “Il pianeta” da parte di un uomo solo e della strana personificazione di questo mondo alieno e la mente mi corre a quel capolavoro assoluto che è “Solaris” di Stanislaw Lem.

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Massimo Acciai Baggiani

Nell’introdurre il primo racconto del secondo giro, si accenna all’ucronia e s’immagina un viaggio di Colombo attraverso un mare che non contenga alcun America tra Europa e Asia. Dopo aver scritto il mio romanzo “Il Colombo divergente”, in cui immagino che il navigatore non riesca a comunicare la propria scoperta, avevo pensato di farne un seguito-espansione, scrivendo una serie di altre storie alternative sulla non-scoperta dell’America e tra le idee possibili ce n’era una uguale. In questo volume, come nella mia mente, rimane un progetto inespresso.

Quello che segue (“Il ramo secco”) è un racconto fantascientifico ma di ispirazione ucronica (per essere vera ucronia non ci dovrebbe essere il viaggio nel tempo, che invece c’è) in cui Adolf Hitler quattordicenne viene portato avanti di un secolo per essere “rieducato”. Se lo avessi scritto io, avrei immaginato un finale diverso, ma il racconto è comunque uno dei più interessanti, sarà perché mi ricorda il mio “Il pittore di Branau” (Leggibile nella raccolta “Ucronie per il terzo millennio”, in cui immagino che Hitler da ragazzo consegua dei successi scolastici che la storia gli negò, diventando così un pittore, anziché un politico.

“Fuga in sol minore” ci lascia sospesi tra un improbabile viaggio su Marte e il sospetto che si asolo il frutto di una mente folle e non posso non pensare alle incredibili avventure del Barone di Münchhausen o di Cyrano di Bergerac.

“Immortalità” ci introduce al difficile tema della clonazione come soluzione per la prosecuzione della vita umana.

Italo Magnelli, Massimo e Pino Acciai presentano “Radici” all’Excelsior

Il gruppo si sposta poi a Lucca, dove, dopo un’interessante riflessione sull’importanza dei titoli dei libri, è la volta del racconto “L’uomo più stonato del mondo” che ci parla della casualità della vita, che è poi il principio dell’ucronia: sarebbe bastato poco perché le vite di Marco, Vincenzo, Luigi e Vittoria fossero diverse e si mescolassero in altro modo. La storia stessa ne sarebbe mutata del tutto, perché, come scrivevo ne “Il Colombo divergente”, può bastare il piccolo gesto di un uomo a cambiare la storia del mondo intero. Il battito d’ali di una farfalla in Australia può provocare un terremoto in America, si dice, o qualcosa di simile.

Le “Macchine pensanti” del racconto che segue, ricordano i robot umanoidi di Isaac Asimov, se non gli androidi di “Blade Runner”. Il racconto s’incentra su un fatto linguistico e offre l’occasione per una discussione sull’Esperanto, quella lingua artificiale che vari decenni fa sembrava la soluzione per trovare un idioma universale e che tanto mi affascinava da bambino, pur rivelandosi poi un perfetto fallimento di cui immagino che i giovani d’oggi abbiano perso il ricordo.

“Persi nel tempo” è uno dei racconti più lunghi della raccolta e, forse, il migliore, con questa coppia che si cerca nel proprio passato, incontrando il propri alter ego bambini.

Dopo il racconto, il narratore s’interroga su quando si debba scrivere un’autobiografia e se abbia senso farlo. Il mio consiglio sarebbe di non farlo mai, perché autobiografie e diari sono spesso quanto mai noiosi. Uno scrittore deve creare qualcosa che non abbia troppo a che fare con la propria vita. Se non lo fa, è uno scrittore a metà. I migliori autori sono quelli che creano mondi diversi da quelli in cui vivono.

I narratori si spostano quindi a Montebello.

“Il bambino che parlava con un raggio di luna” è una breve fiaba.

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Macchina del tempo

“24/8/79” ci porta molto più indietro di quanto si possa immaginare, a un’antica catastrofe.

“Cena a S.Aimone” racconta di uno strano esperimento sociale in cui una piccola comunità decide di vivere come se il Medioevo non fosse mai finito.

