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LA FALSA FANTASCIENZA DELLA LESSING

Risultati immagini per shikasta doris lessingPenso non sia giusto valutare un autore leggendone un solo libro. Per essere del tutto giusti si dovrebbe leggere tutto ciò che ha pubblicato, ma il tempo è limitato e i libri da leggere sono una quantità sterminata. Al ritmo di 50 l’anno (circa uno la settimana), in 50 anni se ne possono leggere 2500. Pochissimi! Come si può allora dare una seconda possibilità a un autore o un’autrice che di cui abbiamo letto qualcosa che non c’è piaciuto? A volte lo faccio. È persino più facile che legga due volte un autore che non mi è piaciuto di uno che ho apprezzato, perché cerco di capire se mi sono sbagliato nel mio giudizio, se, magari, ho scelto il libro sbagliato. Non riesco a credere che un libro non mi sia piaciuto!

Tornare a leggere tre volte un autore che proprio non funziona è uno sforzo notevole, ma quando mi scontro con grandi firme, autori di classici immortali, di bestseller dal successo planetario, premiati con i massimi riconoscimenti internazionali che al primo colpo non mi sono piaciuti e neppure al secondo, può essere che provi una terza volta. Con Hemingway è andata così. Leggendo “Il vecchio e il mare” ne ho finalmente colto la grandezza. Con Dostojevsky non c’è ancora stato verso di digerirlo.

Di Doris Lessing, premio nobel nel 2007 e scomparsa nel 2013, avevo letto prima “Martha Quest” e poi, da poco, ho letto “Memorie di una sopravvissuta”. Ho già scritto perché questi libri non mi hanno convinto. “Memorie di una sopravvissuta”, però, era solo il primo tentativo di fantascienza di quest’autrice, così ho voluto provare una sua opera più matura e importante. Ho affrontato così “Shikasta”, un testo del 1979, primo volume del ciclo “Canopus in Argos: Archivi”.

Martha Quest” partiva bene ed era persino ben scritto. “Memorie di una sopravvissuta” aveva un’idea che mi piaceva ma era, invece, scritto davvero male. Entrambi, inoltre, mi sono parsi superficiali, soprattutto considerando il riconoscimento ottenuto dalla Lessing.

Anche “Shikasta” parte con un buon respiro. Credo che i “creatori di mondi” siano tra gli autori quelli più fantasiosi e geniali e quello che stavo cominciando a leggere era la storia di un mondo inventato: ottimo!

Solo che presto la Lessing si perde in una totale astrattezza. Recupera quando, con una sorta di mini antologia di racconti, presenta alcuni Risultati immagini per shikasta doris lessingpersonaggi, denominato semplicemente Individuo 1, Individuo 2 e così via. Ci troviamo finalmente con storie che parlano di esseri viventi e non di grandi masse indistinte di popolazione (nulla contro questo genere di descrizione, se fatto bene, ma la qualità qui è ben scarsa). Se questi Individui avessero avuto un nome e una vera collocazione spazio-temporale, forse avremmo potuto cogliere qualche barlume della loro anima, ma questa evidentemente non era l’intenzione della Lessing. Il testo è scritto come una sorta di rapporto di un osservatore alieno al suo governo e quindi la scarsa “individualità” di questi Individui ha persino un senso! Quanto meno, qui non ci sono le ripetizioni di aggettivi che tanto mi hanno infastidito nella precedente lettura.

Ho trovato, però, spiazzante trovarmi proiettato all’improvviso dentro queste storie così terrestri. Che fine avevano fatto i Giganti e gli alieni di cui la voce narrante aveva dissertato fino a poco prima. Come mai eravamo stati scagliati sulla Terra, a seguire le vicende di un ragazzo rivoluzionario di sinistra, di una simpatizzante del terrorismo e simili vicende? No. Non siamo sulla Terra, ma sul pianeta Shikasta. Ah sì? E le astronavi dove sono finite? D’un tratto si ha la sensazione di essere in Europa o in America nel 1970. Poi la storia riprende parlando di conflitti tra nord e sud, bianchi e neri, di storie di colonizzazione e di missionari, di persecuzioni di ebrei e si parla persino di Mediterraneo e di Germania, oltre che di Lande del Nord Ovest e altre simili denominazioni di fantasia. Ebrei e Germania?

Ok, allora forse Shikasta è solo la Terra come la vedono gli alieni. Va bene. Ci può stare. Ma perché venirci a raccontare di un mondo identico in tutto e per tutto al nostro, solo cambiandogli il nome e mantenendosi sul vago. Infatti, poi, i dettagli aumentano e scopriamo che Shikasta è proprio lei, la nostra cara vecchia Terra, il terzultimo pianeta prima del Sole! Incontriamo ancora brevi storie di altri Individui (qui definiti in un altro modo).

I personaggi sono, però, ancora meteore inconsistenti che ci sfrecciano alte sopra la testa e che non riusciamo ad afferrare (si salvano solo la brevissima scena della ragazza ricca che vive in una sorta di comune e dorme davanti alla porta del suo ex, che ora dorme con un’altra, e più avanti il racconto del “gatto padre” che alleva i cuccioli di una micia ritardata, anche se non è chiaro cosa c’entri una storia così di dettaglio e delicata in questo affresco interplanetario), l’assenza di veri riferimenti geografici e storici in tutta la prima parte dell’opera, nonostante il parlare di continenti noti e di Prima e Seconda Guerra Mondiale e di colonialismo e di sfruttamento dei poveri e delle donne, rende tutto evanescente e avvolto in una nebbia troppo densa.

Risultati immagini per shikasta doris lessingMentre sono a metà della lettura, mi chiedo ripetutamente che senso abbia questo trucco meschino di mascherare da fantascienza una storia del mondo che non è neppure narrativa ma solo un tentativo di raccontare a ruota libera cose ben note, senza aggiunger loro un bel nulla, ma anzi togliendogli proprio la parte più importante, la personalizzazione e l’anima. I nomi sono importanti. Senza nomi siamo solo Individui. Forse è questo il messaggio. Forse il senso di questa storia, penso leggendo, è dirci: guardatevi, non siete nessuno, il vostro mondo è uguale a migliaia di altri, uno dei tanti studiato da una razza aliena che vi vede come formiche da laboratorio o forse meno.

