Archive for the ‘favola’ Category

LA POESIA DELL’ARTIGIANATO RITUALE, IL PESO DEL POTERE E L’IRONIA DELLE VENDETTA

Risultati immagini per miliardi di tappeti di capelliNon capita spesso di leggere fantascienza tedesca. Andreas Eschbach (Ulma, 15 settembre 1959), l’autore di “Miliardi di tappeti di capelli” (1995), è, appunti, uno scrittore tedesco.

Iniziando la lettura si nota subito un piglio diverso da quello dei suoi colleghi americani. Si parte, infatti, con un’atmosfera dal sapore antico, con questa strana, poetica, comunità interamente dedita alla tessitura di tappeti, realizzati usando i capelli delle donne di famiglia. Ogni tessitore impiega la sua intera esistenza a un solo tappeto e tutta l’esistenza del pianeta è condizionata da questa attività. Il mondo ne produce migliaia ogni anno e sono tutti destinati al palazzo dell’Imperatore, che pare debba essere sconfinato per accoglierli tutti.  La scena poi si allarga e scopriamo che questo mondo realizza tappeti per l’Imperatore da almeno 80.000 anni. Non solo: sebbene la gente su quel pianeta crede che ogni mondo dell’Impero produca qualcos’altro per l’Imperatore, in realtà moltissimi altri mondi producono solo e soltanto pregiatissimi e inutili tappeti di capelli. Pare che siano almeno 8.000 i mondi che fanno questo per l’Imperatore immortale. Ma l’Imperatore cosa se ne fa di “miliardi di tappeti di capelli”? Qualcuno sostiene che l’Imperatore, dopo millenni di regno (300.000!), sia morto. Pare sia stato assassinato da dei ribelli.

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Andreas Eschbach

L’opera prosegue in un crescendo di colpi di scena e in un allargamento progressivo di orizzonte. Troviamo un imperatore che dopo trecentomila anni di regno è stanco e vorrebbe abdicare. Troviamo dei ribelli che lo vorrebbero eliminare. Ma chi è il capo dei ribelli se non l’imperatore stesso? Troviamo un sovrano inchiodato a una macchina che lo costringe a vivere, immobile, in eterno. Troviamo il mistero di un uomo scomparso. Troviamo uno strano culto dell’Imperatore. Troviamo un’immane biblioteca che conserva la storia di centinaia di migliaia di anni di un numero sterminato di pianeti di un Impero. Tutto questo in una space opera che esplora un futuro lontanissimo ma che conserva un gusto antico e ci parla dell’insopportabile peso del potere, del senso del dovere, dell’impegno, della follia, della vendetta e dell’immortalità.

Un romanzo che è pura fantascienza, ma al contempo ha un sapore nuovo e diverso. Qualcosa che pur muovendosi nei solchi delle storie d’avventura, mantieni una sua poeticità “interstellare”.

 

 

 

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PROVACI ANCORA LUIS

Risultati immagini per storia del gatto e del topo che diventò suo amico pdfDopo il successo della “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, Luis Sepùlveda ci riprova con una storiella con protagonista un gatto e altri animali con “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico”. Il prodotto è un raccontino che non oserei neppure definire favola e degno di tanti analoghi scritti di amici del web che ogni tanto si mettono a digitare qualche pagina di una storiella narrata a un figlio o nipote. Protagonisti sono tre personaggi dai nomi quasi omofoni, Max, Mix e Mex. Ci spiega l’autore che Max è il nome di suo figlio e Mix quello del suo gatto. A questi personaggi, presi dalla propria vita, aggiunge il topo Mex. Il gatto è cieco e il topo diventa suo amico e guida, fungendogli da occhi e narrandogli ciò che vede.

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Luis Sepùlveda

Ho detto che Mix è il gatto di Max, ma Sepùlveda ci spiega che “potrei dire che Mix è il gatto di Max, oppure che Max è l’umano di Mix, ma come ci insegna la vita non è giusto che una persona sia padrona di un’altra persona o di un animale, quindi diciamo che Max e Mix, o Mix e Max, si vogliono bene.” Questo è l’incipit di questo libricino (o libruncolo) e già basterebbe a farcelo chiudere per il banale buonismo pseudo-anti-razzista. Se fosse una favola, ci vorrebbe una morale in chiusura, ma questa è già nell’incipit e si sostanzia in un plauso dell’amicizia, che rende tutto possibile.

