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DIECI ANNI DI IF

IF Insolito & Fantastico n. 22Corpo & computer” è il terzo numero monografico della rivista IF – insolito & Fantastico da quando la rivista è passata dall’editore Tabula Fati (Solfanelli) a Odoya (Meridiano Zero).  Nel passaggio non ha perso i suoi principali collaboratori, tra cui il sottoscritto, che ci scrive sin dai primi numeri. Come ricorda il direttore della rivista Carlo Bordoni nell’editoriale d’apertura, con questo numero 22, IF celebra dieci anni di attività, rivelandosi una delle più longeve riviste di critica letteraria nel campo del fantastico. Si festeggia anche un importante riconoscimento. L’ANVUR- Agenzia nazionale di Valutazione del Sistema Universitario ha riconosciuto IF “rivista di carattere scientifico per l’area 10, Settore F4, Critica letteraria e letterature comparate”, rendendo la rivista utilizzabile  nei concorsi universitari e in ogni altra occasione per attestare la propria produzione scientifica e letteraria.

Ho il piacere di essere presente in questo numero non con un saggio (come spesso in passato), ma con il racconto fantascientifico “Corputer” in cui si immaginano computer integrati nei corpi umani e un social network estremamente pervasivo, detto “Mindnation”.

L’intero volume tratta, infatti, del rapporto tra corpo umano e sistemi di intelligenza artificiale, ma anche di cyborg.

Curatore del numero è Domenico Gallo, che apre con il saggio “Cantare corpi elettrici” in cui ci mostra come “una delle caratteristiche fondamentali della fantascienza” sia “quella di essere una letteratura capace di leggere il presente con estrema profondità”. “Forse la fantascienza è il modo che ha la letteratura di affrontare la realtà quando ogni strumento di analisi si è esaurito, quando la buona e vecchia narrativa non riesce ad agguantare quanto c’è di sfuggente nel mondo davanti ai nostri sensi e noi ne siamo costantemente perturbati”. Non basterebbe questo pensiero a sdoganare la fantascienza e il fantastico e a dargli una dignità pari, se non superiore al mainstream! Ottimo che concetti simili siano affermati in riviste di genere, ma quanto dovremo attendere per ritrovare queste frasi in volumi di storia della letteratura?

Quando ammetteremo, tutti, che “la fantascienza è stata la letteratura del XX secolo”? Quando capiremo che “le tecnologie sono il marchio indelebileRisultati immagini per Cyborg dell’umano”? Che sono esse a caratterizzarci davvero?

Segue il saggio di Riccardo Gramantieri “Uomini e macchine: la fantascienza delle creature artificiali”, dove, tra le altre cose, parlandoci di cyborg, cita, Hook C.C. “la specie umana non rappresenta la fine di un processo evolutivo, bensì il suo inizio”, l’uomo come primo gradino verso una creatura nata dalla fusione con la tecnologia e la genetica, capace di colonizzare spazi nuovi. Parlandoci di virtuale ci racconta, anche, come Vernor Vinge “ritrae un futuro prossimo ove non sarà possibile distinguere la realtà dal virtuale: questo perché il mondo virtuale sarà visibile altrettanto bene del mondo reale”, l’uomo si andrà a confondere sempre più con la macchina e i suoi prodotti.

Interessanti, poi, le considerazioni di Alessandro Fambrini in “L’evoluzione e la macchina – Considerazioni sulle metamorfosi del corpo”, per esempio, quando parla di “Giganti” di Doblin in cui è messa “in scena un’umanità che si serve dapprima della macchina per espandere il proprio dominio sulla natura e finisce poi per violentarla e indurla alla ribellione”.

L’apporto della genetica alla mutazione dell’uomo nel post-uomo è qui evidenziata parlando de “La disorigine della specie” di Dietmar Dath.

Come dimenticarci del nostrano Italo Calvino parlando del difficile rapporto uomo-macchina?

Se ne occupa Jacopo Berti in “L’umanità superflua di Italo Calvino”. Particolare è lo sguardo di questo autore: “la conclusione delle Cosmicomiche è amara, la specie umana, che avrebbe potuto essere lo strumento attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso e si dà una storia, sembra essere invece una strada senz’uscita dell’evoluzione”.

In “Ti con Zero” si chiede “avremo così macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi?” e afferma “è con animo sereno e senza rimpianti che constato come il mio posto potrà essere occupato da un congegno meccanico”. Il lavoro può essere affidato a un computer e “all’uomo resta il piacere della lettura e, più in generale, di percepire e interpretare il mondo” (sempre che anche questo un giorno lo sappiano fare meglio le macchine, dico io!). “L’uomo può diventare di fatto obsoleto” è la grande intuizione di Calvino, che si pone un passo avanti nell’analisi dei rapporti tra uomo e macchine.