Concetto apprezzabile, risultato modesto. Prima di capire che Shikasta è proprio la Terra, mi sono più volte chiesto se per fare questo fosse necessaria la finzione di Shikasta? Non bastava lo sguardo esteriore di qualche osservatore esterno, alieno o meno? Doveva creare un pianeta gemello del nostro? Poi, scopro che è questo che la Lessing sta facendo (o provando maldestramente a fare): quello che leggiamo è il rapporto di un alieno, Johor, che parla di noi, ma nel frattempo la lettura mi irrita e penso: Se crei mondi, porco cane, crea! Se vuoi fare metafore, falle. Che senso ha farmi vedere “Individui” identici a noi? Che senso ha parlare di conflitti razziali tra una razza dalla pelle bianca e una dalla pelle nera, se quello che fanno è ciò che sta scritto nei libri di storia. Qual è il contributo di questo libro al nostro divertimento? Qual è il suo contributo a una miglior conoscenza del nostro mondo? In cosa ci offre una visione diversa delle cose? Vuoi far osservare la terra e gli uomini da uno sguardo alieno? Splendido, ma questo sguardo deve essere diverso dal nostro, altrimenti l’esercizio è inutile e gli spettatori si annoiano.

Sto ancora pensando così quando le pagine del libro si aprono su tre nuovi personaggi, totalmente umani e reali, tre ragazzini, una sorella e due fratelli gemelli eterozigoti. Hanno persino dei nomi! George, Benjamin e Rachel. Vivono in nord Africa. La Lessing ci parla della loro infanzia e giovinezza mostrando la difficoltà dei loro rapporti reciproci. È una storia vera e piena. Un buon numero di pagine che da sole sarebbero state un bel racconto degno di apprezzamento. Posso immaginare anche una certa dose di autobiografia in questa famiglia inglese che vive in Africa, come è stato per l’autrice. Poi i tre ragazzini crescono, cominciano a fare delle attività nel sociale e la storia diventa più noiosa. M’illudo però che la direzione del romanzo ormai sia questa e pur non avendo della buona fantascienza si possa almeno leggere della buona letteratura, ma riecco i mondi alieni e una serie di chiacchiere vaghe.

La scena poi si sposta su una sorta di convegno-processo internazionale ambientato in un vecchio teatro greco. Un luogo in cui popoli diversi della Terra-Shikasta si confrontano e accusano e autoaccusano per tutte le nefandezze che l’uomo ha compiuto nella storia contro altri uomini. Il punto di vista si mantiene ancora troppo alto e distante dalla scena. Scorgiamo solo formiche.

Poi si torna a parlare dei mondi alieni di Sirio, dell’Impero galattico di Canopus, del malefico pianeta Shammat dell’Impero di Puttiora.

Scopriamo così, in poche righe che avrebbero meritato ben altro approfondimento, che Shammat e Puttiora si nutrono degli effluvi della violenza umana, un po’ come gli antichi Dei si nutrivano dei fumi dei sacrifici. I due Imperi si fronteggiano sopra le nostre teste e noi non ce ne accorgiamo! È questo il motivo della violenza su Shikasta? Forse bisognerebbe leggere gli altri volumi della serie per capirlo meglio.

Fino a qui di fantascienza vera però ce n’è ben poca, anche perché questi influssi del buon impero di Canopus e del malvagio impero di Puttiora non hanno effetti diretti e immediati sulla Terra… pardon, Shikasta.

Poi ecco la Terza Guerra Mondiale. Beh, questo è certo un evento immaginario, ma un conflitto di tale portata scivola via che neanche ce ne accorgiamo e siamo già in un mondo post-apocalittico. Comunità umane cercano di ricostruire la civiltà. Parrebbe vera fantascienza, ma aver scelto come stile il rapporto, anziché il romanzo rende vaga anche questa parte. Ritroviamo George. Il fratello e la sorella sono morti e lui è proprio lui? Sembra piuttosto che sia una sorta di reincarnazione dell’inviato di Canopus, Johor.

E siamo finalmente alla fine, tirando un sospiro di sollievo, perché è stata davvero una lettura faticosa e travagliata e di rado piacevole.

Continuare con i prossimi volumi? Penso che, almeno per ora, non lo farò, anche se mi è capitato di non amare troppo il primo volume di un ciclo e poi apprezzare molto l’intera serie. Parlo per esempio de “L’ultimo cavaliere”, primo volume della “Torre Nera”. Prima di passare al secondo volume ho impiegato qualche anno, ma per fortuna l’ho fatto. In quel caso però l’autore era il grande Stephen King, uno dei migliori autori di sempre e forse il miglior autore vivente. Altri suoi libri mi erano piaciuti e dargli credito mi è stato più facile. La Lessing l’ho letta tre volte e ha perso tutte e tre le volte.

Se uno perde tre a zero, dubito che in una nuova partita possa fare molto di meglio!Risultati immagini per terza guerra mondiale

 

Riassumendo:

  • Nonostante alcuni aspetti fantascientifici, non oserei definirla fantascienza. La Lessing ha definito questo ciclo Space Opera, ma anche questo genere è altra cosa. Chiedetelo a Dan Simmons.
  • Ci sono alcune parti pregevoli, ma sono sommerse tra altre piuttosto noiose.
  • È un’opera confusionaria e discontinua che alterna parti tra loro troppo diverse per riuscire a stare assieme;
  • La scelta della forma del “rapporto” non è rispettata per molte pagine, ma, quando lo è, dà alla narrazione una freddezza e astrattezza che potranno anche essere volute, ma non avvicinano il libro al lettore.
  • Si tratta del primo volume di una serie. Per inquadrarlo correttamente andrebbe letta per intero, cosa che questo primo libro non mi induce a fare.

LA BUONA VECCHIA FANTASCIENZA INGLESE

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John Wyndham

Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndhamIl risveglio dell’abisso” (“The Kraken Wakes”), pubblicato nel 1953 da John Wyndham, pseudonimo di John Wyndham Parkes Lucas Beynon Harris (Knowle, 10 luglio 1903 – Londra, 11 marzo 1969), è uno dei più classici romanzi di quegli anni d’oro per la fantascienza di lingua inglese. Se in quel periodo spopolavano gli autori americani, Wyndham, pur essendo cittadino britannico ebbe la sua dose di fama con questo romanzo e con altri capisaldi come “Il giorno dei trifidi” e “L’invasione degli ultracorpi”, vere pietre miliari del genere.

L’affascinante ipotesi di questo romanzo è che delle creature abitanti gli abissi oceanici, a decine di chilometri di profondità, abbiano sviluppato una civiltà del tutto diversa dalla nostra e, provocati dall’umanità, muovano al contrattacco, rivelandosi assai più potenti di noi e soprattutto irraggiungibili e inconoscibili, mistero che dà particolare dignità alla narrazione. Se questi esseri marini siano di origine aliena o si siano sviluppati negli abissi degli oceani terrestri non è dato sapere,Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndham anche se la vicenda comincia con strani oggetti luminosi che, provenienti da cielo, si immergono in mare.

