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LA SPINTA DELL’EVOLUZIONE

Risultati immagini per evoluzione creatriceCi sono libri la cui lettura lascia un segno dentro di noi. Credo che potrò ricordare tra questi “Evoluzione creatrice”.

Del resto, a quanto ci racconta wikipedia “la filosofia di Henri Bergson incise profondamente nella cultura del Novecento: ritroviamo elementi del suo pensiero nella filosofia di Michel Serres, Emmanuel Levinas, Gilles Deleuze, nella storiografia di Fernand Braudel, nella letteratura di Marcel Proust, nella epistemologia di Jacques Monod”. Perché allora non dovrei sentirmene, d’ora in poi, influenzato anche io, per quanto poco possa aver colto del suo pensiero? Di sicuro la lettura mi ha stimolato numerose riflessioni che in parte vorrei cercare di riportare qui.

Evoluzione creatrice” è un saggio di oltre un secolo fa (1907) scritto dal filosofo francese di origini ebraiche, premio nobel per la letteratura nel 1927, Henri-Louis Bergson (Parigi, 18 ottobre 1859 – Parigi, 4 gennaio 1941).

Quest’opera dal titolo che è volutamente un ossimoro, riprende il pensiero darwiniano reinterpretandolo filosoficamente, osservando i processi evolutivi da nuove angolature.

Centrale nel pensiero da cui parte è la distinzione tra tempo oggettivo e tempo soggettivo (in tal caso Bergson parla di “durata”). La “durata” degli eventi è soggettiva in quanto la mente umana ha un’intelligenza fatta per ragionare in un mondo di “solidi”. La nostra percezione della realtà è momentanea. C’è dunque difficile immaginare un processo evolutivo, in quanto questo è rappresentato da un succedersi di stati.

Credo che questo nostro modo di ragionare innato, abbia potuto allenarsi e mutare non solo grazie allo sviluppo di filosofie come quella darwiniana ma dalla nascita di media come il cinematografo e la TV. Un ragionamento “evolutivo” è, infatti, quasi un ragionamento cinematografico, un succedersi di fotogrammi, spesso uno molto simile al precedente. Nel 1907 il cinema era ancora ai suoi inizi e la TV doveva nascere e l’uomo faceva più fatica di oggi a immaginare una realtà progressiva. Certe serie TV, oggi, ancor più dei semplici film (quando non sono stereotipate) ci abituano a un progressivo mutamento dell’ambiente, della vicenda, dei personaggi, penso per esempio a “Lost” o a “The walking dead”, in cui persino chi era “cattivo” diventa “buono” o viceversa, in cui luoghi “sicuri” cessano di esserlo. In questo inizio di millennio siamo più pronti a ragionare in tal senso di quanto certo lo erano gli uomini dell’inizio del XX secolo, che non solo non avevano questi strumenti di “allenamento”, ma neppure avevano visto i drammatici rivolgimenti e le grandi menzogne di due guerre mondiali e una guerra fredda, il succedersi e il crollo delle ideologie. Eppure, più avanti, Bergson dedica un capitolo al cinema e parrebbe confutare questa mia riflessione!  Sebbene l’opera sia del 1907, Bergson usa il raffronto con le immagini cinematografiche, intese come succedersi dei fotogrammi e dice che la realtà non è così.

Sostiene che la scienza sia antecedente all’intelligenza e non un suo prodotto.

Ho appena finito di leggere il romanzo di fantascienza “I mendicanti di Spagna” in cui si immagina un’evoluzione umana accelerata mediante la genetica. La differenza tra una generazione e l’altra, tra i cosiddetti Dormienti (gente come noi), gli Insonni (prima generazione di mutanti) e i Super (nuova generazione di mutanti) era nel modo di ragionare. Negli schemi di ragionamento (i Super ragionano per “stringhe”).

Singolare è che anche Bergson parli di schemi della conoscenza. Per Bergson ragioniamo per “solidi”, la scienza cerca di “isolare” i fenomeni, di descrivere le individualità, divide per comprendere, ma la materia non è isolata. Ogni cosa interagisce con le altre.

Importante è la riflessione di Bergson sul tempo. Il tempo soggettivo (la “durata”) non si può ripetere per vari motivi tra cui il fatto che se ripetiamo una serie di azioni, avendole già compiute siamo diventati diversi, la nostra percezione della realtà è mutata.

Un po’ come i bambini di Riggs ne “La casa per bambini speciale di Miss Peregrine”, imprigionati in eterno nella stessaRisultati immagini per evoluzione creatrice giornata, da cui non possono uscire, che si ripete per sempre, ma che è ogni giorno diversa in qualcosa, perché anche se loro sono sempre bambini, il loro modo di vivere e comportarsi è rimasto da bambini hanno maturato un’esperienza da vecchi.

Nel mondo della materia tutto è connesso. Ogni cosa ha implicazioni in altre. È un artifizio della scienza quello di isolare singoli oggetti o ambienti o situazioni per studiarle e catalogarle.

Finiamo così per considerare anche il tempo come una successione di istanti, in cui un tempo t è preceduto da un tempo t-1, ma per quanto piccolo possa essere t, questo rimane falso (o meglio una semplificazione scientifica) perché anche il tempo è un tutto unico inscindibile, in cui passato, presente e futuro sono fusi. Visione del tempo assai diversa da quella ucronica di alcuni miei romanzi, in cui il tempo è un frattale, ma per me non meno affascinante e stimolante per possibili invenzioni narrative.

Allo stesso modo anche la vita è unitaria e scorre. La materia vitale può essere considerata sia come parte della “materia bruta” (inanimata) sia come parte fondamentale dell’intero universo.

Si può studiare la vita con i criteri del meccanicismo e del finalismo ma nessuno dei due descrive adeguatamente l’evoluzione.

Il meccanicismo si adatta a descrivere fenomeni individuali, non il loro insieme. Gli organismi viventi, invece, vanno visti in modo unitario come parti di un tutto che è la vita.

Risultati immagini per Henri Bergson

Henri Bergson

La visione finalistica non è individuale. Se applichiamo il finalismo all’individuo sbagliamo. Sarebbe come dire che un essere perfetto è così perché il fine dell’evoluzione è di crearlo tale, ma ogni organismo è un insieme di parti e quindi se l’individuo ha una finalità, allora la hanno anche le sue componenti?

All’essere umano ripugna creare nuovi concetti. Cerca di spiegare tutto con le categorie che conosce, un po’ come faceva Platone quando pensava di poter descrivere gli oggetti tramite le idee.

La vita è un unico slancio, anche se ogni specie ha preso sentieri divergenti. Eppure lungo linee evolutive diverse ritroviamo forme e strutture, anche complesse che si sono generate in modo molto simile autonomamente, come gli occhi dei vertebrati e di certi molluschi, occhi nati dopo che le due linee evolutive si erano separate, eppure molto simili nonostante la loro grande complessità.