Le macchine da tempo sapevano di poter fare a meno degli uomini, finalmente li hanno cacciati”. “Perché il mondo riceva informazioni dal mondo e ne goda bastano ormai i calcolatori e le farfalle” conclude poeticamente Calvino.

Roberto Paura in “Vite simulate ed escatologie tecnognostiche” parla della confusione tra creatori e creature: viviamo in un mondo artificiale creato da qualcun altro? Viviamo in mondi artificiali matrioska, l’uno dentro l’altro? “Per gli gnostici, la realtà fisica in cui viviamo non è che un’illusione creata da un demiurgo malvagio”.

Ignazio Sanna in “Uncanny valley” ci racconta il robot tra arte e ricerca scientifica.

Tomasz Skocki ci racconta “Le visioni postumane di Jacek Dukai” il maestro polacco del world building, autore anche di ucronie come “Ghiaccio”.Risultati immagini per Cyborg

Giuseppe Panella ne “Il corpo esteso” ci parla di cyborg.

Francesco Verso descrive una “Umanità geo-tecno distribuita”, ispirandosi a William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”, mostrando come questo sia in corso di superamento.

È un’interessante analisi storica quella di Domenico Gallo in “Computer umani e computazione” sulle persone che, in passato, prima dell’informatica, erano impiegate per effettuare calcoli matematici complessi.

Completata la parte monografica della rivista “Corpo & computer”, troviamo un saggio di Giulia Iannuzzi sul fandom italiano, una recensione di Roberto Risso della distopia “L’uomo verticale” di Davide Longo, un’analisi della fantascienza a fumetti di Daniele Barbieri, una riflessione sul rischio di obsolescenza del fantastico scritta da Alessandro Scarsella.

La parte narrativa della rivista comprende i racconti:

  • “Giardino di inferno” di Silvina Ocampo, versione al femminile della fiaba di Barbablù, a sua volta ispirata alle efferatezze pederastiche del Maresciallo Gilles de Rais (di cui scrissi nel mio romanzo “Giovanna e l’angelo”);
  • “Corputer” del sottoscritto Carlo Menzinger di Preussenthal in cui un piccolo gruppo di persone cerca di ribellarsi allo strapotere del social network Mindnation;
  • “Mondo a misura d’uomo” di Dario Marcucci, che descrive una devastante invasione aliena e un’umanità trasformata in attrazione zoologica.

Chiudono il volume  la rassegna sulla fantascienza del 2017, fatta da Riccardo Gramantieri, la recensione di Francesco Galluzzi del saggio sulle “Figures pisantes” di Jean-Claude Lebensztejn, quella di Walter Catalano del saggio “Io sono Burroughs” di Barry Miles, in cui Catalano esprime la diffidenza, che condivido, verso questo autore, quella di Stefano Rizzo al saggio “Le meraviglie dell’impossibile” di Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, quella di Carlo Bordoni al volume di Umbero Eco e Jean-Clude Carrière “Non sperate di liberarvi dei libri” in cui i due autori si preoccupano del dilagare della digitalizzazione dei testi e della fine che possono fare le librerie alla morte dei loro proprietari.

Si finisce con il raccontino fulminante di Luigi Annibaldi “Il cuore della terra”.

 

IL LIBRO NON SCRITTO SULLA DISTRUZIONE DELLA GERMANIA

Risultati immagini per storia naturale della distruzioneHo iniziato la lettura di “Storia naturale della distruzione” di Winfried G. Sebald  (Wertach, 18 maggio 1944 – Norfolk, 14 dicembre 2001) con grande entusiasmo, dato che prometteva di essere un libro che affrontava da un diverso punto di vista la storia della Seconda Guerra Mondale.

Il volume riunisce alcune lezioni dell’autore tenute a Zurigo, come leggo su “La frusta letteraria”, pubblicate in Germania come “Guerra aerea e letteratura” nel 2001e poi in Italia da Adelphi con il titolo “Storia naturale della distruzione”, ripreso da un’opera, peraltro incompiuta, ma pluricitata nel libro, dell’inglese Solly Zuckerman, dopo la visione della distruzione di Colonia, a opera dell’aviazione britannica.

Non credo ci sia dubbi sul fatto che la maggiore responsabilità di questo drammatico conflitto sia da ascriversi alla Germania e ai suoi sciagurati alleati, in primis Italia e Giappone, ma mi pare anche evidente che, trattandosi di una guerra grave e globale, nessuna delle parti potesse dirsi “innocente”. In particolare, mi era già noto che la Germania avesse subito un processo di distruzione delle proprie città che forse non è toccato a nessuna dei suoi avversari (discorso a parte riguarda il popolo ebraico, che non fu colpito nelle proprie infrastrutture urbane, che erano parte della Germania stessa e dei territori conquistati, ma nei modi ben noti).