Ci si sposta, infine, a casa del narratore, che ci spiega come un tempo vivesse al Poggetto (dove io ora vivo) e di quanto gli manchi quel luogo. Da quel che so di Massimo Acciai Baggiani, la nota dovrebbe essere autobiografica.

“L’estinzione delle zanzare” ci parla di un mondo utopico. Singolare l’idea di connotarlo con la fine delle zanzare, quasi che fossero il peggiore dei mali del nostro tempo. In effetti, però, anche io ho scritto un racconto apocalittico incentrato su questi odiosissimi animali e un articolo in cui spiego come rappresentino un pericolo ben più grave di quanto si creda comunemente.

“Nato d’Agosto” è una riflessione sull’immortalità e “Duemilassessantuno”, che chiude la raccolta, è una sorta di tributo alla collina del Poggetto di Firenze.

MICRO-POESIA E FANTASCIENZA A RIFREDI

Risultati immaginiQuando il 28 Settembre 2017 ho incontrato per la prima volta Massimo Acciai Baggiani, era già da tempo tra i miei contatti facebook, ma non c’eravamo mai visti di persona. Il 28 ci siamo visti al convegno di Porto Seguro al Westin Excelsior, dove presentava un libro scritto a 6 mani con suo cugino Pino Baggiani, memoria storica della famiglia, e Italo Magnelli, illustratore del volume “Radici” sulla storia del Mugello e della famiglia Baggiani.

Roberto Balo e Massimo Acciai Baggiani con le signore del circolo SMS di Rifredi

Ho visto che il 16 Ottobre, cioè oggi, avrebbe presentato un altro libro al SMS di Rifredi e visto che ero in zona sono passato a trovarlo e sentire la presentazione fatta da due signore Clara Velia e Arrighetta Casini che gestiscono il circolo letterario del SMS che si riunisce ogni lunedì alle 17,00. Massimo Acciai Baggiani presentava un’antologia di racconti strutturata come il Decamerone, cioè con dodici amici che si raccontano una storia per uno, facendo due giri, per un totale di 24 racconti dal titolo “La compagnia dei viaggiatori del tempo” giacché i racconti di fantascienza sono ambientati in varie epoche del passato e del futuro. Massimo Acciai Baggiani, però, non si limita a scrivere storie di famiglia e racconti fantascientifici, ma oggi ha presentato anche una raccolta di sue poesie scritte negli ultimi 25 anni “25 – Antologia di un quarto di secolo”. La cosa particolare di quest’antologia è che non è un libro ma l’editore Isketziae l’ha stampata su un unico foglio A4, ripiegato poi nelle dimensioni di un biglietto da visita.

Durante la presentazione ci sono state lette alcune di queste poesie e un racconto dell’antologia. Era presente anche l’editore di Isketziae Edizioni Roberto Balò, anche lui un poeta.

Ho acquistato entrambi e ricevuto in omaggio anche il volume “Antologia del 3° Concorso Letterario Segreti di Pulcinella”. Quando li avrò letti, vi farò sapere qualcosa di più.

 

Massimo Acciai Baggiani

L’INDIA DELL’OPPIO

Risultati immagini per Mare di papaveriDopo aver letto un romanzo sulla povertà più profonda dell’India di metà del secolo scorso con “La città della gioia” di Lapierre, faccio ora un salto indietro di un altro secolo per tornare ai tempi delle colonie inglesi nelle pagine di un autore indigeno, Amitav Gosh, che nel suo “Mare di papaveri” ci parla di un Paese che sembra assai meno misero di quello descritto da Lapierre, ma che era già profondamente ferito e con una povertà diffusa. L’impostazione dei due romanzi non potrebbe, però, essere più diversa, perché “Mare di papaveri” è una grande avventura che, per brevi momenti, può persino farci venire in mente il nostrano Emilio Salgari e i suoi pirati. Non per nulla al centro di tutta la vicenda c’è una nave, la Ibis, adibita ora al trasporto di schiavi, ora al commercio di oppio. Come si capisce dal titolo, le vicende ruotano in gran parte attorno al mondo dell’oppio, ai suoi coltivatori, a chi lo commercia, a chi ne trae profitto e a chi lo consuma e ne è schiavo.