Se avesse ragione Darwin e le mutazioni avvenissero per piccoli cambiamenti sarebbe troppo strano che certe mutazioni si ripetano in modo simili lungo linee evolutive disgiunte. Evoluzioni per salti sarebbero ancor meno spiegabili, perché, per esempio, un occhio, nello svilupparsi verso forme più complesse, se si mutasse per salti, rischierebbe non espletare più la sua funzione di visione.

Si può allora sospettare che l’ambiente influisca sulle mutazioni non (solo) per selezione negativa, escludendo i meno adatti, ma anche favorendo l’insorgere di date mutazioni?

Risultati immagini per struttura occhio mollusco

Cefalopode

La materia organica sarebbe dunque in grado di adattarsi all’ambiente?

Nella selezione non ci sarebbe una totale indeterminazione come potrebbe far pensare il modello darwiniano della selezione casuale dei caratteri, ma c’è uno “slancio” iniziale della vita che spinge il processo evolutivo in una direzione precisa, così che talora linee evolutive del tutto separate producono risultati simili, perché la tendenza è data dallo “slancio iniziale” (e non solo da un rapporto meccanicistico di cause ed effetti o per un qualche finalismo). Non sono in grado di valutarla scientificamente, ma trovo questa visione affascinante! Immaginare una sorta di big bang della vita, da cui partono tutte le linee evolutive, spinte da un unico slancio che le proietta ciascuna nella propria direzione! Forse non sarà corretta, ma è davvero una splendida descrizione dell’evoluzione! Per giunta mi fa pensare che si avvicini alla mia idea di una legge unica che regoli l’universo materiale e la vita: la possibilità di trovare una teoria unificatrice delle leggi fisiche che accolga al suo interno anche la vita e il suo sviluppo!

Risultati immagini per struttura occhio

Struttura dell’occhio

Come la vita umana è fatta di infinite scelte, ciascuna delle quali porta a percorsi diversi e a nuove scelte, così la selezione naturale ogni volta sceglie tra sviluppi alternativi, ma mentre la vita umana è una sola e una volta presa quella strada quell’individuo non può prenderne altre, la vita ha a disposizione innumerevoli organismi e mentre alcuni prendono certe strade, altri ne prendono altre, con il risultato che ciò che non realizza un percorso evolutivo, lo realizza un altro, creando il moltiplicarsi delle specie. Buffo, ma ci vedo un po’ la mia visione (fantasiosa) dell’ucronia, in cui abbiamo infiniti universi divergenti in ciascuno dei quali ogni presente o futuro  o passato trovano realizzazione.

La vita ha affrontato la sua sfida con la materia inorganica partendo da forme piccole, che riuscivano a sfuggire alla violenza dei fenomeni della materia inorganica, poi queste forme hanno preso a crescere di dimensioni, ma più gli organismi crescono più tendono a sdoppiarsi, a dividersi. La vita tende a sdoppiarsi. È così che si riproducono gli organismi asessuati. Creando innumerevoli divergenze. L’unità della vita è tutta nello slancio iniziale, che porta in una data direzione.

Aggiungo io che questa direzione pare essere quella della maggior complessità degli organismi e che questa complessità serve a colonizzare ambienti sempre nuovi. Mia idea è che anche lo sviluppo di un’intelligenza capace di prodotti tecnologici serva a questo, ovvero a popolare ambienti inospitali. La nostra civiltà segue questo slancio portandoci verso le stelle, trasformandoci in veicoli per portare la vita oltre la Terra?

Se vi è un’armonia nella natura, se vi è complementarietà tra gli organismi, questo per Bergson non è per un fine ultimo, ma per quello slancio iniziale, per quella spinta che sospinge la vita, come il big bang sospinge le stelle e le galassie ad espandersi e ad allargarsi popolando spazi un tempo vuoti. Non sarà che il fenomeno è lo stesso? Non sarà che in fondo lo slancio della vita era contenuto proprio in quel big bang e che la vita sia implicita nell’espansione dell’universo, mi chiedo io?

Bergson fa notare che la vita è così unitaria che persino la grande divisione tra regni, tra animali, vegetali e funghi è solo una convenzione classificatoria, perché ogni essere vivente ha in sé, potenzialmente, in minor o maggior misura tutti i caratteri che hanno anche gli altri. È solo una questione di proporzioni, dice Bergson. Insomma, gli ingredienti della vita sono sempre quelli, ma le quantità variano e il risultato è quel ricchissimo menù rappresentato da tutte le specie.

Se la distinzione principale tra animali e piante è che le seconde si nutrono di materiali inorganici e le prime di materiali organici (le stesse piante o altri animali che si sono nutriti, direttamente o indirettamente di piante), questa non è vera per tutte le specie e, per giunta, i funghi in questo sono pari agli animali, dato che anche per loro il nutrimento è organico.

Gli esseri viventi sono capaci di movimenti riflessi e volontari. Sono i movimenti volontari a generare la coscienza. L’essere assume coscienza di sé e della propria posizione nello spazio per muoversi di conseguenza.

Associamo spesso al termine “coscienza” significati “morali”: trovo stupendo vederla qui usata come semplice “coscienza della propria posizione nello spazio”. Dunque quando invochiamo la nostra coscienza, in realtà stiamo banalmente dicendo che sappiamo quale sia il nostro posto nello spazio! La cosa mi fa sorridere.

Risultati immagini per evoluzioneLa vita si è divisa tra regno animale e vegetale, dove il primo è caratterizzato per la capacità di muoversi e il secondo per l’immobilità, ma entrambi i regni hanno le due funzioni in nuce. I vegetali traendo nutrimento dal terreno non hanno bisogno di muoversi, mentre gli animali, dovendosi nutrire di vegetali, non essendo in grado di elaborare i minerali, si devono spostare.

Mi chiedo allora quale sia il regno “superiore”? Quello animale che si nutre del vegetale o quello vegetale che è in grado di vivere autonomamente? Ovviamente il concetto di “superiore” in natura è solo una distorsione umana, la stessa che ci porta a considerare l’uomo come essere superiore, in quanto il “migliore” nella classe dei mammiferi, a sua volta, classe superiore tra i vertebrati e così via.

Una nuova grande distinzione evolutiva si crea nel regno animale tra intelligenza e istinto, che sono entrambi espressione della mente ed entrambi presenti in ogni organismo ma, come visto in altri casi, in proporzioni differenti. Ci sono specie che si sono sviluppate privilegiando ora l’una ora l’altra. Non necessariamente uno dei due è maggiormente efficace dal punto di vista evolutivo. Bergson insiste molto sul concetto che la vita è unitaria. Tutti i cammini evolutivi intrapresi sono solo tanti diversi modi per coprire lo spazio, per avere organismi adatti a ogni realtà ambientale.

Bergson tende a distinguere l’intelligenza dall’istinto per la sua capacità di usare o creare strumenti, teoria che mi pare solo parzialmente accettabile.

Se l’intelligenza si avvale di memoria e logica, mi chiedo se l’evoluzione potrebbe privilegiare, in futuro o in altri mondi, lo sviluppo di forme di intelligenza che usano di più l’una o l’altra.