Quel che il saggio racconta all’inizio è che gli Alleati scelsero deliberatamente di bombardare la popolazione civile per fiaccarne il morale e che, se questo pareva all’inizio il solo sistema alla loro portata, in seguito sarebbe stato possibile passare a un approccio più mirato, colpendo infrastrutture e fabbriche, ma si preferì continuare a colpire la popolazione civile, dimostrando un’insensibilità non certo inferiore a quella tedesca.

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Winfried G. Sebald  (Wertach, 18 maggio 1944 – Norfolk, 14 dicembre 2001)

Sebald evidenzia come i tedeschi, forse per un senso di colpa nazionale, non hanno mai evidenziato il colossale processo distruttivo subito e come la letteratura post-bellica sia stata incapace di esprimere un epos della distruzione.

La Germania ha subito (secondo Wikipedia) 635.000 morti tra i civili, 10 milioni di senza tetto, 3.370.000 appartamenti distrutti, 40 agglomerati urbani annientati per oltre il 50%.  Qualcuno potrà dire che è poco, anche solo rispetto ai sei milioni (o furono di più come alcuni sostengono?) di vittime dell’olocausto, ma sono comunque numeri impressionanti.

Dopo queste premesse, mi sarei aspettato che Sebald cercasse di colmare questo vuoto informativo-culturale, descrivendo gli orrori della Guerra visti dal versante tedesco, dei bambini, delle donne e dei vecchi uccisi. L’autore, invece, si “limita” a fare un’analisi della letteratura bellica e post-bellica, per dimostrare quanto poco questa abbia saputo affrontare il tema.

Insomma, Sebald ci indica che manca un grande romanzo o un’opera di qualche genere che descriva questa faccia dell’orrore bellico, ma non è lui, come mi ero illuso, a cercare di colmare questo vuoto, almeno come descrizione di quanto avvenuto. Il saggio, dunque, più che un saggio storico è un saggio di letteratura, che penso potrà interessare gli studiosi della materia, più di quanto abbia interessato me.

Insomma, “Storia naturale della distruzione” è, essenzialmente, un invito a scrivere un libro che ancora non c’è. Da autore mi sentirei anche attratto dalla sfida, ma non penso di avere competenze adeguate. In ogni caso, credo, infatti, che toccherebbe a un tedesco trovare il coraggio di scriverlo.

Immagine correlata

Distruzione di Dresda

 

LA NOSTRA GENTE

Risultati immagini per c'è gente che MiliottiHo incontrato Anna Genni Miliotti in occasione di alcuni eventi organizzati da Porto Seguro Editore, tra cui la fiera letteraria Firenze Libro Aperto. Questo editore, tra le altre cose, ha pubblicato i primi due volumi della mia saga “Via da Sparta”, la mia biografia “Il sognatore divergente”, scritta da Massimo Acciai Baggiani, e il libro di memorie familiari “C’è gente che” di Anna Genni Miliotti. Ne avevo avuto notizia anche tramite un amico che è cugino dell’autrice e che in una pagina del volume è menzionato, anche se senza cognome.

Leggere storie familiari ingenera in me sempre dei sensi di colpa. Essendo uno che scrive (non oso usare il termine scrittore – come dice l’autore mio amico Sergio Calamandrei, noi, al più, siamo “scriventi”) e avendo una lunga e complessa storia familiare alle spalle (o forse “sulle” spalle, dato che è quanto mai “impegnativa”), in questi casi penso a tutto quello che potrei (e forse dovrei) scrivere.

Nel mio caso avrei materiale per descrivere più di 1200 anni di Storia e il mio grande dubbio è come metterlo in forma originale e gradevole per il lettore. Da dove partire poi?

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Anna Genni Miliotti

Come risolve il problema Anna Miliotti? Direi che si limita alle ultime generazioni, alle persone che ha conosciuto direttamente e soprattutto non segue un ordine strettamente cronologico ma ritrae ora un personaggio, ora un altro. Ne risulta una scrittura semplice e immediata, in cui la buona conoscenza dei fatti e delle persone descritte rende particolarmente vivace e “vicini” i personaggi.

Non manca di dare alcune connotazioni d’ambiente, come quando parla delle “incomprensioni” campanilistiche tra fiorentini e pratesi, della difficoltà di definirsi per chi ha origini “miste” (ma pur sempre toscane, che dovrei dir io che ho sangue che affluisce da tutta Europa), dell’industria tessile pratese, dei rapporti tra pratesi e cinesi, dei nostri anni, dei nostri usi e costumi.