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Amitav Gosh

I protagonisti sono membri di ogni classe sociale, indigeni e coloni. Chissà se è un caso che anche qui, come ne “La città della gioia” ci sia una Lambert. La vita in questo “Mare di papaveri” è dura, a volte spietata. La sorte è fragile e può rovesciarsi come un fortunale in mezzo al mare.

In questo mondo si muovono personaggi con un loro spessore, una loro forza vitale, con sogni, speranze e desideri di sopravvivenza se non di rivalsa. Ci sono storie d’amore, amicizie impensabili, solidarietà, cameratismo a condire un’avventura corale che ci descrive un mondo esotico per epoca e lontananza geografica, ma con protagonisti così umani ma sentirli nostri fratelli. Non ci sono le emozioni forti de “La città della gioia”, ma il racconto è coinvolgente.

LA PRIMA NAVE GENERAZIONALE

Risultati immagini per universo heinleinVi è mai capitato di leggere un libro e dire “questo libro avrei voluto scriverlo io”?

Da anni vorrei scrivere un romanzo che descriva un viaggio interstellare verso un nuovo mondo. Non, però, la classica storia in cui le astronavi viaggiano più veloci della luce, grazie a qualche trucco come buchi neri, salti nell’iperspazio, ibernazione e simili diavolerie ben note alla fantascienza.

La storia che avevo in mente era quella di un viaggio lungo varie generazioni, a una velocità di poco superiore a quelle delle attuali navicelle spaziali. Avevo immaginato una nave immensa, in grado di ospitare almeno mille persone e tutto ciò che serve per farle vivere in modo del tutto autonomo per almeno mille anni. Avevo anche immaginato che in questi dieci secoli avvenisse quello che di norma avviene in un arco tanto lungo di tempo, in base a quel che ci insegna la storia: la civiltà decade. Avevo, dunque, immaginato una popolazione sprofondata in una sorta di medioevo spaziale, con il ricordo della Terra trasformato in leggenda.

Ebbene, per me questa storia è molto importante, non tanto perché la trovo narrativamente avvincente (è anche questo), ma perché credo che sia un concetto da inculcare nella mente della gente, perché è proprio questo che un giorno dovremo fare: costruire un’astronave immensa e partire verso altri mondi con la certezza che nessuno di coloro che partiranno arriverà di persona e neppure i loro figli, nipoti o pronipoti. Sarà un viaggio per trasportare la vita altrove. Non importerà chi arriverà. Importerà partire. Importerà riuscire a trasportare oltre lo spazio qualche scintilla di vita verso un mondo magari sterile ma che possa essere terraformato. Ho già scritto che credo che la tecnologia umana sia un’aberrazione, un cancro che corrode il nostro pianeta, aggredendone e distruggendone la biodiversità. Se la Vita, la Natura e la Terra sopportano tutto questo non può che essere per un fine superiore. Questo fine non è l’intelligenza umana, non sono l’arte, la musica e la poesia umane. La Vita, la Natura e la Terra non sanno cosa farsene del nostro genio artistico! Lo scopo dell’evoluzione è propagare la Vita. Per farlo verso altri pianeti, uno dei mezzi, forse il solo (salvo ammettere che alcuni batteri possano viaggiare per millenni senza morire) è una civiltà tecnologica. Noi esistiamo per questo e per nessun altro motivo. È nostro dovere morale verso la Natura, la Terra e la Vita partire alla ricerca di nuovi mondi in cui impiantare il seme della Vita. Non sarà necessario creare mondi in cui possa vivere l’uomo. Basterà trasformare un pianeta per consentire che vi attecchisca un batterio o un virus. Siamo portatori di vita, non di “umanità”.

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Robert A. Heinlein

Ebbene il libro che avrei voluto scrivere, a grandi linee, già esiste. Non è proprio come l’avrei scritto io, ma c’è una grande astronave in viaggio da generazioni verso Alpha Centauri e con un equipaggio sprofondato nella barbarie. Ci sono persino dei mutanti come nel mio “Via da Sparta”.