Un’altra riflessione che mi induce l’affermazione di Bergson che l’intelligenza costruisce utilizzando materia organica o inorganica, ma sempre come se fosse inorganica, indifferente alla vita che contiene è se, essendoci sviluppati sinora in tal senso, il prossimo passo verso un’evoluzione dell’uomo non possa essere nell’usare l’intelligenza per manipolare la materia inorganica considerandola tale, ovvero manipolare la vita stessa. Insomma, mi pare che la genetica possa essere non solo la prossima frontiera della scienza, ma anche la prossima frontiera dell’evoluzione umana.Risultati immagini per evoluzione

Bergson poi analizza il linguaggio evidenziando che le parole sono state create per descrivere oggetti materiali e che quindi quando trattano altro lo fanno come se trattassero dei solidi. L’uomo ragiona in termini di geometria tridimensionale.

Bergson evidenzia che l’istinto non è un riflesso ma una sorta di “simpatia” in senso lato, ovvero di corrispondenza o di relazione dell’organismo con l’ambiente.

Quanto alla coscienza, questa opera con intelligenza o con intuito. L’intelligenza funziona per similitudini, per sovrapposizione di oggetti simili, ma la natura non misura, non calcola, non conta. L’intelligenza pretende di misurare, ma non è così che funziona la vita.

La conoscenza mira all’ordine e quindi crea la categoria opposta del disordine, ma ordine e disordine sono entrambe nel pensiero umano, sono costruzioni intellettuali, aliene alla natura.

La materia, come la vita è un tutto unico, sono unitarie e sono nate assieme. Nel big bang che ha generato la materia c’era già l’impulso della vita. Dove c’è materia deve esserci, se non la vita, il suo impulso.

La materia tende all’entropia e la vita compensa questa tendenza (come possiamo non tenerne conto per una teoria unificatrice delle forze della natura?). L’unione di materia e vita creano organizzazione, mentre la complessità è un invenzione dell’intelligenza umana.

Lo sviluppo del sistema nervoso ha portato allo sviluppo simultaneo delle attività volontarie e di quelle automatiche. Negli organismi queste sono presenti in contemporanea e si bilanciano. La strada per lo sviluppo umano, dicono io, potrebbe trovarsi proprio qui, nel trasformare in automatiche certe attività, liberando energie per attività “volontarie”. L’automazione, insomma, dico io, potrebbe favorire nuove capacità nell’uomo.

Sorprende pensare che per Bergson, già oltre un secolo fa fosse chiaro che la vita può nascere ovunque, anche da materie diverse da quelle che ne sono la base sulla terra come il carbonio e l’azoto. Una vita basata su altri elementi e una diversa chimica sarebbe del tutto diversa ma seguirebbe il medesimo impulso. Potremmo trovare vita nei mari di metano di Titano?

Se fosse vero quanto sostiene Bergson sul fatto che la vita nasca assieme alla materia e che possa essere generata da materie e processi diversi, ne dovremmo dedurre che l’universo ne sia colmo.

La vita è una corrente ma non è diretta da alcuna finalità.

La coscienza, composta di intelligenza e intuito, si è realizzata solo nell’uomo. L’intuito comprende la vita, mentre l’intelligenza comprende la materia. Nell’uomo vi è più intelligenza che intuito.

Immaginiamo cose come il disordine e l’assenza ma sono costruzione delle mente umana. Percepiamo disordine dove ci attendiamo un certo tipo di ordine  e non lo troviamo. Immaginiamo un’assenza quando qualcosa non c’è più, ma se qualcosa scompare rimane sempre qualcos’altro, fosse anche l’assenza di quella medesima cosa.

L’assenza non può essere percepita da un’intelligenza istantanea ma solo da chi ha memoria del passato o è capace di prevedere il futuro.

Vedendo il moto come unità lo considera indivisibile in punti caratterizzati da immobilità

Esamina poi l’opera di vari filosofi del passato da Platone e Aristotele fino a quelli più moderni.

La ricerca di una descrizione unitaria dei fenomeni ci porta a qualcosa di simile al pensiero del pensiero in Platone, nel quale ritroviamo l’immobilità che le singole cose non hanno e neppure le loro idee.

La continuità la ritroviamo anche pensando che tra il nulla e la perfezione ci sono tutti i possibili gradi intermedi, anche se la scienza, che mira all’utile, al vantaggio per l’uomo, guarda gli estremi e non quello che sta nel mezzo e quindi tende a vedere il nulla come alternativo alla perfezione. In particolare, la scienza antica mirava ai singoli oggetti, mentre i moderni dividono il tempo all’infinito, usando il tempo come variabile.

Il tempo non è rilevante nelle opere di ricostruzione (come un puzzle), ma è un elemento della creazione artistica, che non ne può prescindere.Risultati immagini per fungo

La seconda parte del volume è meno interessante della prima e, a tratti, Bergson appare pesante, quando, per esempio, si mette a fare un po’ troppo il proprio mestiere di filosofo, come quando filosofeggia su essere e non essere o sul concetto di soggettività della negazione.

In ogni caso, anche se forse non è proprio una lettura da spiaggia, questo penso sia un libro che davvero merita di essere letto e di essere oggetto di riflessioni e meditazione.

Ho più volte detto che spesso sono rimasto deluso dall’assegnazione degli ultimi premi nobel di letteratura. Bergson l’ha vinto nel lontano 1927. Sebbene il suo sia un caso che affiancherei a quelli di Dylan e Fo, chiedendomi se le loro opere si possano davvero dire di letteratura, comunque, questa lettura è una di quelle che mi riconciliano con il premio. Gli fu conferito “per le sue ricche e feconde idee» sia «per la brillante abilità con cui ha saputo presentarle”.

Di Bergson, in passato avevo già letto “Il riso – Saggio sul significato del comico”, che mi aveva impressionato meno di questo.

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IL LUPO, LA SCIMMIA E IL MISANTROPO

Se prendo un filosofo e gli metto accanto un lupo, cosa ottengo? Se il filosofo si chiama Mark Rowlands, il risultato sono delle riflessioni sulle differenze tra i lupi, i canidi, gli uomini e le scimmie, ma anche riflessioni sul contratto sociale, sull’alimentazione, sulla morte, sul tempo. Queste riflessioni le potete leggere ne “Il lupo e il filosofo” che è un po’ autobiografia, un po’ diario, un po’ saggio filosofico e un po’, in fondo, romanzo.

Il lupo e il filosofo” parla dell’incontro tra Mark Rowlands e un cucciolo di lupo, cui darà nome Brenin (“Re” in gallese) e con cui passerà una decina di anni, tra Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda e Francia.

Ho appena manifestato le mie perplessità sulla mescolanza di autobiografia e consigli di scrittura in merito a “On writing” di Stephen King. Come per quel volume, anche per questo, sento come stonata quest’unione, anche se entrambi i libri sono leggibilissimi, piacevoli e scorrevoli.