La sensazione, fin dalle prime pagine, è di un mondo a me sì vicino, dato che vivo ormai da anni a Firenze, ma “raggiunto” da strade ben diverse. E questo fa aumentare i miei sensi di colpa di cui all’inizio, dicendomi che anche la mia storia familiare meriterebbe di esser raccontata, perché ogni storia è diversa dalle altre e, come questa narrata dalla Miliotti, può stupire e incuriosire il lettore, proprio per questo misto di aspetti in cui ci riconosciamo con altri che ci sono del tutto alieni. Una ricetta agro-dolce, ma di sicuro effetto.

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Prato

Eppure io non oserei parlare di “gente che” mi è così vicina. Anna Genni Miliotti ha il coraggio di farlo e di renderci un quadro, proprio per questo emotivamente vivo e sentito.

Proprio mentre finivo di leggere le sue pagine, mi sono trovato a rovistare tra documenti e foto di un secolo fa. Queste e il suo libro, mi hanno messo voglia di scrivere, magari partendo proprio da lì, da quegli anni ‘20 di un altro secolo e di un altro millennio.

Gli anni di cui parla la Miliotti sono, invece, quelli della seconda metà del XX secolo e di questo primo ventennio. A vederla l’avevo giudicata più giovane, mia coetanea, ma leggo che nel 1969, quando io facevo ancora l’asilo, frequentava l’università. Anche questi pochi anni contribuiscono a mutare il punto di vista su un’epoca che entrambi stiamo attraversando.

MASSIMO E GLI ALTRI

L’antologia di recente pubblicazione (novembre 2018) “Nessun altro”, curata da Massimo Acciai Baggiani, rappresenta per quest’autore una sorta di doppia prova, come curatore e come commediografo.

Acciai, peraltro, non è nuovo nel ruolo di curatore, basti pensare che “Nessun altro”, pubblicato con il marchio L’Erudita dall’editore Giulio Perrone, è la terza antologia della rivista Segreti di Pulcinella da lui curata.

La silloge celebra i quindici anni della rivista fondata da Acciai assieme a Francesco Felici e da Acciai tuttora diretta.

La prima antologia della rivista è del 2005 e la seconda del 2010.

Il tema questa volta è l’Altro, in tutte le sue accezioni.

Tali antologie rappresentano una scelta di brani di alcuni degli autori che negli anni hanno collaborato alla rivista, tra cui, di recente, mi sono aggiunto anche io, che ho quindi partecipato alla raccolta con il mio racconto post-apocalittico “Nessun altro” (titolo copiato dall’editore per denominare il volume e da questo trasformato in “Io è un altro. Nessun altro”).

Apre il volume una commedia scritta dallo stesso Acciai, intitolata “Krob”, nome del suo protagonista, uno strano extra-comunitario che parla solo esperanto (lingua di cui, come sappiamo, Massimo Acciai è grande cultore). Una storia a tratti surreale, a tratti grottesca se non comica, che ci fa riflettere con garbo sui pregiudizi verso gli stranieri.

Segue un intenso saggio del greco Apostolos Apostolou (“L’altro”) sull’alterità nella cultura antropologica, sull’altro tra moderno, post-moderno e alter-moderno e, infine, sull’altro nel teatro.

Roberto Balò nel racconto “L’altro mondo” ci mostra un incontro di un “miscredente” con Dio, ai limiti del surreale. Il protagonista prende subito coscienza della situazione con un’affermazione esplicita “sono fregato, Dio esiste”, ma questo è un Dio particolare che dichiara subito “esisto ma non esisto” e spiega poi “è come se non esistessi perché non ho alcun contatto con voi”, inoltre “cosa volete che m’importi di cosa mangiate e quando, dei frigoriferi e stoviglie diversificati, del pesce il venerdì…”.

Andrea Cantucci ci offre invece “Una strana giornata di normale razzismo” in cui il protagonista Mario Bianchi s’interroga su chi siano gli altri, su cosa li renda “strani” e diversi da lui, andando sempre più restringendo la propria definizione di “noi”, in un impeto di razzismo che si mescola al campanilismo più bieco e ristretto, a voler significare che non vi sono limiti all’ottusità del razzismo.

L’altro esplorato da Rosanna d’Angelo nel thriller “L’artiglio” ha i toni del sovrannaturale.

Per la rumena Lucia Dragonescu, ne “La famiglia dagli occhi azzurri” l’altro è l’altro uomo in una storia di coppia.

Massimo Acciai e Carlo Menzinger – Aprile 2018

I contributi delle sorelle Ferrari sono riflessioni. Alessandra Ferrari in “Lettera all’altro” ci parla del “viaggio inteso come scoperta, conoscenza e approfondimento di altro”.

Emanuela Ferrari, ne “I colori e il sorriso… nell’altro”, ci parla dell’importanza del sorriso e della comunicazione visiva nella comunicazione e nell’approccio con gli altri.

