Archive for the ‘futuro’ Category

ROBOT E ANDROIDI: ALLE ORIGINI DI INSOLITO E FANTASTICO

Risultati immagini per robot e androidi IFDa tempo pensavo di ordinare il primo volume della rivista “IF – Insolito & Fantastico”, ma non mi decidevo mai. Sono, infatti, abbonato alla rivista a partire dal numero 2 e avevo tutti i numeri tranne il primo! Con il numero 20 “IF” ha cambiato editore passando da Solfanelli a Odoya (Meridiano Zero). Mi sono detto che se non mi fossi affrettato a ordinare il numero a Solfanelli, avrei rischiato di non trovarlo più e così finalmente l’ho acquistato, assieme al numero 19, che nel cambio di editore mi ero perso.

Come i numeri successivi, nuovo e vecchio editore, anche questo primo numero è “monografico”, nel senso che gli articoli presenti trattano un tema specifico, che, nel caso, come si legge dal titolo del numero è “Robot e androidi”.

Questa uscita non prevede alcun mio contributo, poiché questi sono iniziati solo dal numero 3.

Curatore era già allora Carlo Bordoni, cui immagino si debba l’editoriale introduttivo non firmato che illustra gli intenti della rivista e spiega come il nome si rifaccia a quello della storica omonima pubblicazione che poi si fuse con Galaxy nel 1974.

Il primo articolo è di Romolo Runcini che, come spiegato nell’editoriale, era il direttore di “Labirinti del fantastico”. Il tema dell’articolo è più ampio di quello della rivista e riguarda “Il fantastico e l’immaginario del nostro tempo”.

Sarà Franco Brambilla a calarci più direttamente nell’argomento con “L’uomo e il suo doppio” in cui fa una carrellata di questa storica figura partendo dal dramma “R.U.R.” di Čapek, passando per le leggi della robotica di Asimov, “2001 Odissea nello spazio” di Clarke, “Il pianeta proibito” di Stuart, il “Giardiniere di uomini” di Sheckley, “il film Alien” di Scott, “Il cacciatore di androidi” di Dick.Risultati immagini per androidi

S’intitola “Lunga vita alla nuova carne” la riflessione di Domenico Gallo che approfondisce la precedente analisi, andando persino indietro nel tempo, esaminando l’opera di Kafka, di Shelley, di Odle, della Moore, arrivando poi a esaminare la fantascienza del periodo classico.

Riccardo Gramantieri ci parla degli androidi e degli organismi cibernetici ne “La letteratura cyborg di William Burroughs e Kathy Acker”.

Fondamentale per il volume è la riflessione di Carlo Bordoni “Karel Čapek : il primo robot non si scorda mai” sulla nascita della letteratura robotica e il precedente rappresentato dalla rappresentazione teatrale di questo autore ceco: “R.U.R.”.

Risultati immagini per westworldGiuseppe Panella s’interroga “Sulla tecnologia e il suo feticcio”, facendo “Ipotesi su Michael Crichton”, l’autore di “Westworld”, quella sorta di lunapark tecnologico robotizzato che è stato prima trasformato nel celebre film interpretato da Yul Brinner e poi dalla serie TV con Anthony Hopkins. Ma anche de “L’uomo terminale”, il cui cervello è collegato a un computer centrale.

Imprescindibile, sul tema, un’analisi dell’opera dell’autore del Ciclo dei Robot. Se ne occupa Alessandro Vietti con “Isaac Asimov e le leggi della robotica”.

Dell’autore di “Metropolis” con la sua Eva Futura, la prima macchina sexy del cinema, scrive Francesco Galluzzi in “Robot e spettri in Fritz Lang”.

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Westworld

Si apre quindi, dopo la parte saggistica, la sezione narrativa con il racconto di Renato Pestriniero “A sua immagine e somiglianza”, che prospetta l’avvento di una nuova razza di uomini, in parte meccanizzati, al fine di svolgere al meglio lavori in ambienti ostili, come lo spazio.

In “Scrivete a Donna Cibernetica” Andrea Coco immagina un’androide bionico di sesso femminile che si rivolge alla rubrica di una rivista per esprimere i suoi problemi relazionali.

Con “Daneel” Alessandro Vietti ci porta in un mondo che ricorda quello del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov, con un robot domestico il cui nome Daneel ricalca persino quello dell’eroe della saga R. Daneel Olivaw. La prima Legge della Robotica asimoviana lo costringe a leggere compulsivamente.

Vincenzo Bosica, che chiude la sezione narrativa, in “Capsule”, immagina un mondo in cui il trapianto di organi artificiali ha raggiunto estremi distopici.

La rassegna è dedicata a “L’uomo-auto di J.G. Ballard”, ovvero al romanzo “Crash” e altre opere dell’autore inglese. Ne scrive Riccardo Gramantieri.

Diego Zandel fa una “Intervista a Juan Gomez Jurado”, l’autore spagnolo di “Ultima ora nel deserto”, su una ricerca all’Indiana Jones del Sacro Graal.

Segue quindi, in ricordo di Franco Fossati, un suo vecchio articolo su “Il fantastico e la fantascienza nei fumetti”, seguito da un editoriale che ricorda la sua scomparsa nel 1996.

Chiudono il volume varie recensioni di opere recenti, sia di saggistica che di narrativa.