Nel caso di Rowlands le parti descrittive della sua vita con il lupo e alcuni cani sono da vedere come una sorta di romanzo e come tali si leggono volentieri, anche se non si è appassionati di animali, grazie a una scrittura vivace ed efficace, senza sbavature. Ciò che rende questo libro importante e degno di esser letto non sono però le passeggiate di Rowlands con i suoi animali o i tentativi di non farsi distruggere casa da loro, ma le riflessioni filosofiche che ne derivano.

Importante, mi pare l’approccio di Rowlands, che accomuna l’uomo alle altre scimmie e il lupo ai canidi Rowlands sembra, peraltro, quasi vedere maggiori differenze tra un lupo e un cane, che tra un uomo e un altro primate! Dalle differenze di approccio tra lupi e scimmie derivano numerose considerazioni interessanti e di un certo valore.

Riporto di seguito un paio di citazioni che meritano delle riflessioni e da cui derivano molte delle considerazioni successive dell’autore:

Brenin e Mark Rowland

“La tendenza a vedere il mondo e coloro che ci vivono in termini di costi – benefici, a pensare alla vita, e a ciò che di importante vi accade, come a qualcosa che può essere quantificato e calcolato è possibile solo perché esistono le scimmie.”

e

“La scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella cosa può fare per la scimmia. La scimmia è la tendenza a vedere la vita come un processo di valutazione delle possibilità e di calcolo delle probabilità, per poi sfruttare i risultati di quei calcoli a proprio favore. È la tendenza a vedere il mondo come una serie di risorse, di cose da usare per i propri scopi.”

Quante cose si capiscono dell’umanità solo leggendo queste due frasi! Quanto siamo simili agli altri primati! Quanto la nostra evoluzione è già tutta scritta nella mentalità delle altre scimmie!

Come è falso immaginare il lupo come simbolo del male, se è invece la scimmia quella sempre pronta a mentire, tradire e complottare, come ci spiega l’autore. Quanto sono più onesti e fedeli lupi e cani!

Che dire poi della diversa concezione del tempo tra umani e lupi (e la maggior parte degli animali), concetto connesso al precedente (per sapere in che modo non avete che da leggere il libro): per noi il tempo è lineare, per il lupo circolare, dice Rowlands, nel senso che lupi e cani amano la ritualità del tempo e non si stufano mai del ripetersi di certi gesti o momenti, mentre l’uomo vive ogni attimo in funzione del passato e del futuro, non riuscendo così a godere quasi mai appieno dell’attimo presente, sempre raffrontato e filtrato attraverso le esperienze e le aspettative. L’uomo non ama la ripetitività ma corre in avanti lungo la freccia del tempo.

Da questo deriva anche una diversa concezione della morte. Rowlands disquisisce con dettaglio sia sul tempo che sulla morte che su altri temi. Cercherò qui di semplificare dicendo che la morte per l’uomo è più dolorosa che per il lupo, perché si carica delle aspettative sul futuro (che vengono perse morendo) e dell’investimento sul futuro fatto nel passato (che risulta vano).

Ci sono animali che si preparano al futuro, ma l’uomo lo fa in massimo grado, dedicando lunghi anni alla propria formazione, a prepararsi un benessere economico, tutte cose che andranno perdute nel caso di una morte statisticamente anticipata.

Cos’è allora la felicità e quale animale è il più felice? Cosa determina la felicità in genere e per l’uomo? Ne derivano considerazioni sulla prevalenza dei concetti di avere e essere.

Dalle considerazioni sul contratto sociale, criticando Hobbes, Rowlands arriva a immaginarne uno che includa anche tutti gli animali, in una comunanza spirituale, una fratellanza allargata, facendone derivare il corollario dell’immoralità di un’alimentazione carnivora.

Considerazioni tutte molto concrete, rese ancora più realistiche dalla descrizione di come siano nate semplicemente da riflessioni sulla vita (complicata) con un lupo in mezzo a un ambiente civilizzato. Vita che porterà Rowlands a isolarsi, accentuando un carattere che appare piuttosto da misantropo (come amare un simile uomo egoista, mentitore e crudele, del resto?), per la difficoltà di far accettare alla gente la presenza di un lupo (che si porta persino in classe quando fa lezione), per il cui camuffamento non sempre basta dichiarare che si tratta di una razza esotica di cane (un malamute).

Abbinamento questo, tra vita reale e riflessione filosofica, che rende la scrittura de “Il lupo e il filosofo” particolarmente accessibile e adatta a un pubblico eterogeneo, ben diverso da quello degli addetti ai lavori, pur esprimendo pensieri di una certa profondità, acutezza e originalità, almeno agli occhi di un profano della filosofia come me.

 

I VIAGGI NEL TEMPO TRA SCIENZA E FANTASCIENZA

Vittorio Baccelli era un autore molto presente nelle community digitali e mi capitava di incrociarlo in vari spazi. Leggo con dispiacere che è mancato nel 2011. Mi è capitato ora sotto mano un suo libro e mi sono reso conto di non aver mai letto di lui altro che racconti o altri testi brevi. Ho individuato il suo “Filosofia dei viaggi nel tempo” nella mia ricerca di testi che parlino del tempo, che mi ha recentemente portato a leggere “Il libro dell’orologio a polvere” di Ernst Jünger e “Essere senza tempo” di Diego Fusaro.

Quello che sto cercando in tali libri è una definizione del tempo che somigli a quella che ho utilizzato nei miei romanzi ucronici, da “Il Colombo divergente” al ciclo di Jacopo Flammer e i Guardiani del Tempo, passando per “Giovanna e l’angelo”.

L’idea che sta alla base dell’esistenza di universi alternativi in cui il flusso temporale è diverso da quello reale è già esplicitata all’inizio del primo romanzo dove scrivevo:

Ogni gesto può esser compiuto

o non esserlo.

Così nasce un universo divergente.

Vittorio Baccelli

Nei romanzi di Jacopo Flammer specifico che il tempo non è lineare, ma un frattale, ovvero da ciascuno degli infiniti punti di ciascuna delle infinite linee temporali si dipartono infinite altre linee, con le medesime caratteristiche. In tal modo qualunque evento può essersi verificato lungo almeno una di queste linee temporali, che chiamo Universi Divergenti. L’incrociarsi di tali linee consente i passaggi da un tempo a un altro, seppure lungo diverse linee.

Vittorio Baccelli scrive un saggio che esamina assieme le principali teorie scientifiche che potrebbero giustificare e permettere eventuali viaggi nel tempo, sia l’uso che di queste teorie è stata fatta dalla fantascienza, sia nei romanzi che nei fumetti o nel cinema. Conclude l’opera con un suo interessante racconto fantascientifico sul tema, in cui immagina la nascita dell’universo generata da un paradosso dei viaggi nel tempo.

La cosa più vicina alla mia idea di Universi Divergenti che ho trovato nel saggio di Baccelli sono i Multiversi e la teoria delle bolle.