Questo romanzo, in realtà, l’avevo già letto moltissimi anni fa, ai tempi della scuola. Ricordavo di averlo letto, ma non il contenuto. Forse, però, deve aver lavorato sul mio inconscio per decenni! Si tratta di un classico della fantascienza del 1941: “Universo” (“Orphans of the sky”) di Robert Heinlein. Leggo anche che contiene uno dei primi esempi di “nave generazionale” e che a questa sono seguiti vari esempi del genere (che mi riprometto di leggere, in attesa di scrivere la mia versione), quali: “Viaggio senza fine” o “Non-stop” (1958) di Brian Aldiss, la trilogia degli “Esiliati” o de “L’astronave dell’esilio” (The Exiles Trilogy, 1971-1975) di Ben Bova, la serie “Rama” (1973-1993) di Arthur C. Clarke e Gentry Lee, “Eclissi 2000” (1979) di Lino Aldani, il romanzo “Colony” (2000) di Rob Grant, “Supernave” (Mothership, 2004) di John Brosnan.

Pur a distanza di anni è un romanzo che si legge molto bene anche se qualche debolezza ce l’ha, come la scarsa probabilità, in simili condizioni, di sbarcare su un mondo abitabile, ma è lo stesso Heinlein che nota l’estrema fortuna dei propri personaggi e fa notare quanto il gioco delle probabilità fosse contro di loro.

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La Nave riesce ad attraversare lo spazio e, soprattutto, il tempo, perché i suoi “progettisti”, come spiega Heinlein, l’hanno realizzata senza parti in movimento che si usurano (salvo dettagli interni), rendendo così superflua la presenza di manutentori, e l’hanno resa facile da guidare, immaginando che i piloti del futuro non sarebbero stati esperti. Un incidente fa sì che il viaggio duri molto più a lungo del previsto, ma la Nave riesce a reggere meglio della sua popolazione, dilaniata da una guerra tra l’Equipaggio e i Mutanti (una parte della popolazione sottoposta ai raggi cosmici a causa della disattivazione degli scudi anti-radiazione della Nave).

Affascinante è come la storia si sia trasformata in leggenda e come sia mutata la visione dell’universo in una popolazione che da sempre vive in un ambiente ristretto e chiuso, dal quale non può vedere l’esterno, portando la gente a credere che la Nave sia l’intero universo e che nulla esista al di fuori.

Non meno affascinante è come un gruppetto di persone riesca a superare questi preconcetti e arrivare a intuire la vera natura della Nave e il significato tutt’altro che allegorico, come tutti credono, del Viaggio verso Alpha Centauri.

Dalla narrazione emerge uno studio antropologico non privo di importanza e di interesse in vista di possibili futuri viaggi spaziali, che saranno possibili solo quando avremo la possibilità di realizzare navi in grado di viaggiare non certo alla velocità della luce ma almeno a una velocità tale da permetterci di raggiungere un nuovo pianeta in un tempo inferiore a mille anni.Risultati immagini per nave generazionale

Il nuovo sistema planetario di TRAPPIST-1 si trova a 39 anni luce di distanza dalla Terra, che equivale a 369 mila miliardi di chilometri.

New Horizons è al momento la sonda più veloce mai lanciata dall’uomo. È arrivata oltre Plutone nel 2015 e ora è in viaggio fuori dal Sistema Solare, a una velocità di 14,31 chilometri al secondo, ovvero circa 51.499 Km/h. Avanzando a questo ritmo, New Horizons impiegherebbe circa 817mila anni per raggiungere TRAPPIST-1! Dovremmo insomma realizzare navi almeno mille volte più veloci e costruirne di così grandi da ospitare una popolazione autosufficiente. Si dice che, per assicurare una certa varietà genetica, l’equipaggio dovrebbe essere composto da almeno 500 persone. Io immagino che oltre a tale varietà, occorrerebbero anche diverse specializzazioni, dunque, forse un numero di mille viaggiatori sarebbe persino troppo piccolo. Ognuno di questi dovrebbe avere con sé spazio sufficiente per la produzione di cibo, aria e altri beni per la sopravvivenza. Insomma, dovrebbe essere una nave enorme e velocissima, dunque anche costosissima!