La storia ha sviluppi apocalittici e si presenta come un’originale rappresentazione di invasione aliena, con l’interessante raffigurazione di creature in grado di svilupparsi intellettualmente nonostante le tenebre profonde e le altissime pressioni in cui vivono. Sebbene non le mostri mai direttamente, Wyndham ci
presenta delle creature profondamente diverse da noi per origini, mentalità ed esigenze vitali, cosa quanto mai apprezzabile in un’opera che esplora i confini del possibile e quanto di più lontano possibile dai ridicoli alieni antropomorfi di serie televisive come Star Trek o di altra fantascienza di qualità decisamente inferiore. Sebbene non definirei quest’opera un capolavoro della letteratura, essendo forse un po’ troppo semplice e sviluppando troppo velocemente gli effetti di questa devastante invasione, rimane comunque ancora oggi uno tra i romanzi più originali e consistenti della fantascienza.

UN DELICATO E AFFASCINANTE ROMANZO SUI LIMITI DELL’INTELLIGENZA

Risultati immagini per fiori per algernonCome ho fatto a non leggere quasi più fantascienza per tanti anni? Negli ultimi mesi ho ripreso queste letture, che tanto mi appassionavano al tempo del liceo, per scoprire che spesso è proprio tra questi libri che si nascondono molte delle opere più avvincenti e dense di interrogativi della letteratura mondiale.

Solo i profani pensano che fantascienza sia sinonimo di storie con astronavi, alieni e robot. Certo, questi sono spesso presenti e caratterizzanti, ma quanti temi importanti e fondamentali sono stati trattati dagli autori di science fiction!

Persino nell’opera di uno scrittore tra i meno noti come Daniel Keyes (Brooklyn, 9 agosto 1927 – Boca Raton, 15 giugno 2014) si riesce a trovare una perla come “Fiori per Algernon

Keyes è stato un autore di fantascienza statunitense, principalmente noto proprio per il suo racconto “Fiori per Algernon”, del 1959, vincitore del Premio Hugo nel 1960, che adattò in un romanzo omonimo nel 1966, aggiudicandosi con esso il Premio Nebula.

Keyes aveva un Bachelor of Arts in psicologia e un Master’s degree in letteratura inglese e americana e questa sua doppia vocazione emerge nel romanzo “Fiori per Algernon”, una delicata e appassionante analisi dell’intelligenza umana, che non è fatta solo della capacità di comprendere, ma anche di memoria e, soprattutto, di emotività.

Daniel Keyes

L’ipotesi su cui è costruito il romanzo è che un giovane ritardato sia operato al cervello e poi sottoposto a un trattamento per diventare intelligente. Dal ragazzo tonto e bonaccione che era, Charlie Gordon si trasforma in una persona molto più intelligente della media, unendosi persino all’equipe che l’ha curato per sviluppare ulteriormente la loro teoria, scoprendone i limiti.

Scoprirà a sue spese che non basta diventare intelligenti per affrontare il mondo, perché la sua grande e nuova capacità di comprendere e imparare necessita della memoria e dell’esperienza per potersi “riempire” e trovare il senso delle cose. Grazie a moderne tecniche di apprendimento, Charlie riesce a superare questo ostacolo, ma la vera grande impresa è quella di far crescere emotivamente il bambino che era rimasto, il superare i traumi infantili, lo scoprire se stessi e le proprie origini. Solo così la sua immensa intelligenza potrà trovare un equilibrio, anche se Charlie scoprirà che Risultati immagini per fiori per algernondall’isolamento del ritardato è ora finito nell’isolamento del genio, perché le persone comuni evitano chi sentono superiore. Il ritardato che pensava di trovare la felicità e l’amicizia nell’intelligenza scoprirà di essersi ingannato, ma non potrà che essere affascinato dalle meraviglie della conoscenza. Il cervello umano, poi, è fragile e ha le sue regole. Una crescita accelerata comporta anche una fine accelerata. Charlie, che nella sua avventura era stato preceduto da alcune cavie animali, vedrà i primi sintomi di regressione nel topolino da laboratorio dalla mente potenziata Algernon, cui si è affezionato, comprendendo che quello del topolino è il suo stesso destino. Quando l’animaletto morirà, lo seppellirà e non cesserà mai di portare fiori sulla sua tomba e di cercare di conservare e coltivare quel poco di intelligenza che gli resta, sforzandosi di leggere, sebbene ormai non capisca più i libri, perché una cosa ricorda ancora: nei libri c’è il segreto della conoscenza.

Viva la fantascienza, quando è scritta così!

LE RIFLESSIONI ANCORA ATTUALI DI SHECKLEY

Risultati immagini per la decima vittima sheckleyLa Decima Vittima” di Robert Sheckley, sebbene non sia un romanzo, ma una raccolta di racconti, edita nel 1965, si è rivelata una lettura davvero avvincente e per nulla antiquata, nonostante questo libro abbia quasi la mia età, ovvero oltre mezzo secolo. Mancano, infatti, (quasi) certe ingenuità tipiche della fantascienza degli anni d’oro. I racconti sono tutti molto attuali e moderni e la lettura e ancora oggi assai coinvolgente e ricco di spunti di riflessione sull’amore, la morte, il gioco, la sicurezza, l’intelligenza, la sopravvivenza, il tempo.

 

Il primo racconto (“Il premio del pericolo”) è una sorta di anticipazione di “Hunger Games” e dei reality con un tale che partecipa a trasmissioni televisive con giochi sempre più pericolosi, in una sorta di avanzamento di livello da videogioco. Non c’è il circo mediatico immaginato nella trilogia di Suzanne Collins, ma l’ultima prova dura una settimana e vede il coinvolgimento oltre che di una squadra di sicari, della popolazione.

 

Il secondo racconto (“Il linguaggio dell’amore”) vede un simpatico protagonista incapace di esprimere i propri sentimenti in modo diretto, senza Risultati immagini per la decima vittima sheckleyperifrasi auto-contraddicenti. Costui si reca da uno studioso dell’antico Linguaggio dell’Amore che fu ideato dalla popolazione ormai estinta di un mondo lontano. Scoprirà così che i sentimenti non si possono studiare, ma solo vivere e che la causa dell’estinzione di questo popolo fu l’aver dedicato troppo tempo alla teoria, cessando di metterla in pratica.