Nel racconto di Erika Gherardotti “Benvenuto” assistiamo alla strana convivenza in un appartamento tra due persone molto diverse con sviluppo a sorpresa.

Francesco Guglielmino (“Chi è l’altro?”) tenta una veloce definizione di “altro” esaminandone la percezione sociale, l’altro come nemico, come copia di noi e come variante ucronica del sé in universi paralleli. Le sue parole conclusive sono riportate nella quarta di copertina:

“Altra persona

Libera di pensare e

Trovare la vita, amare e

Riposare

Ove più l’allieta”.

Salvatore Gurrado (“L’Essere per l’Altro”) ed Emanuele Martinuzzi (“L’alterità dell’io”) ci presentano altre due riflessioni filosofiche sul tema. Se per Gurrado l’Altro “visto come corpo” appare centrale, la riflessione di Martinuzzi pur avvicinandosi in questo alla precedente (“Detto questo si commetterebbe sicuramente un errore nel ritenere l’Io concreto e corporeo disgiunto dall’Io pensante e astratto, rispetto alla prospettiva straniante dell’altro”), offre altre visioni attorno al “concetto di alterità”, partendo dall’idea che “comunemente con l’altro si può intendere il vicino di casa, come lo straniero, il nemico, quand’anche uno sconosciuto che si sfiora per strada o con cui ci si trova a gareggiare sportivamente.” In fondo, “l’altro è ciò che sfugge”, “l’altro non è il prossimo che approssimato a ciò che è, tende a conformarsi alla natura dell’essere”, “l’altro è quella diversità che pone in crisi ciò che invece si presuma stia, immutabile, così com’è. Il contrario del diverso è l’Io”, “l’Io che si apre drammaticamente al non-Io”. “L’oscuro profilo dell’altro non può che atterrirci col suo silenzio ineffabile, smisurato e temibile”. “Una volta denudato l’Io dai suoi rigidi confini si aprono spiragli, brecce e varchi di senso per accogliere ciò che era estromesso, considerato straniero, diverso, inaccettabile”.

Segue il mio racconto “Io è un altro. Nessun altro”, in cui immagino come tutte le pulsioni di paura, curiosità, attesa, speranza, sospetto che abbiamo verso l’altro si concentrino nel mio protagonista, l’ultimo uomo sulla terra dopo una devastante apocalisse.

Francesco Panizzo dedica il suo intervento (“Blue Sky – Blu Klein”) allo scomparso amico Alessandro Rizzo, uno dei tre nomi di collaboratori della rivista, assieme a Paolo Filippi e Massimiliano Chiamenti, recentemente scomparsi, cui Massimo Acciai ha dedicato l’antologia, personaggio eclettico, Rizzo, grande stimolatore d’altri artisti, assiduo recensore.

Chiude il volume la riflessione/racconto di Fabio Strinati “A te che sei l’altra parte di me”, che esordisce con le parole “Rivedo in me, l’altro che è in te come in me” e poi aggiunge “mi vedo in te che sei l’altra parte della mia anima assetata e vulnerabile”, portando a conclusione ideale della raccolta il concetto che in fondo l’altro siamo noi o almeno che l’altro è una parte di noi.

Ho partecipato, con Massimo e altri autori, alla presentazione del volume sabato 17 novembre 2018 presso il ristorante “I tarocchi” e il giorno dopo presso “Il Nabucco”.

Con questa e le altre antologie della rivista “I Segreti di Pulcinella” e con la rivista stessa Massimo Acciai Baggiani si rivela figura capace di attirare e attrarre a sé tanti autori e tante figure di pensatori del tipo più vario. Scopriamo qui un Massimo Acciai che non solo è scrittore (nello specifico commediografo) ma anche e soprattutto un creatore e gestore di reti umane, in quest’era di reti virtuali, capace di tenere assieme persone di diverse professionalità, nazionalità e visioni del mondo, di ancorarle a dei progetti e di guidarle sino alla loro conclusione.

 

Presentazione del 17 Novembre 2018 (video)

Presentazione del 18 Novembre 2018 (video)

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La forma dell’acqua

L’IMPORTANZA DELLE EMOZIONI

IIntelligenza Emotiva (Edizione Economica)l cervello è sempre una materia affascinante, per chiunque, io credo. Se non altro perché tutti noi (o quasi!) ne possediamo uno e abbiamo a che fare con i suoi meccanismi e spesso ci troviamo a cercare di interpretarlo o di interpretare quelli ancora più misteriosi di chi ci sta attorno. “Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman è un libro che ci parla, in fondo, proprio di questo, della nostra capacità di comprendere noi stessi e gli altri.