Per fortuna le pagine sono poche, scritte grandi e scorrono velocissime, perché la lettura mi pare alquanto inutile, persino per un bambino, cui più propriamente dovrebbe essere indirizzato. Magari gli si può dedicare una sera, seduti accanto a un figlio che ci ascolta leggere. Probabilmente si addormenterà prima della fine. A qualcosa almeno sarà servito.

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LA COSCIENZA DEGLI OGGETTI

A volte i premi nobel mi deludono, ma non José Saramago. La sua creatività, fantasia, eleganza e raffinatezza si colgono persino in un’opera minore come la piccola raccolta di racconti surreali “Oggetto quasi”.

Il primo racconto “Sedia” pare quasi un esercizio di stile. Saramago si dilunga per varie pagine nel descrivere la caduta di una sedia e nel farlo ci parla del legno con cui è fatta o avrebbe potuto essere fatta, dei tarli, della produzione delle sedie, ma soprattutto ci descrive, con un’ironia sottile la morte del dittatore Salazar.

Con “Embargo” siamo dalle parti della fantascienza surreale, quella senza una spiegazione scientifica, con un’auto che si muove da sola, trascinando con sé il conducente, imprigionato al suo interno, forse metafora del nostro essere prigionieri della tecnologia.

In “Riflusso” un sovrano decide di concentrare tutti i morti del regno, umani e animali, in un unico immenso cimitero circondato di alte mura. Poco per volta vi sorgono attorno quattro città, che rendono il cimitero meno raggiungibile e la gente riprende a seppellire i morti in giro per il regno, il cimitero e le quattro città decadono, a testimonianza che morte e vita non possono restare separate e che l’uomo non può dominare e piegare al suo volere le leggi della natura.

José de Sousa Saramago (Azinhaga, 16 novembre 1922 – Tías, 18 giugno 2010) è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998.

Cose” è una drammatica distopia. Descrive un mondo all’apparenza perfetto ma del tutto burocratizzato e diviso in tante classi quante sono le lettere dell’alfabeto, in cui, un giorno le cose, un po’ per volta cominciano a scomparire. In realtà, non scompaiono ma si trasformano in persone (o quasi). Il Governo reagisce stimolando la delazione (sebbene del tutto inutile, non essendo la situazione colpa di nessuno) e scatenando una guerra (altrettanto inutile, non essendoci alcun nemico), fino alla scomparsa dell’umanità e all’inizio di una nuova era, dominata dagli ex-oggetti.

Centauro”, con ironica seppur triste melanconia, ci mostra una di queste creature, sopravvissuta per millenni fino ai giorni d’oggi, con tutte le assurde difficoltà che derivano dal suo essere metà uomo e metà cavallo, a partire dalla scomodità per dormire fino alle pene d’amore, destino di tutti i meticci del mondo.

Rivincita” è un semplice doppio quadro di un ragazzo che vede castrare un maiale, quindi va al fiume, si spoglia e si dirige verso una ragazza che si sta spogliando dall’altro lato del fiume, una pittura in movimento fatta di parole e contrasti.

In questi racconti spesso incontriamo oggetti o cose inanimate che si ribellano alla loro funzione passiva e si attivano divenendo protagonisti e attori, nel senso di soggetti agenti, quasi  a volerci mostrare che tutti hanno una propria dignità e coscienza, non solo ogni essere umano, ogni animale, ma persino cose che crediamo inanimate (“senz’anima”), che invece si rivelano avere una propria coscienza e volontà.

La scrittura è intensa e ricca di riferimenti culturali, rendendo storie semplici (il caso esemplare è quello della sedia che casca) complesse descrizioni del mondo in cui viviamo e regalandoci implicazioni e connessioni degne di questo mondo interconnesso da infiniti link, che Saramago sembra già prefigurare nel suo modo di narrare in questa raccolta dell’ormai lontano 1978.

IL FASCINO DELLA PERVERSIONE DEI POTENTI

Dopo “Libri da ardere” (1994) e “Antichrista” (2003), eccomi a leggere il mio terzo romanzo di Amélie Nothomb, la scrittrice belga nata a Kobe il 9/7/1967, “Barbablu” (2012), e penso che presto ne leggerò altri.