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L’ANELLO MANCANTE TRA I RACCONTI E I ROMANZI SUI ROBOT E L’IMPERO

Risultati immagini per Asimov Story 4Appena terminato di leggere l’ultimo libro dell’ultimo ciclo dei romanzi e racconti con cui Isaac Asimov ha descritto la storia futura della Galassia, ho scoperto di aver saltato un racconto che s’inserisce, con un certo rilievo, in tale carrellata, dopo i racconti sui robot e prima dei romanzi del Ciclo dei Robot, preconizzando persino il Ciclo dell’Impero: “Madre Terra”.

Madre Terra” è inserito nell’antologia “Asimov Story” e per la precisione alla fine del 4 volume. Ho così deciso di completare la mia rilettura di tutte queste opere con questo racconto. Così ho letto l’antologia “Asimov Story 4”, che comprende i racconti:

 

Condanna a morte” parla di un mondo popolato solo da robot positronici, ma a parte questo il racconto non ha altri riferimenti con il “Ciclo dei Robot” o con i racconti di “Tutti i miei robot”.

Qui però i robot forse non esistono, dato che questo mondo creato apposta per loro, ha una capitale di nome… New York. I robot siamo noi?

 

Vicolo cieco”, sebbene accenni a un pianeta Trantor, con lo stesso nome cioè della capitale dell’Impero nell’omonimo Ciclo e nel Ciclo della Fondazione, non può essere in alcun modo collegato a tali romanzi, in quanto in questi è detto espressamente che l’umanità è la sola razza intelligente della Galassia, mentre qui vi incontriamo una razza di alieni in via d’estinzione, che, per essere protetti, vengono confinati su un pianeta “riserva”, dove continuano però a estinguersi, incapaci di riprodursi in cattività. Sarà un funzionario umano, sfruttando la loro telepatia a salvarli, permettendo loro di fuggire.

 

Nessuna relazione” immagina una Terra in cui l’umanità si sia estinta e dove le due nuove razze intelligenti discendano rispettivamente dagli orsi e dagli scimpanzé, ma vivano ciascuna in un diverso emisfero, senza essersi incontrate per tutta la loro evoluzione post-umana.

 

Proprietà endocroniche della tiotimolina risublimata” per una persona a digiuno di chimica come me è illeggibile e l’ho lasciato dopo poche pagine. Si tratta, infatti, di un finto articolo di chimica, con tanto di tabelle, grafici e finta biografia, che, a quanto scrive Asimov, riscosse un certo successo tra i chimici dell’epoca.

 

La corsa della regina rossa” parla dei viaggi nel tempo esaminandoli dal punto di vista della loro realizzabilità secondo le leggi fisiche e Risultati immagini per Asimov Story 4immagina l’invio di un testo di chimica, appositamente tradotto, nella Grecia Antica.

 

Il racconto “Madre Terra” ci introduce alla fase della storia galattica in cui furono colonizzati i primi 50 Mondi Esterni, quelli di cui Asimov parla nel Ciclo dei Robot, e mostra come questi abbiano sconfitto la Terra, ma questa si sia ripresa ponendo le basi per una nuova colonizzazione da cui nascerà l’Impero descritto nel Ciclo che ne prende il nome. Un vero racconto di congiunzione, scritto prima (1949) non solo che Asimov cominciasse a unire tra loro i tre cicli che descrivono la storia futura della Galassia e addirittura prima che scrivesse molte delle storie che li compongono. Si può dunque dire che l’ambientazione dei primi due cicli fosse già tutta in questo racconto.

 

A parte il finto saggio, è un volume molto godibile e vario, che dà una buon’idea dei racconti asimoviani degli anni ’40 del secolo scorso.

IL POLIEDRICO E FANTASIOSO UNIVERSO KEATSIANO DI HYPERION

Risultati immagini per hyperion simmonsDa ragazzo ho letto varie centinaia di libri di fantascienza, poi, per alcuni decenni, sono passato a leggere altro. Negli ultimi anni, interrogandomi su quali aspetti dei libri amo maggiormente, mi sono reso conto che queste caratteristiche di trama, ambientazione, fantasia, azione si trovano assai più facilmente nella fantascienza che in altri generi e, così, ultimamente ho ripreso in mano romanzi che già avevo letto e cercato di scoprire cosa di nuovo fosse stato prodotto dal 1980 a oggi. Da poco, poi, mi sono imbattuto in un gruppo di lettori della piattaforma anobii, che sta tentando di realizzare una lista dei migliori romanzi di fantascienza di sempre. Si tratta della Fratellanza della Fantascienza, cui ho ora aderito.

Il romanzo con la media di voti più alta che compare, per ora, in tale Lista (ma è ancora in lenta evoluzione) è “Hyperion” di Dan Simmons. Pubblicato nel 1989, è il primo volume di un ciclo (“I Canti di Hyperion”). Oltre a essere il più amato dai miei Confratelli, ha anche vinto il prestigioso Premio Hugo nel 1990, forse il riconoscimento più importante nel mondo della Si-Fi e vari altri premi.