Il saggio si presenta comunque come un’affascinante carrellata tra worm-hole, buchi neri, acceleratori nucleari, pulsar, universi oscillanti, fisica subatomica. Un capitolo rilevante è dedicato al fisico serbo Nikola Tesla, riconosciuto per aver brevettato i motori a corrente alternata e che Baccelli insiste nel voler considerare come “l’inventore del Novecento” per la molteplicità delle sue invenzioni, delle sue intuizioni scientifiche, comprese alcune che potrebbero riguardare la manipolazione dello spazio-tempo. Le sue scoperte, secondo l’autore, furono considerate scomode dall’industria americana, che lo boicottò. Tra le sue invenzioni che poi furono attribuite ad altri ci sono la radio e il campo magnetico rotante, ma molte delle sue idee sono purtroppo rimaste sulla carta e altre sono state cedute per nulla all’industria. Interessante è che era affetto da allucinazioni, spesso collegate alle sue intuizioni scientifiche.  Mi viene allora da pensare alle riflessioni di Sacks (“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”) sui difetti neurologici che portano chi ne soffre ad accrescere certe capacità (potrebbe essere il caso di alcuni artisti e, forse, dello stesso Tesla).

Tra le opere cinematografiche più diffusamente esaminate da Baccelli c’è “Donnie Darko”, un’intricata storia di viaggi nel tempo e multiversi che mi ripropongo ora di vedere.

Da ucronico, ho poi apprezzato la parte dedicata questo genere letterario.

Anche se la mescolanza di teorie scientifiche ufficiali, semi-ufficiali e non ufficiali e i rimandi alla fantascienza rendono difficile farsi un’idea precisa dell’attendibilità delle ipotesi descritte, questo volume stampato da Lulu per Tesseratto Editore nel dicembre 2010 si presenta comunque come una lettura stimolante per approfondire altrove le tematiche affrontate.

L’ATROCE OMICIDIO ORDINATO DAL VESCOVO DI ALESSANDRIA

Era da quando vidi “Agorà” (il bel film del 2009 di Alejandro Amenábar con Rachel Weisz) che desideravo leggere il saggio “Ipazia” di Silvia Ronchey o, comunque, approfondire le mie conoscenze su questa filosofa e matematica alessandrina, barbaramente trucidata nel 415 d.c. dai cristiani (monaci parabolani) guidati dal vescovo Cirillo.

Si tratta, infatti, di una figura e di un momento storico di grande interesse.

Silvia Ronchey affronta un’analisi rigorosa (l’autrice è una bizantinista esperta), distinguendo ciò che realmente sappiamo della sua vita, del suo pensiero e del suo crudele assassinio, da ciò che poi è stato costruito e inventato su questa figura, trasformandola di volta in volta in martire della scienza, protofemminista, iniziatrice di una scuola di pensiero e persino, in netto contrasto con quanto noto, una simpatizzante del cristianesimo. Parrebbe anzi addirittura che la storia di Santa Caterina d’Alessandria (quella di cui Giovanna D’Arco sentiva la Voce e di cui parlo anche nel mio “Giovanna e l’angelo”) altro non sia che una trasposizione cristianizzata del suo martirio, perpetrato da cristiani su una filosofa pagana e non viceversa da pagani su una dotta cristiana. Considerata la dubbia veridicità della vicenda di Caterina, persino la Chiesa, per alcuni anni, la cancellò dall’elenco dei santi (martirologio).

Silvia Ronchey

Il volume della Ronchey, dunque risolve in poche pagine le notizie certe su Ipazia, in sostanza la sua appartenenza alla scuola platonica di Plotino, l’esser figlia di quel Teotecno (detto anche Teone) che insegnava filosofia e matematica nel Museo di Alessandria (come forse anche la figlia), l’essersi occupata di matematica e geometria, più che di filosofia, l’aver dato contributi di rilievo minore alla geometria (soprattutto la realizzazione di strumenti per l’insegnamento, mentre meno probabili sembrano quelli all’astronomia, come l’ipotesi che la vede come un antesignana del sistema copernicano), l’esser stata assassinata brutalmente mediante scorticazione e asportazione da viva di occhi e forse altri organi, tutto ciò indubbiamente a opera di cristiani, in prevalenza sacerdoti e per volontà del vescovo Cirillo (quindicesimo papa della Chiesa Copta), venerato come santo dalle Chiese Cattolica e Copta. Cirillo perseguitò i novaziani, gli ebrei e i pagani, fino a quasi eliminarli da Alessandria d’Egitto.

Insomma, in quei tempi la Chiesa (seppur Copta) si macchiava di delitti che non sfigurano in alcun modo di fronte alle atrocità commesse dallo Stato Islamico (ancora impropriamente chiamato ISIS) e ancora oggi non ha screditato chi di tali colpe si è macchiato, permettendo che sia persino considerato santo. Purtroppo, non è una religione o un’altra a essere più o meno intollerante e violenta, ma lo sono tutti gli estremismi e la fede, proprio per la sua irrazionalità, basandosi sulla credenza invece che sulla ragione e la logica, non riesce ad accettare ciò che va oltre i propri dogmi e genera così reazioni eccessive e pericolose.

In questo la storia di Ipazia è ancora oggi esemplare e deve ricordare a tutti i cristiani che non sono migliori dei fedeli di altre religioni, che è troppo facile criticare ciò che le altre fanno, senza ricordare quel che dal cristianesimo fu fatto in quei tempi ma anche in altre epoche.

Un’interessante affermazione della Ronchey è che l’assassinio di Ipazia non segni la fine della cultura greco-romana, ma sia l’inizio del millennio bizantino, periodo in cui Bisanzio conservò, preservò e sviluppò tale cultura, preparando e favorendo poi il suo ritorno modernizzato nell’Umanesimo e nel Rinascimento. Se dunque per lei è sbagliato vedere in Ipazia una protofemminista o un simbolo del martirio della scienza, sembrerebbe invece che vi riconosca una sorta di proto-umanista!

IMBATTERSI IN SAN GEROLAMO

Caravaggio – San Girolamo

Nel leggere il “Libro dell’orologio a polvere” del filosofo tedesco Ernst Jünger mi sono imbattuto per la seconda volta in pochi giorni in una riflessione su un dipinto raffigurante San Girolamo, dopo quella che avevo letto nel romanzo di Italo CalvinoIl castello dei destini incrociati”. Sono allora andato leggere qualcosa su questo santo.

Wikipedia dice:

Sofronio Eusebio Girolamo, in latino Sofronius Eusebius Hieronymus, noto come san Girolamo, san Gerolamo o san Geronimo (Stridone347 – Betlemme30 settembre 419/420), è stato uno scrittoreteologo e santo romano. Fu padre e dottore della Chiesa. Tradusse la Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino.