I tre libri hanno quantomeno in comune una certa suggestione dei titoli. Suggestione forse non condivisa da tutti i lettori, ma per me evocativa.

Barbablu” richiama la celebre fiaba del tale che si sposava molte volte e ogni volta proibiva alle mogli di aprire una certa porta, pena la morte. La curiosità femminea era sempre troppo forte e tutte le mogli soccombevano. La fiaba però si ispira a una storia vera e a un personaggio più che reale, addirittura storico, il Maresciallo di Francia Gilles de Rais, un degli uomini più vicini a Giovanna d’Arco e, in quanto tale, protagonista del mio romanzo “Giovanna e l’angelo”. Gilles de Rais però non uccideva le mogli, ma rapiva i figli dei propri contadini, li violentava e uccideva. Dunque la storia di Barbablu è una versione edulcorata della realtà.

Amélie Nothomb

Amélie Nothomb ambienta la favola ai giorni d’oggi e coglie l’occasione per dipingere un personaggio femminile forte e coraggioso e un protagonista maschile malato e folle, di cui la donna scopre passo dopo passo la psicologia, dando vita a un romanzo veloce ma intenso e carico di umanità, esplorata nelle sue perversioni, ma non per questo troppo lontana dal quotidiano.

Come in “50 sfumature di grigio” anche qui il protagonista è ricco e vizioso e anche qui pieno di fascino, a dimostrazione del fatto che la ricchezza riesce a rendere attraenti personaggi che se fossero poveri o gente comune sarebbero solo dei disgraziati, che guarderemmo con orrore e disgusto. Ammantati di potere e ricchezza possono persino ambire a diventare capi di partito o presidenti del consiglio, come la triste storia patria insegna.

 

Gilles de Rais – Barbablu

 

STORIA IMMAGINIFICA DI EPISCOPI, GIUDICI, DONNE E FALCHI DI SARDEGNA

user posted imageScrivere la storia di una grande isola sotto forma di romanzo pare impresa non priva di presunzione. Scrivere la storia di un popolo in prima persona plurale può poi apparire ancor più presuntuoso. Per fortuna, dopo alcune pagine il romanzo sulla Sardegna di Sergio Atzeni, “Passavamo sulla terra leggeri” (1996), abbandona questo poetico e plurale punto di vista per passare a una miriade di terze persone, episcopi, giudici e loro donne e altri personaggi che si succedono in una cascata di eventi priva di reali riferimenti cronologici (qualche personaggio pare campare anche 200 anni! Molti si somigliano tra loro, quasi confondendosi l’uno nell’altro). Personaggi che sono tutti parti di quel “noi” iniziale, che, sinceramente all’inizio mi aveva un po’ irritato, anche se vi ritovavo la pluralità soggettiva del bel romanzo “Venivamo tutte per mare” (2011) di Julie Otsuka, che narra l’epopea dell’emigrazione giapponese in America nella prima metà del XX secolo. Ben altra, però è la magia ricreata dall’autrice nippo-americana, avvantaggiata forse dall’aver scelto un arco temporale minore. Se un autore però può aver imitato l’altro, dovrebbe essere casomai alla rovescia, dato che la recente opera di Otsuka è successiva alla pubblicazione postuma del libro di Atzeni. Appare però improbabile che l’autrice d’oltremare conoscesse l’opera del sardo.

Sergio Atzeni (Capoterra, 14 ottobre 1952 – Carloforte, 6 settembre 1995)

Peraltro, poi, come si diceva, la prima persona plurale viene abbandonata presto, anche se ne rimane traccia nella narrazione immaginifica e a volte quasi astratta del romanzo, che sembra dimenticarsi del reale scorrere del tempo.