Parte un po’ lentamente, poi i vari personaggi, in attesa di raggiungere il pianeta Hyperion, raccontano ciascuno la propria storia e i propri rapporti con questo mondo. È una formula narrativa che non amo e che considero un po’ primitiva. Mi viene da pensare alle “Mille e una notte”, al “Decamerone” di Boccaccio, a “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer o a “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino. Il racconto contenitore appare poco rilevante e serve, almeno in questo primo volume, solo da collante, anche se si può immaginare che le sei storie qui raccontate costituiscano l’antefatto di quanto sarà narrato nei volumi successivi e il loro convergere è evidente già nel passato che i sei narratori siano già riuniti nel loro pellegrinaggio allo Shrike.

 

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Dan Simmos

Già con il primo racconto ci caliamo in una storia che di per sé è un romanzo breve e dei più affascinanti. Vi si narra del viaggio su Hyperion di un prete cattolico, Lenar Hoyt, che, partito alla ricerca di una misteriosa popolazione discendente da esseri umani naufragati generazioni prima sul pianeta, i Bikura, ha ora costituito una sua forma di civiltà tribale. Il prete rimane bloccato assieme a questi strani individui, scoprendo che sono divenuti assai diversi dai loro antenati e che custodiscono una misteriosa basilica sotterranea abitata da strane creature simili a stelle marine, che entrano in simbiosi con loro e con lo stesso prete. Nelle profondità della terra, vive poi una creatura malvagia e misteriosa, il leggendario Shrike, figura centrale del pianeta e del romanzo. Le implicazioni filosofiche e religiose ci permettono di considerare quest’opera come un significativo esempio di “fantareligione”. Già in questo primo romanzo breve sono forti i riferimenti a quanto scritto da Keat nel suo “La caduta di Iperione”.

Per esempio, il tempio e la scalinata fanno pensare ai versi:

«Questo tempio

triste e solitario è tutto ciò che

rimane dopo i lampi d’una guerra

che fu combattuta tanti anni fa

dalla gerarchia dei giganti contro

i ribelli, e questa vecchia immagine

i cui incisi tratti si corrugarono

nel mentre lui cadeva è di Saturno,

ed io sono Moneta, che rimango

unica e suprema sacerdotessa

della sua desolazione».

E questi versi di Keats, dalla stessa opera, non ricordano un passo del racconto?

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John Keats

E mentre ancora

bruciavano le foglie, all’improvviso

sentii il brivido d’una paralisi

salire da terra su per le gambe,

e tanto rapidamente che avrebbe

presto fatto presa su quelle vene

che palpitano vicino alla gola.

E le doppie morti dei Bikura non sono forse ispirate a questi versi de “La caduta di Iperione”?

Tu

hai assaporato che cosa significhi

morire e poi vivere nuovamente

prima dell’ora fatale.”

E la difficoltà del prete a salire l’immensa scalinata non nasce dai versi ottocenteschi:

Se non puoi salire

questi scalini è meglio che tu muoia

su quel marmo ove ora sei”.

 

Il secondo racconto è quello di un soldato, il colonnello Fedmahn Kassad. Attraverso una serie di simulazioni virtuali di battaglie reali del passato e immaginarie del nostro futuro, impariamo a conoscere l’universo in cui è inserita la storia. In ognuno di questi mondi virtuali il palestinese Kassad incontra una donna di cui s’innamora. Giunto poi su Hyperion, combatte contro i feroci Ouster e riceve oltre all’aiuto della misteriosa ragazza, Moneta, anche del perfido Shrike. Mentre Kassad e Moneta fanno l’amore, la ragazza si trasforma nello Shrike. Si noti che Moneta è il nome della sacerdotessa (reincarnazione di Mnemosyne) che compare ne “La caduta di Iperione” scritta dal vero John Keats.

Questo racconto appare ricchissimo di particolari e dettagli delle battaglie e non solo, con un vocabolario che inserisce neologismi a raffica, senza spiegarli più che tanto (ma non si sente il bisogno di capirli a fondo), per descrivere navi spaziali, armi, creature e apparati di vario tipo. Questi dettagli e questo vocabolario così ricco sono al contempo la bellezza e la debolezza di questo brano. Si rimane affascinati da questo fiume in piena di eventi e parole, ma se ne sente un po’ l’inutilità ai fini della sostanza della trama. Posso immaginare che andando avanti con la lettura si finisca per restare presi nella loro rete e non volerne più uscire, ma il primo approccio non è così scontato.

 

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Il titano Iperione

Il terzo narratore è un poeta, Martin Sileno (“poi un vaporoso sopore/ mi colse e sprofondai come Sileno / su un antico vaso” scrive Keats ne “La caduta di Iperione”). Ci narra del suo grande successo letterario “I Canti di Hyperion” (tre miliardi di copie venduti nei vari mondi), della sua crisi successiva e della sua attività di autore commerciale con i sequel del primo libro (dal II al IX), fino alla sua venuta su Hyperion dove scopre l’incredibile legame tra la sua opera e il mostro Shrike e come questa progredisca nella misura in cui il mostro fa strage degli abitanti della Città dei Poeti. A proposito di poeti, il nome dell’opera (“Hyperion”), così come parte dei nomi che si incontrano, è un omaggio al poeta ottocentesco John Keats, che nel 1818 pubblicò un’opera omonima. Keats è citato più volte in questo racconto e definito il più puro tra tutti i poeti di sempre. Più avanti incontreremo un altro alter ego di Keats, ma anche Sileno, in quanto poeta non è lui stesso Keats? Oltre a una città che ne porta il nome, ne troviamo un’altra che si chiama Endymion, come l’opera dell’inglese. Grande è, a questo punto, la voglia di leggere di nuovo qualcosa del poeta dell’”Ode a un usignolo”.