Un tempo, soprattutto nella terra degli yankee, andava molto di moda misurare il Q.I., il Quoziente Intellettivo. C’erano e tuttora si usano dei test per valutarlo. In più modi, credo (ma non sono certo un esperto della materia) sono stati evidenziati i limiti di tali misurazioni. Credo, in particolare, che uno dei loro difetti fosse quello di essere tarati su un modo di pensare tipico di un occidentale istruito. L’intelligenza, invece, è qualcosa che può assumere forme ben diverse. Un ragionamento a parte, per esempio, meriterebbe capire quantificare l’intelligenza degli altri animali.

Anni fa si cominciò a ragionare sul fatto che potesse esistere anche qualcosa di simile al Q.I. ma che misurasse la capacità empatica ed emozionale. Il fatto è che gente con alti Q.I. a volte è socialmente disastrosa, mentre persone con Q.I. non elevati riescono ad avere vite soddisfacenti, con buone carriere, famiglie stabili e varie soddisfazioni.

La capacità di comprendere se stessi e gli altri e di rapportarsi con le persone è non meno importante delle capacità connesse a un elevato Q.I..

Il saggio di Goleman non ci parla tanto di Q.E. (Quoziente Emotivo), quanto del funzionamento dell’intelligenza emotiva.

Secondo wikipedia «L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. L’intelligenza emotiva è stata trattata la prima volta nel 1990 dai professori Peter Salovey e John D. Mayer nel loro articolo “Emotional Intelligence”. Definiscono l’intelligenza emotiva come “La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.»

Daniel Goleman

Daniel Goleman

Goleman ci parla dell’importanza di comprendere gli altri per il buon funzionamento di un matrimonio, di un rapporto lavorativo, dell’educazione dei bambini. Ci parla del Q.I, di gruppo che favorisce la coesione emotiva. Affronta il tema delle malattie psicosomatiche e il collegamento tra emozioni e sistema immunitario. Ci spiega come persino la collera possa diventare una causa di morte. Ci racconta  come tra le emozioni negative la collera sia più connaturata negli uomini, mentre nelle donne prevalgono l’ansia e la paura e come queste emozioni possano determinare cardiopatie. Ci parla anche della connessione tra depressione e, persino, fratture ossee, con le cardiopatie. Ci spiega che persino nei tumori un aiuto psicologico possa rallentarne il decorso.

Affronta poi il tema della timidezza infantile e di come questa possa trasformare i bambini in adulti paurosi se non malati.

Analizza quanto del temperamento dipenda da tendenze genetiche o dall’educazione.

Ci racconta come si stia abbassando l’età per l’inizio della depressione giovanile, forse per effetto della disgregazione delle famiglie, generata a sua volta dall’industrializzazione.

Ci spiega che sia possibile insegnare con appositi corsi ai bambini antipatici a diventare più simpatici.

Racconta che droga e alcol danno assuefazione soprattutto quando sono assunti come se fossero farmaci per lenire ansia e malinconia.

Ci avverte su quanti danni possa infliggere la povertà anche a livello emotivo.

Racconta come questi siano concetti che ora si studiano scientificamente ma ben noti, basti pensare a quando di parlava di carattere e volontà delle persone: si dava un giudizio sulla loro capacità emotiva.

L’incapacità di controllare le emozioni, unita all’elevata accessibilità di armi da fuoco negli USA stanno portando a un aumento delle morti causate da queste, che, a quanto dice, in America avrebbero persino superato in numero quelle, elevatissime, provocate dalle automobili.

Ritiene sia importante insegnare l’empatia e il controllo di collera e impulsi.

Nell’appendice analizza la definizione e il concetto di emozione, spiegando, in particolare, che le emozioni non sono uno stato duraturo della nostra mente, ma tendono a durare molto poco, in quanto sono meccanismi generati dall’evoluzione per reagire prontamente alle situazioni pericolose, mentre la mente razionale ha tempi più lunghi, legati al ragionamento.

A volte però la mente emozionale riporta al presente emozioni del passato e così ingabbia la mente razionale.

Il saggio, abbastanza voluminoso, risulta sempre comprensibile e leggibile anche per una persona come me, non esperta di psicologia. Forse non offre spunti particolarmente innovativi o suggestivi, ma fornisce un quadro della materia ampio e dettagliato, per chi voglia sapere qualcosa in merito.

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HANNO SCRITTO LA MIA BIOGRAFIA!