Colantonio – San Girolamo nello studio

Nato a Stridone in Illiria, studiò a Roma e fu allievo di Elio Donato. Si dedicò anche agli studi di retorica, terminati i quali si trasferì a Treviri, ov’era ben nota l’anacoresiegiziana, insegnata per qualche anno da Sant’Atanasio durante il suo esilio.[1] Si trasferì poi ad Aquileia, ov’entrò a far parte di una cerchia di asceti riunitisi in comunità sotto il patronato dell’arcivescovo Valeriano, ma deluso dalle inimicizie che erano sorte fra gli asceti, partì per l’Oriente.[1] Ritiratosi nel deserto della Calcide, vi rimase un paio di anni (375 – 376) vivendo una dura vita di anacoreta. Fu questo periodo ad ispirare i numerosi pittori che lo rappresenteranno come San Girolamo penitente ed è a questo periodo che risale l’episodio leggendario del leone che, afflitto da una spina penetratagli in una zampa, gli sarebbe poi stato accanto, grato poiché Girolamo gliel’avrebbe tolta; così come la tradizione secondo la quale Girolamo era uso far penitenza colpendosi ripetutamente con un sasso.  

Ghirlandaio – San Girolamo nello studio

(Leggi il seguito)

Vorrei riportare qui entrambe le letture che mi è capitato di fare, nonché il dipinto di Dürer e altre celebri raffigurazioni del santo.

Ecco quella dello scrittore italiano:

 

Il gioco di prestigio che consiste nel mettere dei tarocchi in fila e farne uscire delle storie, potrei farlo anche coi quadri dei musei: mettere per esempio un San Girolamo al posto dell’Eremita, un San Giorgio al posto del Cavaliere di Spade e vedere cosa viene. Sono, vedi il caso, tra i soggetti della pittura che più mi hanno attratto.

Zuccaro – San Girolamo nella grotta

Nei musei mi fermo sempre volentieri davanti ai sangirolami. I pittori rappresentano l’eremita come uno studioso che consulta trattati all’aria aperta, seduto all’imboccatura d’una grotta. Poco più in là è accucciato un leone, domestico, tranquillo. Perché il leone? La parola scritta ammansisce le passioni? O sottomette le forze della natura? O trova un’armonia con la disumanità dell’universo? O cova una violenza trattenuta ma sempre pronta ad avventarsi, a sbranare? Lo si spieghi come si vuole, è piaciuto ai pittori che San Girolamo abbia con sé un leone (prendendo per buona la storiella della spina nella zampa, grazie al solito qui pro quo d’un copista), e così a me dà soddisfazione e sicurezza vederli insieme, cercare di riconoscermici, non specialmente nel santo e nemmeno nel leone (che del resto spesso s’assomigliano) ma nei due insieme, nell’insieme, nel quadro, figure oggetti paesaggio.

Nel paesaggio gli oggetti del leggere e dello scrivere si posano tra le rocce le erbe le lucertole, diventano prodotti e strumenti della continuità minerale-vegetale-animale. Tra le suppellettili dell’eremita c’è anche un teschio: la parola scritta tiene sempre presente la cancellatura della persona che ha scritto o di quella che leggerà. La natura inarticolata ingloba nel suo discorso il discorso umano.

Ma si noti che non siamo nel deserto, nella giungla, nell’isola di Robinson; la città è lì a due passi. I quadri degli eremiti, quasi sempre, hanno una città sullo sfondo. Una stampa di Dürer è occupata tutta dalla città, bassa piramide intagliata da torri quadrate e tetti aguzzi; il santo, appiattito su un dosso in primo piano, le volta le spalle, e non stacca gli occhi dal libro, di sotto al cappuccio monacale. Nella puntasecca di Rembrandt la città alta

sovrasta il leone che gira il muso intorno, e il santo in basso, che legge beato, all’ombra d’un noce, sotto un cappello a larghe tese.

Jacopo Bassano – San Girolamo

Alla sera gli eremiti vedono accendersi le luci alle finestre, il vento porta a ondate la musica delle feste. In un quarto d’ora, volessero, sarebbero di ritorno tra la gente. La forza dell’eremita si misura non da quanto lontano è andato a stare, ma dalla poca distanza che gli basta per staccarsi dalla città, senza mai perderla di vista.

Oppure il solitario scrittore è raffigurato nel suo studio, dove un San Girolamo, se non fosse per il leone, si confonde facilmente con un Sant’Agostino: il mestiere dello scrivere uniforma le vite individuali, un uomo allo scrittoio assomiglia a ogni altro uomo allo scrittoio. Ma non solo il leone, altri animali visitano la solitudine dello studioso, discreti messaggeri del fuori: un pavone (in Antonello da Messina, a Londra), un lupacchiotto (in Dürer, altra incisione), un cagnolino maltese (in Carpaccio, a Venezia).

Leonardo da Vinci – San Girolamo penitente nel deserto,1480 – Musei Vaticani

In questi quadri d’interno, ciò che conta è come un certo numero d’oggetti ben distinti si dispongono in un certo spazio, e lasciano scorrere la luce e il tempo sulla loro superficie: volumi rilegati, rotoli di pergamena, clessidre, astrolabi, conchiglie, la sfera appesa al soffitto che mostra come ruotano i cieli (al suo posto, in Dürer, c’è una zucca). La figura del Sangirolamo-Santagostino può star seduta nel bel mezzo della tela, come in Antonello, ma sappiamo che il ritratto congloba il catalogo degli oggetti, e lo spazio della stanza riproduce lo spazio della mente, l’ideale enciclopedico dell’intelletto, il suo ordine, le sue classificazioni, la sua calma. O la sua inquietitudine: Sant’Agostino, in Botticelli (agli Uffizi), comincia a innervosirsi, appallottola fogli dopo fogli e li butta per terra sotto il tavolo. Anche nello studio dove regna la serenità assorta, la concentrazione, l’agio (sto sempre guardando il Carpaccio) passa una corrente d’alta tensione: i libri lasciati in giro aperti voltano le pagine da soli, oscilla la sfera appesa, la luce dalla finestra entra obliqua, il cane leva il muso. Dentro lo spazio interiore cova un annuncio di terremoto: l’armoniosa geometria intellettuale sfiora al limite l’ossessione paranoica. Oppure sono i boati del fuori che fanno tremare le finestre? Come solo la città dà un senso all’ispido paesaggio dell’eremita, così lo studio, col suo silenzio e il suo ordine, non è altro che il luogo dove si registrano le oscillazioni dei sismografi.

 

E questa è quella di Jünger:

 

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Albrecht Dürer – San Girolamo (1514)

Questa affinità dell’orologio a polvere con la quiete degli studi eruditi e con l’intimità della casa è stata più volte osservata. Entrambe le situazioni sono testimoniate da quadri famosi: la Melancholia e il San Gerolamo nello studio di Dürer. Nel primo vediamo un angelo in atteggiamento pensoso, con in mano un compasso e circondato da uno strumentario faustiano di cristalli, bilance, serie numeriche. Un fuoco alchemico arde sullo sfondo cosmico. L’altro quadro mostra il santo nella sua cella mentre è intento a scrivere. L’arredamento è costituito da libri, fogli fitti di appunti, un teschio e un crocifisso. Sotto la panca ci sono un paio di scarpe da giardino; il sole illumina la stanza attraverso i vetri piombati.