Iperione, peraltro, era un epiteto del Sole e in greco significa “Che si muove al di sopra”. Era anche uno dei dodici Titani, uno di quelli che si schierò con Crono (il Tempo, che qui ha molta importanza!) contro Zeus (che qui rappresenta forse Dio o l’ordine costituito). Il titano Iperione è padre di Elio (il Sole), Eos (l’Aurora) e Selene (la Luna) generati da Teia, sua sorella e moglie. Keats nella sua opera “Iperione” ha voluto rappresentare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i titani, e in nuovi Dei d’ambrosia e, in particolare, lo spodestamento di Iperione, sostituito da Apollo come divinità solare.

Risultati immagini per Hyperion SimmonsIl quarto narratore, lo studioso di filosofia Sol Weintraub, è un ebreo la cui figlia Rachel, in missione archeologica su Hyperion, all’interno di una sfinge, vicino alle Tombe del Tempo, contrae uno strano Morbo di Merlino che ogni notte la fa ringiovanire di un giorno e perdere la memoria di un altro giorno, così che ogni mattina si sveglia come se fosse il giorno prima e non quello dopo. Il suo tempo soggettivo scorre al contrario. Si parla anche di maree del tempo e sacche temporali. La vicenda di Rachel è qualcosa di simile al film del 2008 “Il curioso caso di Benjamin Button”, ispirato a un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922. Il padre cerca di guarirla prima in modo scientifico, poi si rivolge alla Chiesa dello Shrike. Padre e madre fanno di tutto per rendere meno traumatici i risvegli della figlia che ogni mattina trova più vecchi genitori e amici, in un mondo in cui tutto è andato avanti, mentre solo lei sta tornando indietro. Anche qui il fatto che il padre sia ebreo e un filosofo ha la sua importanza, così come il ruolo del Vescovo e degli altri religiosi fedeli dello Shrike, perché il libro, tra le righe si presenta, man mano che si legge, sempre più come una riflessione sulla religione e la fede, ma anche sul significato del tempo. Sol, oltretutto, è tormentato da una voce che lo invita ad andare su Hyperion e lì sacrificare sua figlia, come Abramo con Isacco.

 

La quinta storia è raccontata da una donna, l’investigatrice Brawne Lamia, ma nel suo racconto compare un personaggio fondamentale: John Keats. Non proprio il poeta cui tutto il romanzo è dedicato e da cui è ispirato, ma il suo cibrido. Che cosa sia un cibrido non facile a dirsi, ma accontentiamoci di sapere che è una sorta di cyborg la cui personalità è stata costruita immaginando come potesse essere quella di una data persona, in questo caso il poeta ottocentesco John Keats. Il cibrido è il cliente della detective ma anche la vittima dell’omicidio su cui le chiede di indagare. Come già nel racconto del prete avevamo affrontato il diverso concetto di morte dei Bikura, qui dovremo familiarizzarci con quella che un cibrido vivente considera la propria morte. La vicenda ci porta su un pianeta in cui è stata ricostruita l’antica Terra, ormai distrutta, e in particolare in una riproduzione della Roma attuale, con Colosseo e Piazza di Spagna (luogo in cui visse il celebre poeta). Come nel racconto del colonnello Kassad anche qui certi dettagli di lotta, come lo scontro con Codino, Simmons ce li avrebbe anche potuti risparmiare.

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Iperione, la luna di Saturno

Lamia è sempre nome che fa riferimento a Keats e al suo “Lamia, Isabella, La vigilia di S. Agnese e altre poesie” del 1820, volume che comprende anche il poema incompleto “Iperione”. Tale opera fu poi riscritta da Keats, cercando di spurgare le parti troppo influenzate da Milton e ne nacque così “La caduta di Iperione”. La stessa Lamia, infine, si trasforma nell’ennesimo alter ego di Keats, quando il cibrido trasferisce nella mente della donna la propria coscienza.

 

La sesta storia mi è parsa la più debole, anche perché è divisa in due, prima il Console narra dei suoi nonni, i ribelli Siri e Merin, e poi parla di se stesso e di come sia arrivato su Hyperion per aiutare l’Egemonia a combattere gli Ouster, ma forse fa il doppio gioco.

 

Dopo il racconto del Colonnello, i sei pellegrini riprendono la loro marcia su Hyperion verso le Tombe Risultati immagini per hyperion simmonsdel Tempo e probabilmente lo Shrike, ma il romanzo finisce qui e occorrerà leggere il resto del ciclo per capire cosa sarà di loro e, soprattutto, se le sei storie abbiano maggiori punti in comune tra loro a parte il pianeta Hyperion, lo Shrike e John Keats.

 

Affascinante è la commistione con la vita e le opere di Keats che contribuisce a rendere quest’opera
complessa e articolata. Il suo senso si disvela poco per volta, mostrandoci un intreccio di storie ricche di riflessioni sulla religione e la filosofia, al punto di rappresentare certo uno dei lavori fantascientifici (e non solo) più interessanti degli ultimi anni, anche se purtroppo risente del difetto di essere un romanzo incompleto, in quanto parte di un ciclo e di non essere in sé un vero romanzo, quanto piuttosto un’antologia di romanzi brevi, per quanto connessi e collegati tra loro e propedeutici a una loro probabile unificazione narrativa. La visionarietà dell’insieme e la qualità di racconti come quello del prete e del filosofo ebreo meritano comunque in pieno la lettura dell’intero volume e il suo complessivo apprezzamento.

PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.

Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.

La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.

Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.

Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.

Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).

Philip K. Dick

Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.

Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.

Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.

Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.

Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.

Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.

Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

L’UTOPIA DELLA COMUNIONE GALATTICA

Se Isaac Asimov ha impiegato circa 40 anni a completare la stesura della sua storia futura della Galassia (dal 1948 quando cominciò a pubblicare a puntate i primi racconti che furono poi riuniti nella Trilogia della Fondazione, al 1986, quando ha pubblicato “Fondazione e Terra”), temevo di impiegare più o meno altrettanto tempo a rileggere tutti i romanzi e i racconti che lo compongono, quando nel settembre del 2010 lessi “La fine dell’eternità” o quando, nel novembre del 2012, decisi di proseguire nella lettura in ordine cronologico di tutte queste opere e, in particolare, dei tre cicli dei Robot, dell’Impero e della Fondazione in cui la maggior parte di queste storie sono raccolte. In effetti, con i primi volumi me la sono presa comoda, ma ora ho deciso di accelerare e così negli ultimi giorni ho letto gran parte del Ciclo della Fondazione e ora ho appena completato il penultimo libro di questo ciclo “L’orlo della Fondazione” (“Foundation’s Edge).

L’orlo della Fondazione” fu pubblicato nel 1982, ben tre decenni dopo l’ultimo volume della Trilogia della Fondazione originaria (“Seconda Fondazione” – 1952) e rappresenta il primo dei quattro nuovi volumi aggiunti da Isaac Asimov per formare il nuovo Ciclo della Fondazione e collegarlo ai precedenti due cicli, quello dei Robot e quello dell’Impero.

Nel precedente volume la Prima Fondazione pensava di aver sconfitto sia il suo inatteso nemico, il mutante detto Il Mulo, sia la Seconda Fondazione, sia, indirettamente, per opera del Mulo, l’Impero. I lettori sanno però che non è così e che la Seconda Fondazione continua a esistere, sebbene nascosta come sempre, e quindi il progetto psicostorico di Hari Seldon per fondare un Secondo Impero nel giro di mille anni, continua ad andare avanti.

Ne “L’orlo della Fondazione” siamo a metà del progetto Seldon, a 500 anni dalla creazione delle due Fondazioni e qualcuno, nella Prima di nuovo sospetta che la Seconda Fondazione sia sopravvissuta, mentre nella Seconda c’è chi sospetta che vi sia una terza entità nella Galassia che dirige il Piano Seldon, controllando quindi sia la Seconda che la Prima Fondazione, mentre la Seconda, segretamente controlla la Prima.

Parte, dunque, una spedizione ufficiosa della Prima Fondazione alla ricerca della Seconda, mascherando la missione in una ricerca della Terra.

Il Ciclo della Fondazione, infatti, come molti sanno bene, è ambientato in una Galassia in cui l’umanità si è espansa popolando, in circa 22.000 anni di viaggi spaziali, centinaia di milioni di mondi.

La cosa assurda è che su nessuno di questi mondi è mai stata trovata alcuna civiltà o intelligenza aliena (a parte quella “fuori ciclo” di Nemesis)! L’altra cosa strana è che tutti i milioni di miliardi di abitanti parlano la medesima lingua, il Galattico Standard e hanno le medesime usanze e cultura, eppure nessuno ricorda più che tutto ciò deriva da un unico pianeta madre comune, la Terra, del tutto dimenticato o, al massimo, considerato come una leggenda.

Anche qui notiamo alcune incongruenze, come lo storico che sale per la prima volta su una nave spaziale e si fa spiegare come sia in grado di fare i suoi salti nell’iperspazio: dopo 22.000 anni di viaggi spaziali, in una Galassia in cui abbiamo persino visto una ragazzina di 14 anni viaggiare da un sistema solare all’altro comprando i biglietti per il volo da una macchinetta automatica. Pare strano che una persona di discreta cultura, come un accademico, sebbene non di formazione tecnica, abbia bisogno di simili spiegazioni (che sembrano messe lì più che altro per il lettore). Sarebbe come se oggi, dopo migliaia di anni che navighiamo per mare, un professore di storia (che forse dovrebbe sapere qualcosa di battaglie navali e storia della navigazione!) si mettesse a chiedere se davvero quella barca non andrà a fondo e come farà mai a tracciare la rotta!

In questo romanzo, assai più integrato e omogeneo dei volumi della trilogia originaria, assistiamo alla missione di un consigliere della Prima Fondazione, Golan Trevize, alla ricerca della Seconda Fondazione, alla cui scomparsa non crede, assistito dal professore di storia Pelorat, che a sua volta è alla ricerca del mitico pianeta d’origine dell’umanità. Dalla Seconda Fondazione parte invece l’Oratore (una sorta di equivalente politico su Trantor, sede di questa organizzazione, del titolo di consigliere di Trevize) Stor Gendibal, alla ricerca, invece, di un’altra entità che come la Seconda Fondazione, sembra avere dei poteri telepatici (“mentalici”).