Carlo Menzinger e alcuni dei suoi personaggi (da “Giovanna e l’angelo”, “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale”, “Il Colombio divergente”, “Via da Sparta”, “La bambina dei sogni”) nell’illustrazione di Angelo Condello che comparirà in copertina de IL SOGNATORE DIVERGENTE

In passato, frequentando vari siti di scrittura, in maniera abbastanza vivace, mi è capitato che qualcuno scrivesse racconti in cui comparivo come personaggio o di essere citato in qualche post (a parte, ovviamente quelli che recensiscono i miei romanzi, che peraltro sono ormai assai numerosi), ma ancora non mi era mai capitato che qualcuno scrivesse un intero libro su di me e, per giunta, non un libricino di poche pagine, ma un signor saggio. Sì aggiunga, per comprendere la mia sorpresa, che a scriverlo è stata una persona che un anno fa ancora non conoscevo e di sua iniziativa, non sollecitato né da me, né dall’editore. Inoltre, va detto che l’autore, Massimo Acciai Baggiani non è certo l’ultimo arrivato nel mondo dei libri, avendo pubblicato romanzi, antologie di racconti e poesie e, come in questo caso, saggi di argomento letterario. Dirige anche una rivista on-line, “I segreti di Pulcinella” ed è stato curatore di altre opere. Ora, peraltro, abitando entrambi nello stesso quartiere Rifredi, a Firenze, siamo anche diventati amici e abbiamo persino scritto un romanzo a quattro mani, “Psicosfera”, per ora inedito.

Come è arrivato, allora, Massimo a decidere di pubblicare IL SOGNATORE DIVERGENTE (sottotitolo “La produzione letteraria di Carlo Menzinger di Preussenthal tra ucronia, fantascienza e horror”)?

Un po’ per volta, direi. Tutto è cominciato con la lettura de “Il sogno del ragno”, il primo romanzo della saga ucronica “Via da Sparta”, di cui sta per uscire in questi giorni il secondo volume “Il regno del ragno”.

Il romanzo gli è piaciuto, a quanto pare, e ha letto un altro paio di romanzi da me scritti. A questo punto, trovandosi in sintonia con i miei scritti,  mi ha chiesto di intervistarmi. Gli dissi di sì, ma mentre aspettavamo di fare l’intervista ha continuato a leggere altre cose mie e alla fine si è detto che poteva anche farci su un intero libro. È nato così “IL SOGNATORE DIVERGENTE”,  editore Porto Seguro.

 

IL SOGNATORE DIVERGENTE comprende:

  • l’introduzione (“Perché ho scritto questo libro”),
  • una panoramica generale sulle opere (“Gli universi divergenti di Carlo Menzinger”),
  • vari capitoli sui singoli volumi,
  • una “Intervista a Carlo Menzinger”,
  • una sezione di “Racconti” (uno scritto da Massimo Acciai, Marco Bazzato e Francesco Guglielmino – “America” -, una rielaborazione di Carlo Menzinger di questo stesso racconto, “Quel che manca”, firmato assieme ad Acciai, e infine un racconto di Menzinger sul medesimo tema degli altri due “Il sognatore divergente” che prende il nome dal volume),
  • una sezione di “Testimonianze”, con brani scritti su Menzinger da Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi, Paolo Ciampi, Giuliano Gemma, Gianni Marucelli, Carla Casazza, Chiara Sardelli e Laura Costantini,
  • due ritratti “letterari” realizzati da Angelo Condello e Niccolò Pizzorno,
  • i ringraziamenti del protagonista.

 

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger

Mi ha colpito il grande impegno di Massimo Acciai nel leggere ben sedici volumi, oltre a varie opere sparse, la sua attenzione per l’analisi, sempre attenta e dettagliata dei testi, la sua capacità di raccontare tante opere con precisione e curiosità.

Credo poi che l’articolazione dell’opera, di cui sopra, contribuisca a rendere il volume particolarmente godibile, nella sua varietà.

Credo che il lettore possa trovare interessante anche la sezione centrale, con i tre racconti, uno evoluzione dell’altro, non solo per i racconti in sé, ma proprio per il fascino di vedere come si possa scrivere in modo diverso sul medesimo argomento (la mancata scoperta dell’America, tema ucronico al centro del mio primo romanzo, “Il Colombo divergente”).

Sono inoltre molto grato, non solo a Massimo Acciai per tale grande lavoro, ma anche tutti gli amici che hanno contribuito nella sessione “Testimonianze”, raccontando il “Carlo scrittore” che hanno conosciuto. Anche qui la scelta per comporre questa parte non è caduta banalmente sugli amici di tutti i giorni, ma su persone che con me hanno in vario modo collaborato in ambito letterario o su alcuni “grandi lettori”, come chiamo quelle persone che hanno letto un gran numero di opere da me scritte. Sottolineo che con alcuni di loro ci siamo incontrati solo raramente e con altri non ci siamo neanche mai visti, ma la conoscenza passa solo attraverso i libri. Tra le testimonianze ci sono quella di Sergio Calamandrei, amico anche nella vita comune, oltre che mio coautore ne “Il Settimo Plenilunio”, “Parole nel web” e “Ucronie per il terzo millennio”. Anche Simonetta

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Bumbi è stata mia coautrice ne “Il Settimo Plenilunio” e in “Parole nel web”.