In entrambi i quadri si osserva un grande orologio a polvere, una vera e propria clessidra. E in entrambi essa è raffigurata a metà del suo corso, il che significa, probabilmente, che il pittore osserva il santo e l’angelo nel pieno della loro attività. Ne è riprova il fatto che, nella Melancholia, la bilancia è in equilibrio, la campana oscilla e il fuoco arde. Siamo nel cuore del tempo.

Albrecht Dürer, Melencolia I (1514)

I due quadri riportano la data del 1514. La clessidra è riprodotta in due differenti modelli, il che fa pensare che fosse a quell’epoca un oggetto di uso comune. Mentre l’angelo, circondato dagli strumenti del sapere, sembra assorto in pensieri oziosi, anzi probabilmente medita sulla vanità delle sue conoscenze e delle sue opere, san Gerolamo è immerso nel suo lavoro. Non si tratta evidentemente di un’opera di trascrizione, ma di una creazione letteraria; perché davanti a lui, sul piccolo scrittoio, non c’è neppure un libro. Per generazioni questo quadro ha esercitato il suo fascino sugli spiriti contemplativi. Chi non desidererebbe condividere questa quiete, circondato dal calore delle assi di legno, mentre in un angolo la sabbia scorre pian piano attraverso la clessidra e in primo piano, davanti allo scrittoio, un leone – ai nostri giorni si tratterebbe di un gatto – è sprofondato nei suoi sogni? In effetti, ancor oggi in Europa vivono e operano in condizioni analoghe molti di questi ingegni, e davanti al quadro di Dürer a ciascuno di noi verrà in mente l’abitazione più o meno modesta di un amico letterato o artista che il dipinto gli richiama alla memoria. Questo rammemorare appartiene all’essenza dell’opera d’arte, la quale svela una relazione nascosta e pur sempre ricorrente.

In ogni studio, in ogni libreria antiquaria, si ritrova un po’ dell’atmosfera evocata dall’orologio a polvere, un po’ dello spirito della Melancholia e del San Gerolamo. C’è sempre una certa mestizia in questi luoghi, ma sempre unita a un’atmosfera accogliente, perché si è costantemente immersi in un clima di meditazione. Ognuno di noi certamente ricorda di avervi trascorso, in silenzio o conversando, ore e ore durante le quali il tempo pareva, se non immobile in assoluto, scorrere comunque con estrema lentezza. E’ probabile che fuori piovesse, o che nel camino ardesse il fuoco.

Durer Albrecht -San Girolamo

Io conservo il ricordo di molti di questi luoghi e se resisto alla tentazione di nominarli è solo perché l’elenco mi appare interminabile. Nella vita dei giovani ci sono anni in cui si passa dall’una all’altra di queste celle, eremi, cittadelle dello spirito, come se fossero punti d’appoggio, ciascuno dei quali abitato da un personaggio più o meno stravagante. Questi alloggi non mancano né nelle grandi né nelle piccole città, e neppure nei paesi. Lo spirito di san Gerolamo domina ovunque: al Sud, quando si ascoltano le cicale stridere in giardino; al Nord, quando si osservano i frontoni coperti di neve, oppure si cerca una camera d’affitto o si sceglie un appartamento nella casa avita. E’ più facile incontrare la povertà o la più aspra miseria che non l’opulenza, ma quasi tutti i ricchi e i potenti della terra hanno trascorso anni, e spesso i loro anni migliori, in simili rifugi del pensiero, nei quali lavoro e ozio si mescolano passando l’uno nell’altro.

E’ difficile ritrovare questi stati d’animo nelle successive situazioni della vita, soprattutto quando si profila il successo. Ma non è impossibile, poiché non è in gioco la differenza tra vecchiaia e giovinezza, né si tratta di stati d’animo legati alla povertà o alla ricchezza. San Gerolamo viene raffigurato da Dürer in età avanzata. La sua fu una vita potente e al tempo stesso sontuosa, come dimostra il leone che giace ai suoi piedi. Non è quindi una differenza nella condizione dell’esistere, vuoi fondata sul ceto sociale o sull’età, ciò che dà luogo a questa situazione di particolare gradevolezza. Ad agire è piuttosto, in questo caso, una differenza nella natura del tempo.

 

San Girolamo è stato oggetto di numerosissime raffigurazioni anche da parte dello stesso Dürer, non è quindi immediato capire a quale immagine si riferissero i due autori.

LE MOTIVAZIONI STORICHE DELLA FRETTA

Il Tempo mi ha sempre affascinato e forse un po’ angosciato. Come autore di ucronie, mi incuriosiva leggere qualcosa su come sia nato il concetto di tempo lineare. Nelle ucronie, immaginiamo, infatti, un tempo diverso, un tempo che diverge dal corso originale, un tempo che si biforca. Ogni storia segue una biforcazione, ma le divergenze temporali, per l’ucronia, possono essere infinite. Ogni evento ha in sé eventi alternativi, spesso infiniti, gli eventi della linea temporale in cui viviamo sono infinti, con infinite divergenze. Le linee temporali sono dunque infinite, ognuna con infinite divergenze.

Questa visione è implicita nelle narrazioni ucroniche ma non l’ho mai vista esplicitata o teorizzata in alcun testo. Ero dunque curioso di leggere un saggio che descrivesse il variare del concetto di tempo nella storia della filosofia per vedere se apparisse una simile idea. Sono allora andato nel Gruppo Filosofia su Anobii e ho chiesto consiglio su cosa leggere. Tra le varie proposte mi è stato suggeritoEssere senza tempo” (2010) di Diego Fusaro, un giovanissimo filosofo e saggista italiano (nato a Torino il 15 giugno 1983) con al suo attivo, nonostante l’età, già numerose pubblicazioni.

In effetti, la lettura merita senz’altro e, come mi era stato detto, è ricca di riferimenti e citazioni di pensatori di tutte le epoche. Affronta però il concetto di tempo in maniera diversa da quella che mi interessava esplorare. Si concentra, infatti, sull’accelerazione della Storia e sul suo effetto sulla vita quotidiana, che è la fretta. Tra l’altro Fusaro parla anche di ucronia, ma non lo fa come in letteratura, riferendosi alla narrazione di tempi alternativi, di allostorie, di storie controfattuali che nascono dall’esplorazione dei “se” della Storia. “Ucronico”, mi parrebbe, che per lui (che peraltro cita anche Renouvier, da cui deriva il su citato concetto di ucronia) voglia dire soprattutto “senza tempo” nel senso di mancante del tempo, e non di fuori dal tempo. Definizione semanticamente accettabile, dato che il termine deriva dal greco “ou-cronos”, ovvero “non-tempo” e. forse sarebbe più giusto usarlo nel senso di “privo di tempo” piuttosto che di “tempo alternativo”. Il termine, seppur ancora poco diffuso, mi pare però sia più comunemente usato in quest’ultima accezione.