 

Il terzo racconto (“Uccello da guardia”) affronta riflessioni analoghe a quelle portate avanti da Isaac Asimov con i suoi racconti e i suoi romanzi sui robot. A differenza di Asimov, che trova una soluzione ottimistica basata sulle celeberrime Leggi della Robotica, la risposta di Sheckley è pessimistica.

Le riflessioni concernono la possibilità di creare macchine intelligenti e in grado di imparare dalla propria esperienza e il rischio che queste possono creare dei danni agli uomini.

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Robert Sheckley (New York, 16 luglio 1928 – Poughkeepsie, 9 dicembre 2005) è stato un autore di fantascienza statunitense. Sheckley è stato insignito del titolo di Author Emeritus da parte della Science Fiction and Fantasy Writers of America nel 2001.

Sheckley immagina che siano creati degli Uccelli da Guardia robotizzati al fine di prevenire i crimini, tema che ricorda “Minority report” di Philip K. Dick (da cui fu tratto il film di Spielberg e una serie TV). La loro capacità di apprendimento dovrebbe servire a riconoscere sempre meglio gli intenti omicidi e a prevenirli. Anticipando il web, gli Uccelli da Guardia sono collegati mentalmente tra di loro e ciò che uno apprende lo trasmette a un altro.

Come i robot di Asimov s’interrogano su cosa sia un uomo, cosa sia il bene e se il bene di una comunità debba prevalere sul bene di un individuo, così gli Uccelli da Guardia di Sheckley elaborano una loro idea di morte e una loro idea di cosa sia la vita da preservare. Arrivano così a considerare l’interruzione di qualsiasi attività (sia la vita di un essere vivente, sia il moto di una macchina) come un omicidio e a cercare di impedire così che non solo un criminale uccida la sua vittima, ma anche che sia impedita la pena di morte, sia impedito a un chirurgo di operare, a un macellaio di uccidere, a una persona di schiacciare una mosca, a qualsiasi animale di uccidere la propria preda, a un erbivoro di nutrirsi, a un uomo di spegnere un’automobile o una radio, portando il mondo alla paralisi e interrompendo persino il normale ciclo di vita e morte tramite il quale la vita si perpetua.

 

Anche nel quarto racconto (“La scialuppa ammutinata”) i protagonisti si trovano alle prese con un’intelligenza artificiale che cerca di fare il loro bene, ma che avendo una concezione errata di cosa sia questo per l’uomo, tratta i due astronauti come se appartenessero a una razza aliena, con esigenze di temperatura, di alimentazione e sociali così diverse che il suo tentativo di aiutarli corrisponde al loro omicidio. L’artefice di questo errore è una scialuppa spaziale di salvataggio, acquistata di seconda mano dai due protagonisti, senza sapere che era stata tarata sulle esigenze di una razza non umana.

 

Il quinto racconto (“L’armatura di flanella grigia”) parla di una strana società che organizza incontri romantici, con l’ausilio di una radiolina a transistor che guida i potenziali innamorati verso incontri fatali e solo apparentemente casuali e preconizza una società futura in cui i sentimenti saranno pilotati da aziende specializzate.

 

Con il sesto racconto (“Potenziale”) Sheckley esplora i limiti della mente, prima mostrandoci un caso di amnesia e poi rivelandoci un incredibile progetto di colonizzazione mentale, da effettuarsi mediante trasferimento di coscienze dall’umanità in razze aliene, grazie al potenziale inespresso del cervello.

 

Il settimo racconto (“L’uomo impigliato”) si svolge su due piani, da una parte descrive una divertente trattativa commerciale tra un essere che ha appena creato un intero gruppo di Galassie (tra cui la nostra) e il suo committente che non ne è soddisfatto per una serie di difetti tra cui quello di contenere uno strappo nel tessuto dello spazio-tempo. Il secondo piano narrativo, vede un terrestre alle prese proprio con questa disfunzione, che dal suo appartamento di New York lo porta a entrare in un mondo preistorico o in alternativa in un futuro dall’atmosfera ormai irrespirabile.

 

Con l’ottava storia (“Se il rosso uccisore”) Sheckley s’interroga sulla morte, sul significato morale che possa avere la resurrezione quando è imposta. Il caso che ci sottopone è quello di un soldato che durante una guerra cruenta muore più volte e ogni volta è resuscitato contro la sua volontà espressa di restare morto.

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Yul Brinner nel film originale “Westworld”

Con il nono racconto (“Modello sperimentale”) troviamo un’ulteriore riflessione sui limiti “morali” dell’intelligenza artificiale e sull’incapacità delle macchine di definire un limite alla propria azione paternalistica. Sheckley ci mostra un viaggiatore spaziale dotato di un “modello sperimentale” di macchinario, il Protec, che dovrebbe proteggerlo da ogni sorta di attacco, ma che lo mette in difficoltà nel suo tentativo di fare amicizia con una popolazione aliena, rivelandosi una trappola mortale.

 

Il decimo (“Nugent Miller e le ragazze”) è una simpatica storia post-apocalittica con l’ultimo uomo rimasto sulla Terra, che, quando ormai dispera di trovare altri esseri umani s’imbatte in quattro ragazze, controllate però da una ferrea istitutrice che odia gli uomini e non lo vuol far avvicinare. È occasione, come molte altre opere del genere, per una riflessione sugli impulsi animali che possono riemergere nell’uomo quando la civiltà crolla.

 

L’undicesimo (“Stagione morta”) ci racconta di un sarto cui vengono commissionati degli abiti dalle dimensioni molto particolari e sposta i toni verso il paranormale più la che fantascienza.

 

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Westworld – serie TV

Il dodicesimo (“Pellegrinaggio alla Terra”) dipinge una Galassia in cui la Terra, ormai priva di risorse, è trasformata in una sorta di parco divertimenti, dove tutto è permesso. Le maggiori “attrazioni” del pianeta sono la guerra e l’amore, sconosciuti nel resto della Galassia. In particolare, ci sono società specializzate nel vendere il vero amore e l’omicidio è liberalizzato.

 

L’ultimo (“La decima vittima”), che dà il titolo alla raccolta, è un altro esempio di futuro immaginato da Sheckley in cui la morte è, limitatamente, legalizzata. Aderendo a una certa associazione le persone ricevono una sorta di licenza di uccidere secondo una regola abbastanza semplice, per dieci volte possono essere il cacciatore, poi devono diventare la vittima. La vittima non sa chi sia il suo cacciatore.