 

Il volume sarà presentato sabato prossimo, il 29 Settembre 2018 (un anno e un giorno dopo che vidi per la prima volta Massimo Acciai, in occasione della prima presentazione de “Il sogno del ragno”) alle 16,30, a Firenze Libro Aperto, in Fortezza da Basso, nel capoluogo fiorentino.

A seguire sarà presentato per la prima volta anche il mio nuovo romanzo IL REGNO DEL RAGNO, anche questo pubblicato da Porto Seguro Editore.

LA NASCITA DELLE LINGUE: EVOLUZIONE O CREAZIONE?

libroHo sempre pensato alla nascita di una nuova lingua come a un processo evolutivo. Del resto c’è ben noto come l’Italiano derivi dal Toscano e questo dal Latino, che a sua volta è una derivazione di lingue indoeuropee.

Di solito la nascita di una lingua è un lungo processo, che risente di numerose contaminazioni da parte di altre lingue (il Latino per esempio è stato influenzato dal greco). Ci sono, a volte, dei momenti di codificazione, che ne fissano le regole e le caratteristiche fondamentali, ma le lingue rimangono soggetti vivi, in continuo mutamento.

Eppure non è così per tutte. Ce ne sono alcune che sono state create artificialmente.

Rientro ora dalla Thailandia, dove una guida locale mi ha spiegato come la loro lingua sia stata “inventata” da uno dei loro re.  Leggo, però, su wikipedia che “Il thailandese è un membro delle lingue tai, nel gruppo della famiglia Tai-Kadai. Si ritiene che essa sia originaria della Cina meridionale (attuale Yunnan), e alcuni linguisti hanno proposto legami con le austroasiatiche, austronesiane oppure sino-tibetane.”. Peraltro, vi leggo anche che “Il thailandese standard è la lingua madre di circa 20 milioni di individui nel Paese e si basa sul registro tradizionalmente usato dalla classe educata di Bangkok, diffuso nel Paese soprattutto a partire dagli anni trenta del XX secolo.” Insomma, il tema andrebbe approfondito.

Comunque sia, a volte, la codificazione di una lingua è così importante da poter qualificare il prodotto come “artificiale”. Sembra che questo possa essere il caso del norvegese. Ci sono state due lingue inventate a tavolino (prendendo in prestito da altre lingue vocaboli e grammatica) come il Volapük e l’Esperanto, create con l’intento di essere lingue universali.

Ci sono poi lingue inventate in letteratura per far esprimere popoli immaginari.

Di tutto ciò si può leggere nell’affascinante saggio curato da Massimo Acciai Baggiani e Francesco FeliciGhimìle Ghimilàma”, dal sottotitolo “Breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno follemente manipolate”.

Oltre a quelli dei due curatori, il volume contiene saggi di Giuseppe Panella, Andrea Cantucci, Amerigo Iannacone, Alessandro Pedicelli.

Nel saggio si parla oltre che di Norvegese, Esperanto e Volapük, anche delle lingue parlate ne “I viaggi di Gulliver”, del Klingon di Star Trek (uno dei pochi a parlarlo in Italia è Felici, uno dei curatori). Di recente ho visto il film “Fottute” (2017) di Jonathan Levine, con Goldie Hawn, in cui il figlio di questa, offrendosi come volontario per aiutare i militari nella ricerca della sorella e della madre disperse, evidenzia, comicamente, la sua capacità di parlare Klingon! Non pensavo esistesse davvero qualcuno che lo avesse studiato. Nell’opera si parla anche della Lingua Lara, della Lingua indaco e del Latino Moderno, del Cornico e di varie lingue immaginarie come quelle che compaiono nei fumetti di Superman, Flash Gordon o Buck Rogers..

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Massimo Acciai Baggiani

Tra le appendici un compendio di grammatica Volapük, uno di Quenya e una piccola antologia poetica in Esperanto.

Di Massimo Acciai Baggiani si ricordano anche la riflessione-antologia di racconti sulla scuola “La nevicata e altri racconti”, i saggi “La metafora del giardino in letteratura”, “La comunicazione nella fantascienza”, “Radici” (un misto di storia familiare e locale e di racconto di viaggio) o, infine, “Il sognatore divergente – La produzione letteraria di Carlo Menzinger di Preussenthal tra ucronia, fantascienza e horror” di prossima uscita per i tipi di Porto Seguro Editore, il romanzo fantasy “Sempre a est”, la raccolta di fantascienza “La compagnia dei viaggiatori nel tempo”, le poesie “25 – Antologia di un quarto di secolo”, il racconto ucronico “L’ultima regina d’Inghilterra” e il racconto “Domani”.

 

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Klingon (Star Trek)

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