Isaac Asimov

Si ritroveranno tutti su Gaia, un pianeta non privo di sorprese, che ciascuno di loro crede possa essere l’oggetto della propria ricerca, ma che si rivelerà altro. Non vorrei togliere la sorpresa a chi non l’abbia ancora letto (se siete tra costoro interrompete qui la lettura), ma quello che Gaia si rivela essere è qualcosa che ricorda in qualche modo quel che abbiamo letto essere Nemesis. Il romanzo che porta lo stesso nome del pianeta si colloca temporalmente agli inizi della storia galattica, narrando della colonizzazione del primo pianeta al di fuori del sistema solare. Sebbene ci siano alcuni richiami reciproci tra Nemesis e il Ciclo della Fondazione, Asimov pare abbia detto che questo romanzo non è parte della sua storia futura. Eppure, se su Nemesis troviamo dei microrganismi connessi tra loro, a costituire un grande cervello planetario (tipo Solaris di Lem), su Gaia ogni essere, vivente e non vivente, animale, vegetale o minerale e persino umano partecipa all’unità di Gaia.

Nemesis era, però, un prodotto naturale dell’evoluzione, Gaia, invece, è un pianeta artificiale, frutto dell’opera dei robot, che vi hanno costruito il mondo ideale per l’umanità, una nuova utopia asimoviana, un pianeta in cui tutto è equilibrato, senza sprechi, senza morti inutili, senza malattie, con tutti gli esseri in collegamento mentale tra loro. Eppure, scopriamo, fu da Gaia che partì Il Mulo, il grande mutante nemico delle Fondazioni e distruttore del Primo Impero, la più grande minaccia alla psicostoria, la scienza inventata da Hari Seldon, usata per preparare l’avvento del Secondo Impero, grazie all’opera delle due Fondazioni.

Se furono i robot a plasmare Gaia, con poteri telepatici simili agli ultimi modelli realizzati prima che l’umanità decidesse di fare a meno di loro, se in “Preludio alla Fondazione” e “Fondazione Anno Zero” Hari Seldon fu aiutato nel suo progetto di realizzazione delle due Fondazioni dal robot telepate A. Daniel Olivaw, lo stesso protagonista decenni prima del Ciclo dei Robot, sopravvissuto all’avvento e alla decadenza dell’Impero, se A. Daniel Olivaw a un certo punto rinuncia al suo ruolo di consigliere dell’Imperatore della Galassia per andare a fare altro, ci si chiede se Gaia non sia, almeno in parte opera sua, anche se Gaia sembra più antica dell’Impero.

Le due Fondazioni vogliono realizzare il Secondo Impero, ma ognuno a modo suo. Gaia, questo pianeta intelligente, una sorta di Terza Fondazione non prevista da Hari Seldon e nata prima di lui, ha una terza visione del futuro, una “Galassia integrata”, una sorta di “Gaia interstellare”, una Galassia in cui ogni essere sia legato agli altri in una comunione universale (o quantomeno galattica).

In queste pagine, Asimov cita, oltre a Nemesis, un altro romanzo “fuori ciclo”, “La fine dell’eternità”, spiegando la caratteristica più insolita della sua Galassia: l’assenza di alieni evoluti, se non addirittura civilizzati. Racconta cioè una leggenda secondo cui sul pianeta d’origine vivevano gli Eterni, esseri umani in grado di scegliere tra tanti possibili corsi del tempo, tra tanti “universi divergenti” (come li definisco nei miei romanzi). In ognuno di essi tutto era possibile. In alcuno la civiltà si era sviluppata sulla Terra, in altri su Gaia, in altri su Terminus o altrove. Gli Eterni scelsero la linea temporale in cui la civiltà si era sviluppata solo e soltanto sulla Terra e per questo l’umanità vive in una Galassia dove tutti i pianeti abitabili non sono abitati da esseri intelligenti! Una spiegazione, direi, un po’ debole, ma plausibile, per la più persistente utopia asimoviana: l’umanità è la razza più importante, intelligente ed evoluta della Galassia!

Se nelle opere precedenti abbiamo visto nascere e morire varie utopie, da un’umanità assistita da robot simili ad angeli custodi, dalle colonie spaziali ultracontrollate, da una storia regolata dalla matematica della psicostoria, qui scopriamo un altro sogno, un altro modello sociale, ma già nelle ultime pagine del romanzo intuiamo che Asimov non crede veramente neanche in quest’utopia, come non sembra davvero credere che il sogno dell’umanità sia un Impero Galattico. Certo, scrive che il Secondo Impero sarà migliore del Primo e qualcosa di simile a un Unione di mondi, qualcosa che ricorda troppo alla versione galattica degli Stati Uniti d’America, eppure lo stesso Trevize, che alla fine sceglierà il futuro migliore per l’umanità, nel momento stesso in cui sceglie, già teme di aver sbagliato. Anche quest’utopia sta già morendo nel momento stesso in cui nasce. Cos’hanno in comune tutte le utopia asimoviane? Soprattutto il controllo, la possibilità di avere angeli custodi artificiali che vegliano sull’umanità e la sua storia. Robot, matematica, Fondazioni e Imperi sono tutti entità che vegliano (e controllano) l’umanità. Saranno anche utopie, ma Asimov ci mostra spesso personaggi che combattono, di volta in volta, contro ciascuna di queste forme di controllo. Non vediamo Dei, non vediamo nulla di soprannaturale, ma la Galassia è piena di miti e di entità dai grandi poteri, come se Asimov sentisse l’esigenza di colmare questa sua Galassia atea con qualcosa di sovrumano che facesse, almeno in parte, le veci del suo Dio latitante. Sono però angeli custodi a tempo, utopie a scadenza, che si annullano secolo dopo secolo, romanzo dopo romanzo.