Eppure un giorno potremmo e, anzi, dovremo riuscire a costruirne non una ma varie, da lanciare verso possibili pianeti candidati. In quegli anni di un futuro lontano, che speriamo possa un giorno arrivare, “Universo” potrebbe venir riletto con attenzione ed essere considerato una pietra miliare della letteratura d’anticipazione.

 

I MONDI ASIMOVIANI A RITROSO VERSO LA GRANDE UTOPIA

Con “Fondazione e Terra” si conclude l’esalogia del Ciclo della Fondazione, il terzo e ultimo dei cicli asimoviani che descrivono la storia della Galassia e dunque anche tale insieme di romanzi e racconti. Si tratta del sequel pubblicato nel 1986, vari decenni dopo la trilogia originale della Fondazione, e dato che purtroppo ormai Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) non potrà scriverne altri, “Fondazione e Terra” è davvero il volume conclusivo di questi cicli che coprono due o tre decine di migliaia di anni di vicende.

Con “Fondazione e Terra” lo scrittore russo-americano Isaac Asimov ci fa rivedere, a ritroso, alcuni dei mondi che abbiamo incontrato nelle opere precedenti.

In questo romanzo incontriamo Golan Trevize e il professor Pelorat, già conosciuti nel precedente “L’Orlo della Fondazione” intenti nella ricerca della Terra, grazie alla cui scoperta Golan Trevize spera di trovare una spiegazione alla scelta da lui fatta nel precedente romanzo, tra il modello di Galassia fornito dalla psicostoria di Hari Seldon, con le sue Fondazioni, e il modello (Galaxia) preconizzato dal pianeta senziente Gaia: una Galassia in cui tutti i milioni di mondi popolati dall’umanità siano uniti come in un unico organismo autocosciente, dove ogni individuo, animale, pianta o minerale sia una cellula di un immenso organismo. Trevize, nel precedente volume, ha scelto il modello Galaxia al Secondo Impero verso cui tendono le Fondazioni e la psicostoria, eppure non si dà pace, incerto sulla validità della propria scelta.

Con l’aiuto del mitologo Pelorat cercano di risalire alle origini dell’umanità, forse sperando che, conoscendone l’inizio, possano poi scoprire in quale direzione debba orientarsi.

Si parte così da Terminus, sede della Prima Fondazione e centro del Secondo Impero in formazione (visti nel Ciclo della Fondazione) in un viaggio a ritroso per i luoghi già conosciuti nelle opere precedenti, per sfiorare Trantor, il pianeta d’acciaio ormai decaduto, che fu capitale del Primo Impero ed è la sede segreta della Seconda Fondazione (conosciuto nel Ciclo dell’Impero), per arrivare a Baleyworld (ora ridenominato Comporellen), il primo pianeta di Coloni della Seconda Ondata, fondato da Ben Baley, il figlio di Elijah Baley (conosciuto ne “I robot e l’Impero” romanzo di congiunzione dei primi due Cicli), quindi su Aurora, ormai un mondo abitato solo da cani selvaggi, e su Solaria, l’ultimo dei 50 Mondi Spaziali (quelli che furono colonizzati dalla Prima Ondata), il solo ancora abitato, con una piccola popolazione di mutanti ermafroditi e misantropi, discendenti dal primo gruppo di coloni della Terra (mondi entrambi incontrati nel Ciclo dei Robot). Grazie alle informazioni raccolte i due amici, accompagnati da Bliss, un’abitante di Gaia, in continuo collegamento telepatico con il mondo pensante di cui è parte integrante e (dopo l’atterraggio su Solaria) da Fallon, un/a bambino/a ermafrodita solariano.

Isaac Asimov

Solaria è un altro dei mondi utopico / distopici descritti da Asimov. Utopico almeno dal punto di vista dei suoi abitanti che lo considerano il mondo ideale e vivono in totale isolamento gli uni dagli altri, al punto di essersi trasformati in ermafroditi per non avere neppure più contatti sessuali, sono assistiti da centinaia di robot e dispongono di enormi appezzamenti di terreno. Il loro isolazionismo e la loro totale mancanza di altruismo sono l’aspetto distopico.