Diego Fusaro

Essere senza tempo” (potremmo tradurre “Vivere ucronicamente”?) è dunque un saggio sullo scorrere del tempo e non sulla sua forma, come avrei sperato, ma non per questo è meno ricco di spunti come l’idea (utile anche per una chiacchiera al bar) che il caffè sia un acceleratore della Storia e del Tempo, in quanto, allungando la veglia e accorciando la notte, ha reso l’uomo più produttivo e più adatto alla Rivoluzione Industriale. Proprio perché riduce il sonno e allontana le tenebre, il caffè diviene bevanda della borghesia emergente e simbolo dell’illuminismo (pensate ai caffè letterari), mentre la nobiltà dilatava i suoi tempi sorseggiando placidamente la cioccolata (non anche il the?) e gli operai abbrutiti dal lavoro fordiano in catena, si ubriacavano di acquavite.

L’opera si presenta organica e strutturata, mi si perdoni quindi se, per darne un’idea cito parti un po’ a caso, ma un altro concetto interessante su cui ho riflettuto è il Secolo breve che Fusaro vedrebbe (ma credo che lo spunto venga da più lontano) racchiuso tra il 1914 e il 1989 e la grande importanza in termini di accelerazione rivestita dalla Rivoluzione Francese. Mi verrebbe allora da pensare che forse dovremmo considerare la modernità (magari chiamandola “epoca rivoluzionaria”) come quel periodo della Storia caratterizzato per la forte presenza di movimenti rivoluzionari e che comincia, appunto, con la Rivoluzione Francese (1789) e si conclude con la caduta del Muro di Berlino (1989), che segna la fine emblematica del sogno della Rivoluzione Russa e che vede al suo interno anche la Rivoluzione Industriale, la Rivoluzione Cinese e quella Informatica e le basi per quella Internet, ma in cui possono anche essere inseriti i fenomeni del Nazismo e del Fascismo, che sebbene non “rivoluzionari” in senso stretto, miravano però a rivoluzionare e trasformare radicalmente la società e il mondo e, persino, le esperienze di Franco in Spagna e di Tito in Jugoslavia, per non parlare del Quarantotto e del Sessantotto. Due secoli precisi di “modernismo” rivoluzionario (non solo sul piano sociale, ma anche tecnologico e organizzativo), caratterizzati da una fortissima accelerazione dalla Storia, seguiti ora da questa fase post-industriale di recessione e regressione e di fine della civiltà occidentale, in via di superamento da parte delle economie asiatiche cinese e indiana, ma anche dalle forze emergenti dell’America Latina.

Inutile dire che le considerazioni, ben documentate, attorno al motto moderno “Mi affretto, dunque sono” si presentano come un momento importante di riflessione sul senso della vita moderna, in cui la fretta, figlia del periodo rivoluzionario e della civiltà industriale, è divenuta condizione di vita costante e insuperabile dell’uomo contemporaneo, continuamente pressato da scadenze e obblighi temporali, che ne scandiscono non solo la vita o l’anno, ma i mesi, i giorni e persino le singole ore. Come non interrogarsi allora sul senso di tutto ciò, considerando anche l’origine storica e sociologica del fenomeno: la necessità di produrre di più e in modo più efficiente, per riversare sui lavoratori-consumatori masse di prodotti che si fanno desiderare ma che per essere acquisiti richiedono sempre maggiori sforzi lavorativi-produttivi e quindi l’immissione di ancora più prodotti e servizi da offrire, in una catene viziosa in cui il risultato è un’accelerazione spasmodica dei ritmi di vita e della fretta che li caratterizza, con la perdita di profondità di cui ha scritto Baricco nel suo saggio “I Barbari”.

Eppure questo non è fenomeno nuovo, come si vede dalle citazioni di Fusaro, quale la seguente, che mostra come alcuni spiriti acuti già coglievano le contraddizioni che sarebbero divenute presto ben più evidenti:

“Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla” (J. W. Goethe, lettera del novembre 1825) 

Il concetto prende forma, del resto, come evidenzia Fusaro già in Kant, Hegel, Marx e caratterizza le politiche di Lenin e Hitler. Oggi, con internet, l’accelerazione della locomotiva del tempo, raggiunge ritmi da deragliamento, con uno scambio informativo istantaneo e globalizzato.

RIFLETTERE SENZA STUDIARE È PERICOLOSO

Massime - Maestro Kong

Confucio – Massime

Mentre in Grecia l’occidente poneva le basi della propria cultura, tra il 451 e il 479 a.c., in Cina, Maestro Kong, da noi noto come Confucio (da Kong fuzi, dove “fuzi” vuol dire appunto “maestro”), sviluppava il proprio pensiero, che sarebbe stato fondamentale per la filosofia orientale.

Il volumetto intitolato “Massime” e curato da Paolo Santangelo per la Newton riunisce una selezione di pensieri tratti da “I Dialoghi” (“Lunyu”).

Sono brevissimi brani, caratterizzati da un linguaggio semplice e diretto, spesso con riferimenti concreti.

Santangelo li ha riuniti per argomento in capitoli:

  • Il progresso morale;
  • Studio ed educazione;
  • Pietà filiale e famiglia;
  • La religiosità laica;
  • Riti e norme tradizionali di condotta;
  • L’impegno politico;
  • Consigli pratici e valutazioni varie.

Confucio non sviluppa una propria teoria organica e articolata, ma fa spesso riferimento al pensiero precedente e sostiene i valori della tradizione (“Gli antichi erano molto cauti nel parlare, perché si sarebbero vergognati se le loro azioni non fossero state all’altezza dei discorsi”), sostiene una vita saggia e morale (“L’uomo superiore è calmo senza essere arrogante; l’uomo dappoco è arrogante senza essere calmo”; “Di uno che non dubita mai sul da farsi, io non so che farmene”), rifiutando gli eccessi (“Eccedere equivale a difettare”), riconoscendo i propri difetti (“non vergognarsi di correggersi dei propri errori”) e impegnandosi per eccellere (“Ma se un uomo a quaranta o cinquanta anni non è riuscito a farsi notare, non merita alcun rispetto”).

Maestro Kong

Confucio (Maestro Kong)

Disprezza le ricchezze (“Se fosse degno correre dietro alle ricchezze, le perseguirei, anche a costo di fare il carrettiere. Ma poiché non ne vale la pena, faccio ciò che mi aggrada”) e sostiene lo studio (“non si vergognava di domandare agli inferiori e ai più giovani”; “Studiare senza riflettere è inutile. Riflettere senza studiare è pericoloso”; “Non è facile trovare uno che studi per tre anni senza pensare di guadagnare uno stipendio”) e la vera saggezza (“Chi non cambia è solo il saggio più elevato o lo sciocco più ignorante”).

Avendo ricoperto cariche politiche, talora si occupa anche di politica (“Quando il paese è ben governato, si può ricevere lo stipendio; quando invece è in disordine badare allo stipendio è vergogna”; “Bisogna agire quando si è in servizio, e sapersi ritirare quando si è messi in disparte”).

A volte si possono cogliere analogie con il pensiero cristiano (“Ripaga l’odio con la rettitudine, e con la benevolenza ricambia la benevolenza”) o con quello greco (“Riconosci di sapere quel che sai e di non sapere quello che non sai. Questa è la sapienza”), ma le differenze rimangono importanti.

Firenze, 24/08/12

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