IL “SOTTO CICLO” DELLA PSICOSTORIA

I romanzi “Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988) e “Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993) raccontano la vita di Hari Seldon, l’ideatore della Psicostoria e l’ispiratore delle Fondazioni. S’inseriscono nella successione cronologica dei romanzi che narrano la storia della Galassia immaginata dallo scrittore americano di origine russa Isaac Asimov, tra il Ciclo dell’Impero e il Ciclo della Fondazione e vengono considerati parte del secondo. Scritti 35 e 39 anni dopo l’ultimo romanzo di tale Ciclo (1953) nella sua conformazione originaria e dopo  un numero simile di anni dal Ciclo dell’Impero (1950-52) fanno parte del progetto asimoviano di collegare tra loro questi Cicli e quello dei Robot, descrivendo una storia globale della Galassia.

I due romanzi si presentano però con una loro dignità letteraria e con una certa autonomia narrativa, dando spazio a un nuovo personaggio, Hari Seldon, descritto solo indirettamente nei romanzi cronologicamente successivi, e mostrando i suoi sforzi per realizzare le basi di quella dottrina nota come Psicostoria con la quale tenta di prevedere matematicamente il flusso della Storia e, per quanto possibile, orientarlo e la sua trovata per preservare la civiltà mediante la creazione delle Fondazioni.

Asimov riesce comunque in pieno a realizzare il proposito di collegamento dei tre Cicli, facendo persino comparire due robot umanoidi (tipici del Ciclo dei Robot), nonostante che nell’epoca dell’Impero la loro presenza sia stata quasi del tutto cancellata e uno dei due è niente meno che A. Daniel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley protagonista del Ciclo dei Robot, che compare, fingendosi umano, con il nome di Eto Demerzel e il ruolo di saggio Primo Ministro, funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità (come richiesto dalla Legge Zero della Robotica per la quale il bene dell’umanità prevale su ogni altro dovere), assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, mettendolo in condizione di proseguire i suoi studi di Psicostoria e lasciandogli, infine, il posto di Primo Ministro di un Impero di cui il grande matematico intuisce la decadenza, che vorrebbe arrestare con la sua Psicostoria e le Fondazioni.

Oltre agli ampi riferimenti ai tre Cicli, in “Fondazione Anno Zero” c’è persino un accenno al romanzo “Nemesis”, che narra fatti antecedenti,
sebbene in altra occasione Asimov, credo abbia dichiarato che questo romanzo non faccia parte della storia della Galassia. “Nemesis” descrive la colonizzazione del primo pianeta fuori dal Sistema Solare e presenta un personaggio con doti assai simili a quelle di A. Daniel Olivaw, della nipote del matematico Wanda, per non parlare del Mulo, il mutante di “L’altra faccia della spirale”. In “Nemesis” (1989) la quindicenne Marlene ha, infatti, doti telepatiche simili alle loro.

Se in “Preludio alla Fondazione” incontriamo un Hari Seldon giovane, riscopriamo il robot A. Daniel Olivaw nei suoi doppi panni di Eto Demerzel e Chetter Hummin, e la futura moglie robotica del matematico Dors Venabili, il figlio adottivo della coppia Raych e il futuro collaboratore alla Psicostoria Yugo Amaril, in “Fondazione Anno Zero” tutti questi personaggi trovano lo spazio per essere sviluppati e descritti con maggiore profondità psicologica e temporale.

Isaac Asimov

Nonostante l’ampio numero di anni in cui si dispiega il romanzo, Asimov non rinuncia né al suo amore per le indagini di ispirazione poliziesca, né alle avventure rocambolesche, tra assassini e attentatori vari, creando un romanzo non solo utile al suo progetto narrativo, ma comunque vivace e appassionante, pur con una certa ripetitività, probabilmente segno della poca fiducia dell’autore nella memoria o costanza dei suoi lettori, cui troppo spesso ricorda fatti già narrati in altri libri se non nello stesso che si sta leggendo.

Nei Cicli dei Robot e dell’Impero le grandi utopie asimoviane sono sviluppo della robotica, i viaggi spaziali, mondi dal clima e dalla criminalità controllata. In “Fondazione Anno Zero”, in un Impero in decadenza, in cui non solo il governo centrale non riesce più a controllare le province esterne, ma addirittura nello stesso pianeta Trantor, sede dell’Imperatore, questo è assassinato, in cui la cupola che regola il clima si va deteriorando, la criminalità cresce, il sogno di Hari Seldon di risolvere con la matematica questa crisi e di preservare la civiltà mediante le Fondazioni costituisce la preconizzazione di un universo utopico, confermando l’ottimismo asimoviano che anche in presenza di situazioni distopiche conserva una visione progressiva dell’umanità.