 

Il premio del pericolo”, “L’armatura di flanella grigia”, “Pellegrinaggio alla Terra” e “La decima vittima” sono tutti esempi di un mondo in cui amore e morte sono stati mercificati e trasformati in intrattenimenti a pagamento. In questo Sheckley appare un precursore non solo di “Hunger games”, ma anche del film di Crichton del 1973 da cui è stata tratta la serie TV omonima “Westworld”. Nel 1965, quando Sheckley pubblicò la raccolta, probabilmente queste storie potranno essere apparse come pure fantasie, ma oggi, nel 2016, sentiamo che queste visioni sono ormai non troppo lontane dalla nostra realtà, in cui tutto è spettacolo.

TENTATIVI DI FANTASCIENZA DI UNA NOBEL TENTENNANTE

Risultati immagini per memorie di una sopravvissuta lessingAvevo già letto un romanzo di Doris Lessing, “Martha Quest”, e non ero rimasto entusiasta, ma avendo scoperto che quest’autrice, premiata con il Nobel nel 2007, aveva scritto anche fantascienza, ho voluto provare uno dei suoi libri che di solito sono catalogati in questo genere. Ho provato così a leggere “Memorie di una sopravvissuta” (1990). Amo la fantascienza, le storie di sopravvivenza e la buona scrittura, dunque, il romanzo si presentava con buone carte per piacermi, ma si è rivelato non essere nessuna di queste tre cose.

Non penso che basti descrivere un mondo futuro dalle caratteristiche distopiche per fare fantascienza. Non penso che basti parlare di un gruppo di persone che si arrabattano in un mondo degradato per avere una buona avventura di sopravvivenza. Soprattutto, non penso che questo libro sia un esempio di buona scrittura.

Se Doris Lessing, anziché una premio nobel, fosse stata un’esordiente, io il docente di un corso di scrittura creativa e lei fosse venuta da me portandomi questo romanzo, le avrei dovuto rispondere:

“Cara Doris, credo che tu abbia la stoffa per scrivere, ma ora prendi questo romanzo e ripuliscilo. Non indulgere in descrizioni generiche, ma mostra l’azione. Non raccontare, ma descrivi questo tuo mondo immaginario. Dovresti poi dare una bella potata al tuo libro, per renderlo più solido. Rileggilo e vedrai che l’hai riempito di aggettivi. Per ogni sostantivo ne metti quasi sempre almeno due e a volte di più. Spesso sono quasi sinonimi. Non servono tanti aggettivi, Doris! Concentrati sulla struttura del discorso: soggetto, verbo e complemento oggetto. La narrazione sta tutta lì. Gli aggettivi sono spesso inutili, gli avverbi anche più e indeboliscono la narrazione. Perché poi ripeti più volte lo stesso concetto, la stessa immagine, la stessa azione? L’hai già detto. Vedi, l’ho appena fatto anch’io. Era davvero necessario? Concetto, immagine e azione sono cose molto diverse, è vero, ma bastava che dicessi di non ripeterti. Avresti capito lo stesso, no? Non insultare il lettore. Il lettore è intelligente e capisce con una frase sola. Sta a te, autrice, trovare la frase perfetta e bruciante, quella che dice tutto in poche sillabe. È questa la professionalità di un autore. Un dilettante erra alla ricerca delle parole e delle espressioni migliori. Un professionista arriva dritto al punto. Un romanzo non è una lezione. Il maestro ripete. I narratori antichi ripetevano, ma avevano davanti ascoltatori, probabilmente distratti, di certo illetterati. Se il lettore, non ha capito, può rileggere. Se non capisce, probabilmente non hai saputo esprimerti. Il lettore non ha colpa. La colpa è sempre e solo dell’autore.”

Possibile che si debba esser costretti a dire cose simili a una donna premiata con il massimo riconoscimento nel mondo della letteratura? Possibile che a Stoccolma ultimamente premiano autori così?

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Doris Lessing

Memorie di una sopravvissuta” ha una trama esile ma interessante: uno sconosciuto si presenta a casa della protagonista e le lascia una bambina ormai quasi adolescente. La donna rimane solo con la piccola e la alleva. La bambina è accompagnata da uno strano brutto cane dal muso di gatto. Nella casa, poi, c’è un misterioso muro che non potrei che definire magico e che si “schiude” su altri mondi. Siamo in un futuro imprecisato, in un luogo imprecisato. La civiltà sta degradandosi sempre più. Alcune bande passano attraverso il territorio.

Fin qui tutto ottimo. Si direbbe una trama intrigante da cui potrebbe nascere una grande storia. Ma Doris Lessing non è Stephen King che ne avrebbe fatto un agghiacciante capolavoro. Doris Lessing la prende alla larga… molto alla larga. Racconta di questo mondo, ma non ne fa vedere quasi nulla. Ci sono i personaggi della storia, ma sono sospesi in una nuvola di indeterminazione. Vediamo la casa della protagonista e quel poco che le sta attorno. Poco.

Peccato.

Se leggendo un libro non riesco a smettere, questo per me è il miglior segnale che ho davanti qualcosa di buono. Se, però, mentre leggo, non vedo l’ora di arrivare in fondo, non perché sono curioso, ma perché vorrei farla finita e passare a leggere altro, siamo sulla buona strada per dire che quel libro è tutt’altro che buono. Se la tentazione è di mollare la lettura, allora è davvero pessimo.

A metà di “Memorie di una sopravvissuta”, ho cominciato a chiedermi che cosa avrei potuto leggere dopo e a pensare che stavo perdendo tempo, che avrei potuto dedicare a letture migliori! Se non altro, però, non sono stato tentato di interrompere la lettura.

Vorrei dare ancora una chance a quest’autrice e alla sua fantascienza, ma dopo queste prime due prove sono davvero scoraggiato.

Il volume è corredato da una postfazione di Oriana Palusci che ci spiega, tra molte altre cose, che questo è un esempio di fantascienza sociologica, che uno degli autori cui si è ispirata maggiormente è Ballard, che il mondo dietro al muro ricorda quello di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che “Memorie di una sopravvissuta” fa parte del primo dei tre periodi che caratterizzano l’esperienza fantascientifica della Lessing.

Per fortuna la fantascienza sociologica ha prodotto ben altri risultati. Persino i recenti telefilm “The walking dead” e “Wayward Pines” ci offrono assai migliori descrizioni di tentativi di riorganizzazione sociale in un mondo degradato. I bambini selvaggi della Lessing non hanno neanche un po’ della vivacità e concretezza dei bambini de “Il Signore delle mosche”, anche questo citato dalla Palusci, e scritto da un premio nobel di ben altro livello, qual è William Golding. Se questa Lessing mi ha deluso, forse, sarà proprio per il suo ispirarsi a Ballard che, tra gli autori di fantascienza mi è parso uno dei più fumosi (anche lui però l’ho letto poco).