Dopo una tappa sul desertico mondo spaziale Melpomenia, dove saranno aggrediti dalla forma di vita locale più evoluta, le muffe arrivano così sulla stella più vicina alla Terra, Alpha Centauri e scoprono che un suo pianeta ricoperto di acqua è stato terraformato dall’Impero per consentire agli ultimi abitanti della Terra di emigrarvi per abbandonare il pianeta d’origine dell’umanità ormai morente.

Alfa rappresenta, come altri pianeti asimoviani, un’utopia imperfetta. Ricoperto da un immenso oceano ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e il clima e di aspirare alla trasformazione in anfibi. Per quanto piccolo e isolato, il loro mondo ha una vita semplice e serena. L’accoglienza cordiale dei suoi pochi abitanti nasconderà però un’insidia che costringerà i protagonisti a fuggirne in fretta. Giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non farlo trovare ci deve essere un motivo. I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveremo l’anello mancante dei tre cicli asimoviani e la risposta a tutti i quesiti. (CHI NON VUOL CONOSCERE IL FINALE SI FERMI QUI.) Per l’appunto mentre leggevo e commentavo “L’Orlo della Fondazione” mi ero chiesto se nella creazione di Gaia, il “pianeta pensante” da cui viene Bliss, che si dice creato dai robot, non ci fosse per caso lo zampino di quel A. Daniel Olivaw che era scomparso così repentinamente, cedendo il ruolo di consigliere dell’Imperatore della Galassia a Hari Seldon in “Fondazione Anno Zero”. Da allora ne attendevo la ricomparsa, pur sapendo che nella Trilogia originale difficilmente sarebbe potuto comparire essendo l’idea di collegare i tre Cicli successiva e non prevedendo, all’inizio, i due Cicli finali la presenza di alcun robot. Come nei prequel della Fondazione avevamo scoperto che la psicostoria era guidata da questo robot telepate, a sua volta diretto dalla Legge Zero della Robotica che gli impone di fare il bene dell’umanità e come nei due prequel della Fondazione lo abbiamo visto fingersi umano, con altro nome e guidare l’Impero come consigliere dell’imperatore, così, in quest’opera conclusiva, comprendiamo come per A. Daniel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, la psicostoria non sia sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana e che il nuovo e superiore modello sia quello preconizzato dal pianeta pensante Gaia (da lui creato) e quindi dal Progetto Galaxia, la più grande delle utopie asimoviane: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte si muova per il bene comune, sia essa umana, animale, vegetale o minerale. A. Daniel Olivaw è esso stesso parte dell’utopia: un robot telepate ultraintelligente, guidato da delle leggi che lo spingono solo fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

Fondazione e Terra”, come alcuni dei romanzi scritti da Asimov nella seconda fase (quando, negli anni 1980-90 cioè creava delle storie di collegamento tra i vari cicli scritti negli anni 1940-50) si presenta più spigliato e unitario dei romanzi “classici”. Occorre dire che la mancata unitarietà delle storie originarie nasceva dal fatto di essere state concepite per le pubblicazioni a puntate sulle riviste di fantascienza dell’epoca sotto forma di racconti e solo in seguito riunite in romanzi, mentre i nuovi romanzi nascono già come tali e forti di un progetto ormai chiaro e delineato.

Come tutti i romanzi e i racconti della storia della galassia anche “Fondazione e Terra” è leggibile autonomamente dalle altre opere, ma caratterizzandosi come opera conclusiva ed esplicativa, è quella che maggiormente aiuta a comprendere la visione di Asimov della storia dell’umanità nei prossimi 20-30.000 anni. Troppi sono i presupposti (salti nell’iperspazio che fanno superare il limite della velocità della luce, una Galassia piena di pianeti abitabili ma priva di altre razze intelligenti, telepatia) su cui si basa che ci fanno capire che le cose non andranno mai come il grande maestro della fantascienza le ha sognate, ma fa comunque piacere che esista un’opera così ampia che tenti di raccontare il futuro come una grande avventura o meglio come un’imponente raccolta di avventure.

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