LA NASCITA DELLA PSICOSTORIA

Isaac Asimov ha collegato solo in un secondo momento i vari cicli di romanzi che narrano la storia futura della nostra Galassia. I primi romanzi furono, infatti, scritti soprattutto negli anni tra il 1953 e il 1964. “Preludio alla Fondazione”, invece, è del 1989, un altro importante romanzo di collegamento come “I robot e l’Impero” è del 1986 e, analogamente, le opere che “completano” i cicli sono degli anni ’80.

Se “I robot e l’Impero” unisce, appunto, i cicli dei Robot e dell’Impero, “Preludio alla Fondazione”, non è solo il prequel del ciclo della Fondazione, ma richiama anche i temi dei due cicli precedenti. Rappresenta, quindi, più di tutti, un’opera “artificiale”, creata per unire storie distanti tra loro migliaia di anni e con diversità notevoli, seppur giustificate e spiegate dall’autore nelle nuove opere. Dunque, una simile lettura dovrebbe lasciar ben poco sperare come qualità. Eppure Asimov è riuscito a farne un romanzo piacevole e interessante almeno quanto alcuni dei migliori delle serie che unisce, sicuramente più del citato “I robot e l’Impero”, innanzitutto perché ha un’impostazione meno “didattica”, dato che “Preludio alla Fondazione” non ha più l’esigenza, complessa, di spiegare come i robot siano scomparsi nell’Impero, compito assolto da “I robot e l’Impero”.

Uno dei maggiori difetti de “I robot e l’Impero” era l’uso del metodo investigativo inteso come:

  1. Mostra un evento;
  2. Fallo raccontare di nuovo a un personaggio che lo analizza per scoprirne i segreti;
  3. Eventualmente ripeti il punto 2.

Questo approccio, tipico della serie dei robot, viene utilizzato anche in “Preludio alla Fondazione”, ma per fortuna solo brevemente e, se non ci fossero i precedenti citati, quasi non si noterebbe.

Nonostante la sua funzione di congiunzione, che porta il romanzo a riprendere alcuni temi tipici degli altri romanzi, dalle leggi della robotica, alla psicostoria, alla struttura e nascita dell’Impero (si cita il conflitto tra la Terra e Aurora), riesce a essere innovativo e a regalarci dei momenti coinvolgenti.

La funzione di quest’opera è soprattutto di spiegare la nascita della psicostoria e vede come protagonista il suo creatore, Hari Seldon, impegnato in una serie di avventure che lo fanno sembrare l’Indiana Jones della matematica, ma che comunque rendono vivace la lettura.

Devo dire che la visione asimoviana di una Galassia organizzata in un impero composto da milioni di mondi, popolati solo da esseri umani (di origine terrestre), mi lascia alquanto perplesso, sia per la rapidità (20.000 anni) in cui l’umanità sarebbe passata dai 50 mondi abitati del ciclo dei robot ai milioni di pianeti con miliardi di abitanti, che mi fa pensare a tassi di natalità incredibili; sia perché mi pare inconcepibile che su miliardi di mondi l’uomo non si sia mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Eppure ci sono miliardi di mondi pronti per essere abitati! Come può essere che nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie? Tutto ciò, ovviamente, prendendo per buona la possibilità di muoversi a velocità ben superiori a quella della luce per andare da una stella all’altra.

L’altra cosa che non mi convince di queste ricostruzioni e che troppe cose siano rimaste simili a come erano negli anni ’50-’80 del secolo scorso.

Solo in “Preludio alla Fondazione” leggiamo, per esempio, di computer, ascensori (di solito normali a parte uno “gravitazionale” definito come raro), panini, mense e, incredibile, persino tennis!

Ma dico io, come può essere che l’umanità non si ricordi più della Terra (in merito indaga lo stesso Seldon) eppure esista ancora un gioco come il tennis? Come può essere che in decine di migliaia di anni l’umanità abbia continuato a consumare panini! Quanto poi ai computer, già ora hanno fatto progressi assai maggiori che non quelli prospettati da Asimov. Nel romanzo compaiono anche dei supporti video per la lettura, forse più vicini a un tablet che a un e-reader, ma con capacità di memoria quanto mai modesta. Internet, pur essendo al momento della pubblicazione, prossimi alla sua esplosione non esiste, anche se si accenna a un accesso diffuso di informazioni. Quanto alla telefonia mobile, per gli uomini del futuro sembra essere… fantascienza.

Isaac Asimov

Peraltro, tra le visioni di Asimov non ancora realizzate, oltre ai robot antropomorfi, segnalerei che il mondo in cui è ambientata la storia, la capitale dell’Impero, Trantor ha un clima controllato, essendo interamente chiuso sotto una calotta, che lo difende dall’ambiente esterno, che la sovrappopolazione (40 miliardi di abitanti) ha reso instabile e inabitabile.

Comunque penso sia giusto accogliere e accettare per quello che è questa Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, pulita, regolare e prevedibile (grazie alla psicostoria), molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), assai lontana dai cliché della distopia, sebbene in “Preludio alla Fondazione” si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia il mondo ordinato e sereno dell’Impero.

Insomma, prevale anche qui il tipico ottimismo futuristico asimoviano, che è la sua più tipica caratteristica.

Un ultimo appunto: il finale, forse in parte prevedibile, può comunque stupire e dona un tocco, positivo, in più al romanzo, dando un senso a molte cose.

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