Se il confronto della Palusci con Golding non tiene, regge ancora meno quello con quel capolavoro assoluto della letteratura mondiale che è “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Dove sono le fantasie oniriche di Carroll e i suoi magici personaggi?

La considerazione che questo sia stato uno dei primi tentativi della Lessing di spostarsi verso la fantascienza, lascia una porta aperta alla speranza che con opere successive abbia poi effettivamente imparato a scrivere qualcosa di apprezzabile per gli amanti del genere.

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CHIEDERE DI DIO AL DIAVOLO

Risultati immagini per La caduta di Hyperion SimmonsIl romanzo pluripremiato e iper-apprezzato “Hyperion” di Dan Simmons è il primo volume di un ciclo di quattro romanzi fantascientifici denominati “I Canti di Hyperion”, ispirati alla figura del poeta ottocentesco John Keats e alle sue opere, in particolare gli omonimi “Iperione” (opera incompleta, poi riscritta come “La caduta di Iperione”) e “Endymion”.

La quadrilogia di Dan Simmons comprende:

  1. Hyperion” (id., 1989)
  2. La caduta di Hyperion” (The Fall of Hyperion, 1990)
  3. “Endymion” (id., 1995)
  4. “Il risveglio di Endymion” (The Rise of Endymion, 1997).

Oltre ai quattro romanzi principali vi sono un romanzo breve, “Gli orfani di Helix” (Orphans of the Helix, 1999; premio Locus 2000), ambientato 481 anni dopo la tetralogia, e due racconti brevi, “Remembering Siri” e “The Death of the Centaur”.

 

Hyperion” è un contenitore di sei, affascinanti, romanzi brevi, retti da una cornice comune. La maggior debolezza di questo primo volume è la sua incompiutezza, dato che le sei storie convergono nella “cornice comune”, ovvero nel viaggio dei sei protagonisti (i “pellegrini”) sul pianeta Hyperion, senza trovare una vera unità narrativa. Tale debolezza può esser perdonata, considerata la grande fantasia del volume, pensando che nei volumi successivi le sei storie potranno trovare tale unità e le molte domande aperte avere risposte. Leggendolo, insomma, mi sono quasi aspettato che questo primo volume fosse solo una premessa del secondo, che avrebbe rappresentato il cuore della quadrilogia e in cui le sei storie avrebbero trovato un’immediata unità e parziale spiegazione (pur essendo consapevole che altri due volumi attendevano per completare la trama).

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Dan Simmons (Peoria, 4 aprile 1948)

Questo, però, avviene in modo molto ridotto con il secondo volume “La Caduta di Hyperion”. Non abbiamo qui più la struttura a racconti incastonati nella cornice generale, ma quest’ultima diviene la storia portante, riunendo per un po’ i sei personaggi, che, però, tornano presto a dividersi. Inoltre, una seconda storia si sviluppa in parallelo allo “sviluppo della cornice”, avendo come protagonista un nuovo cibrido collegato alla personalità artificiale di John Keats. La centralità del poeta e delle sue opere già riscontrata nel primo romanzo, qui acquista ancora maggior rilievo.

Il cibrido è un essere umano creato artificialmente e con una personalità ricostruita sulla base di quella del poeta morto alcuni secoli prima e presente in una sorta di rete internet evoluta. In uno dei sei racconti del primo libro, abbiamo visto come il cliente e amante della detective Brawne Lamia fosse un cibrido con la personalità (e il nome) di John (Johnny) Keats. Quando il cibrido viene distrutto, trasferisce la propria personalità nella mente della donna. Il suo corpo viene, invece “riciclato” per dare vita a un nuovo cibrido, che prenderà nome di Joseph Severn (nel mondo reale costui era un’artista amico del poeta inglese ottocentesco). Joseph Severn, che diviene il ritrattista di Meina Gladstone (primo funzionario dell’impero galattico chiamato Egemonia dell’Uomo) e una sorta di suo consigliere, conserva memorie della vecchia personalità del cibrido John Keats e “sogna” i sei pellegrini che su Hyperion stanno per incontrare il mitico mostro tecnologico noto come Shrike. I suoi sogni riportano in realtà fedelmente i movimenti dei pellegrini e il loro scontro con il mostro proveniente da un imprecisato futuro.

Questo romanzo, che deve essere letto unitariamente a “Hyperion” (di cui è l’immediato seguito e sviluppo) e, presumo, agli altri romanzi del ciclo, conferma la ricchezza di contenuti del primo, sia per gli importanti riferimenti letterari, sia per l’intensa riflessione su Dio, la morte, il tempo, il dolore, la tecnologia e il futuro.

I riferimenti a religioni reali e immaginarie sono importanti e l’opera, che fa riferimento al keatsiano conflitto tra Titani e Dei olimpici, mostra qui il conflitto tra umani, nuovi umani (Ouster) e, soprattutto, intelligenze artificiali presenti in una rete che somiglia a un web iper-potenziato e autocosciente (il TecnoNucleo). Assistiamo a un conflitto tra tre fazioni di IA (intelligenze artificiali), Stabili, Volatili e Finali (ma non pensate a nulla di simile all’adolescenziale “Divergent” di Veronica Roth con i suoi Candidi, Eruditi, Pacifici, Abneganti, e Intrepidi; siamo in un altro genere di letteratura) intorno alla generazione di un nuovo Dio (IF – Intelligenza Finale), da generare dalla Rete, con l’umanità ridotta a pedina di un gioco assai più grande.

Il fascino del primo volume, per me, era soprattutto nelle storie che parlavano dei misteriosi e primitivi Bikura o in quella della ragazza per la quale il Risultati immagini per La caduta di Hyperion Simmonstempo ha preso a scorrere alla rovescia, facendola tornare bambina, ma questo secondo volume ricorda assai di più il racconto delle imprese belliche del colonnello Kassad e  trasforma il ciclo in una “space opera”, assai di più di quanto si potesse immaginare leggendo il solo “Hyperion”, proiettandoci nel mezzo di un’epica ed estrema guerra interstellare tra umani tradizionali e i mutanti e multiformi Ouster da una parte, tra le varie fazioni dell’IA dall’altra, tra gli umani e il TecnoNucleo da un’altra parte ancora.

La creativa e l’immaginazione di questi libri fanno di Dan Simmons di sicuro uno degli autori di fantascienza più fantasiosi e geniali.