Se di romanzo storico possiamo parlare, dobbiamo immaginarne uno assai particolare in cui si capisce l’epoca degli eventi narrati solo indirettamente per alcuni accenni vaghi alla storia nazionale meglio nota. L’approccio è più poetico che razionale e i vari episcopi e giudici che si succedono da una pagina all’altra sembrano figure mitiche, esseri fantastici partoriti dall’amplesso di una tradizione isolana con la fantasia immaginifica di Atzeni. Il risultato è una leggerezza che ricorda quella del titolo, nel senso soprattutto di mancanza di concretezza, di sostanza narrativa che trasformi la favola poetica in narrazione fluida e coerente, in testimonianza storica credibile. Libro, insomma, da accettarsi come il frutto un po’ bastardo di romanzo storico e poesia, da amare, forse, o da abbandonare frettolosamente con un moto di stizza o di noia. Romanzo che lascia di sé più che un ricordo, una sensazione.

FATE, STREGHE, STREGONI E FOLLETTI

Dopo aver letto il piacevole romanzo di vita calabrese “Libero arbitrio” scritto da Caterina Armentano, ho voluto provare la lettura di una sua nuova opera.

Quest’autrice ha di recente pubblicato una raccolta di favole, intitolata “L’incanto di Fantasia”, testo assai differente dal precedente.

Trovo complesso recensire le antologie, perché spesso si deve valutare lavori tra loro diversi, per argomento, stile o soggetto, ma qui abbiamo l’unitarietà del genere: la favola. Alla lettura dei racconti preferisco quella dei romanzi, che sempre hanno un maggior respiro e ci danno il tempo di entrare in contatto più stretto con la storia narrata e i suoi personaggi, cosa che la brevità del racconto non consente. Se poi i racconti sono favole, il tentativo di commentare l’antologia diviene per me ancora più arduo. Occorre cercare di immedesimarsi (lo si dovrebbe fare sempre) nel lettore potenziale, che, in questo caso, dovrebbe essere un bambino in età prescolare. Leggendo fiabe dobbiamo allora andare a ricercare il bambino che è sepolto in noi, ridestarlo.

Eppure ci sono fiabe e fiabe. Ci sono storie scritte per bambini ma che sembrano pensate per i loro genitori, ci sono favole che ci fanno tornare bambini, ci sono fiabe per adulti, ci sono racconti che solo un bambino riesce ancora a capire e amare.

Caterina Armentano

Credo che quelle de “L’incanto di Fantasia” siano soprattutto di quest’ultimo genere (il più difficile da commentare), anche se non per questo sono semplici o banali.

Il titolo dell’opera nasce del primo racconto, che quasi racchiude in sé i successivi, in una sorta di metaracconto che li unifica. Nelle prime pagine troviamo, infatti, una bambina muta e senza nome (sussultando mi è parso di ritrovare “Il Bambino Senza Nome” del mio “Il Terzultimo Pianeta”) , cui una fata le offre di scegliere come dono un nome o la voce. Dopo aver scelto la voce, la bambina si pente e chiede di avere un nome e diventa Fantasia, prodigando così i suoi doni all’umanità

Molteplici sono le figure che incontriamo in queste pagine scritte da Caterina Armentano, dalla pera vanitosa che impara l’importanza della IL TERZULTIMO PIANETAgenerosità, ai pennarelli magici capaci di dar vita a mondi fantastici, a uno strano principe capace di cambiar colore in una storia dalla morale antirazzista, alla balia malvagia il cui incantesimo sarà risolto da un insolito piccolo principe, in un mondo di magie e incantesimi, popolato da creature tipiche del fantasy come elfi, fate e fatine, streghe e stregoni e persino Babbo Natale.

Non manca la morale in questi racconti, come si confà a storie pensate per bambini che devono imparare a muoversi nel mondo, scoprendo non solo come si manovra un tablet, ma anche qual è il senso delle cose.

 

 

DivaZ – un illustratore di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Marco Di Vairo aka DivaZ è nato a Milano 1974. Disegna, colora e fotografa fin da piccolo e, con il passare degli anni, converte queste passioni in una professione. Dopo essersi diplomato come Maestro d’Arte inizia a lavorare come freelance nei settori della promozione pubblicitaria e della fotografia. Maggiori informazioni possono essere recuperato su www.divaz.it

 

DivaZha realizzato il seguente disegno per la gallery novel JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI :

Il porcello Sgrunf visto da DivaZ per JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Il porcello Sgrunf visto da DivaZ per JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Questo è l’ottavo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi e il settimo a Giuseppe Di Bernardo. Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori (in ordine alfabetico).

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