Anche quest’opera, però, presenta un finale alquanto incompiuto e ci spinge a leggere i volumi successivi, ma la tensione narrativa creata da “Hyperion”, cala in modo rilevante con “La caduta di Hyperion”. Rimane comunque la sensazione di essere davanti a uno degli ultimi capolavori del XX secolo, che per essere compreso e valutato appieno andrebbe letto unitariamente in tutte le componenti del ciclo, cosa che spero di poter fare abbastanza presto.

 

IL POLIEDRICO E FANTASIOSO UNIVERSO KEATSIANO DI HYPERION

Risultati immagini per hyperion simmonsDa ragazzo ho letto varie centinaia di libri di fantascienza, poi, per alcuni decenni, sono passato a leggere altro. Negli ultimi anni, interrogandomi su quali aspetti dei libri amo maggiormente, mi sono reso conto che queste caratteristiche di trama, ambientazione, fantasia, azione si trovano assai più facilmente nella fantascienza che in altri generi e, così, ultimamente ho ripreso in mano romanzi che già avevo letto e cercato di scoprire cosa di nuovo fosse stato prodotto dal 1980 a oggi. Da poco, poi, mi sono imbattuto in un gruppo di lettori della piattaforma anobii, che sta tentando di realizzare una lista dei migliori romanzi di fantascienza di sempre. Si tratta della Fratellanza della Fantascienza, cui ho ora aderito.

Il romanzo con la media di voti più alta che compare, per ora, in tale Lista (ma è ancora in lenta evoluzione) è “Hyperion” di Dan Simmons. Pubblicato nel 1989, è il primo volume di un ciclo (“I Canti di Hyperion”). Oltre a essere il più amato dai miei Confratelli, ha anche vinto il prestigioso Premio Hugo nel 1990, forse il riconoscimento più importante nel mondo della Si-Fi e vari altri premi.

Parte un po’ lentamente, poi i vari personaggi, in attesa di raggiungere il pianeta Hyperion, raccontano ciascuno la propria storia e i propri rapporti con questo mondo. È una formula narrativa che non amo e che considero un po’ primitiva. Mi viene da pensare alle “Mille e una notte”, al “Decamerone” di Boccaccio, a “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer o a “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino. Il racconto contenitore appare poco rilevante e serve, almeno in questo primo volume, solo da collante, anche se si può immaginare che le sei storie qui raccontate costituiscano l’antefatto di quanto sarà narrato nei volumi successivi e il loro convergere è evidente già nel passato che i sei narratori siano già riuniti nel loro pellegrinaggio allo Shrike.

 

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Dan Simmos

Già con il primo racconto ci caliamo in una storia che di per sé è un romanzo breve e dei più affascinanti. Vi si narra del viaggio su Hyperion di un prete cattolico, Lenar Hoyt, che, partito alla ricerca di una misteriosa popolazione discendente da esseri umani naufragati generazioni prima sul pianeta, i Bikura, ha ora costituito una sua forma di civiltà tribale. Il prete rimane bloccato assieme a questi strani individui, scoprendo che sono divenuti assai diversi dai loro antenati e che custodiscono una misteriosa basilica sotterranea abitata da strane creature simili a stelle marine, che entrano in simbiosi con loro e con lo stesso prete. Nelle profondità della terra, vive poi una creatura malvagia e misteriosa, il leggendario Shrike, figura centrale del pianeta e del romanzo. Le implicazioni filosofiche e religiose ci permettono di considerare quest’opera come un significativo esempio di “fantareligione”. Già in questo primo romanzo breve sono forti i riferimenti a quanto scritto da Keat nel suo “La caduta di Iperione”.

Per esempio, il tempio e la scalinata fanno pensare ai versi:

«Questo tempio

triste e solitario è tutto ciò che

rimane dopo i lampi d’una guerra

che fu combattuta tanti anni fa

dalla gerarchia dei giganti contro

i ribelli, e questa vecchia immagine

i cui incisi tratti si corrugarono

nel mentre lui cadeva è di Saturno,

ed io sono Moneta, che rimango

unica e suprema sacerdotessa

della sua desolazione».

E questi versi di Keats, dalla stessa opera, non ricordano un passo del racconto?

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John Keats

E mentre ancora

bruciavano le foglie, all’improvviso

sentii il brivido d’una paralisi

salire da terra su per le gambe,

e tanto rapidamente che avrebbe

presto fatto presa su quelle vene

che palpitano vicino alla gola.

E le doppie morti dei Bikura non sono forse ispirate a questi versi de “La caduta di Iperione”?

Tu

hai assaporato che cosa significhi

morire e poi vivere nuovamente

prima dell’ora fatale.”

E la difficoltà del prete a salire l’immensa scalinata non nasce dai versi ottocenteschi:

Se non puoi salire

questi scalini è meglio che tu muoia

su quel marmo ove ora sei”.

 

Il secondo racconto è quello di un soldato, il colonnello Fedmahn Kassad. Attraverso una serie di simulazioni virtuali di battaglie reali del passato e immaginarie del nostro futuro, impariamo a conoscere l’universo in cui è inserita la storia. In ognuno di questi mondi virtuali il palestinese Kassad incontra una donna di cui s’innamora. Giunto poi su Hyperion, combatte contro i feroci Ouster e riceve oltre all’aiuto della misteriosa ragazza, Moneta, anche del perfido Shrike. Mentre Kassad e Moneta fanno l’amore, la ragazza si trasforma nello Shrike. Si noti che Moneta è il nome della sacerdotessa (reincarnazione di Mnemosyne) che compare ne “La caduta di Iperione” scritta dal vero John Keats.

Questo racconto appare ricchissimo di particolari e dettagli delle battaglie e non solo, con un vocabolario che inserisce neologismi a raffica, senza spiegarli più che tanto (ma non si sente il bisogno di capirli a fondo), per descrivere navi spaziali, armi, creature e apparati di vario tipo. Questi dettagli e questo vocabolario così ricco sono al contempo la bellezza e la debolezza di questo brano. Si rimane affascinati da questo fiume in piena di eventi e parole, ma se ne sente un po’ l’inutilità ai fini della sostanza della trama. Posso immaginare che andando avanti con la lettura si finisca per restare presi nella loro rete e non volerne più uscire, ma il primo approccio non è così scontato.

 

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Il titano Iperione

Il terzo narratore è un poeta, Martin Sileno (“poi un vaporoso sopore/ mi colse e sprofondai come Sileno / su un antico vaso” scrive Keats ne “La caduta di Iperione”). Ci narra del suo grande successo letterario “I Canti di Hyperion” (tre miliardi di copie venduti nei vari mondi), della sua crisi successiva e della sua attività di autore commerciale con i sequel del primo libro (dal II al IX), fino alla sua venuta su Hyperion dove scopre l’incredibile legame tra la sua opera e il mostro Shrike e come questa progredisca nella misura in cui il mostro fa strage degli abitanti della Città dei Poeti. A proposito di poeti, il nome dell’opera (“Hyperion”), così come parte dei nomi che si incontrano, è un omaggio al poeta ottocentesco John Keats, che nel 1818 pubblicò un’opera omonima. Keats è citato più volte in questo racconto e definito il più puro tra tutti i poeti di sempre. Più avanti incontreremo un altro alter ego di Keats, ma anche Sileno, in quanto poeta non è lui stesso Keats? Oltre a una città che ne porta il nome, ne troviamo un’altra che si chiama Endymion, come l’opera dell’inglese. Grande è, a questo punto, la voglia di leggere di nuovo qualcosa del poeta dell’”Ode a un usignolo”.

Iperione, peraltro, era un epiteto del Sole e in greco significa “Che si muove al di sopra”. Era anche uno dei dodici Titani, uno di quelli che si schierò con Crono (il Tempo, che qui ha molta importanza!) contro Zeus (che qui rappresenta forse Dio o l’ordine costituito). Il titano Iperione è padre di Elio (il Sole), Eos (l’Aurora) e Selene (la Luna) generati da Teia, sua sorella e moglie. Keats nella sua opera “Iperione” ha voluto rappresentare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i titani, e in nuovi Dei d’ambrosia e, in particolare, lo spodestamento di Iperione, sostituito da Apollo come divinità solare.

Risultati immagini per Hyperion SimmonsIl quarto narratore, lo studioso di filosofia Sol Weintraub, è un ebreo la cui figlia Rachel, in missione archeologica su Hyperion, all’interno di una sfinge, vicino alle Tombe del Tempo, contrae uno strano Morbo di Merlino che ogni notte la fa ringiovanire di un giorno e perdere la memoria di un altro giorno, così che ogni mattina si sveglia come se fosse il giorno prima e non quello dopo. Il suo tempo soggettivo scorre al contrario. Si parla anche di maree del tempo e sacche temporali. La vicenda di Rachel è qualcosa di simile al film del 2008 “Il curioso caso di Benjamin Button”, ispirato a un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922. Il padre cerca di guarirla prima in modo scientifico, poi si rivolge alla Chiesa dello Shrike. Padre e madre fanno di tutto per rendere meno traumatici i risvegli della figlia che ogni mattina trova più vecchi genitori e amici, in un mondo in cui tutto è andato avanti, mentre solo lei sta tornando indietro. Anche qui il fatto che il padre sia ebreo e un filosofo ha la sua importanza, così come il ruolo del Vescovo e degli altri religiosi fedeli dello Shrike, perché il libro, tra le righe si presenta, man mano che si legge, sempre più come una riflessione sulla religione e la fede, ma anche sul significato del tempo. Sol, oltretutto, è tormentato da una voce che lo invita ad andare su Hyperion e lì sacrificare sua figlia, come Abramo con Isacco.

 

La quinta storia è raccontata da una donna, l’investigatrice Brawne Lamia, ma nel suo racconto compare un personaggio fondamentale: John Keats. Non proprio il poeta cui tutto il romanzo è dedicato e da cui è ispirato, ma il suo cibrido. Che cosa sia un cibrido non facile a dirsi, ma accontentiamoci di sapere che è una sorta di cyborg la cui personalità è stata costruita immaginando come potesse essere quella di una data persona, in questo caso il poeta ottocentesco John Keats. Il cibrido è il cliente della detective ma anche la vittima dell’omicidio su cui le chiede di indagare. Come già nel racconto del prete avevamo affrontato il diverso concetto di morte dei Bikura, qui dovremo familiarizzarci con quella che un cibrido vivente considera la propria morte. La vicenda ci porta su un pianeta in cui è stata ricostruita l’antica Terra, ormai distrutta, e in particolare in una riproduzione della Roma attuale, con Colosseo e Piazza di Spagna (luogo in cui visse il celebre poeta). Come nel racconto del colonnello Kassad anche qui certi dettagli di lotta, come lo scontro con Codino, Simmons ce li avrebbe anche potuti risparmiare.

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Iperione, la luna di Saturno

Lamia è sempre nome che fa riferimento a Keats e al suo “Lamia, Isabella, La vigilia di S. Agnese e altre poesie” del 1820, volume che comprende anche il poema incompleto “Iperione”. Tale opera fu poi riscritta da Keats, cercando di spurgare le parti troppo influenzate da Milton e ne nacque così “La caduta di Iperione”. La stessa Lamia, infine, si trasforma nell’ennesimo alter ego di Keats, quando il cibrido trasferisce nella mente della donna la propria coscienza.

 

La sesta storia mi è parsa la più debole, anche perché è divisa in due, prima il Console narra dei suoi nonni, i ribelli Siri e Merin, e poi parla di se stesso e di come sia arrivato su Hyperion per aiutare l’Egemonia a combattere gli Ouster, ma forse fa il doppio gioco.

 

Dopo il racconto del Colonnello, i sei pellegrini riprendono la loro marcia su Hyperion verso le Tombe Risultati immagini per hyperion simmonsdel Tempo e probabilmente lo Shrike, ma il romanzo finisce qui e occorrerà leggere il resto del ciclo per capire cosa sarà di loro e, soprattutto, se le sei storie abbiano maggiori punti in comune tra loro a parte il pianeta Hyperion, lo Shrike e John Keats.

 

Affascinante è la commistione con la vita e le opere di Keats che contribuisce a rendere quest’opera
complessa e articolata. Il suo senso si disvela poco per volta, mostrandoci un intreccio di storie ricche di riflessioni sulla religione e la filosofia, al punto di rappresentare certo uno dei lavori fantascientifici (e non solo) più interessanti degli ultimi anni, anche se purtroppo risente del difetto di essere un romanzo incompleto, in quanto parte di un ciclo e di non essere in sé un vero romanzo, quanto piuttosto un’antologia di romanzi brevi, per quanto connessi e collegati tra loro e propedeutici a una loro probabile unificazione narrativa. La visionarietà dell’insieme e la qualità di racconti come quello del prete e del filosofo ebreo meritano comunque in pieno la lettura dell’intero volume e il suo complessivo apprezzamento.

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